mercoledì 23 aprile 2014

La panottica cambierà il linguaggio?


Sul web oggi furoreggia la notizia relativa alla presentazione della Lytro Illum. Chi frequenta questo blog sa bene che non mi occupo di tecnologia per… motivi religiosi. E non intendo fare eccezione. Colgo solo l'occasione di questa notizia per offrire lo spunto per un paio di riflessioni cui spero parteciperete in molti. 
Dallo stesso scatto con la tecnologia Lytro si possono scegliere più piani di fuoco (simulazione tratta dal sito Lytro).

La prima riflessione (si fa per dire) è relativa al modo in cui la notizia è stata presentata dai siti in lingua italiana. Lascio a voi il piacere di andare a verificare quanto è stato scritto (ecco il link con la ricerca già fatta). L'aspetto che prevale è quello della tecnologia che trasformerà il modo di fotografare. Ora, al di là dell'opinabilità di questo tipo di affermazioni figlie del copia-traduci-incolla da comunicato stampa, la seconda riflessione è relativa a se (e come) l'introduzione che consente di focheggiare a posteriori possa influire sul linguaggio delle immagini. 

È senz'altro nel novero delle possibilità il fatto che una tecnologia del genere possa trovare una diffusione di massa su altri apparecchi (ammesso che il brevetto venga concesso), ma in cosa si tradurrà in pratica questo? Difficile azzardare previsioni che potrebbero essere smentite alla prima apparizione del genio creativo di turno in grado di stravolgere le regole. Tuttavia, se da una parte è vero che questa tecnologia è in grado di apportare una qualche forma di novità nell'ambito della ripresa, fino a che punto l'ingegneristicamente geniale trovata di mister Ren Ng (l'ideatore dall'impronunciabile nome della tecnologia panottica) costituisce un passo avanti nell'impiego cosciente dello strumento fotografico? 

Se è vero che poter rivedere il punto di fuoco in postproduzione può in alcune circostanze (a mio avviso ben poche) essere utile, è anche vero che questo potrebbe indurre ulteriori forme di atrofizzazione del cervello dei fotografi in fase di ripresa. Considerato che oggi il motto di molti è tanto poi si mette a posto con Photoshop, a cosa si potrebbe arrivare? Quale sarà la progettualità a monte delle immagini se tanto poi anche al parametro messa a fuoco sarà arbitrariamente attribuibile un valore a valle del processo di acquisizione? 

Sia chiaro che questa non vuole essere una tirata contra tecnologia, ma semplicemente uno spunto per riflettere (senza la pretesa di offrire risposte) sulle conseguenze derivanti dall'impiego massivo di una tecnologia di questo tipo. A mio avviso il rischio, più o meno remoto, è quello che l'insieme di fattori, cui potrebbero contribuire anche le fotocamere panottiche, è quello di andare sempre più verso un'alienazione dell'immagine fotografica rispetto al suo referente. Considerazione che, ovviamente, è frutto del pregiudizio dettato dalla tecnologia sviluppata fino a oggi, che ha imposto e creato una forma fotografica in cui la rappresentazione del reale è stata comunque soggetta a una serie di convenzioni dettate dell'ottica e della fisica. Convenzioni, a ben guardare, abbastanza lontane dalla visione dell'occhio umano cui tante volte ci si è appellati nel corso dei nemmeno duecento anni di storia della fotografia. 

Dunque, il medium fotografia potrebbe realmente affrancarsi da un'altra porzione di quelle pastoie in cui, da sempre, è invischiato. Questo in che in sé potrebbe essere un risvolto decisamente positivo, ma dove porta? La visione fotografica sarò più vicina a quella dell'occhio umano o se ne distaccherà maggiormente? Nel primo caso per assurdo si potrebbe arrivare  a rivalutare il potere testimoniale dell'immagine fotografica. Nel secondo la fotografia potrebbe conquistare ulteriore libertà e autonomia come mezzo di espressione autonomo svincolato dal rapporto con il reale. Non pretendo certo di trarre conclusioni in merito, ma volevo solo lanciare un sasso nello stagno nella speranza di veder sollevare onde tumultuose di pensiero da parte di chi visita questa pagina. A voi la parola…

Per provare l'effetto prodotto dalla tecnologia Lytro cliccate sull'immagine 
per selezionare il punto di fuoco. (simulazione tratta dal sito Lytro)


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domenica 29 dicembre 2013

Condensazione e riconoscimento della forma madre



La doppia pagina di apertura dell'articolo dedicato alla lettura delle immagini che ho scritto
per IL FOTOGRAFO 256/gennaio 2014 in cui viene riassunta la griglia di analisi proposta
da Augusto Pieroni in Leggere la fotografia osservazione e analisi delle immagini fotografiche.
Il professor Augusto Pieroni in un suo volume di qualche anno fa (1), più volte citato in queste pagine, dedicato alla lettura delle immagini fotografiche, proponeva una griglia di analisi in cui tra le varie componenti si prendeva in esame la categoria da lui definita Forme. Con essa vengono definite le modalità con cui viene prodotta una fotografia e si suddivide in cinque fasi logiche fortemente interdipendenti. 
Normalmente l'approccio didattico con questa sezione nell'ambito dei corsi di approccio alla lettura delle immagini, risulta, ancorché trattata con discreta velocità, un po' noiosa per gli studenti. Questi infatti hanno la sensazione che l'elenco delle cinque fasi sia un po' sterile e tutto sommato un po' scontato. Solo l'esperienza li può portare a scoprire quanto siano fondanti gli elementi che si possono riscontrare in questa fase, tanto che la si consideri sotto il profilo della produzione, quanto sotto quello dell'analisi. La misura della sua importanza penso possa arrivare alle menti meno ottuse attraverso la lettura delle parole di Roberto Salbitani, riportate in un volume che ho letto ieri per realizzarne la recensione su IL FOTOGRAFO 257/febbraio 2013. Lo spazio consentito dalla rivista e la linea stabilità dall'Editore, non mi consentono divagazioni in questa direzione, per cui approfitto di questo spazio per riportare le parole di Salbitani. Spero possano essere di stimolo alla riflessione per molti, o almeno per chi ha voglia di mettersi elasticamente in discussione senza ancorarsi scioccamente alle parole e al loro mero portato tecnologico. 
Inoltre sottolineo che non cito queste parole come Vangelo, ma semplicemente come spunto di riflessione teorica. Altrimenti detto: non chiedo di essere d'accordo, ma nemmeno di bollare a priori quanto segue in quanto oggi si usa (o peggio IO uso) il digitale. Lo sforzo che chiedo è di analizzare le parole e comprenderne il senso per metabolizzarlo, rielaboralo e farlo proprio nella produzione e/o nella lettura delle immagini.

«Ho sempre sviluppato e stampato i miei negativi, com'è naturale mi pare (...). Il grado di controllo della tua stampa puoi deciderlo tu, se no è approssimazione o adattamento all'immagine di un altro (...). Ma la fase più importante di questo processo di condensazione presumeva la capacità di riconoscere in ripresa quei soggetti che più di altri potevano configurarsi in simboli (...) trattandosi di insiemi di cose ferme, spesso includenti elementi naturali, avevo tutto il tempo per osservarli da svariate angolazioni e circoscriverli fino a individuarne una forma madre, una forma inerente a una figura geometrica sottostante o a una sovrapposizione di figure forti anche se non sempre lasciavano trasparire una configurazione geometrica chiara, dai contorni evidenti. Successivamente in camera oscura realizzavo una stampa secondo una chiave in sintonia con le scelte già fatte. E poi c'è la selezione naturale tra le stampe più affini tra di loro. L'ultima fase del lavoro di condensazione riguardava la definitiva scelta delle immagini in ragione del loro meditato posizionamento all'interno di una sequenza fotografica» (2)




1 - Augusto Pieroni, Leggere la fotografia osservazione e analisi delle immagini fotografiche, EDUP, Roma, 2006 





2 - Roberta Valtorta, Roberto Salbitani, storia di un viaggiatore, Postcart, Roma, 2013
pag 61-62. Ripreso da Testo elaborato successivamente a un'intervista iniziata nel 2008 
e mai conclusasi di Fausto Raschiatore, a Roberto Salbitani, stampa da documento pdf dell'autore; pag.37.











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venerdì 27 dicembre 2013

L'eco della fotografia africana



A sinistra foto di Seydou Keïta, a destra foto di Rainer Elstermnn.

La frequentazione del web offre a volte interessanti stimoli di riflessione. Poco fa, ad esempio, sono capitato sul sito del fotografo tedesco Rainer Elstermann. Che si tratti di un valido professionista è indubbio, che il suo stile incontri il mio gusto invece è assai discutibile, ma suppongo che quest'ultimo non costituisca argomento di particolare interesse per il mondo. La cosa che invece trovo interessante è che tra i suoi ritratti ce n'è un gruppo realizzato in Africa. Un po' di ricerche mi hanno svelato che si tratta di fotografie scattate in Kenya a Karen, ai piedi delle colline Ngong. Elstermann qui ha trovato un piccolo studio in cui gli emigrati si facevano ritrarre per inviare a casa le immagini della loro nuova condizione. Memore dell'esperienza di Irving Penn a Cuzco, Elstermann, decide di affittare per qualche giorno lo studio e riprendere la popolazione locale utilizzando abiti e accessori recuperati. O almeno questa è la versione ufficiale (che tende a essere un po' meno credibile se si osserva la precisione e la disinvoltura di alcune pose e delle acconciature. Ma poco importa non è questo l'aspetto interessante). La cosa che colpisce è come al di là delle fisionomie dei soggetti rappresentati nelle immagini siano evidenti le tracce di fotografi come Seydou Keïta o Malick Sibidé tanto per citare i due nomi più famosi. Ora in un mondo culturale formalmente euro-america centrico (intendendo per America in particolar modo gli Stati Uniti) è abbastanza singolare che un autore europeo finisca per rifarsi a stilemi tratti dalla fotografia africana mutandoli con influenze più o meno modaiole. Soprattutto però è interessante che la fotografia guardi (sia pure in ritardo) all'Africa come già hanno fatto molto tempo prima pittura, scultura e musica.


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mercoledì 25 dicembre 2013

Un infernale paradiso beneventano


Palazzo Paolo V, Benevento. I lavori di imbiancatura della sala espositiva.
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
La fotografia in Italia non è trattata con la dovuta considerazione!
Vero.
Nel nostro Paese non si fa mai una mostra curata in modo decente!
Falso.
Lo so sembra una tesi difficile da sostenere, soprattutto quando ci si confronta con l'offerta di enti e istituzioni ai massimi livelli, che troppo spesso riesce a essere solo l'ennesimo elogio all'incompetenza. Eppure eccezioni ce ne sono, anche se bisogna andarsele a cercare dove meno te le aspetteresti. In questo 2013 che volge al termine mi è capitato di vedere qualcosa di molto buono a Bologna, dove è stato fatto uno sforzo davvero notevole per offrire alla città una serie di mostre ben organizzate e ad alto livello. Ma dietro c'era lo zampino, tutt'altro che occultato, di Arles e della sua provata organizzazione.
Ma ci sono anche piccole realtà, in luoghi troppo spesso dimenticati dai grandi giri della cultura italiana, in cui avvengono dei piccoli miracoli.
Palazzo Paolo V, Benevento. Si sballano le fotografie per ultimare l'allestimento. 
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
Un paio di giorni fa ero a Benevento per la mostra Inferno: tra mito e realtà. Quando sono arrivato in città, il giorno precedente all'inaugurazione, ho notato subito un certo nervosismo all'interno dell'organizzazione. L'Assessorato alla Cultura del Comune di Benevento aveva infatti concesso l'utilizzo delle sale di Palazzo Paolo V, magnifico edificio in corso Garibaldi nel pieno centro del capoluogo sannita, ma il problema erano le condizioni in cui le mura erano state lasciate da chi ne aveva usufruito precedentemente. Buchi sui muri, pezzi di nastro adesivo, macchie varie e sporcizie assortite: uno spettacolo indecoroso per una mostra di qualità. Ora potete facilmente immaginare come scoprire tutto questo ad appena un giorno dall'inaugurazione possa essere una sorpresa in grado di abbattere il più tosto degli allestitori e il più incallito dei curatori. 

Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron, Benevento. Sandro Iovine (a sinistra) e Antonio Manta
(a destra) selezionano
, tra quelle realizzate durante il workshop tenuto dallo stesso Manta, 
le immagini da trasformare in Polaoro, incorniciare ed esporre. 
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
A Benevento però è prevalso l'antico orgoglio sannita. L'organizzazione a cura dell'Accademia di Fotografia Julia Margaret Cameron, fondata e diretta da Angelo Orsillo, ha risolto tutto andando a comprare vernice, secchi, rulli e tute e mettendo i suoi soci al lavoro per ripristinare le pareti della sala. Risultato? La mattina successiva tutto aveva preso l'aspetto degno della funzione che avrebbe dovuto esercitare. Certo, c'erano ancora da montare quasi novanta stampe di formati assortiti, dalle Polaroid prodotte durante il workshop condotto da Antonio Manta alle gigantesche stampe di Davide Conti. Ovviamente con meno di mezza giornata a disposizione... In tutta sincerità vedendo la situazione all'alba del 21 dicembre, giorno dell'inaugurazione, io per primo ho valutato l'impresa abbastanza disperata. In Accademia tra l'altro dovevano ancora essere selezionate le trenta immagini Polaroid da portare in mostra. Non solo, perché queste dovevano essere anche aperte una per una e trasformate in Polaoro prima di essere incorniciate.

Palazzo Paolo V, Benevento. Un momento dell'inaugurazione della mostra Inferno: tra mito e realtà.
Da sinistra Angelo Orsillo, Ilaria Rossi, Fabiana Peluso e Sandro Iovine. 
© Luca Adame Lombardi.
Eppure la calma regnava sovrana, a onta della milanesissima frenesia che stava assalendo il sottoscritto (quindici anni tra le nebbie segnano chiunque... mi perdonino, se possono, i miei concittadini). Eppure il miracolo è avvenuto. La sera alle 17 si è inaugurata la mostra e tutto era a posto per accogliere la gran folla venuta a visitare la mostra. Nel fare i miei più convinti complimenti a tutta l'organizzazione per aver saputo risolvere tutti i problemi, compreso il rifacimento di parte dell'impianto elettrico preposto all'illuminazione da parte di un ineffabile Vincenzo Cillo, mi permetto di rendere un particolare omaggio al lavoro di Italo Di Iasio che da solo e in appena tre ore e qualcosa ha montato l'intera mostra (poco meno di novanta fotografie di vari formati e con disposizioni condizionate dalla tipologia delle immagini... non dimentichiamolo...). 

Palazzo Paolo V, Benevento. L'allestimento è terminato e si può inaugurare. 
© Antonio Caporaso.
Per concludere quella di Benevento è stata un'esperienza esaltante sotto il punto di vista dell'efficienza, con buona pace dei sostenitori della superiorità del nord in questo campo, arricchita anche dalla indubbia qualità delle opere esposte. Ottimo il lavoro prodotto dall'Accademia con le Polaroid fatte utilizzare da Antonio Manta per recuperare la sensibilità alle emozioni estemporanee nel racconto della città. Inutile sottolineare la qualità di 19mq d'inferno dello stesso Manta, un lavoro che già è stato possibile apprezzare numerose volte. Di grande rilievo anche il lavoro di Paolo Pagni che ha affrontato una riflessione profonda e a più livelli sul medium manipolando le polaroid e poi stampando al platino-palladio le acquisizioni delle stesse. Un discorso che meriterebbe altri spazi di riflessione teorica che non escludo di concedermi in futuro. Infine un cenno alle straordinarie immagini di Davide Conti che, partendo da un approfondito studio sulle storia dell'arte, ha attualizzato in fotografia le tematiche classiche della rappresentazione occidentale. Un altro lavoro che meriterebbe ben altri spazi di trattazione per poter essere apprezzato nella sua complessità. 
Non penso che questa mostra cambierà la storia della fotografia ovviamente, ma una volta tanto posso dirmi contento di aver avuto un piccola, grande, bella storia di passione e fotografia di quelle che fan bene sotto Natale. 
A proposito auguri a tutti!




La mostra

Inferno: tra mito e realtà 
Accademia Julia Margaret Cameron 
Davide Conti 
Antonio Manta 
Paolo Pagni
21 dicembre 2013 - 8 gennaio 2014
Palazzo Paolo V
Corso Garibaldi - Benevento


Inferno: tra mito e realtà 


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giovedì 10 ottobre 2013

O tempora, o ribes!


È una vecchia battuta da avanspettacolo, spesso ripresa nell'ora di ricreazione nei licei, che fa il verso in modo non proprio acuto all'espressione latina O tempora, o mores, che a sua volta allude al decadimento dei costumi. Probabilmente a breve si trasformerà in una verità riportata da qualche serio quotidiano, quantomeno nella versione on-line. Quello cui  stiamo assistendo ormai da anni è il crollo verticale se non della cultura di base, quantomeno della cura con cui si assolve ai ruoli professionali. La cosa è, in parte,  comprensibile considerata la pressione esercitata dalle case editrici sulle redazioni (e posso assicurare per esperienza personale di questo periodo che non è certo questione da poco...), ma non per questo può essere giustificata. Ecco due esempi, ininfluenti in sé, ma sintomatici, tratti dalla odierna lettura, distratta, dei due maggiori quotidiani italiani in edizione on-line.
Nella Home Page di La Repubblica c'è ancora oggi un articolo sul cinquantenario della tragedia del Vajont, in cui si rimanda a un video con i filmati realizzati da «da Zoilo Da Vià e pubblicati da suo figlio Massimo sul proprio profilo Facebook». Le brevi note di presentazione proseguono con un virgolettato preso dal citato profilo Facebook. L'esordio è «La mattina presto di un 10 ottobre di 50 anni fa mio padre prese una cinepresa super8 dal negozio»... Poco sopra, nel titolo che attribuisce una collocazione spaziale e temporale alle riprese c'è scritto «Longarone, 10 ottobre 1963», data che rende improbabile che le riprese siano state effettuate con una cinepresa Super8, in quanto il formato è stato presentato quasi due anni dopo (aprile 1965) da Kodak. Senza contare che alcuni bagliori durante la visione del filmato potrebbero tranquillamente far pensare a un cambio di rullo formato 8mm o Doppio 8 che dir si voglia.
Spero sia inutile sottolineare che l'errore in sé è insignificante ai fini di quanto narrato e scompare di fronte alla tragedia che l'articolo vuole commemorare. In altre parole non cambia nulla a nessuno, ma è sintomatico di un atteggiamento (malcostume?) professionale in cui il copia-incolla da fonti non verificate e tutt'altro che certe, quali Facebook, è diventata praticamente una regola. Come se un social network non fosse per definizione un luogo in  cui il primo idiota in circolazione può spacciare per verità assolute le sue più farneticanti allucinazioni. 
Secondo esempio. Stavolta è il Corriere della Sera sempre versione on-line che ci regala uno splendido titolo, grazie al quale abbiamo la certezza che nelle scuole dell'obbligo la lingua italiana è stata finalmente abolita per manifesta inutilità. Sinceramente mi chiedo come sia possibile che su quella che si può indubbiamente considerare la testata storica del giornalismo italiano possa comparire in un titolo un accento sbagliato sulla terza persona singolare del verbo essere.
Sia chiaro che tutti possono sbagliare, lo facciamo tutti e come ricorda la saggezza popolare gli unici a non commettere errori sono quelli che non fanno nulla. Queste righe non vogliono essere un atto di accusa nei confronti di nessuno, anche perché ci sono cose davvero ben più gravi nell'aria. Ma la mancanza di cura in ciò che si fa, la superficialità, la mancata verifica dell'esattezza di ciò che si decide di pubblicare è specchio e motore della situazione storica in cui versa il nostro Paese. Dovremmo riuscire a ricordarci tutti che è necessario impegno per uscire dal pozzo in cui ci siamo cacciati e che il paese dei balocchi in cui tutto è bello e possibile senza sforzo è solo un'illusione del Lucignolo di collodiana memoria e forse di qualche imprenditore-statista. 
La fraintesa frequentazione della rete ha indotto troppi a pensare che tutto sia solo velocità e semplicità, che i contatti virtuali siano reali e che tutto questo probabilmente autorizzi a spegnere definitivamente i cervelli. Se così non fosse sarebbe inspiegabile perché gli utenti di una pagina si mettano a chiedere informazioni che sono tranquillamente deducibili solo cliccando il link sovrastante. Ottenere un qualsiasi risultato costa fatica, quasi sempre e non ci sono scorciatoie (Natura non facit saltus). Per ottenere risultati occorre impegno. Anche se a volte può essere sufficiente anche solo accendere il cervello. 
Come dicevo prima non sono parole rivolte verso (e tantomeno contro) qualcuno, ma queste righe vogliono essere solo una nota che dedico prima di tutti a me stesso prima di trovarmi anche io a scrivere da qualche parte (e stavolta seriamente): O tempora, o ribes.

martedì 26 marzo 2013

No, a Travaglio proprio non vorrei dar ragione!


So di non risultare particolarmente simpatico alla maggioranza delle persone. E non me ne sono mai dato peso oltre una certa misura, quantomeno in tutti quei casi in cui avrei dovuto rinunciare a esprimere il mio pensiero . Sono altresì cosciente che quello che sto per scrivere non farà altro che consolidare la convinzione negativa nei miei confronti. Pazienza, almeno stavolta avrete ragione a pensare male.
Giusto ieri, grazie all'omaggio non richiesto di non ricordo quale aggregatore di notizie, mi sono trovato sotto gli occhi un pezzo di Marco Travaglio che trovate qui. Premetto che Travaglio è un personaggio che mi suscita irritazione a livello epidermico e sul quale è penalmente opportuno che non espliciti in toto il mio pensiero. 
Vorrei però citare l'incipit del suo pezzo: «Più leggo certi commenti sulla mia pagina Facebook e sul mio blog, più mi viene voglia di chiuderli e di dare ragione a chi paragona i social network alle pareti dei cessi pubblici». 
Prese le debite distanze lessicali e fatte le dovute proporzioni tra l'attenzione che può raccogliere un Marco Travaglio e quella minima che può mettere insieme un Sandro Iovine, mi è davvero difficile non concordare. 
Questo blog ha avuto una lunga lunghissima pausa proprio perché il suo estensore si era un po' saturato quegli organi inutilmente (nel suo caso) preposti alla produzione di spermatozoi. Sì, francamente mi sono proprio stufato di scrivere cane e sentirmi replicare che sto parlando di pastasciutta. Mi sono stufato di vedere abbassare il livello della conversazione a livelli infimi, solo perché non ci si prende la briga di prendere in considerazione che chi scrive possa ragionare su un altro piano. Mi sono stufato di veder slittare continuamente il piano dalla comunicazione dal contenuto alla relazione
Non mi dispiace ricevere critiche o manifestazioni di dissenso rispetto a ciò che scrivo o penso. La critica sono e sarò sempre convinto che sia un caposaldo imprenscindibile per il dialogo e la crescita di tutti, a iniziare dal sottoscritto. Quello che mi lascia sempre basito è la mancanza di pertinenza, il divagare ondivago, umorale e in linea di massima non costruttivo di chi fraintende del tutto l'argomento per pura mancanza di attenzione. Oppure di chi  prende una tangente che nulla ha a che vedere con l’argomento trattato o infine di chi, fermandosi alla superficie, non riesce a percepire la presenza di sottotesti e riferimenti ben più corposi. 
Nel primo caso ricordo con Travaglio (ahimè) che la lettura di questo blog non avviene sotto prescrizione medica. È certo un atto assai gradito all'estensore del medesimo, ma non obbligatorio, come tutt'altro che obbligatorio è l'esprimere concetti non pertinenti. 
Nel secondo invito a provare a rileggere con attenzione almeno due volte quando qualcosa non vi trova d'accordo. Dopo se proprio non potete farne a meno insultatemi pure. Purché  siate certi che ciò si addica alla situazione, ma per favore fatelo solo dopo aver compreso di cosa si sta parlando. Se avete poi avete dei dubbi chiedete liberamente e vi sarà chiarito tutto quel che richiede una spiegazione. 
Nel terzo caso non so nemmeno che dire, se non consigliare di cancellarsi immediatamente da Facebook, spegnere la televisione e riprendere in mano qualche libro di spessore (non fisico, ma culturale) ... hai visto mai che avvenga il miracolo?
Il guaio è che aver ricominciato a postare due righe messe in croce ha visto riproporsi il problema con vigore ancora maggiore di prima. 
Certo mi rendo conto che, a fronte del dilagare di fenomeni come l’analfabetismo di ritorno, sono perfino pochi quelli che mettono in mostra la loro scarsa capacità di decodificare un testo scritto. Molti di più quelli che osservano in un più dignitoso silenzio o intervenendo con coerenza rispetto al tema. 
Questi ultimi approfitto per ringraziarli pubblicamente dal profondo del cuore per la vicinanza e la partecipazione che dimostrano.
Agli altri mi sento di chiedere di leggere con attenzione prima di esprimersi con modalità che depongono quasi sempre solo a favore dello sviluppo di un pregiudizio negativo nei loro confronti. 
Ve lo chiedo non foss'altro per tentare di non rendere ineluttabilmente condivisibile la sgradevole conclusione del pezzo di Marco Travaglio, che non vi ripropongo per una forma di rispetto, ma che se siete interessati a conoscere potete trovare al link su indicato.
Grazie per aver sopportato questo sfogo. A più interessanti dialoghi nel prossimo futuro.

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martedì 19 marzo 2013

Piccoli fatti e mugugni senza speranza

L'immagine che accompagna la promozione del concorso fotografico dedicato alle insegne in francese presenti nella città di Napoli, promosso dall'Institut Français de Naples.
Il mugugno non è appannaggio esclusivo dei liguri, che pure ne alimentano con fierezza e orgoglio i fasti. Il mugugno (ovvero quel lamentarsi continuo e insistente, ma mai urlato e risolutorio, quanto piuttosto rassegnato) è proprio anche di chi si occupa di fotografia. Del resto il ruolo di quest'ultima è perennemente subalterno (ecco un esempio pratico di mugugno fotografico per chi non fosse pratico) a qualche altra cosa o finalità. La fotografia è quasi sempre strumentale e ancor di più lo è quando la si utilizza per promuovere qualcosa all'interno di iniziative di dubbia condivisibilità (altro mugugno fotografico). In questo risveglio che ha preceduto l'odioso gracchiare della sveglia, a turbarmi, rendendo astiosa la giornata prima ancora che inizi (questo invece è mugugno personale, un po' più vicino a quello ligure forse), è un'iniziativa dell'Institut Français de Naples.
Si tratta di un concorso fotografico in cui i partecipanti dovrebbero a andare a caccia delle insegne in lingua francese reperibili sul territorio del capoluogo partenopeo.
A meno di non pensare completamente incapaci di intendere e di volere i responsabili di cotanta iniziativa, credo si possa individuare la motivazione nella volontà di attirare l'attenzione sulla presenza della lingua francese sul territorio, così da produrre una sorta di indotto alle attività meritorie dell'Istituto. Merita ammirazione lo sforzo creativo di chi ha redatto il bando, arrotolandosi intorno a una labile traccia nel tentativo di conferire dignità culturale all'iniziativa. Meno ammirazione mi suscita il coinvolgimento di personaggi nobili del mondo della fotografia italiana nei confronti dei quali per altro nutro enorme stima personale. Ghiotto comunque, per chi si occupa di fotografia, il primo premio (un soggiorno gratuito di sei giorni ad Arles durante i Rencontres). 
Non è ipotizzabile che ci si illudadi ottenere qualcosa di significativo sotto il profilo della forma fotografica, soprattutto rivolgendosi a un pubblico generico. Al massimo si può pensare di mettere in archivio qualche foto da utilizzare in iniziative future. In altre parole ancora una volta ci si rivolge alla fotografia in modo strumentale relegandola a una funzione subalterna e non autonoma. 
È una vecchia tradizione, assai trasversale, quella di organizzare un concorso fotografico quando non si hanno soldi e si deve animare qualcosa. La mettono in pratica le case editrici quando il genio del marketing della situazione propone immancabilmente di fare un concorso fotografico «così ci facciamo un archivio gratuito». La propongono immancabilmente gli assessorati dei comuni quando vogliono fare cultura a basso costo  perché poi «così ci facciamo un archivio gratuito». La esaltano le aziende perché «tanto le foto ormai e le fanno tutti» e poi «così ci facciamo un archivio gratuito».
Naturalmente che poi ci siano persone che producendo fotografie vivono e il cui lavoro andrebbe rispettato, non interessa a nessuno, perché tanto le fotografie nel sentire comune sono quel qualcosa senza valore che chiunque può fare. Che esista un concetto di professionalità legato alla fotografia è un pensiero che non sfiora nessuno o quasi a meno di non essere addetti ai lavori e anche in quel caso... e il mugugno continua...
Però, a pensarci bene, perché non ci inventiamo un bel concorso fotografico sulla condizione dei fotografi? Magari «così ci facciamo un archivio gratuito»...

lunedì 23 luglio 2012

Che fa un uomo in tutù rosa? Ispira i poveri di spirito


Corn, 2010, The tutù Project, www.thetutuproject.com, © Bob Carey, 2010.
Lunedì mattina. Consueto giro dell'immediato dopo colazione sui Preferiti del browser, alla voce notizie. Home page de Il Fatto Quotidiano. Un'occhiata ai titoli. C'è n'è anche uno abbastanza bizzarro da attirare l'attenzione... e riguarda anche la fotografia: Cosa fa un uomo in tutù? Aiuta la ricerca contro il cancro. Il sommarietto recita: «Il fotografo americano Bob Carey si è immortalato vestito da ballerino in molte parti del mondo, compresa l'Italia. Motivo? Far nascere un reportage - ora diventato libro - per raccogliere fondi destinati alla lotta contro il tumore al seno. Lo stesso che ha colpito sua moglie»... Ci sono almeno due cose che mi fanno rabbrividire in queste appena 232 battute spazi compresi. La prima è il riflessivo si è immortalato... figlio di immortalare, verbo tipicamente impiegato da chi sapendo nulla di fotografia ritiene di impreziosire il proprio eloquio con il suo impiego arricchendo contemporaneamente di senso profondo l'altrimenti misero atto del fotografare.
Secondo motivo di perplessità l'uso del sostantivo reportage, che mi pare decisamente fuori luogo per un progetto declinato nei termini che è dato intendere dalle già citate 232 battute spazi compresi.
In ogni caso l'estensore dello strillo in home page è riuscito ad incuriosirmi. Clicco sul titolo e mi ritrovo sulla pagina dell'articolo e scopro il titolo completo Cosa fa un uomo in tutù rosa in mezzo al deserto? Aiuta la ricerca contro il cancro. Non sto nemmeno a riassumere la vicenda perché il pezzo di Viola De Sando è breve e scritto decisamente meglio del richiamo in home page. Ognuno poi valuti  come meglio crede l'opportunità, la validità e la credibilità in termini di onestà non solo intellettuale dell'iniziativa di Bob Carey. L'aspetto su cui vorrei puntare il dito è invece l'agghiacciante pochezza dei due commenti presenti fino al momento in cui scrivo. Il primo cronologicamente sfiora (sfiora è un modo di dire) il patologico e recita: «Perfetto,lui E' UN ARTISTA,dunque affrettiamoci ad escogitare un nuovo termine adatto alla figura di LEONARDO DA VINCI.Porre sullo stesso piano questa pazza con il geniale inventore resta solamente UN INSULTO!». 
A parte il livore non controllato e non controllabile dell'autore, evidenziato dall'utilizzo dei caratteri maiuscoli, è paradossale come partendo da un'affermazione arbitraria, si arrivi a creare un parallelo ancora più arbitrario e infondato per poi concludere che si tratta di un insulto!... Ora io non ho un livello di attenzione eccezionale quando leggo qualcosa, ma il termine artista mi irrita sufficientemente da riuscirmi evidente all'interno di un testo o di un discorso, ma nel testo di Viola De Sando non mi era proprio parso di trovarne traccia... per scrupolo in ogni caso un bel Mela+F regala qualche sicurezza in più. In realtà ci sono ben due artista nella pagina, ma sono entrambi nel commento illuminato di cui sto parlando. Idem per Leonardo che compare solo nel verbo di Florence e nell'elenco dei blogger precedendo il cognome Martinelli.
Secondo, per il momento, commento firmato Carlozen: «semplicemente ridicolo, con la scusa di aiutare la ricerca sul cancro». Mancano solo tre puntini di sospensione in fondo per avere la certezza che si tratti di un commento non sul lavoro del fotografo, bensì sui sui orientamenti sessuali. E poi se la prendono con il povero Cassano... Certo due utenti non fanno media, ma fa riflettere che gli unici due che hanno passato il prefiltro redazionale, siano commenti i autori non si sono nemmeno posti il problema di affrontare il lavoro del fotografo in quanto tale, criticandolo o approvandolo, ma si sono in compenso preoccupati in forma nemmeno troppo velata di difendere una visione aprioristica di ciò che si deve o non deve fare. 
Mi viene in mente un convegno di belle speranze e poca partecipazione cui ho partecipato sabato scorso, dove ci si affannava a promuovere scambi culturali a livello fotografico verso l'Europa dell'Est, ma nessuno sembrava interessato a chiedersi se il nostro pubblico sia in grado affrontare impegni di questo tipo. 
Per quanto non riferibili direttamente alle tematiche del convegno, temo proprio che i due commenti al pezzo di Viola De Sando, possano costituire l'ennesima triste riprova circa la fondatezza della preoccupazione che ho espresso nel corso del mio intervento in sede di convegno. L'unica conclusione che mi viene in mente è una scontata citazione che preferisco lasciarvi nella sua versione originale...





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mercoledì 27 giugno 2012

ARTinBOSCO 2012: una geniale ecofotofollia

ARTinBosco 2012: ottanta opere esposte nel bosco lungo la riva sinistra del fiume Lemene.
Capita spesso, a chi incautamente si avventura per queste pagine, di essere testimone delle lamentazioni del sottoscritto dirette alla volta di questa o quella manifestazione più o meno pessimamente riuscita. Ebbene l'argomento di questo intervento è la classica eccezione che in modo proverbiale conferma la regola. Qualche settimana fa sono stato sulle rive del Lemene a Boldara di Gruaro in provincia di Venezia dove si inaugurava ARTinBOSCO 2012, una mostra fotografica realizzata all'interno di un bosco con esposte opere di autori di levatura internazionale. A dispetto della  storia relativamente recente della manifestazione, siamo arrivati quest'anno alla terza edizione, il lavoro che c'è dietro vede le sue origini almeno una ventina di anni fa, con l'arrivo in zona di Claude Andreini, fotografo, artista e fisioterapista vulcanico e sempre pronto a far baruffa (per usare una sua eufemistica espressione che sottointende la poco diplomatica incapacità di porre limiti a quell'irruenza costantemente alimentata da un innato senso di giustizia). Acquistata una casa nei pressi del Molino di Boldara, decide che lo stato della natura nei dintorni è inaccettabile e per oltre venti anni, tra mille difficoltà e incomprensioni, crea, con l'aiuto di un architetto paesaggista, un piccolo paradiso lungo poco più di un chilometro lungo la riva sinistra del Lemene. Per chi volesse saperne di più qui si può scaricare un documento pdf con tutte le informazioni relative alla nascita del Parco e alle difficoltà incontrate da due decenni a questa parte per la sua conservazione.
Un momento dell'inaugurazione di ARTinBosco 2012 al Molino di Boldara il 26 maggio 2012.
E proprio in questo splendido luogo trova spazio la mostra organizzata dall'Associazione Un bosco per Boldara, dal GAZZ (Gruppo Artisti Zona Zero) e da image.Tif. In tutto si tratta di un'ottantina di immagini stampate su forex che rimangono esposte tra gli alberi lungo il percorso all'interno del bosco che costeggia il fiume. Gli autori presenti alla Terza edizione sono il già citato Claude Andreini, Marco Bettini, Richard Lucas, Roberto Kusterle, Knut Wolfgang Maron, Euro Rotelli, Roberto Salbitani, Giorgio Zuppichin.
Non voglio nemmeno provare a raccontare in cosa consiste l'esperienza di visitare una mostra passeggiando all'interno di un bosco. Abituati come siamo ai cosidetti luoghi deputati o istituzionali che dir si voglia, si rischia di rimanere un po' destabilizzati all'inizio. Ma poi colpisce il modo in cui le immagini scelte si integrano nell'ambiente in cui sono esposte, creando un'atmosfera magica. Sarà il vento che fa spostare le stampe insieme alle foglie, il rumore dell'acqua che ti scorre alle spalle o il cinguettio degli uccelli che ti circondano, ma si tratta di un'esperienza che consiglio vivamente tanto a chi ama la fotografia quanto a chi, non dico ami, ma almeno rispetti la Natura.
A chi deciderà di recarsi a Boldara consiglio di provare a pensare quale e quanto grande sia stato e continui ad essere lo sforzo, non solo economico, compiuto quotidianamente da pochi privati pieni di passione. Questi prima hanno creato e poi mantenuto il luogo nello stato in cui potete ammirarlo, nonostante l'incuria di molti fruitori e, a volte, persino delle istituzioni, pronte comunque a sostenere che in loco la nautra si sia conservata da sola. Nel breve video pubblicato qui sotto potete ascoltare direttamente dalla voce di Claude Andreini quali sono i principi ispiratori della manifestazione.


Qui potete assistere alla cerImonia di inaugurazione che si è svolta presso il Molino di Boldara lo scorso 19 maggio, mentre nel video qui sotto potete invece ascoltare il mio intervento nella stessa occasione.



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domenica 10 giugno 2012

Giornalismo e centri sociali: un pericolo da allontanare?

InfoOut è un portale di informazione che si autodefinisce, nella sua stessa testata, di parte. Legato con chiara evidenza ai centri sociali di sinistra ha redazioni ha Torino, Bologna, Palermo, Pisa e Modena, fornisce una lettura dei fatti ideologica e come tale non certo necessariamente condivisibile. Ma, fino a prova contraria il dettato costituzionale garantisce ai tutti i cittadini libertà d'espressione, financo ai rappresentanti di estrema sinistra o di estrema destra. Lo scorso 7 giugno, in occasione della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ai terremotati di Mirandola in provincia di Modena, due ragazzi, di cui uno con indosso una maglietta del centro sociale Guernica di Modena, si sono accreditati come giornalisti per seguire l'evento e darne il loro resoconto. Ricevuto senza problemi il passi stampa sono stati, in seguito, allontanati dalle forze dell'ordine secondo le modalità documentate dal video pubblicato su Youreporter.it
L'episodio è questo, sia pur con tutta la parzialità offerta da un video. Ognuno ne tragga le conclusioni che la personale dotazione di buon senso suggerisce. Di sicuro a cercarle si possono trovare ottime ragioni a sostegno delle ragioni di entrambe le parti in causa, tanto quindi per i due ragazzi accreditatisi per InfoOut quanto per i rappresentanti delle forze dell'ordine. Di sicuro sarebbe stato più sagace, sotto il profilo professionale, evitare di accrescere la propria visibilità indossando la T-shirt del Guerinca...
Altrettanto di sicuro quando si assiste a episodi di limitazione della libertà di espressione (vedi anche questo vecchio post), credo sia doveroso fermarsi a riflettere sull'accaduto. Qualcuno potrebbe anche pensare, con una buona dose di superficialità, che l'episodio romano citato sia poco attinente con quello oggetto in questo post. Oppure che entrambi siano di scarsa rilevanza in quanto limitati a un contesto di eccezionalità. Io penso che purtroppo invece ogni limitazione alla libertà di fotografare o di documentare più in generale non possa e non debba mai essere ignorata, proprio come quelle piccole feritelle che se non disinfettate adeguatamente possono portare gravi infezioni a chi le trascura. Anche perché fin troppo spesso si relegano i fatti a contingenze che meriterebbe di essere valutate in ambiti di maggiore respiro. Il non farlo può tornare utile solo a chi il potere lo detiene. Indipendentemente da quale sia il colore di facciata in nome del quale viene esercitato.

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sabato 9 giugno 2012

Quando Hollande fa rima con Pays-Bas

La foto ufficiale di François Hollande con la bandiera
olandese sullo sfondo.(2012, photo: Raymond Depardon/
La Documentation Française/Magnum Photo).
 
Ne avevo parlato qui pochi giorni fa. Alludo alla realizzazione a opera di Raymond Depardon della foto ufficiale di François Holland, neoletto Presidente della Repubblica francese. Per amor di Francia e in memoria degli splendidi lavori realizzati dal grande fotografo mi ero limitato a commentare che aveva fatto cose migliori nella usa carriera, omettendo di trasferire la sensazione trasmessami dal video pubblicato da Le Monde che l'uomo Depardon si fosse un po'... rimbambito. Sensazione che, dettata dall'umano desiderio di sentirmi meno solo nella mia condizione, stamattina per un po' mi è apparsa meno impropria alla luce di un articolo di Stefano Montefiori dedicato al clamore che la foto starebbe suscitando oltralpe. Inutile dire che essendo ormai conclamatamente un (bel) po' rimbambito non avevo minimamente notato la fesseria gallicaIn Francia però come è ovvio si sono ben accorti che la bandiera sullo sfondo a destra del Presidente non è quella francese, bensì un bel tricolore olandese ben visibile a destra della bandiera europea. 
Le bandiere francese, a sinistra, e olandese, a destra, a confronto.
L'attento Stefano Montefiori, corrispondente del Corriere della Sera da Parigi, sul suo blog Superdupont evidenzia la gran cantonata sottolineando inoltre almeno un paio di infrazioni alle norme codificate per il ritratto di monsieur le présidentovvero che in primo luogo la bandiera presente nel ritratto non avrebbe dovuto essere appesa a un palazzo e non avrebbe dovuto toccare il suolo in modo da poter sventolare e in secondo che la bandiera avrebbe dovuto essere unita al suo supporto in verticale. Ma a scagionare il buon Depardon e la presunta assenza di lucidità che gli avevo troppo frettolosamente attribuito  provvede lo stesso Montefiori spiegando che le bandiere in realtà sarebbero state aggiunte in fase di fotoritocco... Il che  rende forse più comprensibile (fino a un certo punto) la meccanica dell'errore, ma molto meno permette di giustificarlo visto che si tratterebbe di una operazione fatta con calma a tavolino.
Ma l'aspetto peggiore a livello personale dopo le fugaci illusioni mattutine è il fatto che, scagionato Depardon, io rimarrò in balia della mia solitudine alzheimeriana.

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