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giovedì 3 gennaio 2008

Fiction o reportage?

No, nonostante il titolo non voglio parlare delle grandi tematiche inerenti il fotogiornalismo. Pensavo solo di raccontarvi un episodio che mi ha molto colpito nell’ultima settimana di insegnamento, di reportage lo ammetto. Di fronte a un esercizio di progettazione di un servizio fotografico, mi sono trovato improvvisamente, nel senso che finora non era mai accaduto, davanti a studenti appartenenti a classi differenti che non riuscivano a distinguere tra il concetto di fiction e quello di reportage, inteso evidentemente come testimonianza di avvenimenti realmente accaduti. Non mi sento di risolvere la questione attribuendo un livello di concentrazione particolarmente basso ai ragazzi in questione, che per altro si sono resi velocemente conto che il loro progetto avrebbe potuto anche funzionare per la sceneggiatura di un film, ma sicuramente non si attagliava all’idea di reportage. Credo che ci sia un problema molto più profondo e diffuso se persone che frequentano gruppi differenti, provengono da esperienze personali che non hanno alcun punto di contatto e non si conoscono nemmeno, finiscono per incappare nella stessa errata tipologia interpretativa rispetto a un problematica di per sé evidente. Mi vien da pensare ad esempio che l’attitudine a confondere la realtà con la finzione nella programmazione televisiva, possa essere fortemente responsabile in questo senso, avendo anestetizzato le menti al punto da non permettere più di identificare la linea di confine in cui inizia la distinzione tra le immagini che vengono dal mondo reale e quelle che provengono dal grande universo dell’immaginario. Di fatto e senza fare la solita tirata sterile contra televisione, c’è davvero di che essere preoccupati se persone che nutrono interessi specifici non riescono a discriminare tra il racconto giornalistico e quello di intrattenimento. Anche perché se un meccanismo del genere si attiva in fase di progettazione, dove i tempi di ragionamento sono particolarmente estesi, cosa accadrà mai quando invece che emittenti le stesse persone divengono destinatarie della comunicazione? E a quelli che nemmeno si occupano di giornalismo o di comunicazione in generale? Finiremo tutti per non distinguere più tra un telegiornale e una telenovela? Il rischio mi sembra davvero consistente e le prospettive di controllo socio-politico-economico che si sviluppano a partire da ciò sono decisamente inquietanti. Ecco perché forse dovremmo imparare a leggere meglio le immagini che vediamo o che produciamo… non sono necessariamente innocenti…

Sandro Iovine

n.189 - gennaio 2008





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sabato 15 dicembre 2007

L'estasi del 2000


Cinque o seicento anni fa, scrive Clara Jeffery presentando Game Boys su Mother Jones, queste espressioni le avremmo potute trovare in un quadro di Raffaello o di Guido Reni. In effetti decontestualizzando le immagini, dimenticando quindi che si tratta di adolescenti intenti a prendere decisioni di gioco di fronte ad un terminale di computer, l’aspetto estatico e adorante si potrebbe ben ritrovare in gran parte della iconografia occidentale a sfondo religioso. Ci sono indubbiamente margini di riflessione in questo lavoro di Shauna Frischkorn, professore associato presso la Pennsylvania's Millersville University. A livello puramente iconografico si potrebbe notare come l’atteggiamento estatico, sotteso dall’epifania del Divino, venga assegnato all’applicazione nei confronti della risoluzione di un videogioco. Considerazione che trasferita su un piano sociologico potrebbe interpretarsi come la fenomenologia di una sostituzione di valori traslati da un livello mistico ad uno estremamente materiale.

La prima e più scontata associazione di idee che può nascere sotto il profilo puramente iconografico è la sostituzione di valori sottesa dall’atteggiamento estatico dei soggetti. Quasi a suggerire un trasferimento di valori in cui il ruolo di riferimento e guida assunto dalla religione, sia stato sostituito dall’applicazione indefessa all’esecuzione di un videogioco. Piuttosto interessante in chiave politica. Se infatti, in una lettura di questo tipo, alla religione e al suo apparato temporale si assegna un ruolo di ascesi spirituale per mezzo del quale viene esercitato il controllo sulla massa, analoga funzione potrebbe attribuirsi all’interno di un logica consumistica al ruolo dei videogames.

Il messaggio iconografico della pittura occidentale suggerisce per mezzo della rappresentazione estatica la funzione di elevazione dell’uomo attraverso la religione, simbolizzata nell’evento che suscita l’estasi. Nelle immagini della Frischkorn, invece è l’intensa applicazione al gioco il motore che suscita il rapimento mistico. Ma nello stesso tempo astrae il soggetto dalla sua realtà, lo catalizza, lo rapisce e lo rende disponibile in prospettiva alla manipolazione di pensiero finalizzata all’utilizzo economico o semplicemente ne fa uno strumento politicamente controllabile. Attraverso l’associazione iconografica è come se la Frischkorn volesse suggerirci il sorgere di una nuova religione, in grado di produrre altrettanta estasi di quanta non fossero capace di raggiungere i grandi mistici, ma con un’economia di scala assai più generosa. A volte è proprio vero che basta guardarsi intorno con attenzione per scoprire l’evidenza dei meccanismi di condizionamento che ci avvolgono quotidianamente con fattezze tutto sommato amichevoli.




Dall'alto:

C.J. Playing Enter the Matrix. © Shauna Frischkorn.

Brandon Playing Halo. © Shauna Frischkorn.

Todd Playing Test Drive. © Shauna Frischkorn.




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