Visualizzazione post con etichetta Giornalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giornalismo. Mostra tutti i post

domenica 8 febbraio 2015

Quando a mungere sono i politici

Il ministro del Lavoro Poletti munge una mucca in piazza del Campidoglio (foto Jpeg) - link diretto alla pagina di corriere.it.
L'invito è a cliccare questo link relativo a una galleria di immagini pubblicata da corriere.it, nella sezione Cronaca di Roma. Il titolo è Mucche in Campidoglio, i ministri le mungono e le immagini fanno riferimento all'estemporanea attività di mungitori assolta da vari personaggi politici nazionali che si sono offerti agli obiettivi mentre prelevavano il latte dalle mammelle di un bovino in una sorta di stalla allestita ai piedi del Palazzo Senatorio. Il tutto all'interno di una manifestazione promossa dalla Coldiretti e rivolta alla sensibilizzazione circa le non piccole problematiche del settore.

Al di là dell'opportunità di allestire una stalla in prossimità di luoghi istituzionali, al di là del meccanismo mediatico di bassissimo profilo (ammesso che di profilo si possa parlare) per cui i politici di ogni colore si sono demagogicamente profusi nella manifestazione della loro solidarietà al settore, la domanda che mi pongo è se questa gente si rende conto di come la lettura di immagini del genere possa essere tutt'altra che univoca e positiva. 

Non occorre scomodare nemmeno il piano simbolico della rappresentazione per rendersi conto che l'atto della mungitura assolto da un politico si presta a interpretazioni che esulano (e non poco) dalla solidarietà nei confronti degli allevatori. Il tutto è ancora più valido se su uno dei personaggi raffigurati sono circolati articoli di questo genere. Non intendo entrare in questa sede in polemiche o disamine di tipo politico, che certo non attengono a questo spazio, ma francamente mi chiedo se proporre la propria immagine in questi termini sia un gesto di sfrontatezza o di ingenuità senza pari. Ovvero se non ci si renda conto di come fotografie di questo tipo si possano prestare a letture feroci e fortemente negative per i soggetti raffigurati. 

Semmai una considerazione che non posso esimermi dall'esternare, è quella relativa alla grondante demagogia che cola copiosa da questa galleria. Il livello iconico è, nella migliore delle ipotesi, quello di una propaganda il cui linguaggio è aggiornato a più o meno ottanta o novanta anni fa. Possibile che nell'anno domini 2015 fotografie come queste riescano a trovare uno spazio pubblico? Sempre sperando che davvero non svolgano un ruolo attivo nel coinvolgimento al potere delle masse...

AddThis Social Bookmark Button

domenica 10 giugno 2012

Giornalismo e centri sociali: un pericolo da allontanare?

InfoOut è un portale di informazione che si autodefinisce, nella sua stessa testata, di parte. Legato con chiara evidenza ai centri sociali di sinistra ha redazioni ha Torino, Bologna, Palermo, Pisa e Modena, fornisce una lettura dei fatti ideologica e come tale non certo necessariamente condivisibile. Ma, fino a prova contraria il dettato costituzionale garantisce ai tutti i cittadini libertà d'espressione, financo ai rappresentanti di estrema sinistra o di estrema destra. Lo scorso 7 giugno, in occasione della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ai terremotati di Mirandola in provincia di Modena, due ragazzi, di cui uno con indosso una maglietta del centro sociale Guernica di Modena, si sono accreditati come giornalisti per seguire l'evento e darne il loro resoconto. Ricevuto senza problemi il passi stampa sono stati, in seguito, allontanati dalle forze dell'ordine secondo le modalità documentate dal video pubblicato su Youreporter.it
L'episodio è questo, sia pur con tutta la parzialità offerta da un video. Ognuno ne tragga le conclusioni che la personale dotazione di buon senso suggerisce. Di sicuro a cercarle si possono trovare ottime ragioni a sostegno delle ragioni di entrambe le parti in causa, tanto quindi per i due ragazzi accreditatisi per InfoOut quanto per i rappresentanti delle forze dell'ordine. Di sicuro sarebbe stato più sagace, sotto il profilo professionale, evitare di accrescere la propria visibilità indossando la T-shirt del Guerinca...
Altrettanto di sicuro quando si assiste a episodi di limitazione della libertà di espressione (vedi anche questo vecchio post), credo sia doveroso fermarsi a riflettere sull'accaduto. Qualcuno potrebbe anche pensare, con una buona dose di superficialità, che l'episodio romano citato sia poco attinente con quello oggetto in questo post. Oppure che entrambi siano di scarsa rilevanza in quanto limitati a un contesto di eccezionalità. Io penso che purtroppo invece ogni limitazione alla libertà di fotografare o di documentare più in generale non possa e non debba mai essere ignorata, proprio come quelle piccole feritelle che se non disinfettate adeguatamente possono portare gravi infezioni a chi le trascura. Anche perché fin troppo spesso si relegano i fatti a contingenze che meriterebbe di essere valutate in ambiti di maggiore respiro. Il non farlo può tornare utile solo a chi il potere lo detiene. Indipendentemente da quale sia il colore di facciata in nome del quale viene esercitato.

AddThis Social Bookmark Button

domenica 31 luglio 2011

Siria, carri armati sulla folla: clicca il video e non vedrai niente!

L'Unità ha pubblicato questo video sulle pagine dell'edizione on-line. Io non ho nulla da dire sul contenuto giornalistico in voce, anche perché non possiedo abbastanza informazioni. Non riesco però a non chiedermi quale possa essere il senso di un video del genere con tanto di incitazione a cliccare per vedere il video. Personalmente mi pare l'ennesimo tentativo di speculazione su avvenimenti più che tristi. Ovvero attirare il lettore con la promessa di vedere cose straordinarie (nello specifico straordinariamente tragiche) quando poi non si ha assolutamente niente da mostrare come in questo caso. Intanto il contatore degli accessi sale e le certificazioni da esibire agli inserzionisti diventano più solide e appetibili. Da notare che i codici perc incorporare il video propongono una dimensione maggiore, analoga a quella presente sule pagine de L'Unità, il che rende ancor meno comprensibil la visione del video. Personalmente ho difficoltà considerare un video simile come informazione. Se qualcuno invece riesce a trovare invece una strategia informativa di qualche tipo, purché sostenibile logicamente, è il benvenuto.


AddThis Social Bookmark Button

mercoledì 20 aprile 2011

Libia: muore Tim Hetherington

L'ultimo messaggio su Twitter del 19 aprile 2011 di Tim Hetherington: «Nella città assediata di Misurata. Bombardamenti indiscriminati delle forze di Gheddafi. Nessun segno della Nato». (clicca per ingrandire)
 «Ti dovrei raccontare un po' di cose, ma magari ti richiamo un altro giorno... oggi sono proprio distrutto... sono morti due colleghi a Misurata...  Tim Hetherington e Chris Hondros»
«Oddio, ma quando?» chiedo.
«Nel pomeriggio... era anche un amico...»
Guardo l'ora sull'orologio del computer, istintivamente... le 21,48...dall'altra parte del telefono Francesco Zizola. Dovevamo sentirci per paralre un po' di un lavoro, ma evidentemente non è il momento. Il destino tragico che ha accompagnato la fine di tanti, troppi, giornalisti si è ripetuto per l'ennesima una volta. È terribile pensare di essere tranquillamente seduti davanti al proprio computer mentre la gente muore, ma in genere si fa Herrington finta di non sapere che dall'altra parte del mare c'è una guerra in corso. E in guerra si muore.
Saluto Francesco... ci sentiremo nei prossimi giorni per parlare...
L'immagine del soldato che si riposa nel bunker a Restrepo in Afghanistan, realizzata in assignment
per Vanity Fair, con cui
Tim Hetherington ha vinto il World Press Photo of the Year nel 2007.
Mi viene in mente che un paio di settimane fa anche quelli del collettivo Shabel Reporter Associati hanno rischiato grosso a Bengasi. Su Skype Ugo Lucio Borga, che a suo tempo era stato mio studente al corso di fotogiornalismo, mi aveva raccontato che lui, Matteo Fagotto e  Giampaolo Musumeci erano rimasti sotto il fuoco per una decina di minuti... i più lunghi della sua vita. «Stavolta ce l'avevano proprio con noi» aveva scritto in chat la sera. Ma per fortuna sono tornati tutti e tre senza un graffio.
Tim Hetherington
Apro La Repubblica.it  che annuncia la morte di Tim Hetherington e ricorda che era stato nominato all'Oscar per un documentario sull'Afghanistan e nel 2007 aveva vinto li World Press Photo of the Year. Chris Hondros è dato per gravissimo. Inoltre sono feriti anche Michael Christopher Brown e Guy Martin. I quattro pare siano stati colpiti da un mortaio in Tripoli Street, nella strada principale della città di Misurata. Purtroppo sia nella parte finale dell'articolo di La Repubblica.it sia in quella de Corriere della Sera.it si parla di Hondros al passato, cosa che sembrerebbe suggerire che l'informazione di Francesco Zizola fosse più aggiornata. Possiamo solo sperare che non sia così al momento, anche se il video pubblicato da Corriere della Sera.it non lascia certo adito a grandissime speranze.
Chris Hondros
Nel suo ultimo messaggio su Twitter «In besieged Libyan city of Misrata. Indiscriminate shelling by Qaddafi forces. No sign of NATO.» (Nella città assediata di Misurata. Bombardamenti indiscriminati delle forze di Gheddafi. Nessun segno della Nato).
Verrebbe da dire molte cose in questi momenti. Ma in realtà quaunque parola in più venisse aggiunta a questo punto non potrebbe che risultare inutilmente superflua.




AddThis Social Bookmark Button

sabato 16 aprile 2011

Istantanee alla borsa di Parigi: prezzi favolosi e migliaia di persone rovinate

«Nel 1933, andando in biblioteca, passavo a volte vicino alla Borsa. Un giorno, incuriosita dalle voci che ne uscivano, ci andai. Armata della mia Leica, mi avvicinai ai portici e mi unii alla folla che ascoltava le offerte degli agenti di cambio, che poi le scrivevano sulle lavagne alle loro spalle. A quei tempi tutte quelle attività che oggi si svolgono all'interno avvenivano all'aperto in un frastuono di vendita all'asta. Vidi un agente che gesticolava forsennatamente. Senza dubbio un meridionale: la pelle scura, i capelli neri e una ciocca che ricadeva sulla fronte. Ora sorridendo, ora con aria angosciata, asciugandosi la faccia rotonda, imboniva il pubblico. Ecco il mio uomo, pensai. Puntai il mio apparecchio e scattai una serie di foto.
Inviai queste foto a diverse riviste uropee con il titolo Istantanee alla borsa di Parigi. Un po' di tempo dopo ricevetti dei ritagli di un giornale belga. Quale non fu la mia sorpresa quando scoprii le mie foto sotto un titolo a caratteri cubitali che diceva: "Rialzo alla borsa di Parigi. Le azioni raggiungono prezzi favolosi". Grazie ai sottotioli ingegnosi, il mio innocente servizio assumeva il senso di uno scandalo finanziario. Il mio stupore toccò il culmine quando trovai, qualche giorno dopo, le stesse foto questa volta sotto il titolo: "Panico alla borsa di Parigi. Patrimoni che crollano, migliaia di persone rovinate".
  Le mie immagini illustravano perfettamente la disperazione del venditore e lo smarrimento dello speculatore sul punto di andare in rovina. Cominciai a capire che l'obiettività dell'immagine non è che un'illusione. Le didascalie che la commentano possono  stravolgerne completamente il significato.»* 
L'immagine della borsa di Parigi cui fa riferimento il racconto di Gisèle Freund pubblicata a pag. 30-31 del volume Il mondo e il mio obiettivo di Gisèle Freund, Carte d'Artisti - Abscondita, MIlano 2011.


 







*tratto da Il mondo e il mio obiettivo di Gisèle Freund, Carte d'Artisti - Abscondita, MIlano 2011, pag. 28-29.



venerdì 21 gennaio 2011

Ma che faccia ha Carlina?

L'immagine di Carlina al momento della scomparsa nel 1987 e il photo composite che ricostruisce il suo preumibile aspetto all'età di circa 19 anni.
«Carlina White aveva solo 19 mesi quando venne rapita da un ospedale di Harlem, New York, nell’agosto 1987. Ora la ragazza, con un’inchiesta personale, ha scoperto la sua vera identità e ha potuto ritrovare la sua famiglia.»
L'Unione Sarda

«New York - (Adnkronos) - Era scomparsa il 4 agosto 1987 all'età di 19 giorni, dopo che la madre naturale l'aveva portata all'ospedale di Harlem perché aveva la febbre. Allora si parlò di una misteriosa donna vestita da infermiera, ma le indagini non portarono a nulla. Ora il caso si riapre. La giovane:"Sul sito delle persone scomparse ho trovato una bimba che mi somigliava tantissimo e ho cominciato a dubitare".»
Adnkronos

L'avviso di ricerca di Carlina White
pubblicato da vanishedmissinglost.wordpress.com
«Carlina White fu portata via a 19 giorni di vita da un ospedale di Manhattan, dove era stata ricoverata insieme alla madre perchè febbricitante, il 4 agosto del 1987. Circa due ore dopo l’ammissione, Carlina scomparve dalla culla del reparto di pediatria dove riposava.»
LASTAMPA.it

«WASHINGTON – Carlina White aveva solo 19 mesi quando venne rapita da un ospedale di Harlem, New York, nell’agosto 1987. Ora ha la ragazza, con un’inchiesta personale, ha scoperto la sua vera identità ed ha potuto ritrovare la sua famiglia. Quello di Carlina era un «caso freddo».»
CORRIERE DELLA SERA.it

«Indagando sul web si riconosce in una foto da neonata e ritrova la sua vera famiglia. Singolare storia di una ragazza di 23 anni, Carlina White, che fu portata via a 19 giorni di vita da un ospedale di Manhattan, dove era stata ricoverata insieme alla madre il 4 agosto del 1987.»
TG La7

«Ha impiegato 23 anni a capire che qualcosa non andava nella sua famiglia: tutti troppo diversi da lei. Ha indagato da sola su casi di bambine scomparse, ne ha individuato uno che poteva essere compatibile con la sua età e, dopo un test del Dna, ha avuto la certezza di essere proprio lei la bimba rapita nel 1987 da un ospedale di Harlem. L'incredibile storia viene raccontata dal New York Post che a tutta pagina pubblica le foto della neonata, nonché le foto segnaletiche diffuse allora dalla polizia, e quella della donna come appare oggi. Si tratta di Carlina White e aveva solo 19 mesi quando fu presa da un ospedale di Harlem.»
La Repubblica.it

E qui mi fermo con le citazioni, anche perché per quanto sia poco brillante la mia mente, perfino io ho capito che non saprò mai se questa benedetta ragazzina è scomparsa dall’ospedale a 19 giorni o a 19 mesi. Del resto bisogna anche ammettere che ai fini della storia non è che cambi poi tanto la sostanza. Per quanto riguarda la cronaca la potete desumere dai vari link da cui sono estratte le citazioni qui sopra, ma riguarda la scomparsa di una bambina, Carlina White appunto, dall’ospedale di Harlem nel 1987. Raggiunta l’età della coscienza Carlina, che era stata chiamata Nejdra nel frattempo, pare che abbia iniziato a notare un’assenza totale di affinità con la madre, finché questa non è stata in grado di esibire l’atto di nascita nel momento in cui Carlina-Nejdra pare sia rimasta incinta a sedici anni. I sospetti e le incongruenze si sono fatti talmente forti da spingere la ragazza documentarsi sui siti dedicati alle persone scomparse, finché non ha trovato un’immagine di una bambina in cui si è riconosciuta. Successivi esami del DNA hanno poi confermato il rapporto di parentela con i genitori naturali.

Sì, va bene, ma in un blog di fotografia cosa c’entra?
Si parlava di recente del possibile scostamento dal noema barthesiano, della natura della fotografia digitale/o della natura digitale della fotografia. Bene l’immagine della piccola Carlina era sicuramente un’immagine analogica che ha conosciuto una diffusione digitale attraverso la rete. L’immagine di come avrebbe potuto essere Carlina a un’età di circa 19 anni è un’immagine di sintesi veicolata anch’essa per via digitale. Il photo composite è realizzato presumibilmente con un software in grado di restituire un’immagine in cui le presumibili trasformazioni morfologiche del volto derivanti dal passare degli anni assumono una forma visibile, pur in assenza dell’originale.
Schermata con la seconda foto dedicata alla storia di Carlina White su repubblica.it
Ora leggendo e mediando tra le varie versioni pubblicate, pare che Carlina si sia riconosciuta attraverso le immagini di quando era piccola, cosa più facile da credere di quanto non possa esserlo facendo riferimento al photo composite. Se infatti si assume che nella seconda foto pubblicata nelle mitiche gallerie di repubblica.it sia Carlina al giorno d’oggi, c’è da dire che la rassomiglianza è abbastanza relativa. Riconoscibile è soprattutto la forma delle labbra e forse dell’arcata sopraccigliare.
Ma in realtà non lo sapremo mai con certezza. Se infatti Carlina dopo più di venti anni ha potuto ritrovare i genitori naturali grazie a una foto, noi, grazie alla notoria professionalità con cui sono redatte le gallerie di repubblica.it, non sapremo mai quale sia il volto odierno di Carlina. Del resto si sa che le didascalie in ambito fotogiornalistico sono un optional sgradito..
Schermata dal sito on-line de L'Unione Sarda.
(clicca per ingrandire)

Ma, per fortuna ci sono giornalisti più seri e professionali. Basta buttare un occhio alla versione on-line de l'Unione Sarda. Facile anche verificare le fonti con una semplice ricerca su Goggle Immagini. Ebbene sì la fonte è Facebook.com. Per altro cliccando l'immagine si viene portati alla pagina di tal Lna A. White, che dichiara di essere nata il  24 settembre 1982... Certo io non sono gran che fisionomista e ho scelto di fare il licelo classico perché si aveva poco a che fare con i numeri... ma se Carlina è scomparsa nel 1987, che avesse 19 giorni o 19 mesi, si sicuro non poteva esser nata nel 1982.
A nessuno sorge il sospetto o repubblica.it o a L'unione Sarda abbiamo commesso un errorino?

E se a questo punto dessimomo il via al grande gioco dell'anno: Che faccia ha oggi Carlina?
Schermata dei risultati della ricerca su Goggle Immagini della voce Carlina White. (clicca per ingrandire)

AddThis Social Bookmark Button

domenica 26 dicembre 2010

Hai mai visto morire qualcuno? Ecco la sequenza della tragedia*


Al centro della legge ci deve essere sempre l’uomo è il titolo di un intervento di Maria Grazia Zoncu, giudice del tribunale di Busto Arsizio, pubblicato da La Prealpina del 17 dicembre 2010 a commento di una brutta notizia di cronaca.** In breve l’antefatto: in una palazzina di via Einaudi a Busto Arsizio in provincia di Varese, il cinquantatrenne Filippo Trovato durante la procedura di sfratto, si era lasciato cadere dal balcone al terzo piano della casa in cui aveva abitato per ventisette anni. Da quello che si può dedurre dall’articolo in prima pagina (con prosecuzione in quarta) l’uomo, presumibilmente invalido («economicamente sostenuto da una pensione di invalidità civile»***), dopo due ore di resistenza allo sfratto ha messo in atto la sua minaccia.
Facile quindi, una volta chiarito cosa lo abbia fatto scaturire, comprendere il titolo dell’intervento estremamente ponderato e sensato del Giudice Zoncu.
Difficile non essere d’accordo con le tesi esposte.

Adesso proviamo a fare un gioco tutti insieme. Provate a immaginare di far parte della redazione di un giornale quotidiano che riceve questa notizia e deve restituirla ai suoi lettori. Provate a immaginare ora di essere prima il photo editor, poi il caporedattore e infine il direttore. Bene. Innanzitutto che rilievo dareste alla notizia? Supponiamo che il quotidiano in oggetto sia a forte connotazione locale. Inutile dire che in questo caso una notizia così emotivamente coinvolgente per il territorio debba avere forte rilievo sulla vostra testata. Per cui probabilmente sia come caporedattore sia come direttore le assegnereste un posto importante in prima pagina.
Chiamate un paio di giornalisti e gli dite di occuparsi della cosa raccogliendo dettagliate informazioni. Sono professionisti e sanno come fare, non ci saranno problemi. A questo punto sorge un altro problema: come la illustriamo questa notizia?
Prima di andare avanti fermatevi a pensare seriamente cosa fareste se vi trovaste costretti a decidere.
Ed ecco come hanno risolto il problema nella redazione de La Prealpina
La prima pagina de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Adesso facciamo un altro gioco. Non siete più nella redazione di un quotidiano locale, ma ne siete lettori. Ieri vostro cugino che già aveva parecchi problemi per conto suo, finito giù dal terzo piano della casa da cui lo stavano sfrattando. In questo momento giace in un letto della rianimazione «con fratture e traumi diffusi un po’ ovunque»**, ovviamente, in prognosi riservata. Probabilmente voi cercate di non pensarci e continuare a condurre una vita normale a dispetto dell’accaduto. Del resto voi potete fare davvero poco in questo momento. Sta ai medici e a Dio se siete credenti. Uscite quindi a fare la spesa come al solito e passando davanti all’edicola comprate il vostro quotidiano locale. In prima pagina ci trovate la sequenza della tragedia, con vostro cugino che piomba giù dal terzo piano di casa sua…
Un bel colpo al cuore, non credete? Un po’ sgomenti, un po’ increduli e sicuramente addolorati e raccapricciati andate comunque avanti e cosa trovate? Un altro paio di foto in bianconero che vi fanno vedere la barella avviata verso l’ambulanza e altre due foto di vostro cugino.
Le immagini che corredano l'articolo de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Secondo voi a questa vista sareste ammirati per la prontezza di riflessi del fotografo e la deontologia professionale di redazione e direttore? O per caso potreste avere anche un’altro tipo di reazione?

Ma lasciamo perdere il piano etico nella valutazione sull’opportunità di pubblicare immagini del genere (piano in cui la condanna dal mio punto di vista è inappellabile). Vediamo la cosa sotto un profilo meramente tecnico. Pubblicare più di una fotografia (ben tre della caduta) quale contenuto informativo aggiunge alla notizia? Ci aggiunge forse dei dati in più utili alla comprensione della vicenda? Sinceramente direi proprio di no. È pura e semplice ridondanza. Allora perché farlo? La più scontata delle risposte è che un’operazione simile si conduca per poter andare a colpire l’emotività del lettore, scatenando il più torbido dei voyerismi, ben conosciuto agli spettatori di una nutrita schiera di cultori di programmi televisivi incentrati su episodi tragici che, però, spesso si concludono bene.

Mi chiedo poi: che pensare del fotografo che ha effettuato le riprese? Dal mio punto di vista è stato inappuntabile e non può certo essere criticato in alcun modo per averle realizzate. Era lì per quello e comunque non avrebbe potuto intervenire per evitare che le cose prendessero quella piega. Semmai trovo... discutibile (qualora non fosse chiaro è un forte eufemismo) la scelta di fornirle al giornale. A livello informativo sarebbe bastata una sola foto, possibilmente non della caduta, e una buona didascalizzazione. Il resto è solo volontà di intingere il pane nel sugo della morbosità del lettore. E non vorrei ricordare quanto affermava il buon vecchio Eugene W. Smith sul senso di responsabilità che il fotografo dovrebbe avvertire non solo in merito alla produzione dell'immagine, ma anche relativamente al suo utilizzo...
Dall'inserto speciale Il giorno del terrore, pagine 8-9, allegato al settimanale Oggi del 18 settembre 2001.
(clicca per ingrandire)

Un'ultima associazione di idee mi viene per affinità tematiche con un'ignobile doppia pagina apparsa su Oggi nell'ormai lontano settembre 2001. In uno speciale dedicato alla tragedia delle Twin Towers fu pubblicato quanto vedete qui sopra, con ben quattro fotografie raccontano la stessa cosa, ovvero gli ultimi tragici istanti di vita di uomini e donne  che, intrappolati senza speranza di salvezza all'interno dei grattacieli in fiamme, decidono di gettarsi nel vuoto. A suo tempo ebbi modo di esprimere pubblicamente la mia opinione sull'opportunità di una simile publicazione (vedi link collegato all'immagine qui sotto).
RAI-RADIO 3 - Radio 3 Suite
Dentro l'immagine: 11 settembre 2001
- 16 min. 21 sec.
(clicca sull'immagine per acoltare)
Oggi non ho cambiato idea e sono particolarmente sconfortato nel dover ripetere lo stesso tipo di ragionamenti oltretutto per avvenimenti di una portata molto più limitata nello spazio e nel tempo. Quanto pubblicato da La Prealpina ritengo sprofondi nei bassifondi più infimi della professione giornalistica. Del livello umano non si può  nemmeno parlare. Sono passati quasi dieci anni, ma non posso che continuare ad esprimere condanna per operazioni di questo tipo.

Adesso che ho finito provate un po' a ripensare al titolo dell'intervento del Giudice Zoncu... non sembra anche a voi che ci sia una tenace, sotterranea... coerenza tra gli enunciati che sottendono il commento alla notizia e la linea editoriale?
 ____
* A seguito dell'intervento dell'autore delle immagini, Davide Caforio, specifico che Filippo Trovato, l'uomo rappresentato nelle immagini, non è deceduto in seguito alla caduta. Il titolo, criticabile o meno che sia, non deve la sua scelta alla volontà di fare cronaca, ma intende sottolineare ai fini dell'analisi e della discussione, il meccanismo comunicativo, che i responsabili della pubblicazione della sequenza in prima pagina, e nelle successive, hanno sfruttato attingendo alla morbosità del pubblico nei confronti di immagini di morte, reale o potenziale che sia. (28 dicembre 2010) 
** Ringrazio Alberto Maretti che mi ha segnalato la notizia e fornito scansioni e testo utilizzati nella stesura del post.
*** Dall’articolo Lo sfrattano, si getta nel vuoto (in prima pagina a firma di Sarah Crespi e Marco Linari), prosecuzione a pagina 4 (a firma di Sarah Crespi) de La Prealpina del 17 dicembre 2010.

AddThis Social Bookmark Button

mercoledì 1 settembre 2010

Professione: reporter di guerra su Radio 24

Poco tempo fa una cara amica che lavora in RAI mi raccontava che la parola d'ordine aziendale per chiunque vada in onda con un qualsiasi programma è alleggerimento. Credo che questa confessione, fatta a denti stretti e con tutta la frustrazione di chi cerca di lavorare seriamente, sia  almeno pleonastica per chiunque abbia un minimo, ma veramente un minimo, di spirito di osservazione. Il problema è che alleggerendo, alleggerendo siamo finiti a trattare del nulla più assoluto. Per fortuna ci sono delle eccezioni. Tra queste mi permetto di segnalare la breve stagione, che personalmente mi auguro abbia un seguito, di Nessun luogo è lontano, una trasmissione radiofonica ideata e condotta da Giampaolo Musumeci su Radio 24
Giornalista e fotografo, Musumeci ha condotto Nessun luogo è lontano dando spazio a tematiche di informazione spesso trascurate, sottolineando le caratteristiche della professione sia di giornalista sia di fotogiornalista, miscelando le proprie esperienze con quelle di alcuni dei più importanti giornalisti italiani. Personalmente ho avuto l'onore di affiancare in studio ospiti telefonici prestigiosi come Ettore Mo, Fausto Biloslavo e Franco Paggetti in occasione della puntata intitolata Professione: reporter di guerra in onda il 25 agosto.
Credo che chiunque si interessi non tanto alla fotografia o al giornalismo, quanto ai nostri tempi, troverà interessante la trasmissione, di cui allego di seguito il link al podcast di Radio 24
Nessun luogo è lontano - 25 agosto 2010 - conduce Giampaolo Musumeci
Ospite in studio: Sandro Iovine - Ospiti telefonici: Fausto Biloslavo, Ettore Mo, Franco Pagetti


A completamento del tema affrontato durante la trasmissione allego un interessante frammento di intervista ripresa da Internazionale (e segnalatomi da Laura Marcolini che ringrazio) a Tiziano Terzani, personaggio che tendo a non amare per l'eccessiva esposizione mediatica che all'indomani della morte ne ha travolto il lavoro, ma che riassume in modo assai efficace la sua concezione della professione di giornalista.



AddThis Social Bookmark Button

mercoledì 14 maggio 2008

Dispatches: il fotogiornalismo secondo Knight e Rosenblum


«In un mondo che cambia a velocità warp abbiamo concepito Dispatches per mettere in qualche punto tra Gutenberg e Google, una fonte di conoscenza vivace e fresca con un format destinato a persone che sanno quale può essere il peso delle parole e delle immagini su carta». Esordisce così l'editoriale di presentazione della nuova rivista che vede protagonisti Gary Knight dell'Agenzia VII, photography editor e art director, e Mort Rosenblum. Salutiamo la nuova testata, che avrà una cadenza di pubblicazione quadrimestrale, con grande piacere. Che oggi venga editata una rivista con una cadenza simile va decisamente a sottolineare la volontà di non competere con un livello di informazione immediata e destinata a durare poche ore. La ricerca è in direzione dell'approfondimento, un concetto sempre meno frequentato dal giornalismo contemporaneo. Ma ci sarà ancora spazio reale per l'approfondimento? Personalmente me lo auguro, ma non riesco a essere particolarmente ottimista. «Il nostro intento -scrive Mort Rosenblum nell'editoriale del primo numero di Dispatches- è provocare riflessioni e stimolare un dibattito». Nel primo numero è presente un lavoro commissionato ad Antonin Kratochvil dell'Agenzia VII, mentre nel secondo verranno pubblicate le fotografie di Yuri Kozyrev dell'Agenzia NOOR. Foss'anche solo per questo credo che sia un gesto dovuto sostenere lo sforzo che viene compiuto sostenendo un abbonamento annuale per un importo di £50,00 (pari a poco meno di 63 Euro).
Il primo numero di Dispatches si intitola In America e prevede i seguenti servizi: A Kashimiri in America: the lucky shade of brown, Exceptionalism: America the exempt, Mind blindness and the decline of hitchhing, Of turbans and neckties: why past defines present. Sul sito è anche presente un contributo multimediale con immagini Antonin Kratochvil



La testata di Dispatches, la nuova rivista quadrimestrale che ha come photography editor e art director Gary Knight dell'Agenzia VII.

La copertina del primo numero di Dispatches.

Una schermata di GodVille, il contributo multimediale di Antonin Kratochvil




AddThis Social Bookmark Button



Puoi contribuire alla diffusione di questo post votandolo su FAI.INFORMAZIONE. Il reale numero di voti ricevuti è visibile solo nella pagina del post (clicca sul titolo o vai sui commenti).

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.


sabato 24 marzo 2007

Il World Press Photo come Sanremo?


Lo so il paragone è blasfemo, delirante e provocatorio, ma a volte ho la sensazione che certe grandi manifestazioni territorio di comune conoscenza da parte di un pubblico esteso, finiscano più o meno tutte per essere soggette a quella che definirei la sindrome di Sanremo. Quella per cui una canzone vince, ma è regolarmente un'altra a scalare le classifiche di vendita. Quest’anno mi pare sia toccata al World Press Photo, almeno a quanto è dato di giudicare facendo un giro nella vox populi espressa dalla rete. Chi si occupa delle immagini di Pellegrin, chi si lamenta che il fotogiornalismo si interessa solo alle tragedie dell'umanità perché morti e disgrazie fanno share come direbbero in televisione, chi ancora si fa ammaliare dall'estetica delle immagini sportive del nostro Max Rossi ai Mondiali di ginnastica in Danimarca. Ma pochi si chiedono, o perlomeno non lo manifestano, se abbia ancora senso parlare di fotogiornalismo, quando un riferimento internazionale come il World Press Photo, propone dei modelli che, volenti o nolenti, finiranno per diventare una sotterranea linea guida del lavoro fotogiornalistico internazionale. La fotografia premiata come fotografia dell'anno poi sembra abbastanza trascurata da tutti. Perché? Forse perché non ci sono morti squartati per utilizzare l'espressione usata come chiave di ricerca da qualcuno per raggiungere questo blog? Non ho risposte ovviamente, mi limito a fare solo alcune considerazioni partendo da alcune affermazioni riportate da Elvira Serra in un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 10 febbraio 2007. Nell'articolo l'attenzione per l'immagine di Spencer Platt viene liquidata da Oliviero Toscani con la seguente considerazione «La foto che ha vinto è riuscita bene, in un secondo aggancia la coscienza di chi la guarda. Però sarebbe stata premiata se su quella vettura non ci fossero state quattro belle ragazze, se quell'auto non fosse stata di un rosso così intenso, se l'insieme non avesse avuto un particolare senso estetico?». A parte che sarebbe facile ironizzare sulla tautologia iniziale: possiamo dir tutto del World Press Photo e della sua giuria, ma spero che almeno siano in grado di riconoscere un’immagine riuscita bene. Interessante poi che poco prima nell'articolo venisse riportata l'opinione del presidente della giuria del World Press Photo Michel McNally «Non ci si stanca mai di guardarla, contiene le complessità e le contraddizioni della vita vera in mezzo al caos». Un'affermazione sicuramente Cicero pro domo sua che difende le scelte fatte, ma almeno introduce ad una chiave di lettura meno qualunquista, forzata e dalla rilevanza discutibile.
La forza di questa immagine sta a mio avviso proprio nella capacità di mettere in immediata relazione l'aspetto surreale dell'atteggiamento dei giovani il cui aspetto suggerisce uno status decisamente agiato, in cui la cura del vestire che si risolve poi nell'elegante se pur sobria bellezza delle fanciulle e la fantomatica auto di un rosso così intenso costituiscono l'indispensabile elemento di contrasto per dare un senso all'intera immagine. Il senso di normalità dei gesti e degli atteggiamenti che ci rimandano a un clima da gita spensierata e l'inquadratura sobria e priva di accenti e forzature, inducono a una tranquillità che vacilla non appena l'occhio si sposta sullo sfondo di macerie. Colpisce nel complesso il senso di naturale indifferenza verso tanta devastazione da parte dei personaggi che passano in secondo piano. Mentre per le giovani in macchina il tutto si riduce a un'attrazione turistica da riprendere con il telefonino.
Condivido quanto dice McNally quando afferma che non ci si stanca di guardare un'immagine come questa che presenta senza urlare, quasi in punta di piedi la molteplicità di approccio dell'essere umano ai fatti della vita. Credo però che un'immagine del genere abbia bisogno di un po' di tempo per essere metabolizzata, in quanto non è costruita solo per stupire e sconvolgere al primo sguardo, ma anche per far pensare, per quanto sia facile intuire il non poco mestiere messo in gioco dal fotografo.

Interessante entrare poi nell'immagine e scoprire nel riflesso sugli occhiali della ragazza seduta a fianco del guidatore, una specularità imbarazzante con quanto mostrato sullo sfondo: macerie dietro e macerie davanti agli occhi degli osservatori. Ma macerie anche davanti e dietro agli occhi delle giovani di quella che possiamo presumere essere la Beirut bene. E questo naturalmente sottolinea la sensazione di indifferenza dei giovani che si ha quasi la sensazione si aggirino tra i set di un reality show.

Soprattutto la ragazza intenta a riprendere la scena davanti ai suoi occhi con il cellulare, colpisce per la tensione espressa dal volto che non pare tanto provocata dal contenuto della scena, quanto piuttosto dalla difficoltà della ripresa da mostrare in un secondo momento agli amici. Imbarazza comunque la si voglia leggere questa visione. Se da una parte infatti possiamo intuire all'interno di questa scena l'indifferenza e la scarsa capacità di distinguere il reale dalla finzione, dall'altra possiamo anche vedere a quale incredibile livello di assuefazione possa essere indotto l'essere umano dalle difficoltà dell'ambiente in cui vive. Considerazione davvero non meno drammatica, anzi...

Sinceramente però la mia tendenza è quella di aderire alla prima delle due letture citate in quanto mi sembra sottolineata dall'ostentazione di benessere implicita sia nel mezzo di trasporto sia nell'estrema cura dell'abbigliamento dei singoli personaggi raffigurati. Una cura e una precisione/perfezione che mal si accompagna con lo scenario di devastazione presente sullo sfondo e nel riflesso. E come se ancora una volta si volesse sottolineare che quei giovani non sono toccati dalla tragedia in corso. Qualcuno ha voluto poi leggere nel particolare della ragazza con il volto coperto da un fazzoletto la volontà di proteggersi dal cattivo odore. Impossibile dire qualcosa di definitivo nonessendo stati presenti sul luogo dello scatto al momento dello stesso, ma osservando il gesto mi sembra più probabile che la ragazza si stia semplicemente soffianco il naso. Un gesto di quotidianità che ancora una volta evidenzia la surrealtà della situazione.

Senza nulla togliere al buon lavoro di Spencer Platt, non riesco però a non farmi tornare in mente una fotografia di qualche anno fa scattata da Lauren Greenfield nell'ambito di un lavoro sulle influenze dei modelli holywoodiani sulla gioventù di Los Angeles. La struttura iconografica è soprendentemente simile: primo piano con bella gioventù agiata in macchina ripresa leggermente dall'alto. Sullo sfondo un'altra auto non proprio con l'aspetto dell'utilitaria, rosso fiammante, con buona pace di Oliviero Toscani, sostituisce le macerie, ma sottolinea una comunicazione fatiscente tra i due gruppi di giovani edonisti.

Ma andiamo ancora un pochino indietro. Siamo negli anni sessanta, nel 1964 per la precisione, René Burri racconta la Germania. In primo piano ancora giovani di buona famiglia, l'inquadratura è scesa, pur restando ad un'altezza superiore a quella dei soggetti, e non è più forzata dall'alto come nel caso della Greenfield, sullo sfondo Berlino Est e i suoi palazzi in costruzione. Volendo ben vedere simbolo di una devastazione moralmente non inferiore a quella fisica e reale di Beirut. L'ingresso da destra dell'auto rende il tutto inquietante.

Di fatto per una catena di associazioni mentali sulla forma dell'immagine, dalla fotografia della Greenfield, sono passato a quella di Burri e ora non riesco a non citare un'immagine di Robert Frank scattata tra il 1955 e il 1956 nei pressi di Detroit nell'ambito del celeberrimo The Americans. Ancora una volta un'auto cabriolet con giovani (e non solo) a bordo. Il senso dell'immagine inserita in tutt'altro contesto di ricerca è differente, ma è difficile pensare che la catena di suggestioni visive che ha coinvolto sia la Greenfield sia Platt non veda tra i suoi anelli anche questa storica immagine.

Se poi vogliamo divertirci ad andare ancora più indietro cambiando totalmente genere fotografico e procedendo per pure associazioni di forma possiamo ritrovare embrioni degli scatti precedenti in un'immagine realizzata tra il 1934 e il 1935 da Robert Doisneau allora fotografo della Renault, un impiego di durata relativamente breve grazie alle intemperanze caratteriali e l'insofferenza al rispetto di certi dettami disciplinari di quel grande e ironico narratore dell'anima di Parigi. Siamo in un altro contesto e in un'altra epoca. L'immagine ha destinazione commerciale e non si propone di raccontare nulla che non sia la creazione di un'immagine positiva e piacevole di un'autovettura. Per questo vengono impiegati degli stilemi che rimarranno: la ripresa dall'alto, il senso di marcia rassicurante da sinistra verso destra, la sensazione di libertà da vento nei capelli.

Un ultimo volo pindarico per arrivare ad André Kertész, ancora una rappresentazione tra l'illustrativo e il pubblicitario per una copertina di Vu del 1928. Qualcosa in embrione rispetto all'immagine rielaborata qualche anno dopo da Doisneau in altro ambito, c'è già.
In conclusione tutto questo discorso se rifatto al contrario segna una serie di passaggi, sicuramente arbitrari, incompleti e senza pretesa alcuna di scientificità, che ci permettono di farci un'idea di come alcuni schemi si siano sviluppati seguendo differenti esigenze interpretative e narrative per arrivare fino alla fotografia di Spencer Platt, che è sicuramente di grande interesse fotogiornalistico, ma altrettanto certamente deve molto ad illustri precedenti più o meno consapevolmente.
Ringrazio per la collaborazione Porzia Ballotta, Stefania Biamonti e Laura Marcolini.


Dall'alto verso il basso:
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August foto di Spencer Platt, USA, Getty Images, 2006, World Press Photo of the Year 2006.
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August (particolare) foto di Spencer Platt, USA, Getty Images, 2006, World Press Photo of the Year 2006.
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August (particolare) foto di Spencer Platt, USA, Getty Images, 2006, World Press Photo of the Year 2006.
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August (particolare) foto di Spencer Platt, USA, Getty Images, 2006, World Press Photo of the Year 2006.
Mijanou and friends from Beverly Hills High School spending their Senior Beach Day at Will Rogers State Beach in Los Angeles. Mijanou won the title of 'best physique' at Beverly Hills High foto di Laurev Greenfiled, USA, Seven.
Westdeutsche Besucher in der Stalinallee, Berlin/Ost, foto di René Burri/Magnum, 1964.
Belle Isle, Detroit foto di Robert Frank, 1955-56.
23-PS Sechszylinder Cabriolet Vivasport foto di Robert Doisneau, 1934 (1935).
Vu copertina del numero speciale per il Salone dell'Automobile, 3 ottobre 1928, foto di André Kertész.




Fast Forward: Growing Up in the Shadow of Hollywood
di Lauren Greenfield
Bargain - Paperback

Die Deutschen Photographien
di René Burri
Schirmer/Mosel


The Americans

di Robert Frank
Scalo



Renault, Die Dreißiger Jahre
di Robert Doisneau
Nishen

Un autoritratto: André Kertész
con un saggio di Carlo Bertelli
Art&

domenica 18 marzo 2007

La lettura condizionata


Quanto tempo riusciamo a dedicare alla lettura dei giornali? Poco in genere in questo paese che non brilla certo per consumo di informazione. E nel poco tempo che ci concediamo, cosa assorbiamo dalle pagine sfogliate? Si tratta di una domanda che può diventare anche preoccupante se ci soffermiamo a guardare, ad esempio, come viene editata l'informazione. Prendiamo questo articolo di Mario Calabresi pubblicato su la Repubblica venerdì 16 marzo. Vorrei chiarire che non intendo entrare nel merito di quanto è stato scritto quanto piuttosto del modo in cui è stato pubblicato e non è mia intenzione in questa sede prendere una posizione giudicante rispetto a quanto emerge da una decodifica del modello di presentazione dell’impianto grafico e iconografico dell’articolo in questione. Voglio solo soffermarmi sulle modalità del processo utilizzato, modalità che sono parte di un processo di attacco costante e subdolo in quanto mediamente non decodificato dalla coscienza della maggioranza dei lettori, che al contrario sulla base di queste metodologie viene plasmata e assoggettata.
Vediamo dunque nel dettaglio come è stata presentata la notizia dell'udienza al numero tre di Al Qaeda, Khalid Sheikh Mohammed.

Una delle prime cose che si impara entrando in qualunque redazione del mondo è che è necessario prestare la massima attenzione a immagini, titoli e didascalie. Ovviamente vigendo nel giornalismo italiano il primato della parola sull'immagine l'ordine non è proprio quello esposto, ammesso che qualche volta ci si preoccupi davvero dell'immagine. Ma siccome qui ci occupiamo di immagini partiamo proprio da queste ultime che, supponendo un atteggiamento diffuso e consistente in uno sguardo veloce e distratto alle pagine del giornale, saranno le prime a lasciare una traccia più o meno cosciente nella mente del lettore.
La prima cosa che colpisce è il triangolo creato dalla grafica in alto a sinistra che precede il sommarietto, dalla fotografia delle conseguenze dell'attentato dell'11 settembre e dal ritratto del soggetto dell'articolo. La grafica che precede il sommarietto richiama direttamente l'attentato alle torri gemelle, quindi al concetto di terrorismo e al timore che questo induce in tutti noi potenziali vittime. Il concetto è rinforzato dalla fotografia a destra che mostra in essere quanto paventato dal simbolino azzurro dell'esplosione e dalla scritta allarme terrorismo.

Di fatto la ripetizione è al limite della ridondanza e gioca sull'equivoco sottile basato sulla differenza tra elemento grafico derivato dalla linea editoriale e immagine fotografica. Dal punto di vista del lettore distratto si crea immediatamente una tensione tra i due elementi che si confermano e rinforzano reciprocamente, incrementando velocemente la percezione di negatività, paura e necessità di difesa. Il triangolo si chiude poi con l'immagine di Khalid Sheikh Mohammed, richiamata alla struttura geometrica portante oltre che dalla posizione di chiusura (è infatti l’ultima immagine dell’articolo), dall'elemento grafico azzurro che si relaziona immediatamente con quello di identico colore che apre l’articolo. Riassumendo quindi il primo sguardo ci dice che qui si parla di terrorismo, quello che ha prodotto la strage di New York e che l'uomo raffigurato è direttamente implicato nella vicenda, in altre parole è un terrorista. Del resto l'aspetto bieco e assai malridotto che ricorda parecchio la poco epica rappresentazione di Saddam Hussein dopo la cattura, lo sguardo torvo e i capelli tutt'altro che curati non fanno che confermarci l'ipotesi di malvagità congenita dell'uomo rappresentato, garantendoci che sia in grado di essere responsabile di qualunque abominio. Ma c'è anche un particolare rassicurante nella curva delle spalle da vinto e sottomesso che contrasta fortemente con lo sguardo tutt'altro che rassegnato dell'uomo, che qui appare inequivocabilmente come un prigioniero sconfitto, quand'anche non pentito. Brutto, sporco e cattivo dunque, ma anche vinto e sconfitto. Con tutti i più sinceri complimenti allo staff che cura la distribuzione delle immagini per conto di chi si è fatto carico di controllare lo stato di prigionia di Khalid Sheikh Mohammed.

Secondo elemento di lettura che viene colto al volo: il titolo. "Io la mente dell'11 settembre" le confessioni di Mohammed". Ora abbiamo un altro elemento che conferma le supposizioni fatte facendo scorrere gli occhi sulle immagini. Siamo certi che si parli di terrorismo e in particolare delle attività legate alla strage delle due torri cui il losco figuro rappresentato più in basso è più che implicato. Da notare il gioco sul filo del rasoio da parte del titolista che, più o meno consapevolmente, sfrutta il cognome dell'imputato, Mohammed, per denotare ed evidenziare una sua generica appartenenza al mondo arabo, con sottintesi dalla prassi comune gli aggettivi estremista e islamico riferiti alla sua persona. Riassumiamo di nuovo aggiungendo i nuovi. L’articolo parla di un arabo, brutto, sporco e cattivo, terrorista (cioè un estremista islamico), talmente impudente da attribuirsi la paternità di un orrore di cui tutto il mondo si porta dentro le conseguenze a distanza di anni, ma nonostante tutto sconfitto dalla giustizia occidentale.

Ma ci sono ancora un paio di foto da cogliere al volo e una didascalia veloce da leggere, prima di girare pagina. Le due fotografie sono nella classica disposizione del confronto prima e dopo la cura, non differente dallo schema iconografico dell'intervista televisiva in parallelo. Nella prima immagine, a sinistra, appare il viso di un uomo dai tipici tratti medio orientali, espressione corrusca e non rassicurante, barba lunga e capo coperto in modo inconfondibilmente mediorientale. Intuiamo immediatamente che si tratta di una persona decisamente orientata verso un'ortodossia islamica che ci tiene a manifestare esteriormente, cosa che denota un profondo radicamento delle sue convinzioni politico religiose. Il volto è illuminato da uno sguardo deciso, duro, tendenzialmente gelido e sottolineato da grandi occhiali in stile anni settanta. Non è difficile credere che non esiterebbe a passarci sopra con la macchina senza alcuno scrupolo qualora dovessimo costituire per lui una qualunque forma di ostacolo.
A destra un volto che con un po' di fatica si può attribuire allo stesso uomo. Stavolta però la barba è più corta, tagliata in modo da lasciar spazio in modo simmetrico alla pelle tra il labbro inferiore e il mento. C'è un accenno di sorriso modello foto per la patente, lo sguardo è disteso, gli occhi appallati sembrano avallare l'abbozzo di sorriso delle labbra. Particolare fondamentale: dalla parte inferiore della fotografia si intuisce che il nostro uomo è vestito con giacca e cravatta all'occidentale. Dal contesto della messa in pagina è facile intuire che nonostante l'aspetto non lo suggerisca immediatamente, i tre volti che appaiono in pagina appartengono allo stesso uomo. Ma il trittico non ha certo una valenza neutra. Se il soggetto appare tre volte con aspetti così differenti, vuol dire che è un personaggio, appunto, in grado di travestirsi, quindi uno che sa e può ingannare. La terza foto è la più inquietante perché essendo l’ultima chiude il discorso e perciò viene caricata del ruolo di rivelatrice della vera natura del soggetto. Natura che, visto l'evidente richiamo alla figura di Saddam Hussein e considerata la sciatteria fastidiosa e lo sguardo torvo già sottolineati, non può che essere estremamente negativa. Di fatto il passaggio intermedio attraverso forme socialmente più rassicuranti per il lettore occidentale, non fa che sottolineare la pericolosa ambiguità del personaggio, peraltro già implicita nella durezza dello sguardo della prima immagine con quegli occhi incorniciati da un abbigliamento arabo che connota e inquieta.

Il tocco finale è poi la veloce didascalia in cui si sottolinea che Khalid Sheikh Mohammed quando compare in abiti occidentali ha barba e capelli curati. Senza contare che in tutta sincerità nella fotografia in abiti arabi i capelli non sono visibili e quindi il paragone implicito è già al cinquanta per cento velleitario e che la barba non appare affatto non curata, quanto semmai curata con un criterio e un gusto differenti.
Detto, o meglio, visto questo per la maggioranza dei lettori, cioè per tutti quelli che non nutrano uno specifico interesse per l'argomento, l'articolo è già stato letto: il colpevole è quel criminale di estremista islamico, brutto, sporco, cattivo, infido e trasformista, che anche da prigioniero sconfitto continua minacciare il mondo lanciando sguardi fiammeggianti di risentimento verso l’occidente. Un brutto personaggio da eliminare, perché talmente infido da trasformarsi in modo da apparire uno di noi, insinuandosi tra i buoni per distruggerli.
La lettura funziona e, a modo suo, pur generando preoccupazione appare anche tranquillizzante in quanto permette di focalizzare un nemico comune. E chi se ne frega della presunzione di innocenza o del contenuto dell’articolo di Mario Calabresi. Nel frattempo si forma una coscienza collettiva, che ci vede parte di una comunità in guerra contro un'altra e magari ci aiuta a prepararci a nuove crociate.
In questo specifico caso la lettura veloce sfogliando le pagine potrebbe anche corrispondere a verità... ma il problema reale è che lo stesso metodo di veicolazione dell’informazione ha un ampio spettro di applicazioni, non viene cioè utilizzato solo per raccontare la scelleratezza di qualche efferato terrorista, ma anche per creare il coinvolgimento al potere delle masse o per condizionare la propensione al consumo.
Non dico che ci si debba lanciare in improbabili e un po’ ridicole battaglie di eticizzazione della comunicazione. Per rendere tutto ciò accettabile, basterebbe che i destinatari della comunicazione fossero a conoscenza dei meccanismi che operano in loro ogni volta che sfogliano un giornale o accendono la televisione. Sarebbe sufficiente in altre parole da parte di tutti noi solo un po’ di consapevolezza e conseguente spirito critico circa la non innocenza dei modelli comunicativi.