lunedì 20 giugno 2011

Che delusione quella conferenza!



Lodi, Teatro alle Vigne, 21 maggio 2011. La conferenza di Sandro Iovine su The Americans di Robert Frank.
© Stefania Biamonti. 
Non lo capisco, davvero non lo capisco. Ma probabilmente è giusto che sia così. Qualche saggio orientale o magari uno stregone messicano in odor di Castaneda probabilmente mi direbbe che si tratta di un modo in cui si forgia il carattere e si impara a conoscere e riconoscere i propri limiti. E probabilmente avrebbe anche ragione, ma rimane il fatto che mi rimane assai difficile da accettare il fatto che alcuni concetti, che pure non mi sembrano affatto di una complessità insolubile, risultino tanto difficili da intaccare nella coscienza popolare. Tra queste, e sono cosciente che non si tratti certo dell’aspetto più inquietante rispetto a quanto nel nostro Paese, la convinzione che parlare di fotografia equivalga in modo immancabile, inevitabile, irrefutabile riferirsi alla tecnologia utilizzata per produrre le immagini di cui si sta parlando.  E voi mi potreste dire: ma bravo Iovine alla tua tenera età e dopo qualche decennio che ti occupi professionalmente di fotografia te ne sei accorto solo adesso. No, non me ne sono certo accorto ora e lo sanno bene coloro i quali hanno l’incoscienza e la pazienza di leggersi ogni mese le riflessioni sull’argomento. Il fatto è che quando inizi a credere di aver trovato un modo per aprire una piccola breccia nel mondo, vieni riportato brutalmente alla realtà da un piccolo episodio che ti ricorda quale sia lo stato reale delle cose. Stavolta è accaduto a Lodi durante il molto nominato in queste pagine Festival della Fotografia Etica. 
Gli organizzatori mi avevano concesso quest’anno l’onore di effettuare, durante il Festival, la lettura dello straordinario The Americans di Robert Frank. La cosa era nata sotto i migliori auspici. Il piccolo incidente tecnico con il solito videoproiettore riottoso alla cooperazione aveva fatto sì che si ritardasse di qualche minuto la presentazione, il che ha consentito agli organizzatori di effettuare un cambio di programma a causa dell’imprevista affluenza del pubblico in sala. Nonostante l’orario infame, le 15 di sabato, la sala del ridotto del Teatro delle Vigne, si era riempita in modo preoccupante nel mentre si armeggiava intorno a computer e videoproiettore alternando soluzioni tecnologiche all’animismo più puro per ricondurre alla ragione la tecnologia. Per cui gli organizzatori hanno deciso di spostare il tutto nel teatro vero e proprio per evitare disagi al pubblico. 
Una piccola, enorme soddisfazione che non mi aspettavo di avere ne in assoluto ne tantomeno in relazione al giorno e all’orario stabilito. Il teatro ha poi continuato a registrare affluenza e la lettura è preceduta in modo tranquillo per la sua ora e mezza circa di durata. 
Dal palco ho anche capito cosa mi avevano detto persone abituate per lavoro a starvi sopra circa il fatto che da lassù si riesce a percepire l’umore del pubblico. E per quello che mi era stato dato di avvertire sembrava che nell’aria ci fosse una tensione positiva animata da un certo interesse per l’argomento a dispetto delle discutibili capacità dell’oratore. Insomma quando ho finito la mia presentazione-relazione ero abbastanza soddisfatto, non certo e non tanto di me stesso, quanto del fatto che finalmente dopo tanti anni stavo iniziando a toccare con mano anche in Italia qualcosa che all’estero (con particolare riferimento alla Francia) è normale consuetudine. C’era un pubblico che, non solo era venuto ad ascoltare un tizio che parlava di uno dei libri più importanti della storia della fotografia in un giorno come il sabato e ad un’orario che suggerirebbe ben più piacevoli attività connesse al riposo, ma aveva anche resistito per oltre un’ora e mezzo senza dare cenni di cedimento alle mie osservazioni. Insomma non poteva che essere un bel momento dal mio punto di vista. 
Lodi, Teatro alle Vigne, 21 maggio 2011. La conferenza di Sandro Iovine su The Americans di Robert Frank. 


© Stefania Biamonti. 
Bene in quel momento ho avuto chiaro che la battaglia, che non pensavo certo di aver vinto, ma speravo di aver almeno pareggiato, era invece persa in modo inconfutabile. Più di un’ora e mezza passata a cercare di contestualizzare storicamente e culturalmente un lavoro fotografico profondissimo per sentirmi chiedere come prima cosa con quale macchina erano stata fatte le fotografie di cui si era parlato fino a quel momento. Dopo una dimostrazione del genere credo di non avere più nemmeno quel residuo di speranza che coltivavo nel segreto del mio muscolo cardiaco circa il fatto che le cose possano cambiare. L’unica domanda che a questo punto posso pormi è relativa a come abbia potuto tutta quella gente sopportare uno che parla di fotografie per oltre un’ora e mezza senza specificare nemmeno con che macchina sono state fatte. Forse tenerli legati alla poltrona è stata la speranza in un colpo di coda finale che rivelasse la Verità negli ultimi dieci secondi. Certo che il mio sfortunato pubblico deve essere proprio rimasto assai deluso per aver sprecato un pomeriggio in quel modo.




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