giovedì 1 ottobre 2009

«Nonno, a che ti serve dire e ridire cose che nessuno conosce?»

1966, Grazia Neri fonda a Milano l’agenzia che porta il suo nome. 2009, Michele Neri, figlio di Grazia, diffonde un comunicato in cui si annuncia la messa in liquidazione dell’agenzia. Un annuncio che non sorprende gli addetti ai lavori da tempo a conoscenza del micidiale cocktail di contingenze che ha di fatto reso impossibile la prosecuzione dell’attività. Da un lato abbiamo assistito a una contrazione del mercato che ha fatto registrare cali di vendite prossimi al 40%, dall’altro invece troviamo gli oneri di gestione nella rappresentanza di agenzie estere che nei corridoi vengono quantificati con cifre a dir poco improbabili. Inevitabile quindi che si arrivasse prima a una drastica riduzione del personale e poco dopo alla decisione di mettere in liquidazione l’azienda.

Che il fotogiornalismo fosse in crisi da tempo, non è certo cosa che val la pena di ripetere. Basta andare a sfogliare i quotidiani di fine luglio per leggere ben più ampi resoconti di analoghe vicissitudini relative all’Agence Gamma, fondata anch’essa nel 1966.

Ma a parte questi casi che denunciano innegabilmente la gravità della malattia che affligge il fotogiornalismo, di sintomi meno eclatanti, ma non per questo meno gravi, se ne possono cogliere a volontà. A cominciare dalla ridefinizione del modo di intendere il fotogiornalismo, sempre più in bilico tra la deriva artistico-concettuale e quella prettamente commerciale. Nel primo caso alludo alla presenza sempre più frequente all’interno di gallerie d’arte di immagini nate per documentare, mentre nel secondo caso mi riferisco alla sponsorizzazione di lavori destinati alla promozione aziendale (corporate) sfacciatamente spacciati per operazioni giornalistiche. Come più volte mi è capitato di affermare in queste pagine, nutro profonda stima sotto il profilo manageriale nei confronti di chi riesce a convincere una grande azienda a sponsorizzare un lavoro per i fotografi della propria agenzia. Sono convinto che si tratti di operazioni vitali per garantire la sopravvivenza dell’agenzia stessa e dei suoi fotografi. Ma mi piacerebbe che ci si accontentasse di intascare la soddisfazione, il prestigio e il meritato utile economico che da queste operazioni deriva, evitando di proclamarsi con arroganza promotori e inventori di nuovo modo di fare fotogiornalismo. Soprattutto quando la tesi sostenuta è... argomentata con affermazioni del tipo «perché io dico che anche questo è fotogiornalismo».

Ma brutti segni si avvertono perfino in manifestazioni come il festival del fotogiornalismo di Perpignan, dove quest’anno si poteva toccare con mano una concezione datata, capace solo di parlarsi addosso attraverso la ripetizione di schemi triti e ritriti, e ammantarsi di rassicuranti quanto poco profonde estetizzazioni sempre più lontane dall’idea di informazione e documentazione. Un fotogiornalismo insomma ogni giorno un po’ lontano dai propri fondamenti e sempre meno vitale.

Di crisi del settore sento parlare da più di vent’anni, ma mai come in questo periodo mi sembra che i segni nell’aria siano inquietanti. Le cause le può individuare chiunque a cominciare da quella crisi dell’editoria aggravata dall’indifferenza di un pubblico incapace di valutare la qualità delle immagini. Fattore di cui si fan forti gli imprenditori che, in quanto tali, mirano solo a far si che la cosiddetta ultima cifra in basso a destra nei rendiconti di fine anno, ovvero quella che indica il profitto, sia la più alta possibile. Perché un editore dovrebbe investire nel lavoro di un fotografo quando con cifre irrisorie può approvvigionarsi di tutte le immagini che desidera presso le agenzie on-line che per pochissimi euro forniscono di tutto? O, ancora meglio, perché non dovrebbero saccheggiare in modo del tutto gratuito le pagine di Flickr dove incauti utenti uploadano immagini in alta risoluzione? Forse molti non ci pensano, ma oggi intere riviste vengono fatte in questo modo. Non voglio risolvere troppo semplicisticamente una questione tanto complessa, ma buona parte dei problemi nascono proprio dalla convergenza di questi fattori, anche se certo non sono questi gli unici responsabili della situazione, molte essendo le concause implicite in quanto appena accennato.

L’evoluzione tecnologica del mondo del lavoro ha portato negli ultimi venti o trenta anni alla scomparsa di intere professionalità, basti pensare, senza andare troppo lontano nel mondo dell’editoria, alle attività di prestampa annichilite dalle tecnologie informatiche. Non ci si sarebbe quindi da stupirsi se qualcuno iniziasse seriamente a considerare la professione di fotogiornalista come ben avviata verso l’estinzione. Ma il problema non sarebbe costituito solo della ricollocazione della forza lavoro, relativamente esigua rispetto ad altri settori. Quello è un problema destinato a risolversi in modo più o meno doloroso, come da sempre avviene nella storia dell’uomo. Il vero problema consiste nel fatto che l’ultimo secolo e mezzo di documentazione fotogiornalistica ci ha consegnato un’eredità storica preziosa in termini di memoria, coscienza e informazione. Un’eredità che rischia di scomparire nella generalizzata perdita di contatto con il reale che sembra caratterizzare quell’informazione globale figlia della nostra epoca. Perdere una fotografia in grado di farci fermare a riflettere su quanto accade, una fotografia prodotta da professionisti dell’informazione che operano in base a criteri giornalistici è, a mio avviso, un rischio tanto grave quanto vicino.

La perdita di quella memoria, quella coscienza e quello spirito critico che viaggiano (o dovrebbero viaggiare) nella borsa del fotogiornalista insieme alla sua macchina fotografica, mi fa istintivamente pensare alla California post-apocalittica del Jack London di La peste scarlatta (Adelphi, 2009). Circa sessant’anni dopo la distruzione pressoché completa dell’umanità avvenuta nel 2013 a causa di una devastante epidemia, i giovani nipoti dei sopravvissuti al disastro sono imbarbariti e hanno perso ogni memoria di ciò che l’umanità è stata. Di fronte ai racconti di un vecchio che narra come sia andata in fumo la civiltà non trovano di meglio che commentare «Nonno, a che ti serve dire e ridire cose che nessuno conosce?». Il paragone può apparire forzato, lo so, ma spero che la profezia di London non abbia a dimostrarsi vera non solo per l’umanità, ma anche per il fotogiornalismo.

n. 210 - ottobre 2009



Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di novembre 2009 de IL FOTOGRAFO.



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