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domenica 2 ottobre 2016

Addio REFLEX!

Il numero 438/settembre 2016 di FOTOGRAFIA REFLEX è stato l'ultimo in edicola

Aprile 1980. Verba volant, schiaffa etiam. È la scritta che campeggia nella parte alta della porta che da sul corridoio. Sono in piedi, appena oltre la soglia della della III C. La primavera a Roma si fa sentire ai primi di aprile del 1980. Di lì a un paio di mesi avremo fatto i conti con la maturità. 
Aspettiamo l'inizio delle lezioni e io sfoglio il primo numero di REFLEX, una rivista appena uscita. La dirige Giulio Forti, già direttore di Fotografare che compravo dall'estate del 1974, poco prima di entrare al liceo. Da quando Forti ne aveva lasciato la direzione però mi piaceva molto meno. Per questo aspettavo con ansia il primo numero di REFLEX.

In qualche modo ero legato alla firma di Giulio Forti da prima ancora di iniziare a comprare Fotografare. Quando ero più piccolo, abitavo proprio di fronte alla redazione di Fotografare e indirettamente avevo già avuto a che fare con Giulio Forti. Una vicina aveva trovato in strada il portafogli che aveva perduto e glielo aveva restituito. Lui per ringraziare le aveva regalato alcuni libri che aveva scritto. E siccome la vicina in questione non aveva interesse per la fotografia, i libri erano finiti nelle mani del piccolo Iovine appassionato di fotografia fin da prima di essere adolescente.

La rivista promette, penso in piedi all'ingresso della III C del liceo ginnasio Torquato Tasso di Roma. Certo anche a 19 anni appena compiuti e con nessuna esperienza di giornalismo, mi appare immatura. Migliorerà, ne sono sicuro, ma mi sarei aspettato qualcosa in più. 

Ancora non posso immaginare che da lì a poco più di nove anni varcherò la soglia della redazione di REFLEX e mi metterò seduto a un tavolo nella stanza di Marco Bastianelli per il mio periodo di prova come redattore. Non potevo immaginare il terrore di fronte alla prima notizia da scrivere: dieci righe su dei nastri magnetici per videocamere, se ricordo bene. Tantomeno potevo supporre che ci sarei rimasto per nove anni in quella redazione, fino al 1998 quando mi sono trasferito a Milano. E che alcuni concetti imparati più o meno 25 anni fa continuano a farmi da guida oggi nel lavoro.

30 settembre 2016. È sera, saranno le 20 circa. Sono a Milano in attesa di cenare. Mi segnalano via Skype un post di Giulio Forti sulla pagina Facebook di FOTOGRAFIA REFLEX (negli ultimi 36 anni il nome della testata è cambiato). È stato scritto 52 minuti prima. «Anche le belle storie, a volte finiscono –esordisce Giulio– Quella di FOTOGRAFIA REFLEX è durata 36 anni ricchi di interesse, passione e trasformazioni». 
Mi dispiace, mi dispiace davvero. È perfino banale dire che quando chiude una testata è sempre una pessima cosa. Soprattutto se di lavoro fai il giornalista o qualcosa di simile. Ma dispiace ancora di più veder sparire una testata per cui hai lavorato. Peggio quella in cui hai imparato il mestiere che ancora fai. 

Sono cambiate tante cose da quell'aprile 1980 e forse è normale e perfino giusto che sia così. Ma è difficile non ripensare ai giorni passati in quella redazione al primo piano in via di Villa Severini (la sede della EDITRICE REFLEX prima dell'attuale in via Achille Lória). 
La decisione è presa e REFLEX non sarà più in edicola. Andiamo avanti, ma è il momento di pronunciare quei ringraziamenti mai fatti. 
Ringrazio Giulio per aver scelto il mio curriculum in quel lontano 1989. Ringrazio Marco che non è più con noi per avermi insegnato a scrivere un pezzo battendolo direttamente sulla tastiera senza prima scriverlo a penna. Ringrazio Eugenio per avermi dato amicizia e consigli quando mi sentivo perso. Ringrazio Sergio per aver impaginato con pazienza quello che producevamo e avermi insegnato come si fa girare il lavoro. Ringrazio Maurizio per avermi insegnato il rigore nella professione e avermi poi accolto a Milano. Grazie a Michele che mi ha fatto capire l'importanza del sapersi difendere sul lavoro. Grazie a Mimmo che mi ha fatto capire che la fotografia non è solo tecnica, ma soprattutto cultura. E ancora grazie a Teresa e Nazzarena per la pazienza e la discrezione con cui ci passavano le telefonate e a Marilena e Patrizia per aver fatto in modo che lo stipendio arrivasse sempre puntuale. E infine grazie anche Luca, con cui non ho potuto lavorare perché all'epoca era ancora un adolescente, ma che mi ha confortato con la sua simpatia nei viaggi di lavoro degli ultimi anni.
Bando alla tristezza. Si va avanti!

PS - Giulio non so se leggerai mai queste righe, ma spero che, se ti dovesse capitare di finire su questa pagina, apprezzerai che REFLEX lo scrivo ancora maiuscolo con un corpo inferiore rispetto al testo. Come hai sempre voluto tu 😉 



lunedì 28 settembre 2015

Reaching the Cape with Matteo



Sarajevo, Bosnia and Herzegovina, July 2011. © Matteo Di Giovanni.
Appena sveglio Matteo si affaccia alla finestra. Sarajevo è sotto di lui. La luce è magnifica, spettacolare per una mattina di luglio. Matteo è un fotogiornalista e sta facendo un  lavoro sull'identità nazionale in Bosnia Erzegovina che presenterà, al suo ritorno a Londra, alla conclusione del Master in fotogiornalismo della University of Westminster che sta seguendo. Con una luce del genere nell'aria, la giornata di lavoro si presenta sotto i migliori auspici. Matteo prende la fotocamera e scatta la foto che vedete qui sopra. Si prepara ed esce. Ancora non sa che sta per guardare in faccia la morte e che non tornerà più in quella casa che si affaccia su Sarajevo. 
Per Matteo infatti quel giorno di luglio durerà fino ad ottobre, quando, uscito inaspettatamente dal coma provocato da quell'incidente che gli cambierà definitivamente la vita, scoprirà di aver subito una serie di interventi tra cui l'amputazione trans femorale della gamba sinistra.
Molti si sarebbero dati per vinti a quel punto, ma Matteo Di Giovanni non lo ha fatto e a distanza di quattro anni sta per iniziare un'avventura che metterebbe in difficoltà molte persone senza problemi fisici. Reaching the Cape, così si chiama il suo progetto, sarà il viaggio che lo porterà dall'Italia a Capo Nord, nell'ideale prosecuzione di un'idea concepita prima dell'incidente. Lo accompagnerà l'amico amico fotografo e videomaker Lucas Pernin, che si occuperà di effettuare la documentazione del viaggio, il tutto sotto la direzione artistica di MiCamera e la collaborazione di numerosi sostenitori, tra cui Studio Fahrenheit di Gianni Romano, New Old Camera di Ryuichi Watanabe, Alpa, e la rivista FPmag, che seguirà il viaggio con aggiornamenti in tempo reale. 
L'impresa però sarà possibile solo grazie al contributo di tutti noi. La campagna di crowdfunding infatti si sta chiudendo proprio in questi giorni e manca davvero poco al raggiungimento dei 20.000 Euro necessari perché il progetto possa partire. L'invito per tutti è quello a dare il proprio contributo su Kickstarter, consentendo a Matteo di dimostrare come le più aggiornate biotecnologie permettano ormai il superamento anche delle disabilità più gravi.
Matteo Di Giovanni, il fotografo che raggiungerà Capo Nord dall'Italia nell'ambito del progetto Reaching the Cape.


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martedì 28 aprile 2015

FPmag: arriva il portfolio dei lettori


La copertina del primo portfolio di FPmag, dedicato all'autore austriaco Robert Rutöd.

Poco più di un anno fa, esattamente il 25 aprile 2014, ovvero un anno e tre giorni fa, annunciavo da questa pagina il distacco dalle pagine della rivista diretta per quindici anni. Ma si sa le abitudini sono un po' dure a morire e se le si unisce a progetti covati da tempo senza avere il tempo di svilupparli, era quasi inevitabile che dopo una spolverata tecnologica, a ottobre dello scorso anno si finisse per ricadere nel vizio presentando una nuova rivista online, in forma di numero speciale dedicato al Festival della Fotografia Etica di Lodi.

Dopodiché sono usciti due numeri della rivista. Il primo (On the road of memory) dedicato alla rappresentazione della memoria e il secondo ([re]tracing topography) che prende in esame il paesaggio antropormofizzato, argomento vastissimo che infatti occuperà anche il terzo numero in uscita tra pochi giorni. 

Per essere una vera rivista avevamo bisogno però anche di poter offrire ai lettori un'informazione di servizio e non solo articoli e connessioni miranti a stimolare la riflessione sul mondo della comunicazione attraverso le immagini. Giusto il tempo per ricostruire da zero una rete di contatti e allestire tecnicamente il sito e sono nate le news. Un bell'impegno quotidiano di reperimento informazioni e aggiornamento con la finalità di offrire almeno due notizie nuove ogni giorno. 
Anteprima della copertina del numero 003 di FPmag con la seconda parte di [re]tracing topography.


In tutto questo però non abbiamo dimenticato un aspetto fondamentale di ogni rivista, ovvero l'accesso al pubblico. Non a caso in occasione della conferenza stampa di presentazione di FPmag durante il Festival della Fotografia Etica 2014, una delle prime cose che ci furono chieste fu proprio se era previsto uno spazio destinato ai lettori. Bene ora c'è. Proprio oggi infatti lanciamo una nuova sezione intitolata PORTFOLIO in cui diamo e daremo spazio proprio ai nostri.
A inaugurare la serie un lettore austriaco, Robert Rutöd, che ci ha proposto una serie di immagini alquanto surreali frutto di un'attenta ricerca del rapporto tra l'istante e la presenza nei luoghi. Quello che ci proponiamo è di proporre un paio di portfolio ogni mese e contiamo sulla collaborazione dei lettori e sulle loro proposte. Quello che chiediamo è che si tratti di proposte in accordo con la nostra linea editoriale che prevede un'unità tematica coerentemente sviluppata in termini di argomento e forma. Per il resto siamo aperti a ogni tipo di ricerca. Proponeteci quindi i vostri portfoli scrivendo alla redazione.


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giovedì 5 febbraio 2015

FPmag: genesi di un'avventura



Il Couvent des Minimes a Perpignan. © FPmag.

FPmag è... nata qui, all'interno del Couvent des Minimes a Perpignan, più di tre anni e mezzo fa. O meglio, qui è stata concepita la prima grezza idea della rivista. Stefania (Biamonti) e io eravamo nella città francese per seguire l'edizione 2011 del Visa pour l'Image e, grazie a una telefonata arrivata proprio mentre stavamo per accendere la videocamera, avevamo appena visto sfumare l'intervista a un noto fotografo. In altre parole ci eravamo trovati senza niente da fare nel bel mezzo del pomeriggio, finendo per optare per una pausa. Del resto il Pellegrinaggio (la maiuscola è un omaggio a un altro noto fotografo italiano, cui peraltro è dedicato uno dei corridoi espositivi all'interno del Couvant) alle mostre del Visa pour l'Image è sempre piuttosto stancante. Di fatto, complici una serie di concause, dal caldo di inizio settembre (gentilmente messo a disposizione più o meno tutti gli anni dal Sud della Francia), alla stanchezza unita alla delusione per l'intervista saltata e, forse, qualche rinfrescante pastis di troppo, ci siamo abbandonati a fantasiose ipotesi sulla realizzazione di una possibile testata che si occupasse di comunicazione per mezzo delle immagini.
I primi appunti da cui, nell'ormai lontano settembre 2011, è nata FPmag.
Il risultato di quella pausa pomeridiana forzata sono gli appunti che riporto qui sopra, da cui si evince che molto probabilmente la maggior fonte di ispirazione di quel caldo pomeriggio proveniva proprio dal rinfrescante pastis. Da allora sono passati più di tre anni e fino al maggio dello scorso anno abbiamo continuato a lavorare per la testata che per una quindicina di anni mi ha visto in qualità di direttore, lasciando in stato di quiescenza  l'idea nata a Perpignan e facendola riemergere solo nei momenti di maggior irritazione nei confronti delle non condivise ingerenze dell'editore nella linea del giornale. Quando tanto io tanto la redazione dopo pochissimi giorni abbiamo rassegnato le nostre dimissioni, l'idea di realizzare una testata in cui potessimo sviluppare una linea autonoma rispetto alle richieste dell'editore ha ripreso corpo. (Per inciso colgo l'occasione per formulare i miei più vivi auguri al nuovo direttore che a meno di una anno di distanza è subentrato al posto di chi mi ha succeduto) 
Grazie alla genialità di Salvatore Picciuto, ideatore di Fotoportal, che ha realizzato per noi una piattaforma che risponde esattamente alle richieste che gli avevamo fatto, a ottobre dello scorso anno abbiamo realizzato un primo numero speciale dedicato al Festival della Fotografia Etica di Lodi, in occasione del quale abbiamo annunciato pubblicamente il nostro progetto. 
La copertina del numero 001 di FPmag.
FPmag oggi è una realtà frutto di scelte precise. Innanzitutto è edita solo online, in quanto siamo convinti che sia questo il futuro, ma anche il presente, dell'editoria. Del resto basta sfogliare un solo numero per capire che la richiesta da molti fatta di una versione cartacea è impraticabile. Dopo infinite discussioni abbiamo optato per il supporto web perché consente di accedere a strumenti di comunicazione multimediale che la carta non può fisiologicamente sostenere. Tradurre il tutto su carta snaturerebbe completamente il progetto rendendolo antico prima ancora di farlo nascere. 
Una pagina di FPmag 001, dall'articolo MAdRE con il video Mare Mater di Patrick Zackmann, che svolge un ruolo connessione logica tanto con le tematiche affrontate da Sophie Calle quanto con gli articoli sui migranti nelle pagine precedenti.
FPmag usa il web come supporto e può tranquillamente essere letta con un altissimo indice di responsività che stiamo studiando come rendere ancora più elevato. Inoltre in questo modo si bypassano tutte le problematiche relative agli aggiornamenti delle applicazioni in funzione degli upgrade dei sitemi operativi mobili.
FPmag non si può scaricare per non aggravare di peso inutile soprattutto i dispositivi mobili. Del resto, per quanto nel nostro paese la gestione delle reti di connessioni sia ancora lacunosa, il futuro va chiaramente in direzione di una connessione totale.
L'apertura dell'articolo Cortocircuiti mnemonici all'interno del numero 001 di FPmag.
FPmag è articolata intorno a uno spunto (che nel caso della prima uscita attualmente online si incentra sui percorsi della memoria legati alle immagini) da cui trae origine il numero per poi svilupparsi per mezzo di una serie di connessioni e passaggi logici che possono portare anche molto lontano rispetto al punto di partenza, ma che in qualche modo fungono da elemento di coesione tra i vari articoli creando circoli e spirali di pensiero che dovrebbero nelle nostre intenzioni risultare stimolanti per il lettore. Ove possibile abbiamo cercato e cercheremo di dare spazio dalla voce degli autori con brevi interviste video o testimonianze audio. Un esempio è quello dell'ultimo articolo dedicato all'immagine utilizzata in copertina, dove Stefania Biamonti rende conto delle scelte operate dalla redazione per poi lasciare la parola a Mario Badagliacca che racconta brevemente la genesi del servizio da cui è tratta l'immagine di copertina.
Lo schema mostra lo sviluppo della successione degli articoli e le connessioni logiche presenti nei primi cinque  articoli del numero 001 di FPmag.
FPmag nasce da un'esperienza prettamente fotografica, ma non intende imporselo come limite. Quello che interessa è affrontare le tematiche legate alla comunicazione per mezzo delle immagini. Per questo sulle nostre pagine potete leggere anche articoli che riguardano i fumetti, piuttosto che il cinema o qualunque altra forma comunicativa che utilizzi delle immagini. Lo spirito di fondo è quello di analizzarne l'utilizzo nella comunicazione, indipendentemente dalle finalità di questa. Se nel primo numero sono stati ad esempio analizzati i casi delle immagini pubblicate da Le monde o dei manifesti della Lega Nord, l'intento non è quello di esprimere giudizi, bensì di sottolineare i meccanismi comunicativi presenti nei sottostesti utilizzati.
L'apertura dell'articolo Fotografia, arte e memoria sul numero 001 di FPmag.
Il tutto sarà disponibile sempre in italiano e inglese per aprirci a un pubblico internazionale.
Due parole su chi scrive su FPmag. Vi basterà dare un'occhiata al colophon per riconoscere una serie di nomi noti nell'ambito del giornalismo culturale che si occupa di immagine, quella che era stata la redazione di una nota rivista di fotografia si è ricostituita intorno al progetto di FPmag, troverete quindi le firme di Stefania Biamonti, Laura Marcolini, Pio Tarantini, Gualtiero Tronconi oltre a quella del sottoscritto e di altri collaboratori che si sono già aggiunti e si aggiungeranno a questa avventura. 
L'articolo dedicato all'impiego delle immagini da parte dei Led Zeppelin.
Detto questo non mi resta che augurarvi buona lettura e ringraziarvi anticipatamente qualora decidiate di darci una mano nella diffusione di FPmag.



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mercoledì 21 maggio 2014

Power of… nothing (a margine della mostra di Steve McCurry a Torino)


I tifosi in attesa di Del Piero un'ora prima dell'inaugurazione della mostra Power of 10 di Steve McCurry presso ADPlog a Torino. © FPmag.
La strada è bloccata. Controllo l’indirizzo: via Piero Gobetti 10. Maledizione proprio dove è tutto transennato. Ci deve essere qualche altra cosa oltre all’inaugurazione della mostra... ma no, che idiota, il problema è che c’è anche Del Piero... e si vede… “Bentornato Capitano", "Capitano, un solo capitano”... mi vengono i brividi e non esattamente a causa della condivisione di interessi… semmai sono le brutte sensazioni che si sommano all'improba opera consistente nel tentare interfacciarsi con il servizio d’ordine per entrare. Sono tutti in completo nero con cravatta arancione (come se fisico palestrato e sguardo spento rendessero necessaria la divisa...). 
Un momento dell'inaugurazione della mostra Power of 10 presso lo spazio ADPlog a Torino.  © FPmag.
Grazie alla cortesia di una hostess in grado di articolare e comprendere quei suoni che sono alla base della lingua e soprattutto di riconoscere il mio nome tra quelli dei giornalisti invitati, riesco ad entrare all’interno di ADPlog, lo spazio multifunzionale voluto da Del Piero. Lo spazio è su tre piani ed è curatissimo e organizzato in modo eccellente. Complimenti vivissimi a chi lo ha pensato. Sul motivo per cui sono presente anche io invece sarebbe forse meglio evitare i commenti e limitarsi ai fatti. 
Gli ingredienti ci sono tutti: Il personaggio famoso in forma di calciatore quasi ex (Alessandro Del Piero), il cuoco di grido (non poteva certo mancare), il giornalista che fa domande non proprio da Premio Pulitzer, telecamere, transenne, servizio d’ordine, hostess in tailleur. C’è anche il fotografo famoso in forma di Steve McCurry. Sembra in tutto e per tutto lo scenario di una trasmissione televisiva in odore di talk show o di reality. Invece è la conferenza stampa di presentazione della mostra Power of 10 del già citato McCurry.
Una delle immagini di Steve McCurry esposte nella  mostra Power of 10 presso ADPlog a Torino.  © FPmag.
Al di là di quello che può essere il mio pensiero personale sulla fotografia di McCurry, già espresso in ultimissimi articoli che ho scritto per la rivista che ho diretto, posso solo constatare che, indipendentemente dalle ottime intenzioni benefiche all’origine di questa mostra, in questo paese è molto difficile se non impossibile organizzare nulla che abbia un minimo di riscontro se non si ricorre al format televisivo. Il circo mediatico si muove con un’imbarazzante incapacità di produrre qualcosa di nuovo. Se vuoi avere gente devi seguire il cliché che prevede il calciatore e il cuoco... a dire il vero mancavano i gattini o comunque qualcosa di lacrimevole a sfondo animale. Non pretendo che la gente si muova o si interessi alla fotografia, ne che personaggi come McCurry rifiutino di partecipare a simili eventi (pecunia non olet solevano dire i nostri avi), per carità. Mi piacerebbe solo che a fronte di investimenti  enormi come quelli che sicuramente sono alle spalle di un evento simile, ci fosse un po’ più di rispetto per il pubblico. Che non venisse considerato come una massa informe di persone incapaci di pensare pensieri che non siano altrui. Capaci di provare interesse anche per cose diverse dal grande calciatore o dal grande cuoco. Se poi si arrivasse a evitare di inanellare banalità su banalità a carico della fotografia, inframmezzate da domande sul rinnovo del contratto dell’allenatore della Juventus e sul futuro di Del Piero (l’unico a salvare la faccia in questa situazione, non foss’altro per le espressioni di garbato e controllato stupore, prossimo allo sconcerto, per l’insulsaggine delle domande che gli venivano rivolte), beh se così fosse, allora forse qualcosa potrebbe ancora migliorare in questo Paese.

Chi fosse interessato a saperne di più sulla mostra può trovare maggiori informazioni qui. 



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domenica 29 dicembre 2013

Condensazione e riconoscimento della forma madre



La doppia pagina di apertura dell'articolo dedicato alla lettura delle immagini che ho scritto
per IL FOTOGRAFO 256/gennaio 2014 in cui viene riassunta la griglia di analisi proposta
da Augusto Pieroni in Leggere la fotografia osservazione e analisi delle immagini fotografiche.
Il professor Augusto Pieroni in un suo volume di qualche anno fa (1), più volte citato in queste pagine, dedicato alla lettura delle immagini fotografiche, proponeva una griglia di analisi in cui tra le varie componenti si prendeva in esame la categoria da lui definita Forme. Con essa vengono definite le modalità con cui viene prodotta una fotografia e si suddivide in cinque fasi logiche fortemente interdipendenti. 
Normalmente l'approccio didattico con questa sezione nell'ambito dei corsi di approccio alla lettura delle immagini, risulta, ancorché trattata con discreta velocità, un po' noiosa per gli studenti. Questi infatti hanno la sensazione che l'elenco delle cinque fasi sia un po' sterile e tutto sommato un po' scontato. Solo l'esperienza li può portare a scoprire quanto siano fondanti gli elementi che si possono riscontrare in questa fase, tanto che la si consideri sotto il profilo della produzione, quanto sotto quello dell'analisi. La misura della sua importanza penso possa arrivare alle menti meno ottuse attraverso la lettura delle parole di Roberto Salbitani, riportate in un volume che ho letto ieri per realizzarne la recensione su IL FOTOGRAFO 257/febbraio 2013. Lo spazio consentito dalla rivista e la linea stabilità dall'Editore, non mi consentono divagazioni in questa direzione, per cui approfitto di questo spazio per riportare le parole di Salbitani. Spero possano essere di stimolo alla riflessione per molti, o almeno per chi ha voglia di mettersi elasticamente in discussione senza ancorarsi scioccamente alle parole e al loro mero portato tecnologico. 
Inoltre sottolineo che non cito queste parole come Vangelo, ma semplicemente come spunto di riflessione teorica. Altrimenti detto: non chiedo di essere d'accordo, ma nemmeno di bollare a priori quanto segue in quanto oggi si usa (o peggio IO uso) il digitale. Lo sforzo che chiedo è di analizzare le parole e comprenderne il senso per metabolizzarlo, rielaboralo e farlo proprio nella produzione e/o nella lettura delle immagini.

«Ho sempre sviluppato e stampato i miei negativi, com'è naturale mi pare (...). Il grado di controllo della tua stampa puoi deciderlo tu, se no è approssimazione o adattamento all'immagine di un altro (...). Ma la fase più importante di questo processo di condensazione presumeva la capacità di riconoscere in ripresa quei soggetti che più di altri potevano configurarsi in simboli (...) trattandosi di insiemi di cose ferme, spesso includenti elementi naturali, avevo tutto il tempo per osservarli da svariate angolazioni e circoscriverli fino a individuarne una forma madre, una forma inerente a una figura geometrica sottostante o a una sovrapposizione di figure forti anche se non sempre lasciavano trasparire una configurazione geometrica chiara, dai contorni evidenti. Successivamente in camera oscura realizzavo una stampa secondo una chiave in sintonia con le scelte già fatte. E poi c'è la selezione naturale tra le stampe più affini tra di loro. L'ultima fase del lavoro di condensazione riguardava la definitiva scelta delle immagini in ragione del loro meditato posizionamento all'interno di una sequenza fotografica» (2)




1 - Augusto Pieroni, Leggere la fotografia osservazione e analisi delle immagini fotografiche, EDUP, Roma, 2006 





2 - Roberta Valtorta, Roberto Salbitani, storia di un viaggiatore, Postcart, Roma, 2013; 
pag 61-62. Ripreso da Testo elaborato successivamente a un'intervista iniziata nel 2008 
e mai conclusasi di Fausto Raschiatore, a Roberto Salbitani, stampa da documento pdf dell'autore; pag.37.











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venerdì 27 dicembre 2013

L'eco della fotografia africana



A sinistra foto di Seydou Keïta, a destra foto di Rainer Elstermnn.

La frequentazione del web offre a volte interessanti stimoli di riflessione. Poco fa, ad esempio, sono capitato sul sito del fotografo tedesco Rainer Elstermann. Che si tratti di un valido professionista è indubbio, che il suo stile incontri il mio gusto invece è assai discutibile, ma suppongo che quest'ultimo non costituisca argomento di particolare interesse per il mondo. La cosa che invece trovo interessante è che tra i suoi ritratti ce n'è un gruppo realizzato in Africa. Un po' di ricerche mi hanno svelato che si tratta di fotografie scattate in Kenya a Karen, ai piedi delle colline Ngong. Elstermann qui ha trovato un piccolo studio in cui gli emigrati si facevano ritrarre per inviare a casa le immagini della loro nuova condizione. Memore dell'esperienza di Irving Penn a Cuzco, Elstermann, decide di affittare per qualche giorno lo studio e riprendere la popolazione locale utilizzando abiti e accessori recuperati. O almeno questa è la versione ufficiale (che tende a essere un po' meno credibile se si osserva la precisione e la disinvoltura di alcune pose e delle acconciature. Ma poco importa non è questo l'aspetto interessante). La cosa che colpisce è come al di là delle fisionomie dei soggetti rappresentati nelle immagini siano evidenti le tracce di fotografi come Seydou Keïta o Malick Sibidé tanto per citare i due nomi più famosi. Ora in un mondo culturale formalmente euro-america centrico (intendendo per America in particolar modo gli Stati Uniti) è abbastanza singolare che un autore europeo finisca per rifarsi a stilemi tratti dalla fotografia africana mutandoli con influenze più o meno modaiole. Soprattutto però è interessante che la fotografia guardi (sia pure in ritardo) all'Africa come già hanno fatto molto tempo prima pittura, scultura e musica.


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martedì 19 marzo 2013

Piccoli fatti e mugugni senza speranza

L'immagine che accompagna la promozione del concorso fotografico dedicato alle insegne in francese presenti nella città di Napoli, promosso dall'Institut Français de Naples.
Il mugugno non è appannaggio esclusivo dei liguri, che pure ne alimentano con fierezza e orgoglio i fasti. Il mugugno (ovvero quel lamentarsi continuo e insistente, ma mai urlato e risolutorio, quanto piuttosto rassegnato) è proprio anche di chi si occupa di fotografia. Del resto il ruolo di quest'ultima è perennemente subalterno (ecco un esempio pratico di mugugno fotografico per chi non fosse pratico) a qualche altra cosa o finalità. La fotografia è quasi sempre strumentale e ancor di più lo è quando la si utilizza per promuovere qualcosa all'interno di iniziative di dubbia condivisibilità (altro mugugno fotografico). In questo risveglio che ha preceduto l'odioso gracchiare della sveglia, a turbarmi, rendendo astiosa la giornata prima ancora che inizi (questo invece è mugugno personale, un po' più vicino a quello ligure forse), è un'iniziativa dell'Institut Français de Naples.
Si tratta di un concorso fotografico in cui i partecipanti dovrebbero a andare a caccia delle insegne in lingua francese reperibili sul territorio del capoluogo partenopeo.
A meno di non pensare completamente incapaci di intendere e di volere i responsabili di cotanta iniziativa, credo si possa individuare la motivazione nella volontà di attirare l'attenzione sulla presenza della lingua francese sul territorio, così da produrre una sorta di indotto alle attività meritorie dell'Istituto. Merita ammirazione lo sforzo creativo di chi ha redatto il bando, arrotolandosi intorno a una labile traccia nel tentativo di conferire dignità culturale all'iniziativa. Meno ammirazione mi suscita il coinvolgimento di personaggi nobili del mondo della fotografia italiana nei confronti dei quali per altro nutro enorme stima personale. Ghiotto comunque, per chi si occupa di fotografia, il primo premio (un soggiorno gratuito di sei giorni ad Arles durante i Rencontres). 
Non è ipotizzabile che ci si illudadi ottenere qualcosa di significativo sotto il profilo della forma fotografica, soprattutto rivolgendosi a un pubblico generico. Al massimo si può pensare di mettere in archivio qualche foto da utilizzare in iniziative future. In altre parole ancora una volta ci si rivolge alla fotografia in modo strumentale relegandola a una funzione subalterna e non autonoma. 
È una vecchia tradizione, assai trasversale, quella di organizzare un concorso fotografico quando non si hanno soldi e si deve animare qualcosa. La mettono in pratica le case editrici quando il genio del marketing della situazione propone immancabilmente di fare un concorso fotografico «così ci facciamo un archivio gratuito». La propongono immancabilmente gli assessorati dei comuni quando vogliono fare cultura a basso costo  perché poi «così ci facciamo un archivio gratuito». La esaltano le aziende perché «tanto le foto ormai e le fanno tutti» e poi «così ci facciamo un archivio gratuito».
Naturalmente che poi ci siano persone che producendo fotografie vivono e il cui lavoro andrebbe rispettato, non interessa a nessuno, perché tanto le fotografie nel sentire comune sono quel qualcosa senza valore che chiunque può fare. Che esista un concetto di professionalità legato alla fotografia è un pensiero che non sfiora nessuno o quasi a meno di non essere addetti ai lavori e anche in quel caso... e il mugugno continua...
Però, a pensarci bene, perché non ci inventiamo un bel concorso fotografico sulla condizione dei fotografi? Magari «così ci facciamo un archivio gratuito»...

lunedì 23 luglio 2012

Che fa un uomo in tutù rosa? Ispira i poveri di spirito


Corn, 2010, The tutù Project, www.thetutuproject.com, © Bob Carey, 2010.
Lunedì mattina. Consueto giro dell'immediato dopo colazione sui Preferiti del browser, alla voce notizie. Home page de Il Fatto Quotidiano. Un'occhiata ai titoli. C'è n'è anche uno abbastanza bizzarro da attirare l'attenzione... e riguarda anche la fotografia: Cosa fa un uomo in tutù? Aiuta la ricerca contro il cancro. Il sommarietto recita: «Il fotografo americano Bob Carey si è immortalato vestito da ballerino in molte parti del mondo, compresa l'Italia. Motivo? Far nascere un reportage - ora diventato libro - per raccogliere fondi destinati alla lotta contro il tumore al seno. Lo stesso che ha colpito sua moglie»... Ci sono almeno due cose che mi fanno rabbrividire in queste appena 232 battute spazi compresi. La prima è il riflessivo si è immortalato... figlio di immortalare, verbo tipicamente impiegato da chi sapendo nulla di fotografia ritiene di impreziosire il proprio eloquio con il suo impiego arricchendo contemporaneamente di senso profondo l'altrimenti misero atto del fotografare.
Secondo motivo di perplessità l'uso del sostantivo reportage, che mi pare decisamente fuori luogo per un progetto declinato nei termini che è dato intendere dalle già citate 232 battute spazi compresi.
In ogni caso l'estensore dello strillo in home page è riuscito ad incuriosirmi. Clicco sul titolo e mi ritrovo sulla pagina dell'articolo e scopro il titolo completo Cosa fa un uomo in tutù rosa in mezzo al deserto? Aiuta la ricerca contro il cancro. Non sto nemmeno a riassumere la vicenda perché il pezzo di Viola De Sando è breve e scritto decisamente meglio del richiamo in home page. Ognuno poi valuti  come meglio crede l'opportunità, la validità e la credibilità in termini di onestà non solo intellettuale dell'iniziativa di Bob Carey. L'aspetto su cui vorrei puntare il dito è invece l'agghiacciante pochezza dei due commenti presenti fino al momento in cui scrivo. Il primo cronologicamente sfiora (sfiora è un modo di dire) il patologico e recita: «Perfetto,lui E' UN ARTISTA,dunque affrettiamoci ad escogitare un nuovo termine adatto alla figura di LEONARDO DA VINCI.Porre sullo stesso piano questa pazza con il geniale inventore resta solamente UN INSULTO!». 
A parte il livore non controllato e non controllabile dell'autore, evidenziato dall'utilizzo dei caratteri maiuscoli, è paradossale come partendo da un'affermazione arbitraria, si arrivi a creare un parallelo ancora più arbitrario e infondato per poi concludere che si tratta di un insulto!... Ora io non ho un livello di attenzione eccezionale quando leggo qualcosa, ma il termine artista mi irrita sufficientemente da riuscirmi evidente all'interno di un testo o di un discorso, ma nel testo di Viola De Sando non mi era proprio parso di trovarne traccia... per scrupolo in ogni caso un bel Mela+F regala qualche sicurezza in più. In realtà ci sono ben due artista nella pagina, ma sono entrambi nel commento illuminato di cui sto parlando. Idem per Leonardo che compare solo nel verbo di Florence e nell'elenco dei blogger precedendo il cognome Martinelli.
Secondo, per il momento, commento firmato Carlozen: «semplicemente ridicolo, con la scusa di aiutare la ricerca sul cancro». Mancano solo tre puntini di sospensione in fondo per avere la certezza che si tratti di un commento non sul lavoro del fotografo, bensì sui sui orientamenti sessuali. E poi se la prendono con il povero Cassano... Certo due utenti non fanno media, ma fa riflettere che gli unici due che hanno passato il prefiltro redazionale, siano commenti i autori non si sono nemmeno posti il problema di affrontare il lavoro del fotografo in quanto tale, criticandolo o approvandolo, ma si sono in compenso preoccupati in forma nemmeno troppo velata di difendere una visione aprioristica di ciò che si deve o non deve fare. 
Mi viene in mente un convegno di belle speranze e poca partecipazione cui ho partecipato sabato scorso, dove ci si affannava a promuovere scambi culturali a livello fotografico verso l'Europa dell'Est, ma nessuno sembrava interessato a chiedersi se il nostro pubblico sia in grado affrontare impegni di questo tipo. 
Per quanto non riferibili direttamente alle tematiche del convegno, temo proprio che i due commenti al pezzo di Viola De Sando, possano costituire l'ennesima triste riprova circa la fondatezza della preoccupazione che ho espresso nel corso del mio intervento in sede di convegno. L'unica conclusione che mi viene in mente è una scontata citazione che preferisco lasciarvi nella sua versione originale...





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