domenica 31 luglio 2011

Siria, carri armati sulla folla: clicca il video e non vedrai niente!

L'Unità ha pubblicato questo video sulle pagine dell'edizione on-line. Io non ho nulla da dire sul contenuto giornalistico in voce, anche perché non possiedo abbastanza informazioni. Non riesco però a non chiedermi quale possa essere il senso di un video del genere con tanto di incitazione a cliccare per vedere il video. Personalmente mi pare l'ennesimo tentativo di speculazione su avvenimenti più che tristi. Ovvero attirare il lettore con la promessa di vedere cose straordinarie (nello specifico straordinariamente tragiche) quando poi non si ha assolutamente niente da mostrare come in questo caso. Intanto il contatore degli accessi sale e le certificazioni da esibire agli inserzionisti diventano più solide e appetibili. Da notare che i codici perc incorporare il video propongono una dimensione maggiore, analoga a quella presente sule pagine de L'Unità, il che rende ancor meno comprensibil la visione del video. Personalmente ho difficoltà considerare un video simile come informazione. Se qualcuno invece riesce a trovare invece una strategia informativa di qualche tipo, purché sostenibile logicamente, è il benvenuto.


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lunedì 25 luglio 2011

Il film più corto e la recensione peggiore


Lo so, ho un brutto carattere, anzi un pessimo carattere come mi ricorda instancabilmente un amico e collega, ma ci sono cose che, nonostante sia cosciente abbiano scarsa rilevanza, mi fanno andare il sangue al cervello. Una di queste è la gratuita (e a mio avviso colpevole) superficialità da soggetti che per altro si prenodono la briga di scrivere in pubblico. 
Stamattina, controllando la casella di posta elettronica via browser, la mia attenzione è stata catalizzata da una delle pseudo notizie che quotidianamente la pagina di accesso ai servizi di Yahoo sito elargisce ai suoi frequentatori. Non posso escludere che la notizia non circolasse da qualche giorno perché in genere non presto grande attenzione a queste informazioni in quanto mi irrita lo schema comunicativo che prevede quasi sempre un'interrogativa nelle righe visibili per attirare i lettori su link sponsorizzati. Al di là del non avere troppa voglia dui assecondare i ritorni pubblicitari di Yahoo, di solito evito di cliccare questi link perché gli argomenti trattati sono quanto di meno affine ai miei interessi io riesca a concepire. Stavolta però ci sono cascato. 

La pagina di Yahoo.it come mi è apparsa stamattina.


Non tanto il titolo (Il film che dura un secondo) quanto la citazione nelle prime righe del  nome di Anton Corbijn mi hanno fatto commettere l'errore di andare a vedere di cosa si parlasse. Non che mi aspettassi gran che, ma devo dire che sono rimasto esterrefatto nel leggere il testo. Cito testualmente l'attacco del pezzo di Ferruccio Gattuso: «Un miraggio al quale dissetarsi, dopo una traversata da incubo. Il pensiero più dolce, nel quale cullarsi per riprendersi dallo strazio. Benedetti film corti, dunque. Soprattutto per colui che, per fare solo un esempio, abbia dovuto sciropparsi quella chilometrica, infinita, soporifera, provocatoria lagna di "The Kingdom" del regista danese Lars Von Trier: quasi cinque ore di incomprensibile narrazione tra le corsie di un ospedale.» 
Rifuggendo il dubbio che davvero, nomen omen, esistano presagi nei nomi o almeno affinità elettive tra i portatori di uno stesso cognome, sono comunque tentato, leggendo questo incipit, di rievocare i kubrickiani  fasti di Arancia Meccanica (vedi foto a lato). Ovvero mi solletica alquanto l'idea di sottoporre alla visione coatta dell'intera filmografia di Lars von Trier, per non meno di una settimana, quel profondo esegeta del cinema contemporaneo che risponde al nome di Ferruccio Gattuso. Dal momento che non ho intenzione di perdere, contagocce alla mano, una settimana del mio tempo per rieducare il Gattuso e nel contempo garantirne la lubrificazione oculare, desisterò. Anche perché aben vedere la messa in atto di una simile progettualità implicherebbe la violazione di svariati articoli del codice penale che hanno a che vedere con il sequestro di persona, la violenza privata e una manciata di altre bizzarrie legali contrarie a un concetto più flessibile di giustizia. Non posso però esimermi dall'accondiscendere le inclinazioni dei più incalliti cinemasochisti. Per cui  eccovi più o meno sei minuti e mezzo tratti dal film incriminato. Chi ha il coraggio si sciroppi la lagna e poi giudichi in libertà la profondità della speculazione del Gattuso.


Accidie personali a parte, il meglio di sé il munifico Gattuso ce lo regala dopo. Ecco come descrive il lavoro di Corbijn: « Se però vogliamo entrare nel territorio della provocazione, allora diciamolo: il film più corto della storia l'ha fatto un olandese, e alzi la mano chi pensa di batterlo. Il suo film dura un secondo netto, praticamente uno starnuto. Realizzato dal regista Anton Corbijn, prodotto dall'agenzia di comunicazione KesselsKramer, si intitola "Smallest Shortest Film" e, come si può evincere, non solo ambisce al record di brevità, ma anche a quello della dimensione. Perché è piccolo come un francobollo. A dirla tutta, il film ha una durata effettiva, nella scarnissima trama, di un secondo, ma tra sigla iniziale e finale, raggiunge la considerevole lunghezza di trentotto (38) secondi. Ed eccolo qui
Sfido chiunque a comprendere di cosa si sta parlando facendo riferimento al solo verbo di Gattuso. 
In realtà si tratta di un'operazione della Poste Olandesi che, utilizzando la tecnica della stampa lenticolare, ha prodotto 350.000 copie di un francobollo che racchiude The Smallest Shortest Film. In pratica sono una trentina di fotogrammi che possono essere visti in sequenza semplicemente cambiando leggermente l'angolo di visione del francobollo. Avete presente certe terrificanti cartoline degli anni Sessanta-Settanta in cui a seconda dello spostamento del punto di vista o della cartolina si vedeva Cristo in croce aprire o chiudere gli occhi? Ecco il principio è quello, ma la tecnica decisamente più sofisticata, soprattutto nella riduzione dello spessore. 
L'operazione richiesta dalle poste Olandesi è stata commissionata alla KesselsKramer cui è stato chiesto di generare una nuova idea per un francobollo. L'agenzia ha affidato ad Anton Corbijn il compito delle riprese e questi ha ritratto in una trentina di scatti una breve interazione con la modella, l'attrice Carice van Houten. Il claim che conferisce appeal all'operazione  recita The Smallest Shotest film, il che probabilmente spiega la scelta di Yahoo di dare visibilità alla notizia. Prima di lasciarvi a quanto pubblicato su Vimeo dall'agenzia olandese, una piccola notazione. Il video in questione risulta caricato due volte, la prima volta dieci mesi fa e la seconda appena nove mesi fa: quando si dice cavalcare la notizia...




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domenica 24 luglio 2011

Frank Horvat: una sfida continua


Quando lo incontri l’ultima cosa che ti verrebbe in mente, se non avessi letto la sua biografia, è che Frank Horvat possa avere ottantre anni. Classe 1928, se fosse nato oggi sarebbe croato, ma per le dinamiche storiche è nato in Italia ad Abbazia, oggi Croazia con il nome di Opatija. 
Il fisico non tradisce l’età, almeno a prima vista. Alto, ancora atletico, voce ferma, sguardo sicuro, nessuna esitazione quando si muove. Si vede che una carriera di sessantacinque anni dedicati interamente alla fotografia aiuta a mantenersi in forma. Quando poi inizia a parlare, con voce calma e ferma ti rendi conto che non è solo una questione di aspetto: anche la mente è agile e scattante, pronta a raccogliere nuove sfide con il gusto dei vent’anni. 
L’entusiasmo che dimostra nei confronti delle possibilità espressive offerte dalle nuove tecnologie e la lucidità con cui vengono esaminate e abbracciate dovrebbe far riflettere molti giovani e giovanissimi che ritengono di padroneggiare le tecnologie informatiche più evolute, ma in realtà non controllano che i comandi delle funzioni, senza avere la minima idea di cosa farne. 
Frank Horvat ha invece ben chiaro che i nuovi strumenti sono funzionali ad allargare la sua capacità di esprimersi, a portare a termine i suoi progetti. Mi ha dedicato parte della sua mattinata e gliene sono grato. Non solo per il tempo che mi ha messo a disposizione. 
Gli sono grato per il modo aperto al confronto, l’entusiasmo e la voglia di mettersi di continuo in discussione, perfino con me che potrei essergli figlio e poco potrei aggiungere al suo modo attento di guardare il mondo.
Gli sono grato per avermi mostrato il suo ultimo lavoro in cui nega l'istante decisivo e di cui parla nell’intervista, ma che giustamente non mi ha permesso di riprendere essendo ancora in fieri.
Gli sono grato per avermi per avermi aperto il suo iPad e offerto la visione del modo in cui la sua mente collega le circa duemila fotografie che ritiene degne di essere mostrate con tutto il lavoro di progettazione che c'è dietro e che compiuto finito solo tra qualche mese.
Gli sono grato per la fiducia che implicitamente mi ha accordato rivelandomi tutto questo e per aver ascoltato con attenzione e pazienza i miei commenti e le mie considerazioni. 
Gli sono grato per avermi dimostrato che quando si continua a guardare il mondo con curiosità e voglia di raccontare e raccontarsi, allora davvero l’età anagrafica conta davvero poco.
Anzi a volte il sostegno dell’esperienza, non è che uno stimolo in più verso il nuovo e l’inesplorato. Le battute di aperture e di chiusura dell’incontro che, attraverso il video pubblicato qui sotto, voglio condividere con voi, credo ne siano la testimonianza più vivida. Buona visione.



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sabato 23 luglio 2011

Il dilemma della sequenza: istinto o razionalità?


Nei giorni scorsi, non meno di una ventina per chi legge, sono stato a Roma per una conferenza su Raymond Depardon al Forte Prenestino, all‘interno della programmazione di OcchiRossi Festival. Per non arrivare in ritardo da Milano ho preso un treno che mi ha permesso di arrivare a destinazione con un ampio anticipo, cosa che mi ha consentito di assistere all’incontro con Maurizio Cogliandro, giovane autore di Bracciano distribuito dall’Agenzia Contrasto.
Perché raccontare questa storia? Perché durante l’incontro con Cogliandro mi sono interrogato sulle ragioni della potenza del suo lavoro. Mentre le foto scorrevano sullo schermo avevo la netta sensazione di essere entrato in contatto con una forza atavica, quasi selvaggia, legata a pulsioni ancestrali. Per questo mi sono chiesto quale fosse l’origine di tutto questo: le singole immagini o altro. La risposta che mi sono dato è che parte, una parte importante, dell’energia generata da quelle fotografie derivava dalla singolare messa in sequenza. Cosa che in se non mi stupisce, al di là delle parole del fotografo che nella sua presentazione sembrava voler rifiutare sostanzialmente l’approccio più razionale al problema editing. La mia difficoltà non era tanto nel riconoscere lo schema quanto piuttosto nell’identificare lo schema che rendeva possibile il risultato. Di fronte alle immagini di Cogliandro mi sono trovato spiazzato e indifeso perché quel lavoro aveva palesemente delle precise strutture intorno alle quali si articolava. Il problema (per me) consisteva nel fatto che si non trattasse di strutture consuete e basate su associazioni meramente logiche. I collegamenti e le transizioni tra ogni immagine e la successiva erano a un livello, se mi è consentito usare questo termine, primordiale. Il che significa che il messaggio contenuto nelle immagini arrivava direttamente alla pancia senza i filtri protettivi che la ragione riesce a costruire e che personalmente mi sono molto cari. Provo a spiegarmi meglio. Normalmente quando lavoro su una sequenza cerco sempre di creare associazioni logiche basate su forme, contenuti, colore. Riferimenti abbastanza oggettivi che poi vengono utilizzati per restituire emozioni, sensazioni o informazioni in funzione della loro sequenza e di ciò che voglio raccontare. Niente di diverso a quello che si fa quando si scrive qualcosa in modo minimamente ragionato. Quello che stavo vedendo invece non mi era possibile inquadrarlo nello stesso modo, ma in compenso avvertivo la presenza molto forte di una struttura rigorosa almeno quanto quelle che sono abituato ad utilizzare. Un’esperienza gratificante per gli stimoli che è stata in grado di offrire, ma come spesso accade non si è conclusa in se. Il giorno successivo infatti avevo un secondo impegno nella Capitale: la giuria del concorso Rosso Piccante, che quest’anno ha voluto affrontare con un certo coraggio il tema delle storie fotografiche. Il che ovviamente significa lavorare sulle sequenze di immagini. E anche questo a fronte dell’esperienza precedente ha avuto il suo significato. In giuria ci siamo infatti trovati a discutere sulla coerenza delle sequenze trovandoci d’accordo sul fatto che il problema di molti lavori presentati, consisteva proprio nella fase di editing, che aveva portato a selezione un numero sbagliato di fotografie (a volte troppe a volte troppo poche) per raccontare le singole storie. Una volta individuati comunque i tre premiati che emergevano per la qualità generale dell’elaborazione narrativa, ci siamo trovati a selezionare un certo numero di autori da portare in mostra a fianco ai premiati. Per esigenze connesse alla logistica il problema era di limitare a quattro le immagini degli autori non premiati (mentre quelli premiati vedranno esposti i lavori nella loro interezza). A questo punto è emersa la necessità di scegliere le fotografie. Dopo un po’ di lavoro (un po’ tanto a dire il vero) ci siamo trovati difronte a sequenze di quattro foto che spesso mostravano una qualità estetica e narrativa superiore a quella dei lavori premiati. Ora liquidata velocemente la questione tecnica (ovvero i lavori erano da premiare nel loro complesso così come li aveva proposti il loro autore e non come risultavano in funzione di interventi esterni di addetti ai lavori), rimaneva in evidenza il problema della gestione delle immagini nel momento in cui queste devono lavorare non più isolatamente, ma insieme ad altre in un racconto organico. Ovvero è emersa con tutta la sua evidenza la desuetudine a pensare le fotografie come racconto e non come episodi singoli. In questo senso, ripensando all’esperienza con Cogliandro, mi sono sentito molto vicino a quanti hanno partecipato al concorso e che probabilmente, quando vedranno le selezioni fatte, troveranno che le proprie immagini hanno acquisito valore, ma probabilmente non saranno nell’immediato coscienti di cosa le fa funzionare meglio rispetto a prima. Riflettendo sull’importanza della messa in sequenza per riuscire a raccontare qualcosa con le fotografie non credo sia possibile arrivare a una posizione univoca. Per quanto sia banale, la soluzione migliore non che consistere nel miscelare l’approccio tecnico-razionale che si basa su associazioni pure di forme, linee e colori a quello più istintivo e intimo. Solo quando si riesce a mettere insieme testa e pancia si ottiene un lavoro che coinvolge chii si appresta a leggerlo. Occorre certo studiare come hanno lavorato altri fotografi (cosa che purtroppo fanno in pochi), ma al tempo stesso bisogna imparare riconoscere il proprio sentire per conferire qual qualcosa in più, quel qualcosa che appartiene profondamente. Altrimenti il rischio rimane quello di produrre solo caos o nella migliore delle ipotesi una imitazione più o meno riuscita di modelli già proposti da altri e come tali non necessariamente funzionali alle nostre necessità espressive.





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venerdì 22 luglio 2011

Pensieri non conformi

Arles. Tranquilli l'epopea di Arles finisce qui. Da domani niente più video traballanti figli della sperimentazione in un campo che non mi è proprio e niente più più pipponi a sostegno della gallica cultura fotografica. Da domani appunto, ma oggi vi tocca l'ultimo sproloquio, con l'unico vantaggio dell'assenza  del video. Per questo potete ringraziare l'autonomia della batteria del fantastico oggettino da tasca che mi accompagnato nella settimana arlesiana, che non permetteva di registrare più di tre giga di video senza essere ricaricata. 
Ora che siamo arrivati alla fine possiamo ripartire dall'inizio. Non conforme è il titolo della presentazione nonché il motivo ispiratore della manifestazione di quest'anno. Interessante provocazione, assai poco chiara nelle intenzioni se non si visitano le mostre dal vivo. Ma è anche questa è una specie di tradizione che si perpetua ogni anno prima della partenza dopo aver letto presentazioni, comunicati stampa e tutti i materiali che dovrebbero riuscire a farti arrivare con un minimo di preparazione e che invece ti lasciano in genere nel marasma più assoluto per assumere un minimo di senso solo dopo che hai visitato più o meno una metà delle mostre. La manifestazione di quest'anno ha preso come spunto la fotografia vernaculaire, che potremmo tradurre con dialettale, ovvero quella fotografia che prende spunto da se stessa, ma come una lingua viva si contorce e i trasforma sempre su stessa dando vita a declinazioni altre. Alcune vicine alla lingua ufficiale, altre meno o sempre meno vicine. Vorrei iniziare da una considerazione che prende spunto da brano (che al solito provo a  tradurre estemporaneamente e pedestremente) della parte finale della presentazione di François Hébel, direttore dei Rencontres d’Arles : «Dopo dieci anni in cui talvolta sono sembrate scelte fragili, a volte esoteriche, presentazioni non accademiche, alcuni si domandano regolarmente se la foto-grafia non sia un genere superato. Eh no, non è mai stata così dinamica, varia, libera, significativa. I suoi territori si spostano, i suoi strumenti si moltiplicano e il pubblico che si interessa ad essa o che la mette in atto aumenta esponenzialmente. La fotografia è divenuta la prima pratica culturale in Francia, secondo uno studio del Ministero della Cultura.» Per amor di dignità più che di Patria credo che queste parole non necessitino di commento soprattutto se riflettiamo su quanto accade dalle nostre parti in termini di discussione sulla cultura delle immagini.
Dalla serie D'une tristesse à l'autre. © Marin Hock,2008.
Meglio passare a a qualche velocissima considerazione del tutto soggettiva su alcune delle  cose che maggiormente mi hanno colpito. Innanzitutto la selezione offerta dalla Galerie SFR Jeunes Talents Photo ospitata al Couvent Sanint. Césaire. In primo luogo con riferimento alle immagini di Marin Hock (Prix SFR Jeunes Talents 2011) ventiduenne belga con una profonda autocoscienza del suo ruolo di fotografo e una maturità espressiva che da insegnate mi piacerebbe incontrare almeno una volta nella vita. Quello che fa impressione nella sua serie D'une tristesse à l'autre è, oltre alla sicurezza dimostrata nelle immagini che propongono il racconto di un centro di psicoterapia, il rimando non so dire se cosciente o figlio di una avvenuta metabolizzazione alla grande fotografia psichiatrica di Raymond Depardon. 
Dalla serie Face à Face. © Françoise Beauguion, 2010.
Mi ha colpito anche la maturità espressa dalla sintesi e dalla distillazione di uno schema di presentazione assolutamente simmetrico e convincente nella sua semplicità anche il lavoro Face à Face di Françoise Beauguion. Venticinquenne anche lei dimostra un approccio sistematico alla composizione in cui la serialità si esprime al suo massimo all'interno di uno schema che sempre la frustrante esperienza di insegnante dichiara assai complesso da far assorbire ai nostri giovani fotografi. inutile dire che all'interno di una conversazione estemporanea avvenuta per le vie di Arles ho sentito bollare questo lavoro come la solita esibizione di gente che guarda di qua e di là... Potrei perfino essere parzialmente d'accordo, ma per esserlo vorrei trovare un po' più di gente che si ponga il problema di produrre un lavoro almeno formalmente ineccepibile come questo.
La sala della Chappelle de Saint-Martin du Méjan
con la mostra di Miguel Barcelò e Douglas Gordon.
Momento interesante anche durante al visita alla Chapelle Saint-Martin du Méjan che ospita la mostra deidicata a Miguel Barcelò e Douglas Gordon. Il primo, alchimista virtuoso (per usare la definizione dei redattori dei testi presenti in mostra)  dipinge alla cieca su una tela tela di lino nera che reagisce chimicamente alla candeggina  per rivelare solo alla fine del lavoro i tratti dipinti dall'autore. Quale metafora più sublime della fotografia chimica che perde nell'opera di Barcelò i suoi connotati di riproduzione meccanica? Douglas Gordon, oltre video 24 hour Psyco del 1993,  propone  invece ritratti fotografici di star in cui l'intervento dell'autore si concretizza in bruciature che ditruggono parte della superficie del ritratto che viene poi posizionato su specchi e esposto in modo che chi osserva possa vedersi perfettemente riflesso nelle aree bruciate. È automatico che si inneschi un... gioco di identificazione e adattamento con il soggetto originariamente raffigurato. L'effetto è straniante, anche perché ad essere bruciati e quindi asportati sono sempre parti significative che da spettatori si cerca di riempire con il proprio volto, quasi a voler sanare la ferita prodotta dall'autore, che in realtà ci mette davanti alla razionalizzazione dell'operazione che compiamo inevitabilmente quando ci troviamo davanti a un'immagine. La nostra immagine riflessa nello specchio diventa quindi espressione della sincronicità del nostro processo interpretativo, frutto del vissuto e dalle nostre conoscenze sincroniche. Senza contare a un livello più superficiale l'effetto destabilizzante provocato dall'interazione tra il ritratto proposto, la propria immagine e il sapere che tutto questo è frutto della volontà dell'autore. Volontà all'interno della quale conserviamo una capacità di esercitare il libero arbitrio accettando o rifiutando di farci un autoritratto insieme a lui. Niente che non fosse già stato visto in forma più o meno esplicita, ma qui dichiarato senza possibilità di sfuggire al progetto autoriale.
Douglas Gordon, Self portrait of you + me (Marlene Reinaud), 2008.
Photographie brûlée et miroir offert en 2008 par l'artistà la collection Lambert en Avignon.

Prima di chiudere un doveroso omaggio alle capacità (e un po' anche alla follia) di Wang Qingsong e della sua Histoire des Monuments allestita preso l'Église des Trinitaires. Entrando la chiesa sconsacrata appare vuota, quantomeno rispetto all'abituale rigoglio espositivo che ogni anno la anima da luglio a settembre. Dopo un po' ci si accorge che l'opera dell'autore cinese parte da sinistra e percorre come un lungo nastro unico l'intera navata e e gira nell'abside. A ingannare è il colore della lunghissima stampa che è molto simile a quello della pareti della chiesa e il raffinato lavoro di emulazione dei bassorilievi. Esaminando con cura si scopre che i personaggi sono attualizzati con oggetti che non appartengono per chiari motivi cronologici all'arte classica. 
Un particolare di Histoire des Monuments di Wang Qingsong.

Un video al centro della sala mostra le fasi di lavorazione che hanno portato alla realizzazione della faraonica opera. Oltre duecento figuranti sottoposti a tortura per una quindicina di ore, uno staff di tecnici per realizzare le singole immagini che compongono l'opera nel suo stato finale e tanta comprensione per i poveracci costretti a incastrarsi, coperti di una specie di fanghiglia repellente, per tanto tempo piazzati  scomodissime posizioni all'interno di buchi più o meno preformati fatti in enormi pareti realizzate per l'occasione. 
La realizzazione di Histoire des Monuments.
Con il suo lavoro Wang Qingsong, artista quarantatacinquenne nato nella provincia di Heilongjiang e che attualmente lavora a Pekino,  vuole esporre il suo punto di vista circa il modo in cui viene raccontata la civilizzazione, le norme e i canoni della bellezza e della virtù. Il tutto si rifà alla tradizione cinese per cui la trasmissione dei fatti da una generazione alle successive è accompagnata da documenti relativi ai personaggi storici o della letteratura in cui i personaggi che detengono il potere hanno l'abitudine di riassumere le loro gesta. E ogni dinastia ha sempre interpretato se stessa in modo differente e spesso contraddittorio rispetto alle interpretazioni precedenti. Da questo ragionamento nascono una serie di interrogativi che esulano ampiamente il contesto puramente cinese e possono essere senza problema alcuno esportate in tutto il mondo per esortare alla riflessione sul valore dell'informazione e dei contenuti che essa trasmette sia nel contesto contemporaneo sia in quello storico di più ampio respiro. Il discorso peraltro riporta al ruolo sociale attivo dell'artista che si fa interprete del proprio tempo e delle sue liturgie, invitando a prendere una posizione meno acritica nei confronti del potere inteso in senso generale.
Un lavoro, per chiudere l'argomento, che si presenta nel suo insieme come delirante a livello realizzativo, condotto con metodi molto asiatici di gestione delle masse che fanno venire il sospetto che i redattori della redazione della Convenzione di Ginevra potrebbero avere qualche riserva sull'operato di Wang Qingsong. Al di là della facile ironia sul processo produttivo dell'opera, il risultato finale visto dal vivo è impressionante e assolutamente da non perdere se si passa per Arles prima della fine del 18 settembre.
L'ingresso di What Next? realizzata da FOAM.
Mi piace infine salutare da Arles con gli interrogativi posti dalla mostra What Next? realizzata da FOAM alla Bourse du Travail. Di tutte le esposizioni viste sicuramente la più concettuale e la meno fotografica. Oggetto del progetto sviluppato da FOAM, per celebrare il suo decennale, sono gli interrogativi sul possibile futuro dell'immagine fotografica all'interno di una società che, come il medium oggetto dell'indagine, è in piena trasformazione. Le domande sono poste ad artisti, critici, curatori, docenti universitari e autori ai quali viene chiesto di interrogarsi sul possibile futuro della fotografia. Si potrebbe discutere a lungo sulle risposte e sul loro senso, ma il discorso sarebbe infinitamente lungo e per il momento l'ho già tirata alle lunghe molto più del sopportabile. Mi piace lasciarvi con una delle domande che per interessi personali mi hanno colpito maggiormente. A voi trovare una possibile risposta.
Dalla mostra What Next? realizzata da FOAM alla Bourse du Travail di Arles.



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mercoledì 20 luglio 2011

Il punto della situazione: From here on...

Arles. Mentre in certi ambiti ci si chiede ancora se sia meglio la pellicola o il digitale, c'è chi, preso definitivamente atto, di come sono andate le cose, cerca di fare il punto della situazione. Tra questi i soliti nomi noti nel mondo della fotografia che pensa e si fa domande: Clément Chéroux, Joan FontcubertaErik Kessels* e Martin Parr. E dalle domande che questa brava gente si è posta è nata la mostra From here on... che si può visitare all'Atelier de Mécanique. Il luogo, come sempre suggestivo, è stato allestito circondando l'area espositiva con cospicue  grate metalliche. Per oltrepassarle è necessario passarci letteralmente sopra. Ovvero salire una scala che porta in cima ad un soppalco metallico dove vengono controllati i biglietti, per poi poi scendere una seconda scala e trovarsi all'interno della mostra. Il tutto ricorda a primissima impressione un carcere o un campo di concentramento dall'esterno del quale è possibile spiare al vita dei prigionieri che si aggirano tra le immagini che a loro loro volta sembrano articolarsi in membrane che isolano fra loro gli individui. Fatte salve le considerazioni sull'opportunità di una soluzione del genere ai fini della sicurezza, quando si accede alla mostra si ha davvero l'impressione di immergersi all'interno di una realtà parallela visibile solo dall'esterno fino a poco prima. A rafforzare la sensazione di ingresso in un'altra dimensione l'arco che accoglie i visitatori come all'ingresso di una città antica. O per riprendere la metafora di poco fa, di una moderna prigione. 
Il manifesto della mostra
From Here On...
Ai lati di questo ingresso ufficiale possiamo leggere oltre alle generalità degli illustri curatori, un vero e proprio manifesto relativo alla progettualità  che sottende la mostra. Scusandomi in anticipo per la traduzione estemporanea e un po' pedestre, eccone il contenuto: «Ora, siamo come editori, tutti  noi ricicliamo, tutti facciamo dei copia e incolla, tutti uploadiamo e misceliamo. Possiamo fare alle immagini qualsiasi cosa. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un occhio, un cervello, un apparecchio fotografico, un telefono, un computer, uno scanner e un punto di vista. E quando non non editiamo, creiamo. Noi creiamo più mai, perché le nostre risorse sono illimitate e le possibilità infinite. Internet è piena di ispirazioni, di profondità, di bellezza, di fastidio, di ridicolo, di volgare, di dialettale  e d'intimità. I nostri piccoli apparecchi catturano senza sforzo la luce più viva come l'oscurità più densa. Questo potenziale tecnologico ha delle ripercussioni estetiche. Trasforma l'idea che ci facciamo della creazione. Ne risultino dei lavori che assomigliano a dei giochi, che trasformano il vecchio in nuovo, rivalutano il banale. Dei lavori che hanno una storia, ma si iscrivono pienamente nel presente. Noi vogliamo dare a questi lavori un nuovo statuto. Perché le cose saranno diverse a partire da adesso.»
Al di là della forma enfatica che rimanda ai manifesti di inizio novecento con tanto di evoluzioni tipografiche, il contenuto della mostra è decisamente interessante. Certo non ci si deve avvicinare avendo in mente canoni estetici classici e tantomeno parafotografici. Ma il valore delle riflessioni che la mostra costringe a fare è indubbio. Già dall'allestimento siamo portati a farci delle domande sul modo in cui viviamo il nostro essere assediati dalle immagini e l'essere al tempo stesso artefici, o almeno partecipi della realizzazione di quell'assedio che contribuiamo ad alimentare ogni volta che produciamo in qualche modo un'immagine.  Fermarsi, estraniarsi e uscire per qualche istante dal vortice in cui siamo presi, dal flusso che noi stessi rendiamo sempre più potente, permette di prendere le distanze e forse iniziare a capire qualcosa. I criteri della catalogazione una volta esplicitati come chiave di ricerca permettono infatti di misurare il livello di omologazione che sono in grado di produrre. Ne è un  esempio l'interminabile sequenza di balde fanciulle sculettanti che si esibiscono in danze più o meno improbabile a beneficio della webcam e di un pubblico non identificabile a priori. Ma attenzione a non cadere in ipocriti moralismi che conducono a immancabili condanne aprioristiche. Non è prendendosi gioco della superficialità di queste... creature che aiutiamo la nostra comprensione. Ridurre tutto all'omologazione e chiudere lì il discorso non porta da nessuna parte.  Se il senso del relativo ci assale (ad esempio davanti alle immagini di Walker Evans che prelevate dalla rete e ridotte alla stessa dimensione di stampa mostrano trasformazioni inaspettate mettendo a repentaglio la stessa riconoscibilità dell'immagine)  non dobbiamo dimenticare che a fronte dell'omologazione, della perdita di certezze più o meno affidabili, c'è comunque un processo generale di formazione di una coscienza comune, anche se nelle sue forme non coincide con quella che siamo abituati a gestire. 
E allora quello che dovremmo chiederci mentre giriamo per l'Atelier de Mécanique è fino a che punto quel turbinio di immagini che subiamo e che produciamo non influisce sulle modalità in cui nasce e si sviluppa nostro pensiero e conseguenzialmente la nostra esistenza? Fino a che punto tutto questo è un gioco? Cos'è veramente la società che produce pareti di tramonti tutti uguali o esibisce organi sessuali avulsi dal contesto di appartenenza all'individuo che ne è portatore e la cui ripetizione finisce per annullare ogni individualità?
Forse dovremmo semplicemente prendere coscienza dell'assunzione di responsabilità implicita in ogni azione visiva che compiamo. Fare una fotografia e uploadarla, non è un gesto privo di conseguenze. In ogni caso unendosi ad altre cellule  creerà un corpo vivo di miliardi e miliardi di altre immagini, all'interno delle quali si evolverà un processo di pensiero collettivo. E potrà essere una cellula sana che contribuisce alla rigenerazione del corpo, o una cellula tumorale che finirà per consumare il corpo. Veicolare, raccogliere, produrre, fruire, modificare immagini sono tutti aspetti di uno stesso processo che per la sua immensità tende a sfuggire tanto alla nostra vista quanto alla nostra comprensione immediata. Forse è il caso di cominciare a prendere atto della sua esistenza. Provate! E... scommettiamo che dopo il gesto ossessivo di Clement Dullaart che trasforma se stesso in un salvaschermo umano (lo trovate alla fine del video qui sotto) smetterà di farvi sorridere per la sua stupidità e vi obbligherà a riflettere un po' di più?




Se cliccando il link di Erik Kesseles doveste avere la sensazione che il vostro computer e il relativo browser siano definitivamente impazziti, non vi preoccupate, il problema psicotico non è ne vostro dei vostri strumeti informatici. Si consiglia di ricaricare più volte la pagina.

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domenica 17 luglio 2011

Chris Marker: il lato reale del surreale


Arles. Il suo nome lo abbiamo almeno letto quasi tutti, o  per lo meno quelli che hanno avuto la sfortuna di vedere Twelve monkyes (L'esercito delle 12 scimmie). Infatti, dopo un paio d'ore in cui al ruvido Bruce Willis ne capitano di ogni come solo in un copione hollywoodiano può accadere, proprio mentre scorrono i titoli di coda e tutti sono già in piedi per andarsene, ecco che sullo schermo viene ricordato il debito che Janet e David Webb Peoples (gli sceneggiatori) hanno contratto nei confronti di Chris Marker e del suo celeberrimo  La jetée*. È probabile però che in pochi si ricordino il nome di Chris Marker, a meno di non nutrire interessi specifici o di non essere stati tanto sfortunati da incappare in uno dei corsi di Comunicazione visiva tenuti dal sottoscritto.
Dalla serie Passangers, 2088-2010. © Chris Marker.
Bene, in ogni caso l'edizione 2011 dei Rencontres d'Arles, la quarantaduesima, ha dedicato una delle mostre più importanti proprio a una retrospettiva sul lavoro di questo poliedrico autore. Oltre trecento opere, realizzate tra il 1957 e il 2010, sono esposte infatti al Palais l'Archévêché, nella centralissima Place de la République. Entrando nelle sale espositive si è accolti da Coréennes , una serie di immagini realizzate nel 1957 in Corea del Nord da Marker, uno dei pochissimi giornalisti autorizzati a esplorare il paese. Lo spaccato che emerge dalle immagini è quello di una quotidianità scarsamente conosciuta all'occhio occidentale dell'epoca, all'interno della quale è a volte difficile intuire la durezza del regime. La straordinarietà delle immagini non consiste certo nel loro portato estetico, sostanzialmente mediocre a mio personale giudizio, quanto piuttosto nella difficoltà implicita nella realizzazione di un lavoro di questo tipo all'interno di un paese governato da una dittatura estremamente rigida, anche nei confronti dell'impiego delle immagini. Per certi versi può risultare divertente il fatto che questo lavoro riuscì in qualche modo a mettere d'accordo nell'unanime critica tanto la Corea del Nord quanto quella del Sud. Da una parte perché le immagini non contenevano il dovuto omaggio al dittatore Kim Il-Sung, dall'altra in quanto rappresentavano la realtà del Nord, condizione ritenuta già di per sé sufficiente a renderle censurabili. 
Dalla retrospettiva dedicata a Chris Marker
© Chris Marker.
Particolarmente ampia la sezione dedicata a Passengers, 2008-2010, sei pareti colme di fotografie riprese all'interno della metropolitana di Parigi il cui allestimento, tendenzialmente claustrofobico, riesce a richiamare, con modalità che sfuggono alla sfera razionale per affondare direttamente in quella emotiva, lo scorrere della vita all'interno e all'esterno dei vagoni. Come nella realtà di uno spostamento in metropolitana, stando all'interno della sala si è infatti circondati di volti sconosciuti, che ci sfilano di davanti e che non riusciamo a identificare se non per una precisa scelta in questo senso. Riecheggiando una frase di Cocteau, secondo il quale durante la notte le statue scappano dai musei per andare passeggiare nelle strade, Marker afferma di ritrovare talvolta nei volti dei passeggeri della metropolitana parigina i modelli dei grandi maestri della pittura. 

Dalla retrospettiva dedicata a Chris Marker
© Chris Marker.
Nascono così le serie After Dürer, Silent Movie e Les hommes creux in cui Marker affronta l'universo sensibile attraverso la  ricostruzione di un suo percepito all'interno del quale avvendono una sorta di rincasellamento dei codici visivi e una catalogazione dei volti in cui si esperisce e metabolizza, rideclinandola al presente la storia dell'arte occidentale con tutto il suo portato. Grazie anche al già citato allestimento la sensazione è quella di poter magicamente penetrare all'interno del solitario universo visivo e visionario dell'autore, con un effetto full immersion in cui si colgono le forti istanze interrogative nei confronti del valore del tempo. Proprio per questo se si visita la sala dove ha luogo la proiezione de La jetée dopo aver camminato tra i volti di Passengers, si riesce a cogliere ancor più forte del solito la grande domanda sul valore del tempo che sembra legare buona parte del lavoro di Marker.
Qui sotto come al solito ormai in questi veloci report da Arles, il video con le immagini della mostra.




* La jetée, è un cortometraggio di Chris Marker interamente realizzato, nel 1962, con immagini fotografiche in bianconero (e un brevissimo spezzone di girato cinematografico)Interamente realizzato in bianconero ha una  durata di circa 26 minuti. Di seguito i link alle tre parti in cui è possibile reperire il cortometraggio su Youtube: parte primaparte secondaparte terza. In tutto sono solo 26 minuti.  


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venerdì 15 luglio 2011

¡Qué viva México!: la fotografia messicana ad Arles 2011


Arles. In memoria di Sergei Eisenstein verrebbe da scrivere  Да здравствует Мексика!  (¡Qué viva México!) dopo aver visitato la ricchissima serie di mostre dedicate alla fotografia messicana ai  Rencontres d'Arles. Come tradizione, una cospicua parte delle esposizioni è dedicata anche quest'anno a uno stato. E dopo Cina, India e Iran nel 2011 è la volta del Mexico. 
Alla mostra di Graciela Iturbide ho già dedicato un post in cui ho dato conto della nostra lunga conversazione, per cui non mi dilungherò oltre limitandomi, nel video a corredo di questo post a mostrare qualche immagine della visita guidata condotta dall'autrice il 7 luglio. Nella stessa sede espositiva, l'Espace Van Gogh, è poi possibile vedere la mostra la Mexique: Photographie et Révolution, un'interessante retrospettiva con documenti di grande interesse storico e iconografico. In particolare ho trovato interessante le sezioni in cui vengono mostrati gli utilizzi della fotografia nel racconto del contemporaneo e la lucida coscienza dimostrata da grafici ed editori nella messa in pagina delle immagini. In essa si nota inequivocabilmente una straordinaria  chiarezza di intenti, soprattutto nell'esposizione dei corpi e della morte (vedi le immagini di Villa passato a... miglior vita) che appare esemplare sotto il profilo dell'impiego politico dell'immagine fotografica.
Arles, Église des frèeres Précheirs, l'allestimento
della mostra Gabriel Figueroa, La traversée d'un regard.
Della massima suggestione l'allestimento,  presso l'Église des Frères Précheurs, della mostra Gabriele Figueroa, la traversèe d'un  regard. L'impatto provenendo dalla luminosità esterna è straordinario. Lo slancio architettonico tra romanico e gotico, immerge lo sguardo verso l'alto a misurare l'ampiezza del buio punteggiato dagli schermi disposti lungo il perimetro interno. In quelle che devono essere state cappelle frammenti in loop di film di Luis  Buñel (di cui Figueroa ha curato la fotografia) si trasformano in altari laici dedicati all'immagine. La penombra cui man mano l'occhio si adatta è accarezzata da una  musica lenta ed evocativa che scandisce il rimando tra i due schermi più grandi su cui si disegnano volti e sguardi che amplificano gli spazi. La percezione del tempo diventa un'ipotesi. Man mano che gli occhi si abituano le postazioni di visione, corredate di testi esplicativi, emergono dal nero con il loro carico di spettatori. Scivolando verso il centro della sala ti ritrovi immerso in una sorta di effetto ipnotico per cui potresti rimanere ore a perderti nello sguardo di Figueroa. 
Decisamente una delle cose migliori viste in questa edizione dei Rencontres. A dimostrazione di come sia sufficiente non considerare la fotografia con sguardo miope per realizzare delle opere di assoluto valore espositivo e culturale. Un'esperienza che  consigli vivamente a chiunque ritenga di avere un minimo di interesse per l'immagine e si trovi a passare nei dintorni di Arles entro settembre.
Dissacrante invece la mostra Univers privés, illusions pubbliques, in cui Daniela Rossell scandisce le improbabili esternazioni private del potere economico delle classi più agiate in Messico. In un trionfo di cattivo gusto esasperato, i protagonisti sono incastonati nei loro ambienti intimi, di cui si riesce a non ridere solo in considerazione del fatto che il lavoro dell'autrice esclude di pensare il tutto come una farsa esasperata.
Un po' penalizzata dalla collocazione è invece a mio avviso la mostra di Maya Goded, che nelle sue due sezioni (Welcome to lipstick e Land of witches) affronta con immagini pacate e forti nel contempo temi antropologici che, da non messicano, ho trovato suggestivi e interessanti.
A penalizzare l'esposizione la vicinanza con la sala in cui era proiettato il lavoro di Dulce Pinzon (La véritable histoire des super-heros) dedicata ai lavoratori messicani emigrati negli States. Questi sono stati ritratti in contesti di assoluta normalità lavorativa, ma con indosso costumi sa super eroi. A primo impatto il mio giudizio è stato assolutamente negativo per la retorica sottesa dal connubio tra scelte estetiche, titolo e argomento del lavoro fotografico. Rendere persone che compiono lavori mediamente umili dei super eroi facendogli indossare dei costumi, mi è sembrata una sovrapposizione di segni intollerabile e grondante di una retorica buonista piuttosto infantile. A farmi rivalutare il lavoro però i dati relativi alla professione e alle cifre che queste persone riescono ogni mese a inviare a casa in Messico. Purtroppo nel video a corredo di questo post, le informazioni proiettate a fianco delle immagini scompaiono a causa di un gap di esposizione non risolvibile. Uscendo dalla sala di proiezione sono rimasto con una serie di dubbi sull'opportunità delle scelte di tipo estetico, ma il lavoro di Dulce Pinzon ha comunque il grande merito di indurre alla riflessione su realtà che senza andare negli Stati Uniti, possiamo verificare sotto i nostri occhi tutti i giorni anche nelle nostre città.
Nel Cloître SaintTrophime, in pieno centro, è ospitata la mostra di Fernando Montiel Klint (Actes foi) la cui esasperazione formale vorrebbe, a suo dire, mettere in luce gli aspetti più inquietanti della nostro vivere quotidiano. La costruzione cinematografica, se mi è consentito  riportare la definizione utilizzata dallo stesso autore (definizione che per altro mi rimanda immediatamente a Jeff Wall), è sicuramente di prima qualità e i rimandi a stilemi e stereotipi della fotografia pubblicitaria hanno indubbiamente un senso all'interno dell'impianto teporico che sottendenderebbe il lavoro. Ciò non di meno e nonostante la volitiva esposizione di Fernando Montiel Klint durante la visita guidata, la visione della mostra non ha fugato le mie perplessità sull'insieme del lavoro.
Come forti dubbi mi sono rimasti visitando, all'Atelier des Forges, 101 tragédies di Enrique Metinides. Un cartello all'ingresso della mostra avverte che le immagini possono risultare fastidiose per un pubblico sensibile. In effetti la cronaca seguita con attenzione regala spettacoli davvero poco piacevoli. In un florilegio di aerei accartocciati al suolo (dopo aver visto questa mostra semmai andrò in Messico mi terrò rigorosamente lontano da qualunque oggetto volante), spiccano immagini come quella di un bimbo con la mano finita nel tritacarne  e portato al pronto soccorso con l'utensile da cucina ancora attaccato al braccio, o meglio a ciò che ne rimane. E ancora una radiografia che mostra una bottiglia di tequila finita all'interno del bacino di un uomo a seguito di pratiche su cui è meglio stendere un velo di pudore o il ritratto di una donna morta in un incidente stradale in cui colpisce l'irreale la cura di acconciatura e trucco (era appena uscita dal parrucchiere per andare a registrare una trasmissione televisiva). Potrei continuare e non direi nulla che chiunque abbia un po' di pratica con la cronaca non conosca a perfezione indipendentemente da dove viva. La cosa che infastidisce, o perlomeno che ha infastidito me, è l'esibizione di didascalie che ironizzano, quando non cercano di fare del discutibilissimo umorismo, sulle situazioni narrate dalle immagini. Considerato che in linea di massima ci si trova di fronte a qualche tragèdie, la cosa non mi sembra espressione di particolare buon gusto. Che poi Metinides possa essere un grande fotografo di cronaca, un catalogatore che riesce a cogliere una strana poesia della morte, non lo metto indubbio, ma c'è una morbosità di fondo in questa mostra che mi irrita a partire dal titolo che le è stato assegnato.
Tante parole e nessuna immagine per raccontare le mostre messicane di Arles 2011?
No, no, basta cliccare come al solito il video qui sotto.



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