domenica 29 novembre 2009

Dall’autorappresentazione sociale al patto etico


Avete mai provato a fotografare qualcuno che non conoscete in mezzo alla strada? Che reazioni avete avuto di ritorno? Vi siete mai chiesti perché la maggior parte delle persone reagisce come se invece di un obiettivo gli steste puntando contro un fucile? Pensavo a questo camminando tra le immagini esposte nell’ambito della seconda edizione parigina del Photoquai, quando mi sono trovato davanti alle fotografie del giovane reporter Fardin Waezi. Una serie di ritratti in bianconero, con il punto di ripresa leggermente ribassato, come a voler a sottolineare l’importanza che il fotografo attribuisce ai propri soggetti. Le immagini sono grandi, poco nitide, apparentemente un po’ sciatte, con i bordi defi niti in modo incoerente rispetto al formato adottato per la stampa. Su tutto aleggia un velo di antico, che richiama il sapore dello studio del fotografo ambulante, uno studio improvvisato dove, per illuminare il soggetto, occorreva accontentarsi della luce naturale, per poi scattare probabilmente con un negativo di carta e stamparlo per contatto. Ma se l’impianto iconografi co rimanda indietro nel tempo, ci sono forti elementi di modernità a contrasto. Tutti i soggetti sono infatti ritratti mentre impugnano una moderna fotocamera e indossano vestiti la cui foggia abbiamo imparato a riconoscere dalle e nelle cronache tragiche di un Medioriente tormentato da continue guerre tra soldati, civili e fondamentalisti. Dall’Afghanistan infatti arrivano le immagini di Fardin Waezi, fotogiornalista dell’AINA Photo Agency di Kabul. Figlio di un fotografo della capitale afgana, ha iniziato a fotografare all’età di sette anni nello studio paterno. Oggi è un reporter e a causa del suo lavoro può già vantare ben cinque arresti da parte del governo talebano per aver realizzato fotografi e legate a crimini e per... essersi tagliato la barba.
Figlio di un paese che la guerra la conosce sulla propria pelle e fotografo professionista, Fardin Waezi sa bene che migliaia e migliaia di suoi compatrioti sono morti, vittime passive dei fucili, ma anche delle macchine fotografi che che hanno prodotto immagini diffuse poi in giro per il mondo senza che i soggetti rappresentati potessero in alcun modo sottrarsi all’esposizione pubblica. A fronte di questa consapevolezza decide quindi, come fotografo, di riprendere in mano lo strumento che lo ha avviato alla professione. 
Torna alla macchina con cui ha appreso i rudimenti della fotografia, un apparecchio come quello con cui suo padre realizzava quei ritratti necessari per i documenti dei suoi clienti, o per la loro semplice memoria personale, e con questo strumento cerca di trovare una visione nuova. Nuova per sé stesso come fotografo e uomo, nuova per chi è rappresentato.
Sente l’esigenza di ridare dignità e forza al proprio popolo facendolo diventare soggetto attivo della fotografia e non passivo come è stato finora. Avviarlo a rendersi artefice della propria auto-rappresentazione.
Alle origini della sua storia, la fotografia ha prodotto una troppo spesso sottovalutata trasformazione nell’autocoscienza di classe in quegli strati della società che non avevano accesso alla rappresentazione di sé stessi perché, banalmente, farsi fare un ritratto da un pittore aveva dei costi insostenibili. 
Oggi la possibilità di rappresentarsi in una fotografia è per noi normale, ma tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento l’avere accesso a questa possibilità signifi cava porre in essere una trasformazione radicale nella percezione collettiva del sé, quel sé che finalmente poteva vedersi in effige e tramandarsi ai posteri, proprio come era accaduto fino a quel momento solo a nobili e potenti. 
In qualche modo analoga è la finalità che Fardin Waezi sembra proporci con le sue immagini, che racchiudono la volontà di portare i soggetti a non essere più solo bersagli passivi di metaforici fucili fotografici. Le immagini prodotte vogliono essere un primo passo verso una presa di coscienza di sé come soggetti attivi, che impugnano non solo simbolicamente una macchina fotografica e partecipano alla costruzione di una nuova immagine dell’Afghanistan. Non più quindi un’immagine subita dall’esterno, eretta da fotografi che arrivano, scattano gli orrori della guerra e tornano nel loro paese, ma un’immagine che viene costruita giorno per giorno dagli stessi soggetti che rappresenta. Fino ad arrivare al punto in cui la capacità di raccontarsi con le immagini non sia divenuta un fondamento su cui iniziare a costruire il proprio destino.
Un discorso, quello di Fardin Waezi, che dovrebbe farci meditare un po’ anche sulla nostra situazione. Di sicuro, e per fortuna, dobbiamo confrontarci con meno fucili, ma se ci spostiamo invece sul piano di un possibile confronto con una rappresentazione di noi stessi davvero immune da fattori e interessi esterni, la situazione non è poi così diversa. Forse se riuscissimo a recuperare una rappresentazione che sia vera autorappresentazione, potremmo persino pensare di iniziare riannodare pian piano quel patto tra lettori e fotogiornalismo che si è da tempo sfilacciato e deteriorato… E forse se si riuscirà a fare tutto questo si potrebbe pensare anche di tornare tranquillamente a scattare fotografie per strada senza che nessuno reagisca come se gli fosse stato puntato contro un fucile. 
Sandro Iovine
n. 212 - dicembre 2009




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11 commenti:

oratore ha detto...

salve. questi ritratti sarebbero una cosa nuova rispetto il classico fotogiornalismo, perche' i soggetti si costruiscono la loro immagine : ma basta veramente tenere in mano una fotocamera mentre si e' fotografati, e poi basta una trovata come questa della fotocamera antichissima che da' il sapore di antico ( oggi d'altro canto e' di moda usare le Holga, le boxcamera di un tempo, per essere artisti damble'), dico basta questo per fare la novita? Ma non si e' detto che la fotografia mente? e allora perche' questi ritratti non subiti ma costruiti sarebbero piu' veritieri? come si fa ad essere sicuri che questa gente voglia mostrare un volto reale, e non uno che essi vogliono fornire al pubblico?
Forse non c'e' niente di diverso dalle aspettative che aveva il piccolo borghese dell'800 di atteggiarsi a borghese arrivato e socialmente importante, la fotografia continua a mentire.
Una cosa sola e' certa : il fotografo in questione ha trovato la formula per ottenere le esposizioni delle sue foto in Francia ecc, e ora ce lo proponi come novita'. Non mi convince.

Sandro Iovine ha detto...

Credo di poter tranquillamente affermare che nè io nè l'autore delle immagini in questione fossimo ala ricerca del consenso nè di Oratore nè di chiunque altro. Analogamente nutro forti dubbi circa l'attinenza del tirare in ballo il fatto che la fotografia menta o meno in questo contesto. Del resto mi pare abbastanza certo per doverlo ribadire ulteriormente che tutto possa essere contestato o interpretato in chiave nichilista e in molti casi ritengo che possa essere comunque una cosa utile. A dirla tutta lo sono per primi questo blog e i commenti che suscita e raccoglie. Il problema semmai è sforzarsi di non scivolare nel pretestuoso. Ho provato a rileggere più di una volta questo primo commento, ma certe argomentazioni continuano ad apparirmi poco aderenti sia a quanto ho scritto sia ai contesti storici citati. L'aspettativa del piccolo borghese di fine Ottocento non direi proprio che dovesse fare i conti con una rappresentazione data dall'esterno e credo che non si tratti di una differenza da poco.

Se poi vogliamo concludere che un'operazione del genere non servirà a modificare la situazione geopolitica dell'Afghanistan, beh diciamo che sarebbe difficile non essere d'accordo. Ma voglio augurarmi che nessuno se ne sia mai illuso.

In ogni caso sarò solo un fottuto idealista, ritengo sia un bene che ci sia qualcuno che si prenda la briga di compiere operazioni del genere. C'è il rischio che mettano in moto il cervello di chi guarda il lavoro, sia pure per fare sterile dietrologia.

E quand'anche l'autore fosse stato realmente tanto machiavellico da progettare il tutto per farsi un'esposizione a Parigi, francamente ritengo siano solo fatti suoi che nulla hanno a che vedere con l'idea che, essendo disposti ala ricezione, il suo lavoro può trasmettere.

oratore ha detto...

Beh, a dire il vero, senza voler assolutamente fare polemica con te, Sandro, ma invece proprio perche' e' bello e utile scambiare opinioni con te, devo dire che il paragone col piccolo borghese dell'800 l'hai tirato in ballo tu, e riaffermo che questo piccolo borghese " voleva" si' autorappresentarsi, servendosi della fotografia, ma interagiva assai con il mondo esterno perche' come sappiamo le cdv venivano usate come biglietti da visita, e poi venivano collezionate, e poi servivano a disegnatori e litografi per riempire le pagine di Le monde illustre', The ill. london news, di Harpers weekly di Magazzino pittoresco, ecc ecc. Quindi l'interazione con l'esterno c'era e come. Quella interazione soggettiva che questo fotografo cerca, e cercano come tu dici i personaggi da lui fotografati con la vecchia macchina. ( io non li ho sentiti parlare e non so con certezza che messaggio intendono lanciare questi uomini e donne con la fotocamera in mano)
Il discorso della fotografia che mente secondo me, ribadisco, c'entra, perche' si tratta pur sempre di ritratti di tante persone che sono eseguiti e diffusi da uno solo, che vi immette le "sue" aspettative. Forse sempre di fucile fotografico puntato si tratta alla fine, solo che adesso e' il Nadar di turno ad imporre un paradigma, mentre il piccolo borghese si limitava a scegliere l'abito migliore, gli strumenti o i simboli del suo ruolo nella societa' ecc.
Ecco : la fotografia mente anche qui, perche' pur dispostissimi alla ricezione non sapremo mai se i soggetti fotografati da come si chiama iraniano abbiano contezza di una operazione sulle loro effigi , possiamo solo immaginare, recepire, credere quello che a prima vista ci piace credere di piu', se idealisti in un modo, se cinici e realisti in un altro. Nessuno dei due fottuti, in mancanza di una prova del nove. Restano ritratti che eseguiti in maniera anomala in tempi di supermegagigapixels e supernitidezza elettronica catturano l'idealista per l'aspetto retro'.
Per me, cinico e realista resta tutto entro i confini di una operazione autoreferenziale riuscita nella misura in cui la formula cattura consenso. Il fatto che sia stato arrestato piu' volte va a suo merito come patriota di nuova generazione, pero' la grancassa della notorieta' la persegue con le formulette retro'.
ciao
eug

Sandro Iovine ha detto...

Di sicuro non ho mai messo in dubbio il piacere dello scambio d'opinioni, ma dire il vero se quel vago barlume di cosciente memoria che mi rimane e la ricerca automatica di parole fatta dal computer non mentono, non ho mai usato nel mio testo il termine borghese. Daltronde non ho nemmeno mai attribuito la nazionalità iraniana a Fardin Waezi.

Ma a parte questo che è del tutto ininfluente, il problema è che la differenza tra il ritratto effettuato nell'Ottocento e la rappresentazione offerta dai fotogiornalisti stranieri del popolo afghano a me sembra sostanziale. Nel primo caso c'è la volontà che parte dal soggetto, una volontà di farsi rappresentare in funzione di un determinato stereotipo sociale, nel secondo la volontà del soggetto è stata assente e l'azione fotografica è subita in toto.

Per questo l'inversione proposta da Fardin Waezi ha un valore, un valore di intenzione che trascende ampiamente il ritorno personale, calcolato o meno che sia.

Personalmente l'aspetto retrò di queste immagini non mi piace affatto a livello estetico. Ma non riesco a pensare che sia questo il motivo per cui possano o debbano essere considerate interessati.
L'estetica dell'errore fotografico che si costituisce momento critico e di superamento dell'aspetto mimetico in questo caso mi interessa relativamente (per chi invece nutrisse particolari passioni a riguardo, consiglio la lettura del saggio di Clément Chéroux L'errore fotografico, una breve storia Piccola Biblioteca Einaudi 2009).

Mi interessa invece che l'operazione di Fardin Waezi sovverta o tenti di sovvertire una posizione di, passami l'iperbole, colonialismo fotografico, mi interessa che ci stia dando la possibilità di discuterne.

oratore ha detto...

Detta in questi termini piu' espliciti te l'appoggio in pieno, io purtroppo non riesco mai a capire con prewcisione il tuo pensiero, cosa che prima della nascita di questo blog non mi succedeva per es. dal vivo o dalle pagine del tuo giornale; sara' la vecchiaia mia o tua; poi solo dopo come e' mia pessima ma inguaribile abitudine, facendo polemica affettuosa, invece riesco a capire, perche' ti escono fuori esternazioni precise sul tuo pensiero.
Quindi tu dai peso alla azione di autorappresentazione di questi soggetti ripresi da Fardin, Afghano e non iraniano.
Ora il paragone col piccolo borghese c'e' tutto. Qui in piu' c'e' la voglia di cambiare il clisce' cui i fotogiornalisti d'assalto ci hanno abituato :devo dire un ottimo spunto di riflessione che ci proponi.
Sai qual'e' il problema, almeno mio, che da un semplice ritratto io per principio non risalgo alle intenzioni del ritrattato, e ripeto la domanda fatta in altro commento : stavolta, senza fucile fotografico davanti, che cosa mi vogliono raccontare queste persone afghane? non posso saperlo solo dal fatto che vogliono autorappresentarsi: infatti per me afghani, iraniani, irakeni sono la stessa cosa, perche' si ammazzano in nome di Dio ( se e' solo per questo non so con certezza) e noi occidentali inzuppiamo il pane nel loro sangue una volta afghano un'altra irakeno ecc, sia con le missioni di pace ( ??? ) sia con i premi pulitzer o world press che siano.
Certo questi soggetti mi parlerebbero piu' chiaramente che dalla superficie di un ritratto se, quando si trovano nel mio Paese, non rompessero con i crocifissi e le moschee e le cellule terroristiche, o impedissero alle loro figlie di frequentare occidentali o di scoprirsi la testa per liberarsi dai pidocchi.
Non sono razzista, ma piu' che la fotografia , statica, suscettibile di ogni uso ed abuso, le cose si spiegherebbero meglio con le parole e con gli atti.
Ma dal punto di vista strettamente fotografico, e di una fotografia che non sia l'ipernitida ripresa di girasoli e di gondole di venezia, hai ragione sempre tu, e' una notizia che ti ringrazio di averci dato, per ragionarci.
Piuttosto, del de cuius non ho trovato foto sul web, sempre una o due soltanto, come si fa a vederne di piu' oltre che andare a quella mostra in Libia che ti ha dato lo spunto? thanks
eug

danilogiuso ha detto...

e' notizia di questa sera della possibilita' di mandare nuovi soldati italiani in afghanistan. Certo che i ritratti di coloro che beneficiano della democrazia importata, come quelli di waezi, sono sempre piuttosto tristi. Pazienza saranno forse degli ingrati. Piuttosto veniamo alla nostra democrazia. Molti ritratti, anche moderni, incarnano la volonta' del fotografato di farsi rappresentare in funzione di determinati canoni, bellezza, moda, appartenenza sociale, accettati in quel momento dalla collettivita'. Il "colonialismo fotografico" e' invece dilagante tuttora e permette di mietere vittime in nome delle cosi' tanto abusate emozioni. Certo il dolore, la paura, la solitudine, la poverta' fanno sempre piu' notizia rispetto al positivo. Per questo, a prescindere dal valore tecnico degli scatti, se Waeri tenta di sovvertire le regole, dando nuova dignita' e forza positiva ai suoi soggetti ben venga. Sicuramente fara' del bene non solo alla fotografia ma anche al concetto di una convivenza sociale migliore. Ciao danilo giuso

lorca ha detto...

Ho visto anch'io le fotografie delle quali si sta qui discutendo (vedi: Biennale delle immagini del mondo ) e spero di poter dare un contributo aggiungendo alla discussione qualcosina che non è stato detto.
Intanto va contestualizzata la presenza di quel fotografo e delle sue fotografie: lì, sulle rive della Senna, si è celebrata la seconda biennale della fotografia "non occidentale", organizzata dal museo dell'uomo del Quai Branly, in una ottica di comprensione e valorizzazione di artisti fotografi provenienti e operanti in africa, oceania, parte dell'asia, america latina. Probabilmente le foto "afgane" sono state cercate, per così dire, "col lanternino". Probabilmente (non posso saperlo con certezza) non c'è stata nessuna intenzionalità di questo genere da parte del fotografo. Anche se fosse, non sarebbe certo un peccato, ma credo che l'operazione sia maturata al di fuori di questa contingente situazione.
Altra cosa vorrei aggiungere a proposito delle reazioni di chi, per strada, si infastidisce al sentirsi fotograto. Che sia così, lo sappiamo, per averlo tutti sperimentato, sia da fotografi che da fotografati. Ma la domanda ne chiama un'altra: com'è che, le stesse persone, "puntate" con una videocamera piuttosto che con una foto-camera, si lasciano riprendere tranquillamente, anzi magari sono pure contenti? Sembra strano, ma ho rilevato questo comportamento nel corso di molti anni.
Possibile risposta: la videocamera "interpreta di meno", fornisce una versione più realistica del soggetto inquadrato. E poi, fatto psicologicamente non trascurabile, non "ferma", anzi il contrario, riprendendo in video una persona la si lascia fare qualcosa, o le si chiede di fare qualcosa. C'è maggior interazione.
Il fotografo afgano, dando in mano ai suoi fotografati una macchina fotografica, non fa altro che superare una serie di barriere: la difficoltà di "non sapere dove mettere le mani", quella relativa a "non so che contegno assumere", e così via. Non ultimo il fatto che l'oggetto accomuna, sia pure solo simbolicamente, fotografante e fotografato. Crea, appunto, interazione.

francesco peluso ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
francesco peluso ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
francesco peluso ha detto...

Viviamo in un clima di diffidenza reciproca, nonostante si parli in lungo ed in largo di libertà e democrazia in realtà la NOSTRA libertà individuale è sempre più limitata da leggi e leggine.
Ad esempio ho letto che a Londra un'italiana ha trascorso cinque ore dalla polizia per aver filmato o fotografato degli edifici a Londra.
Colpa delle leggi antiterrorismo?
Non solo.
Sfogliando oggi un libro di William Klein non ho potuto fare a meno di notare che quasi in tutte le foto di street le persone inquadrate sorridevano.
Perchè prima poche decine d'anni fa si e adesso no?
Perchè prima potevi accarezzare un bimbo per strada liberamente senza essere tacciato di pedofilia?
Perchè prima potevi fare un viaggio in Yemen tranquillamente ed adesso no?
Perchè nonostante, paradossalmente, ci siano tanti mezzi di comunicazione oggi è così difficile avere una comunicazione libera?
Sembra strano ma viviamo in un nuovo MedioEvo, un MedioEvo tecnologico ma sempre oscurantista.
Dove la parte dei cattivi la fanno i Media, che creano e disfano sull'onda dell'audience.
Allora secondo me l'uomo normale cerca di difendersi dall'attacco dei nuovi Barbari. Dall'attacco dei Call Center, della pubblicità invasiva, dal bombardamento mediatico natalizio.
Si chiude in se stesso, dietro le leggi sulla privacy.
L'amico lorca prima di me si è chiesto perchè il pubblico è più propenso a rilasciare interviste che farsi fotografare.
Forse perche l'intervista essendo un audiovisivo è più difficile da manipolare di una semplice fotografia...
E allora ? allora facciamo attenzione ... i Barbari son tornati !

ps mi dispiace per i post cancellati sopra, ho avuto un piccolo inconveniente tecnico...

barbara ha detto...

Qualche volta penso che la fotografia non sia più abbastanza per il nuovo uomo tecnologico: è infatti limitativa, non può essere troppo concettuale, rischia di banalizzare o di mentire, e ferma un momento che può togliere dignità, se non è il momento giusto. Il nuovo sapiens tecnologico deve vedere il pelo al microscopio nell’anatomia della super nitidezza e la vanità si spinge nella perfezione del fotoritocco, della ricostruzione e del controllo. Le persone hanno paura della fotografia perché non ne possono avere il controllo, e infatti si tranquillizzano quando si mostra loro il risultato sul display LCD. I film polizieschi ci hanno abituato a vedere attraverso il mirino di una pistola, e non è difficile associare questa immagine, di solito accompagnata da una musica carica di tensione, con quello che si vede nel mirino della macchina fotografica. Prendere la mira verso qualcosa o qualcuno significa attuare un potere e un controllo che la povera vittima non ha, significa esercitare un atto di forza e una imposizione che in questi tempi difficili vengono associate alla più ampia sfera di “terrorismo”. L’esempio del Signor Waenzi di fornire una macchina fotografica ai suoi soggetti ritratti è indicativo di come le persone sembrino aver bisogno di una protezione, di una arma di difesa, se non addirittura di una nuova armatura, perché mostrarsi dei propri semplici abiti non basta più. Ed essere fotografati come nei vecchi cliché è ormai iconograficamente troppo riduttivo. Non mi si fraintenda, mi è piaciuto molto l’approccio di Fardin al soggetto, il modo con cui umilmente si è avvicinato alle persone, stabilendo un contatto tramite l’oggetto tanto temuto, proprio perché affrontando la paura, soppesandola in mano, si può superarla, e anzi attraverso di essa ricostruire qualcosa. Tuttavia quello che mi fa pensare è proprio la necessità di ricorrere a nuovi espedienti per superare il sospetto della persona da ritrarre, oltre che per catturare l’attenzione dell’osservatore, segno che appunto, il semplice scatto abbia raggiunto un prezzo etico troppo oscillante per essere ritenuto affidabile delle nostre identità.