sabato 18 agosto 2007

Siamo alle solite, Calimero

Ve la ricordate la celebre frase di uno spot televisivo degli anni Sessanta destinata a pubblicizzare un detersivo? Beh mi è tornata in mente stamattina leggendo delle vicende di tal Jay Kaycappa il quale avrebbe assalito Heather Mills McCartney, prendendola per una spalla e costringendola non proprio con le buone maniere a voltarsi nel corso di un inseguimento fotografico. Pare che la signora Mills McCartney, all’indomani della pubblica separazione con il ben più noto Paul, fosse quotidianamente inseguita da circa venticinque fotografi tra i quali il nostro Jay Kaycappa. In base alle testimonianze processuali l’assalto sarebbe iniziato nella metropolitana dove la signora Mills McCartney si era ritrovata uno stock di fotografi in attesa. Dopo aver tentato di sfuggire a questi si era trovata davanti Jay Kaycappa, cosa che l’aveva spinta a voltarsi verso il muro per chiamare in soccorso il suo personal trainer. A questo punto Kaycappa, autore durante il blitz di qualcosa come 181 scatti, avrebbe preso per una spalla la signora Mills McCartney per costringerla a voltarsi e per ottenere degli altri scatti. La testimonianza di un altro fotografo, tal Stephen Lawrence, appostato dall’altra parte del tunnel negherebbe a detta della stampa inglese, l’assalto di Kaycappa. E si potrebbe continuare all’infinito o quasi con i dettagli e i particolari della vicenda degni della peggior stampa scandalistica internazionale. La sostanza dei fatti è che come al solito i mezzi di informazione generalisti sembrano riuscire ad occuparsi del mondo della fotografia solo in occasione di eventi del genere, come testimonia abbondantemente la recente storia del nostro paese. L’equazione fotografo=ricattatore piuttosto che omicida (sia pure colposo, ricordate cosa si disse dopo la morte di Lady Diana Spencer?), piuttosto che delinquente da quattro soldi ha trovato l’ennesima conferma. Del resto che nel mondo della fotografia si aggirino personaggi quantomeno discutibili, è ormai accertato. Né pare che la biografia del signor Kaycappa, a giudicare da quanto si può leggere nella pagine di Togsblog, sia in grado di smentire la pessima fama della categoria. Una lettura che per altro instilla qualche dubbio circa il fatto che sia più opportuno parlare di fedina penale piuttosto che di biografia.
Certo si potrebbe dire che personaggi del genere sono il frutto delle richieste del mercato che ha trasformato una enorme fetta del giornalismo in mero pettegolezzo che vive di storie miserabili come questa e che quindi deve essere continuamente alimentato da personaggi in grado di seppellire dignità e senso etico per strappare una foto perfettamente inutile a qualunque costo. Ma non dimentichiamo che un mercato di pseudo informazione di questo tipo non ottiene altro scopo se non quello di anestetizzare le menti dei suoi lettori, spostando l’attenzione su fatti completamente irrilevanti rispetto alla loro esistenza, cosa che in genere è funzionale a qualunque forma di potere, indipendentemente dal colore politico che la contraddistingue. Niente di troppo diverso dal buon vecchio panem et circenses. Personalmente mi sembra paradossale che la fotografia, in particolare quella giornalistica, finisca per diventare l’ennesimo strumento di abbrutimento di massa e come tale finisca per essere comunemente identificata.
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