mercoledì 14 maggio 2008

Dispatches: il fotogiornalismo secondo Knight e Rosenblum


«In un mondo che cambia a velocità warp abbiamo concepito Dispatches per mettere in qualche punto tra Gutenberg e Google, una fonte di conoscenza vivace e fresca con un format destinato a persone che sanno quale può essere il peso delle parole e delle immagini su carta». Esordisce così l'editoriale di presentazione della nuova rivista che vede protagonisti Gary Knight dell'Agenzia VII, photography editor e art director, e Mort Rosenblum. Salutiamo la nuova testata, che avrà una cadenza di pubblicazione quadrimestrale, con grande piacere. Che oggi venga editata una rivista con una cadenza simile va decisamente a sottolineare la volontà di non competere con un livello di informazione immediata e destinata a durare poche ore. La ricerca è in direzione dell'approfondimento, un concetto sempre meno frequentato dal giornalismo contemporaneo. Ma ci sarà ancora spazio reale per l'approfondimento? Personalmente me lo auguro, ma non riesco a essere particolarmente ottimista. «Il nostro intento -scrive Mort Rosenblum nell'editoriale del primo numero di Dispatches- è provocare riflessioni e stimolare un dibattito». Nel primo numero è presente un lavoro commissionato ad Antonin Kratochvil dell'Agenzia VII, mentre nel secondo verranno pubblicate le fotografie di Yuri Kozyrev dell'Agenzia NOOR. Foss'anche solo per questo credo che sia un gesto dovuto sostenere lo sforzo che viene compiuto sostenendo un abbonamento annuale per un importo di £50,00 (pari a poco meno di 63 Euro).
Il primo numero di Dispatches si intitola In America e prevede i seguenti servizi: A Kashimiri in America: the lucky shade of brown, Exceptionalism: America the exempt, Mind blindness and the decline of hitchhing, Of turbans and neckties: why past defines present. Sul sito è anche presente un contributo multimediale con immagini Antonin Kratochvil



La testata di Dispatches, la nuova rivista quadrimestrale che ha come photography editor e art director Gary Knight dell'Agenzia VII.

La copertina del primo numero di Dispatches.

Una schermata di GodVille, il contributo multimediale di Antonin Kratochvil




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7 commenti:

Anonimo ha detto...

mah almeno loro non stanno li a lamentarsi senza fare nulla come troppi professionisti fanno ultimamente. il progetto sembra figo...anche se cmq sarà sempre una cosa dedicata agli addetti ai lavori o agli appassionati. cmq secondo me il fotogiornalismo inteso come articolo su carta e foto è destinato a sparire per lasciare posto a piattaforme multimediali che uniscono foto video musica suoni e testi. prima ce ne rendiamo conto meglio è....Lauren Greenfield insegna.

;-)


Gu

lahamahni ha detto...

Sarà una bella scommessa essere in grado di mantenere il privilegio del "tempo" nella visione di una fotografia, di fronte a video, slideshow e simili.
Eppure si continua a dire che il bello della fotografia rispetto all'immagine video o tv sta anche nel potersi soffermare davanti ad essa. Nel potersi soffermare quanto si vuole.
A me in questo momento l'uso delle "forme" di presentazione sembra spesso un ripiego per assecondare la tendenza a non saper mantenere l'attenzione su un'immagine fissa.
Queste "piattaforme" sono e diventeranno certo strumenti straordinari per raccontare storie, ma cosa succederà alla fotografia? Alla nostra già scarsissima capacità di leggere le immagini? Alla densità di una immagine, di OGNI immagine, inserita nel flusso di un video o di uno slideshow? Servirà adeguare il linguaggio fotografico a tutto questo?
Si permetterà all'immagine di diventare meno densa ma più d'impatto, per andare incontro al deficit di capacità di lettura? O si ricorrerà all'ingrandimento di particolari ed alla ripetizione di alcuni fotogrammi entro la stessa sequenza per creare punti nevralgici e collegamenti nella memoria a breve termine?
La musica implica un'ulteriore interpretazione, ma l'interpretazione data e indotta dalla musica non potrà mai non essere una sollecitazione emotiva, orientando ulteriormente quale dovrebbe essere il sentimento del fruitore di fronte alle immagini. Il testo a seconda dei casi può didascalizzare o "orientare"... la musica può didascalizzare?

Continuo a chiedermi se tutto questo non stia nascendo per rendere più appetibili e accessibili contenuti che però, in questo modo, vengono molto più distorti rispetto ad una silenziosa sequenza su carta, davanti a cui posso fermarmi, osservare in silenzio, senza suggestioni indotte o suggerite.

Credo di cominciare a pensare che queste "forme" complesse abbiano una funzione differente dal veicolare il "fotogiornalismo di approfondimento". Approfondimento credo significhi aiutare a conoscere per poter ragionare e comprendere. Non mi ci vedo molte persone che ragionino dopo uno slideshow se non di quanto sia stato fatto bene o male... ho la sensazione che nella coscienza dei fruitori la forma prevarrà sul contenuto. Certo quella forma venderà molto meglio e soprattutto permetterà una maggiore e migliore manipolazione del messaggio. Ma il messaggio, sarà davvero ancora il contenuto? Il contenuto potrebbe divenire più facilmente strumentale ad un messaggio che non lo rispetta? Al messaggio che acquisiremo senza piena coscienza attraverso musica/parole e montaggio di immagini?

Mi pare un tema molto complesso... non vorrei sembrare pessimista, mi pongo solo delle domande...
Sono felice di vedere nascere una nuova rivista, molto felice.

Anonimo ha detto...

non penso che la differenza sia nelle piattaforme , ma sia nel modo in cui se ne fa uso per raccontare qualcosa.
c'è chi usa la fotografia su carta stampata in modo altrettanto efficace per indurre o manipolare...e c'è chi invece no. idem per slide e simili.
non dico che siano migliori della carta..dico che cmq questi nuovi linguaggi esistono e bisogna prenderne atto; magari cercando dei fare dei buoni prodotti....non so quando io guardo alcuni slide del newyorktimes.com, la prima cosa a cui penso è la qualità del servizio, non a quanto è stato montato bene l'audio con il video (cosa che è scontata secondo me...).
just my opinion.

rawnef ha detto...

I due sistemi possono sicuramente convivere. Piattaforme multimedialie e fotografia tradizionale su carta hanno sicuramente un uso differenziato. Al supporto cartaceo è riservato un uso e una fruibilità temporale, ragionata. La piattaforma multimediale è invece utile per una veloce condivisione. Mi permetto di porre anche l'accento sulla sua economicità. Per usare questo linguaggio occorre solo un videoproiettore e un computer, e qualsiasi location può essere tranquillamente adattata allo scopo. Fare una mostra di tipo tradizionale o pubblicare un libro di fotografia costa sicuramente molto di più e quindi accessibile solo a pochi. Oggi un giovane che voglia realizzare un lavoro può usare un normale supporto digitale e con poca spesa farlo girare.

Andrea il "Fuso" ha detto...

discorsi atavici sul mezzo ci assillano da anni,la fotografia non morirà mai finchè esisterà la luce e chi ha voglia di catturarla. Certo abbiamo fatto il funerale al dagherrotipo (non è vero qualche coraggioso ancora ci si cimenta) oppure alla fotografia su lastra (alta menzogna è pieno il mondo di snostalgici) abbiamo accolto il digitale braccia aperte ( io uso ancora anche la pellicola) e tutti scattano con compatte e telefonini.ùMa sono limiti o nuovi mezzi di espressione? ( in televisone c'è di tutto dal tg4 a report o viceversa -chi non adora fede?-).
Siamo noi a dover prende atto e conoscenza a modificare e plasmare a RICORDARCI e crescere.
slideshow ho difficoltà anche a scriverlo ma forse è un bon mezzo per veicolare un messaggio, mmm anche se tempera ad olio su tela mi tenta molto......

oneshotaday ha detto...

quest'anno un dagherrotipo ha avuto il secondo premio per foto singole nella categoria Ritratti al World Press Photo. il motivo per cui Chuck Close ha utilizzato il dagherrotipo non è nostalgico ma di altra natura, come spiegato nella scheda del WPP.
forse c'è da sperare che ci sia ancora qualcuno non si preoccupa tanto della tecnica se non come semplice supporto ad un linguaggio più appropriato per comunicare qualcosa.
stessa considerazione per i motion, gli slideshow e simili... basta sapere perché li si usa e che non sia solo per moda o richiesta del mercato che chiunque creda di potersi improvvisare montatore o operatore video...

Anonimo ha detto...

il senso del mio discorso non era se è meglio analogico o digitale...dicevo solo che ci sono nuovi linguaggi che il fotogiornalismo puo sfruttare...
gu