Questo non è un confronto tra due autori non confrontabili. Tra i due lavori ci sono tante differenze: lo strumento usato per la loro realizzazione, l’uso del colore e del bianconero, il periodo in cui sono state scattate, la differente professionalità dei loro autori, lo stile inteso come tipologia di taglio, resa tonale etc. Ma soprattutto è differente l’intenzione. Da una parte un professionista dell’immagine che decide di sperimentare uno strumento non deputato per fare le sue foto che per sua stessa ammissione vorrebbero imitare (chissà mai perché) quelle dai militari alle loro famiglie, dall’altra un militare che vuole raccontare la sua esperienza per come la sta vivendo da dentro. Da una parte un uomo che per quanto condivida scomodità e pericoli è lì e vive tutto in qualche modo dall’esterno. Dall’altra un uomo che vive richiuso per circa sei mesi sapendo che il suo lavoro lo trasforma ventiquattro ore su ventiquattro in potenziale bersaglio. E la sua visione inevitabilmente è cupa, angosciosa, carica di neri, tensioni, barriere, grate che limitano lo spazio, sovrastrutture imposte, anche all’interno della caserma, da ragioni di sicurezza. Guardando le immagini di Mario Iovino si prova tutta la claustrofobia, l’incertezza derivante da una sita situazione in cui i neri esplodono raccontando non tanto quello che sta davanti all’obiettivo, quanto piuttosto quello che passa continuamente nella testa di un militare che vive ed opera in Afghanistan in condizioni di guerra. Credo che possano piacere come non piacere, ma di sicuro se si ha il buon gusto di fermarsi a guardare queste immagini sono in grado di raccontarci molto più di una pseudopolaroid.
Non voglio mettere a confronto due lavori che per finalità e forma non sono confrontabili, ma non riesco a non pensare che le immagini di Guttenfelder, quantomeno quelle pubblicate su Internazionale, siano più vicine a una specie di gioco che vive dell’estemporaneità. Vi lascio alle parole di Mario Iovino.




