lunedì 12 novembre 2007

Never Coming Home - Intervista con Andrew Lichtenstein







Never Coming Home
foto di Andrew Lichtenstein

Fino al 17 novembre 2007
Dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18
Sabato dalle 10 alle 12,30 e dalle 15 alle 17
Domenica chiuso

Galleria Grazia Neri
Via Maroncelli 14
Milano

tel. 02-625271






Never Coming Home
foto di Andrew Lichtenstein
testi di Andrew Lichtenstein
e Zachary Barr
Edizioni Charta s.r.l.
80 pag., 50 ill. colori, inglese
brossura formato 24x16cm
22,00 Euro


Sponsor tecnico la mostra è sponsorizzata da con la partecipazione di





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12 commenti:

Anonimo ha detto...

L'interesse scema di fronte all'angoscia.
Una nazione "votata per dictat" alla guerra che frutta l'incoscienza e l'indigenza di "teenager" e che non ha il coraggio di riconoscere le immagini di Lichtenstein mi lascia molto perplesso.
Non voglio scatenare un dibattito sul giusto e lo sbagliato nelle operazioni politiche americane, ognuno può vedere le cose come vuole, ma forse un'analisi più profonda del sentimento, non della politica e delle figure che la compongono, ma dei cittadini andrebbe sviluppata.
Mi torna in mente un buon film-documentario girato all'indomani dell'11 settembre dal titolo "Parallel line", in cui a colpo fresco americani di varie estrazioni rispondono alle domande della regista (Nina Davenport).
Risposte contrastanti a volte, ma contestualizzabili dal momento e dall'estrazione.
Sarebbe opportuno un remake a distanza, magari sottoponendo prima dell'intervista, immagini quali quelle del sopracitato, come nuovo "humus" su cui crescere le proprie opinioni, anche in virtù dei risultati politici conseguiti.
E qua, subentra un quesito fondamentale sulla percezione o l' informazione degli eventi, che per meglio intenderci sintetizzo in questa semplice domanda "Cosa conosce un cittadino realmente, sullo stato e sulle politiche della nazione in cui vive?" . sembra una banalità, ma io per una serie di semplici e futili circostanze mi sono posto alcune domande. Nonostante il continuo bombardamento mediatico di notizie, abbiamo noi una chiara immagine delle politiche intraprese dai nostri governi? Potremmo dire di si, ma siamo sicuri?
Come è possibile allora che all'interno di una semplice Chat di Viaggiatori ci sia puntualmente più di un soggetto (magari australiano o neozelandese) che ti chiede "come è adesso in italia?" non riferendosi al meteo, bensì al clima politico. Demenziale verrebbe da pensare, ma poi quando ti accorgi che la stessa persona ti aveva sconsigliato di andare in Birmania mesi prima degli ultimi drammatici eventi, ti chiedi da dove parte la sua analisi e sulla base di quali informazioni pone le sue domande. Non vorrei sembrare troppo pessimista, ma come per le malattie ci vuole un medico che analizza i sintomi dall'esterno, anche per un'analisi politica obbiettiva forse ci vuole un osservatore al di fuori delle parti, potrebbe diversamente anche finire che quello che in famiglia viene diagnosticato come un raffreddore con tosse in realtà dopo opportuni controlli si riveli un CANCRO ai POLMONI INCURABILE...

NB.. nel video come in alcuni CD compare un secret song.. dopo i 5 minuti di buio un finale a sorpresa attende chi guarda.

Claudia M. ha detto...

Disorientamento, immane senso di perdita, gesti quotidiani spezzati, stanze piene di una vita perduta: credo che Lichtenstein poteva scegliere di raccontare questa storia usando la retorica del facile sentimentalismo, o urlare l'angoscia per morti incomprendsibili facendo scalpore e rumore, invece ha optato per un'altra strada. Dalle sue parole, dallo sguado schivo e discreto ci descrive di aver fatto un passo indietro davanti alla sofferenza di chi aveva davanti, non ha imposto la sua presenza per portare a casa il servizio, si è manifestato in modo misurato, ma presente. Lichtenstein è riuscito a trasformare in potente denuncia quei rigidi funerali che potevano cristallizzarsi in freddi cerimoniali di morte, tutti uguali nella loro ufficialità, li ha strappati all'oblio delle statistiche restituendoli alle famiglie e ad una Nazione nella loro struggente umanità... una Nazione che ad oggi è privata anche del diritto di conoscere questo dolore e quindi di poterli elaborare questi lutti, che trascendono la dimensione privata e restano una ferita aperta per tutti.
Io la mostra non potrò vederla, grazie per questa occasione, per questa testimonianza, senza questo luogo l'avrei perduta.

:: haku :: ha detto...

nessun compiacimento e nessun urlo.
la semplicità apparente di queste fotografie è disarmante, quanto la loro potenza.
poco oltre la metà della mostra ci accorgiamo che qualcosa è cambiato in noi che stiamo guardando. sentiamo improvvisamente svanire la distanza e ci sorprendiamo a leggere nelle foto successive particolari e segni come simboli. le avessimo viste troppo presto non avremmo avuto lo stato di partecipazione necessario per la stessa lettura.
il silenzio con cui queste foto ci portano ad avvicinarci a qualcosa che non possiamo conoscere è un silenzio cristallino e asciutto, fatto di scene "semplicemente" reali. la loro non semplicità sta nello stato di viscerale rispetto che possiamo percepire esser stato il rispetto del fotografo.
sono incisivamente dirette senza oltraggiare il dolore che rappresentano, e questo ci spiazza. sono vere rappresentazioni dei segni del dolore, di un dolore che si espande intorno al suo nucleo generante fino a coinvolgere la natura e le cose intorno, eppure sono pura realtà senza alcuna contraffazione.
siamo fin troppo disabituati a questo.
e ci è data la possibilità di capire cosa possa succedere quando un fotografo lavora fino ad avere il proprio occhio allineato alle percezioni e al cuore, ma non solo al proprio bensì, ancor prima forse, al cuore di quanto sta vedendo, alla verità nuda e spoglia di quanto sta fotografando.

Grazia Neri ha detto...

Ho creduto a questo lavoro e l’intervista al fotografo così reale e avvincente me lo conferma. La mostra è visitata da tante persone e prolunghiamo le settimane.
È una mostra commovente e dalla intervista si evince che il fotografo si è dedicato al lavoro con estrema onestà senza falsare il dolore.
Grazie Grazia

mac_pico ha detto...

il silenzio sacro di queste foto è come neve. abbagliante e vasto.
eppure a differenza del sacro non allontana, avvicina alla comune condizione umana.
non vorrei sembrare melodrammatica, ma davanti ad alcune delle foto in mostra sono stata vicina al pianto.
e sono state quelle in cui compare una divisa incellofanata appesa alle scale di casa, un bambino sfocato sullo sfondo con una bambola d'uomo di plastica slogata in primo piano, una fila di sedie vuote coperte di fazzoletti di carta stropicciati, una lapide scura su cui si stagliano due ombre-riflesso che non vediamo subito, e le prove per il trasporto della bara... l'assenza ancora una volta è più potente della presenza visibile.

oratore ha detto...

Commenti come quello di claudiam e di haku ci spiegano perche' si possa amare la fotografia : perche' la si possa scegliere come mezzo espressivo, per chi fotografa - o perche' si guardino e si godano le fotografie degli altri, quando non si e' fotografi attivi.
Ancora, ci spiegano come le parole possano tradire, rivelare le emozioni vissute : su certe foto si parla, con se stessi e con gli altri, tanta e' l'emozione che le immagini hanno suscitato.
Certo c'e' chi sa esprimersi ricorrendo ad un vocabolario la cui ricchezza corrisponde all'arcobaleno di sensazioni ed emozioni di cui e' ricco intimamente. C'e' chi apprezza con i silenzi, ma l'arricchimento che certe immagini ci lasciano e' sempre vivo.
Per questo mi hanno convinto molti altri commenti al post : "perche' fotografiamo", tra cui l'ultimo in ordine di tempo che leggo, di uno che dice di amare la fotografia anche quando sta giorni e giorni senza fotografare: significa secondo me una predisposizione dell'animo a collegare sguardo e scatto, per cui anche se non si scatta si guarda sempre con occhio attento e sensibile.
Peccato per me che non possa vedere la mostra.

oratore ha detto...

a proposito di parole per spiegare le impressioni visive, o sensoriali in genere, e rileggendo la frase in uno dei commenti in questa pagina : " occhio allineato alle percezioni e al cuore", mi sovviene un episodio capitato qualche mese fa. Avevamo risolto un problema ad un piccolo bambino ( un problema al gomito, banale, , ma causa di dolore vivo- i bambini quando hanno dolore fisico si preoccupanp di piu' del perche' questo possa succedere a ciel sereno, come se fosse un castigo non meritato, che del dolore stesso) - e causa di estrema preoccupazione nei genitori, poveri contadini, ignoranti come capre ma persone buone, oneste, migliori di tanti istruiti personaggi. Risolto il problema, con immediato sollievo del piccolo, con una manovrina di due secondi, cosa banale e di routine, che non richiede bravura e perizia particolari,il padre mi guardo' cercando per alcuni secondi parole della cui esistenza era sicuro, ma che non aveva nel suo repertorio. Mi disse solo : lei non sa quanto vorrei ringraziarla"
Una del personale assistente allora, una che neanche sa cosa sia la fotografia, che non immagina tutti questi nostri discorsi, disse, riferendosi a quel padre ormai confortato e grato, e imbarazzato per non riuscire a comunicare con le parole : " aveva una faccia che bisognava fotografare, perche' diceva tutto"
Quando fotografiamo siamo alla ricerca di una immagine che parli?
Le fotografie buone allora sono quelle che ci trasmettono subito qualcosa?

andy ha detto...

Immagini bellissime, andrò a vedere la mostra stasera. Da quello che si intuisce nel video trovo una grande umanità espressa dal fotografo, che riflette con delicatezza sulle morti e si fa quasi consolatore delle famiglie.
La bandiera americana diventa un sudario per i defunti e simulacro di uno Stato che chiede alla sua gioventù più indifesa la garanzia di poter protrarre il proprio imperialismo. La forza delle fotografie è tutta nello svelamento della menzogna, senza denuncie dirette, ma con la funebre sfilata degli effetti collaterali nel cortile di casa.
Andrea

Rafg ha detto...

Come molte altre cose della vita quelle che vanno più in profondità sono quelle che a prima vista non riconosci come tali, che all'inizio sono quasi indifferenti.
Invece da qualche parte sono entrate e si muovono. Aprono sensazioni.

La fotografia dev'essere silenziosa, se parla lo fa ad ognuno in modo diverso.

Barbara ha detto...

La cosa che mi ha lasciato sorpresa da questo lavoro, è stato il calore discreto con cui l'obiettivo, qualche volta a debita distanza, qualche volta in un commuovente abbraccio, ha catturato momenti di dolore, spesso soffermandosi su dettagli significativi, ma che sarebbero sfuggiti all'occhio comune.
Ho pensato all'audacia raffinata di quest'uomo che, coraggiosamente, abbracciava il freddo pezzo metallico della macchina fotografica, non senza probabilmente un certo imbarazzo in mezzo alle lacrime dei familiari in lutto, e "invadeva" un momento intimo di addio, tuttavia restituendoci un'atmosfera di rispettosa condoglianza; il suo impegno è andato al di là del semplice "lavoro", e si è fatto carico del pianto di chi ha perso un figlio, un marito, un padre, un amico, una persona amata. Mi ha toccato l'umiltà con cui in molti funerali non ha estratto la macchina fotografica e la volontà di farsi parte di ogni singolo caso preso in esame come fosse diventato un caso personale. Credo che questo significhi "andare oltre..."

Vincenzo ha detto...

La discrezione con cui ha affrontato attraverso questo lavoro un momento così personale e straziante della vita di molte famiglie è davvero sorprendente. Leggere che in alcuni funerali non se l'è sentita di scattare, rende bene l'idea e il concetto espresso nei commenti precedenti dello "scattare con il cuore". Sarebbe stato facile diventare monotoni, ma il problema è stato abilmente superato concentrandosi sia sui differenti modi di affrontare il dolore sia sulle diversità geografiche.
Alcune foto, come quella che immortala una mano che vuole dare l'ultimo saluto all'immagine del soldato stampata su un pickup posseggono una forza prorompente.
Unico appunto: l'ho trovata forse un pò troppo lunga. C'era qualche foto di troppo. Ma è solo un'impressione.

Anonimo ha detto...

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