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| Francesca Woodman, Senza titolo, Boulder, Colorado, 1972-1975, stampa alla gelatina d’argento. |
Si ha l'impressione di non riuscire ad abbandonare l'universo evocato dalle immagini. Ci si allontana fisicamente certo, ma dentro di sé non si riesce ad abbandonarlo del tutto. Questo è quello che si prova scendendo gli scalini che dalla sala della mostra porta all'esterno di Palazzo della Ragione a Milano, dove fino al 24 ottobre sono esposte le immagini di Francesca Woodman. La distanza aumenta ogni passo, il mondo della ragazza di Denver ti resta dentro, anche quando ti allontani dal reliquiario dove sono esposte le immagini che ha prodotto in meno di dieci anni di attività. L'uso di un sostantivo con tanto palesi evocazioni funebri non è per altro casuale e ben si attaglia, a mio modo di vedere, all'improbabile illuminazione che in molti punti sarebbe più adatta a una camera ardente che non a un'esposizione. Pesanti cadute di luce su intere fotografie affliggono infatti in più punti la mostra, non inficiando in non poche occasioni la scelta dei curatori, per certi versi filologicamente corretta, che hanno optato per stampe di dimensioni mediamente piccole. Ma chi è avvezzo alla frequentazione di mostre di fotografia nel nostro Paese, non si sarà certo sorpreso, soprattutto se ha già avuto la ventura di inoltrarsi in qualche evento in aree afferenti la meneghina piazza del Duomo. Del resto per farsi un'idea dell'approccio estremamente rigoroso con cui si lavora in zona, non è nemmeno necessario venire a Milano, basta dare un'occhiata al sito dedicato alla mostra, dove nelle didascalie delle opere utilizzabili recensire la mostra, Francesca Woodman, cambia cognome e diventa, per ben dieci volte, Francesca Wodman (potenza del Copia e Incolla e della professionalità).
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| http://www.mostrawoodman.it/opere.php mercoledì 25 agosto 2010, ore 9,55. (Cliccare sull'immagine per ingrandire) |
Se una delle costanti rilevabili si può ragionevolmente riassumere nell'esposizione di una corporeità che si avvale spessissimo del nudo, non me la sento però di liquidare con Scianna la questione con una definizione di narcisismo adolescenziale. Su quest'esternazione peraltro evito di esprimere il mio pensiero, in quanto nella remota ipotesi in cui il suo autore dovesse leggere queste righe, non potrebbe certo sottrarsi al dovere morale di sporgere denuncia nei miei confronti. E sinceramente in questo momento preferirei occuparmi di altro.
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| Anne Brigman,The Bubble, 1907. Ma se quanto detto attiene direttamente ai contesti interni, saltellando qua e là nell'infinite possibilità di analisi che il lavoro della Woodman offre, vorrei aprire anche una piccola parentesi sui contesti esterni, approcciando a volo d'uccello le influenze di altri autori che potrebbero essere state accolte da Francesca Woodman e filtrate dalla sua sensibilità e visione. Certamente si rimane nel campo delle supposizioni, ma anche in caso di deduzione errata, rimangono singolari coincidenze plastiche, sulle quali vale comunque la pena di soffermare per qualche minuto la propria attenzione. Difficile, ad esempio, non supporre una qualche conoscenza di un'autrice dei primi anni del novecento come Anne Wardrope (Nott) Brigman (1869–1950) di cui sembrano riecheggiarsi a livello plastico* alcune tensioni del periodo iniziale della produzione in cui il corpo femminile viene rappresentato in una sorta di simbiosi panica con la natura. Se però il corpo della Woodman, pur distendendosi in acqua, è in qualche modo limitato e bloccato dalle radici dell'albero, quello della Brigman si protende libero verso la bolla. Quest'ultima peraltro ci riporta, sempre a livello formale di associazioni visive alle bolle di vetro che compaiono nelle serie scattate da Francesca Woodman a Providence tra il 1975 e il 1978 con la collaborazione di Charlie the model. |
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| A sinistra, Anne Brigman, Storm Tree, 1915; a destra, Anne Brigman, Soul of the Blasted Pine, 1908. |
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| Anne Brigman, The Dryad, 1905. |
Sempre nella giustapposizione delle immagini della Woodman con quelle della Brigman, colpisce anche, sempre a livello plastico, la coincidenza della rappresentazione-identificazione del corpo femminile nudo con l'elemento arboreo del tronco o diparte di esso in una fusione-personificazione in cui emerge potente il fattore tematico del perturbante. Questo assume importanza fondamentale grazie al costruzione dell'immagine che nella fase iniziale della sua percezione rende assai problematica la distinzione tra l'elemento umano e quello arboreo. Ma mentre nelle immagini realizzate a inizio secolo dalla Brigman ad essere perseguita sembra più che altro l'identificazione-fusione, in quelle di Francesca Woodman il corpo umano sembra essere più che altro un elemento estraneo che insinuatosi (alla ricerca di una qualche forma di protezione?) tra le radici ne rimane intrappolato. O, altrimenti, finisce per sparire all'interno di un mimetismo forzato in cui le braccia spariscono all'interno di corteccia. Una sorta di anticipazioni delle serie romane di fine anni Settanta in cui il corpo tende a scomparire dissolvendosi tra i segni del tempo esposti alla visione da intonaci martoriati di malridottl muri.
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| Francesca Woodman, Senza titolo, MacDowell Colony, Peterborough, New Hampshire, estate 1980, stampa alla gelatina d'argento. |
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| A sinistra, Anne Brigman, The Cleth in the Rock, 1907; a destra, Francesca Woodman, Senza titolo, Andoven, Massachussetts, 1972-1974, stampa alla gelatina d'argento. |
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| A sinistra, Ana Mendieta, Tree of Life; a destra, Francesca Woodman, Senza titolo, Roma, maggio 1977-agosto 1978, stampa alla gelatina d'argento. |
* Plastico, qui e altrove in questo testo, è utilizzato nell'accezione relativa alla semiotica plastica.
La mostra
Francesca Woodman
Milano, Palazzo della Ragione
Piazza Mercanti, Milano
fino al 24 ottobre 2010
Milano, Palazzo della Ragione
Piazza Mercanti, Milano
fino al 24 ottobre 2010
Orari
Da martedì a domenica h 9.30 – 19.30Giovedì h 9.30 – 22.30
Lunedì h 14.30 – 19.30








