sabato 11 settembre 2010

Al fronte con l'iPhone: un portfolio senza rischi?

La doppia pagina di apertura dell'articolo pubblicato sul numero 862 di Internazionale con le immagini di David Guttenfelder realizzate in Afghanistan con uno smartphone.
La copertina del numero 862 di Internazionale,
3-9 settembre 2010. (clicca per ingrandire)

«Hai visto Internazionale? C'è il reportage fatto con l'iPhone...» mi informa Laura al telefono dalla redazione mentre, al seguito di un viaggio stampa organizzato a Venezia da una nota azienda, attendo l'inizio della proiezione di Vallanzasca - Gli angeli del male, presentato fuori concorso alla Sessantasettesima Mostra del Cinema 
In effetti non ho nemmeno avuto il tempo di passare dall'edicola, ma il fatto che ci sia qualcuno che si sia preso la briga di realizzare un reportage con uno smartphone è in ogni caso interessante sotto molteplici punti di vista.
In realtà ho dovuto aspettare di arrivare in stazione a Mestre per avere la possibilità di andare in edicola. Il servizio era di sei pagine, da 60 a 65 comprese, a firma di David Guttenfelder, fotografo dell'Associated Press, che può vantare di essere stato premiato cinque volte al World Press Photo (nel 2001 2nd Prize People in the news, nel 2004 1st Prize Daily Life, nel 2005 1st Prize General News e 2nd Prize Sports Features, nel 2006 1st Prize Daily Life stories). Internazionale ancora una volta si è mostrato attento a ciò accade nel mondo del giornalismo, anche se bisogna ammettere che per quanto bravi quelli della redazione di Internazionale, sono pur sempre giornalisti che lavorano in Italia e quindi non sono possono essere  stati programmati per essere all'avanguardia.
Clicca qui per vedere la galleria pubblicata da Le Monde Magazine

Senza spingersi in ricerche particolarmente ossessive basta infatti girare un po' per la rete per scoprire che Le monde magazine del 19 agosto 2010 aveva già pubblicato il lavoro di Guttenfeder con il titolo iPhone de Guerre con tanto di galleria pubblicata il 22 agosto alle 10,29 (I francesi al contrario di noi quando vogliono sanno essere maledettamente, quasi puntigliosamente direi, precisi...). 
Ma a voler malignare su quanto si dorma nelle nostre redazioni, si potrebbe far spuntar fuori anche il Denver Post che... appena sei mesi prima, il 24 marzo 2010, aveva messo in rete le immagini di Guttenfelder. Suppongo si potrebbe continuare l'elenco senza troppi problemi, ma sinceramente non sono particolarmente interessato a farlo e comunque non è questo che mi interessa di tutta la storia. 
denverpost.com
Captured: Guttenfelder’s iPhone Photos
(clicca per ingrandire)
Quello che mi sembra più interessante  osservare è come il processo di trasformazione del concetto stesso di fotogiornalismo sia davvero inarrestabile.  Anche se a rigor di termini bisogna dire che i colleghi di Internazionale le foto di Guttenfelder le hanno presentate come portfolio e non come reportage, anche se poi dal testo si evince che la valenza della pubblicazione è in questa direzione.  Resta il fatto che rimane da vedere questa sottile distinzine presente nel titolo di giro quanto sia pienamente recepita dal pubblico non necessariamente abbastanza attento o in possesso degli elementi di discriminazione in proposito. 
L'impiego di uno smatphone e, congiuntamente di un'applicazione che riproduce digitalmente l'effetto di pellicole a sviluppo istantaneo, apre a mio avviso una serie di problematiche non indifferenti. Dato per scontato che del fotogiornalismo sia realizzabile anche con strumenti non deputati, che del resto potrebbero addirittura risultare fondamentali per portarsi a casa qualcosa in termini di immagini  in determinate occasioni, il problema a mio avviso nasce dall'impiego dell'applicazione  che simula l'effetto delle pellicole a sviluppo immediato. Quella impiegata da Guttenfelder, come quelle similari reperibili presso gli appositi store in rete, produce un triplice livello di trasformazione rispetto all'immagine fotografica che lo smartphone è in grado di produrre: altera la gamma cromatica per emulare  le cromie dei materiali a sviluppo istantaneo, introduce una cornice abbastanza vistosa e trasforma il rapporto dimensionale dei lati dell'immagine in qualcosa di assai prossimo al 1:1, ovvero trasforma l'immagine rettangolare, che costituisce la visione del fotografo al momento dell'inquadratura, in quadrata. Una concreta alterazione della percezione che induce allo scatto, anche se un'adeguata capacità di previsualizzazione può alinearne i potenziali effetti negativi.
Detto questo si può anche eliminare a priori qualsiasi riflessione partendo dal presupposto che ognuno è libero di interpretare formato, colore e supporto come meglio ritiene opportuno. I miei dubbi però si manifestano circa la tradizione che si portano dietro le soluzioni scelte da Guttenfelder, soluzioni che appartengono al mondo della ricerca e/o del perseguimento di un'estetizzazione dell'immagine attraverso l'emulazione delle caratteristiche dell'immagine a sviluppo istanteneo che tradizionalmente non appartiene al linguaggio fotogiornalistico. Nel momento in cui si fa un gran parlare di interventi di fotoritocco che alterano la realtà rappresentata, perché non si dovrebbe considerare alla stessa stregua il frutto dell'operato di Guttenfelder? Già la fotografia polaroid (termine da intendersi in funzione di aggettivo e per questo usato con l'iniziale minuscola) introdurrebbe una variante da discutere all'interno del linguaggio fotogiornalistico se fosse fisicamente tale. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a un'elaborazione software che altera i dati registrati da obiettivo e sensore per ottenere una determinata canonizzazione estetica che rimandi appunto alla fotografia a sviluppo istanteneo. Ovvero i pixel vengono alterati per ottenere un determinato effetto.  Ma a questo punto sorge la solita domanda: come posso io lettore/spettatore fidarmi dell'attendibilità di quello che il fotografo mi sta mostrando se già è evidente e dichiarato che ciò che sto osservando altro non è se non un'interpretazione del software (e del fotografo naturalmente) del prelievo effettuato nel reale?
Inoltre, se si deve dar fede a quanto riportato da Internazionale, ovvero che l'intento di Guttenfelder era quello di ricondurre il racconto fotogiornalistico della «vita quotidiana dei soldati » [...] «Cercando di scattare fotografie grezze, il più possibile simili alle foto ricordo che i soldati mandano ai loro familiari», si tratta sicuramente di un'operazione estremamente interessante sotto il profilo narrativo, ma altamente pericolosa sotto quello fotogiornalistico. 
Bullets are strapped across the back of an Afghan National Army soldier in Marjah in Afghanistan's Helmand province. © David Guttenfelder/AP Photo
A parte il fatto che se questo è il livello delle foto ricordo che i militari americani mandano ai loro familiari, c'è davvero da complimentarsi con le scuole di fotografia dei marines, si tratterebbe di un duplice livello di falsità. Da una parte si simula un effetto poco realistico, dall'altra si cerca di imitare la spontaneità di immagini realizzate dai protagonisti stessi delle fotografia. Senza contare che Guttenfelder per quanto possa condividere  anche empaticamente la quotidianità dei suoi soggetti, non è lui stesso un soldato di stanza in Afghanistan. È su tutto che si aggiunge l'ammiccamento al piacere estetico maturato in epoche di tecnologia analogica e ambienti assai lontani da quelli della documentazione giornalistica. 
Quindi cosa mi sta davvero raccontando Guttenfelder? La vita quotidiana dei soldati americani in Afghanistan, come afferma, o piuttosto non ci sta proponendo  una sua visione estetizzante dei fatti che gioca sullo stupore puntuale ed estemporaneo derivante da un inconsueto e decontestualizzato utilizzo della tecnologia?
In nessuno dei due casi mi sento di individuare qualcosa di particolarmente negativo. A parte ovvietà del tipo che ognuno è libero di scegliere di fare quello che gli pare nel modo che ritiene più opportuno, il vero interrogativo me lo pongo invece non tanto sull'operato del fotografo, quanto piuttosto su quello di chi queste immagini decide di utilizzarle. A mio avviso Internazionale si salva in corner proprio per aver messo quel titolo di giro che recita portfolio. Ma la forma e il contesto possono indurre in errore un osservatore non particolarmente attento, facendo confondere l'atteggiamento agiografico presente nel concetto stesso di portfolio, con il rigore professionale che dovrebbe sottendere qualunque esternazione di tipo giornalistico. E questo potrebbe essere assai pericoloso nel lungo periodo, facendo sentire qualcuno autorizzato ad alimentare il livello di confusione presente intorno al concetto stesso di informazione. Nel medio lungo periodo si potrebbero ulteriormente alimentare le tendenze che vedono sempre più assottigliarsi il confine tra  informazione e intrattenimento. Non sono contrario a queste immagini (a dirla tutta mi piaccione pure) e nemmeno al loro utilizzo. Mi verrebbero invece i brividi lungo la schiena se qualcuno tentasse di spacciarmele per informazione
Autoritratto di David Guttenfelder pubblicato da Internazionale a pagina 64 del numero 862.
© David Guttenfelder/AP Photo
Le pagine 64 e 65 del numero 862 di Internazionale.
Clicca per ingrndire l'immagine.
Provate per esempio a immaginare di aver comprato Internazionale, di aver trovato questo articolo, di averlo letto. Per la fretta o la disattenzione però vi è sfuggito il titolo di giro. La forma data dall'impaginazione  è teoricamente coerente con un reportage e altrettanto si può dire dell'argomento delle foto. Certo ci sarebbe da capire quale sia la funzione, nell'economia di un reportage, di un'immagine la cui didascalia recita «un autoritratto del fotografo».  L'immagine  non fa parte di una scheda biografica sull'autore e ha la stessa dignità di quelle che ci raccontano la situazione. L'impaginazione  le conferisce lo stesso ruolo informativo attribuito dalla disposizione in pagina alle altre immagini. Come l'autoritratto del fotografo  può rientrare nella descrizione della quotidianità dei soldati americani? Credo che quando si decide come pubblicare qualcosa ci si debba porre una serie di domande sulle conseguenze dell'atto che si sta compiendo. In questo caso se i miei dubbi sono fondati, non si sta commettendo solo una leggerezza ininfluente, ma si rafforza la stratificazione di  mascheramento del reale già presente abbondantemente nelle immagini.  Internazionale non è una rivista d'immagini da cui ci si possono aspettare delle sperimentazioni. È una testata generalista di informazione con delle peculiarità e una ben meritata credibilità. Ma  proprio questa rischia di certificare a ben più ampio spettro, sia in fase di produzione sia in fase di ricezione, la rielaborazione del prelievo dal reale con artifici estetizzanti poco attinenti al contesto fotogiornalistico. L'aggravante è proprio costituita dal fatto che tutto avviene all'interno di di un serio contesto giornalistico. Anche perché se avvenisse in un contesto di ricerca espressivo artistica, ovviamente non ci sarebbe proprio nulla da eccepire. Se quindi per occhi e cervelli abituati ad analizzare le cose criticamente, tutto questo si  potrebbe  liquidare come senz'altro blanda leggerezza redazionale, non bisogna dimenticare che nel nostro paese la maggior parte delle persone è abituata a vivere passivamente il rapporto con la comunicazione. Il che significa che, potenzialmente, operazioni come quella di Internazionale possono indurre ulteriore confusione nella distinsione già poco chiara tra il piano del reale e quello della sua narrazione.

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