venerdì 13 febbraio 2015

Andy Rocchelli premiato al World Press Photo

Russian Interiors di Andrea Andy Rocchelli/Cesura, Portraits, 2nd prize stories World Press Photo 2015, l'immagine è un link diretto al sito WPP. © Andrea Rocchelli/Cesura. 

Ieri sono stati resi pubblici i i risultati del World Press Photo 2015. Tra i premiati c’è anche Andrea Andy Rocchelli con il suo lavoro Russian Interiors (Portraits, 2nd prize stories). Un meritato riconoscimento postumo al lavoro del fotografo di Cesura scomparso in Ucraina nello scorso maggio. Un riconoscimento che, mi sia consentito sottolinearlo, dovrebbe idealmente essere esteso anche ai suoi amici e colleghi di Cesura, che con ammirevole dedizione e affetto hanno portato a compimento il lavoro di Andy realizzando un bellissimo volume fotografico che racchiude le immagini premiato al World Press Photo.
Quello ottenuto da Andy è un risultato davvero considerevole se si tiene conto che al premio hanno partecipato ben 97.912 immagini di 5,692 fotografi di 131 nazionalità differenti. Dobbiamo pensarlo come un premio a una vita dedicata a raccontare il mondo e cosa vi accade. Un premio che però non potrà mai compensare il sacrificio estremo di un ragazzo poco più che trentenne, sperando comunque che si tratti del meritato riconoscimento al lavoro di Andy e non alla sua tragica fine.



domenica 8 febbraio 2015

Quando a mungere sono i politici

Il ministro del Lavoro Poletti munge una mucca in piazza del Campidoglio (foto Jpeg) - link diretto alla pagina di corriere.it.
L'invito è a cliccare questo link relativo a una galleria di immagini pubblicata da corriere.it, nella sezione Cronaca di Roma. Il titolo è Mucche in Campidoglio, i ministri le mungono e le immagini fanno riferimento all'estemporanea attività di mungitori assolta da vari personaggi politici nazionali che si sono offerti agli obiettivi mentre prelevavano il latte dalle mammelle di un bovino in una sorta di stalla allestita ai piedi del Palazzo Senatorio. Il tutto all'interno di una manifestazione promossa dalla Coldiretti e rivolta alla sensibilizzazione circa le non piccole problematiche del settore.

Al di là dell'opportunità di allestire una stalla in prossimità di luoghi istituzionali, al di là del meccanismo mediatico di bassissimo profilo (ammesso che di profilo si possa parlare) per cui i politici di ogni colore si sono demagogicamente profusi nella manifestazione della loro solidarietà al settore, la domanda che mi pongo è se questa gente si rende conto di come la lettura di immagini del genere possa essere tutt'altra che univoca e positiva. 

Non occorre scomodare nemmeno il piano simbolico della rappresentazione per rendersi conto che l'atto della mungitura assolto da un politico si presta a interpretazioni che esulano (e non poco) dalla solidarietà nei confronti degli allevatori. Il tutto è ancora più valido se su uno dei personaggi raffigurati sono circolati articoli di questo genere. Non intendo entrare in questa sede in polemiche o disamine di tipo politico, che certo non attengono a questo spazio, ma francamente mi chiedo se proporre la propria immagine in questi termini sia un gesto di sfrontatezza o di ingenuità senza pari. Ovvero se non ci si renda conto di come fotografie di questo tipo si possano prestare a letture feroci e fortemente negative per i soggetti raffigurati. 

Semmai una considerazione che non posso esimermi dall'esternare, è quella relativa alla grondante demagogia che cola copiosa da questa galleria. Il livello iconico è, nella migliore delle ipotesi, quello di una propaganda il cui linguaggio è aggiornato a più o meno ottanta o novanta anni fa. Possibile che nell'anno domini 2015 fotografie come queste riescano a trovare uno spazio pubblico? Sempre sperando che davvero non svolgano un ruolo attivo nel coinvolgimento al potere delle masse...

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giovedì 5 febbraio 2015

FPmag: genesi di un'avventura



Il Couvent des Minimes a Perpignan. © FPmag.

FPmag è... nata qui, all'interno del Couvent des Minimes a Perpignan, più di tre anni e mezzo fa. O meglio, qui è stata concepita la prima grezza idea della rivista. Stefania (Biamonti) e io eravamo nella città francese per seguire l'edizione 2011 del Visa pour l'Image e, grazie a una telefonata arrivata proprio mentre stavamo per accendere la videocamera, avevamo appena visto sfumare l'intervista a un noto fotografo. In altre parole ci eravamo trovati senza niente da fare nel bel mezzo del pomeriggio, finendo per optare per una pausa. Del resto il Pellegrinaggio (la maiuscola è un omaggio a un altro noto fotografo italiano, cui peraltro è dedicato uno dei corridoi espositivi all'interno del Couvant) alle mostre del Visa pour l'Image è sempre piuttosto stancante. Di fatto, complici una serie di concause, dal caldo di inizio settembre (gentilmente messo a disposizione più o meno tutti gli anni dal Sud della Francia), alla stanchezza unita alla delusione per l'intervista saltata e, forse, qualche rinfrescante pastis di troppo, ci siamo abbandonati a fantasiose ipotesi sulla realizzazione di una possibile testata che si occupasse di comunicazione per mezzo delle immagini.
I primi appunti da cui, nell'ormai lontano settembre 2011, è nata FPmag.
Il risultato di quella pausa pomeridiana forzata sono gli appunti che riporto qui sopra, da cui si evince che molto probabilmente la maggior fonte di ispirazione di quel caldo pomeriggio proveniva proprio dal rinfrescante pastis. Da allora sono passati più di tre anni e fino al maggio dello scorso anno abbiamo continuato a lavorare per la testata che per una quindicina di anni mi ha visto in qualità di direttore, lasciando in stato di quiescenza  l'idea nata a Perpignan e facendola riemergere solo nei momenti di maggior irritazione nei confronti delle non condivise ingerenze dell'editore nella linea del giornale. Quando tanto io tanto la redazione dopo pochissimi giorni abbiamo rassegnato le nostre dimissioni, l'idea di realizzare una testata in cui potessimo sviluppare una linea autonoma rispetto alle richieste dell'editore ha ripreso corpo. (Per inciso colgo l'occasione per formulare i miei più vivi auguri al nuovo direttore che a meno di una anno di distanza è subentrato al posto di chi mi ha succeduto) 
Grazie alla genialità di Salvatore Picciuto, ideatore di Fotoportal, che ha realizzato per noi una piattaforma che risponde esattamente alle richieste che gli avevamo fatto, a ottobre dello scorso anno abbiamo realizzato un primo numero speciale dedicato al Festival della Fotografia Etica di Lodi, in occasione del quale abbiamo annunciato pubblicamente il nostro progetto. 
La copertina del numero 001 di FPmag.
FPmag oggi è una realtà frutto di scelte precise. Innanzitutto è edita solo online, in quanto siamo convinti che sia questo il futuro, ma anche il presente, dell'editoria. Del resto basta sfogliare un solo numero per capire che la richiesta da molti fatta di una versione cartacea è impraticabile. Dopo infinite discussioni abbiamo optato per il supporto web perché consente di accedere a strumenti di comunicazione multimediale che la carta non può fisiologicamente sostenere. Tradurre il tutto su carta snaturerebbe completamente il progetto rendendolo antico prima ancora di farlo nascere. 
Una pagina di FPmag 001, dall'articolo MAdRE con il video Mare Mater di Patrick Zackmann, che svolge un ruolo connessione logica tanto con le tematiche affrontate da Sophie Calle quanto con gli articoli sui migranti nelle pagine precedenti.
FPmag usa il web come supporto e può tranquillamente essere letta con un altissimo indice di responsività che stiamo studiando come rendere ancora più elevato. Inoltre in questo modo si bypassano tutte le problematiche relative agli aggiornamenti delle applicazioni in funzione degli upgrade dei sitemi operativi mobili.
FPmag non si può scaricare per non aggravare di peso inutile soprattutto i dispositivi mobili. Del resto, per quanto nel nostro paese la gestione delle reti di connessioni sia ancora lacunosa, il futuro va chiaramente in direzione di una connessione totale.
L'apertura dell'articolo Cortocircuiti mnemonici all'interno del numero 001 di FPmag.
FPmag è articolata intorno a uno spunto (che nel caso della prima uscita attualmente online si incentra sui percorsi della memoria legati alle immagini) da cui trae origine il numero per poi svilupparsi per mezzo di una serie di connessioni e passaggi logici che possono portare anche molto lontano rispetto al punto di partenza, ma che in qualche modo fungono da elemento di coesione tra i vari articoli creando circoli e spirali di pensiero che dovrebbero nelle nostre intenzioni risultare stimolanti per il lettore. Ove possibile abbiamo cercato e cercheremo di dare spazio dalla voce degli autori con brevi interviste video o testimonianze audio. Un esempio è quello dell'ultimo articolo dedicato all'immagine utilizzata in copertina, dove Stefania Biamonti rende conto delle scelte operate dalla redazione per poi lasciare la parola a Mario Badagliacca che racconta brevemente la genesi del servizio da cui è tratta l'immagine di copertina.
Lo schema mostra lo sviluppo della successione degli articoli e le connessioni logiche presenti nei primi cinque  articoli del numero 001 di FPmag.
FPmag nasce da un'esperienza prettamente fotografica, ma non intende imporselo come limite. Quello che interessa è affrontare le tematiche legate alla comunicazione per mezzo delle immagini. Per questo sulle nostre pagine potete leggere anche articoli che riguardano i fumetti, piuttosto che il cinema o qualunque altra forma comunicativa che utilizzi delle immagini. Lo spirito di fondo è quello di analizzarne l'utilizzo nella comunicazione, indipendentemente dalle finalità di questa. Se nel primo numero sono stati ad esempio analizzati i casi delle immagini pubblicate da Le monde o dei manifesti della Lega Nord, l'intento non è quello di esprimere giudizi, bensì di sottolineare i meccanismi comunicativi presenti nei sottostesti utilizzati.
L'apertura dell'articolo Fotografia, arte e memoria sul numero 001 di FPmag.
Il tutto sarà disponibile sempre in italiano e inglese per aprirci a un pubblico internazionale.
Due parole su chi scrive su FPmag. Vi basterà dare un'occhiata al colophon per riconoscere una serie di nomi noti nell'ambito del giornalismo culturale che si occupa di immagine, quella che era stata la redazione di una nota rivista di fotografia si è ricostituita intorno al progetto di FPmag, troverete quindi le firme di Stefania Biamonti, Laura Marcolini, Pio Tarantini, Gualtiero Tronconi oltre a quella del sottoscritto e di altri collaboratori che si sono già aggiunti e si aggiungeranno a questa avventura. 
L'articolo dedicato all'impiego delle immagini da parte dei Led Zeppelin.
Detto questo non mi resta che augurarvi buona lettura e ringraziarvi anticipatamente qualora decidiate di darci una mano nella diffusione di FPmag.



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giovedì 18 settembre 2014

Maurizio Cau: L’indifferenza & I Morti Vivi


Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
L’immagine è un linguaggio che utilizza propri codici, ma al loro interno l’autore si può muovere con grande libertà espressiva. Tanto più quando questi hanno valore simbolico. Le bambole, che barthesianamente sono state davanti all’obiettivo, sono certo oggetti che hanno subito una violenza, esplicitata nell’immagine cui hanno dato vita, ma di sicuro il racconto di cui sono portatrici non si limita a questo. La loro materialità può ingannare, ma propone realtà multiformi e sottotesti che ci narrano ben altro. 
Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
Se il primo livello è quello della reificazione, dell’evidenza di quanto raffigurato, al di sotto di esso possiamo trovare la metafora per cui gli oggetti non sono altro che simulacri di altre dimensioni che si incarnano certo nelle bambole, ma finiscono per aprire baratri nei territori dell’inconscio e del reale. Se per certi versi possono rappresentare una dimensione che condividiamo come esseri umani socialmente inseriti in strutture angosciosamente opprimenti, per altri risvegliano quegli incubi nascosti dell’inconscio individuale e collettivo in cui si riversa il personale portato di vita. 
Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
D'altronde quando l’obiettivo scende in strada, i suoi incontri non sono meno inquietanti, coagulandosi intorno a fantasmatici personaggi. Simulacri di un’umanità in cui è possibile ritrovare le stesse caratteristiche che le bambole martoriate ci hanno poco prima sbattuto in faccia. La differenza è nella forma. Se nelle prime le ferite erano esposte al pubblico orrore, qui sono celate dai vestiti e dalle convenzioni. Ma la sostanza di cui ci parlano le immagini non cambia. Dove è finita la nostra umanità?



La mostra

L'INDIFFERENZA 
& I MORTI VIVI

di Maurizio Cau

20 - 30 settembre 2014

Palazzo Marini

via Ada Negri, 28
Cagliari

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domenica 25 maggio 2014

Una giornata orribile

Andrea Andy Rocchelli.
I tempi sono marci e la cronaca ci offre solo brutti spunti di riflessione. Anche se decidi di occuparti solo di immagini e del loro uso sei continuamente ricacciato nel baratro di una realtà che nessun essere umano dotato di coscienza vorrebbe vivere. Sono passati appena pochi giorni dalla scomparsa di una giovanissima fotogiornalista francese e siamo di nuovo a piangere per la scomparsa di una altro ragazzo che stava facendo il suo lavoro.
Ieri sera era apparsa la notizia della morte di un fotogiornalista italiano in Ucraina. Il mio primo pensiero è stato rivolto ad Andrea Carrubba, un ragazzo che ha studiato fotogiornalismo e Comunicazione visiva con me e che già poche settimane fa si è visto esplodere un razzo lanciato da un elicottero ucraino a una decina di metri. E in effetti non c'ero andato troppo lontano «Eravamo insieme, vivevamo nello stesso hotel e ieri pomeriggio ci siamo divisi -mi racconterà poi Andrea via Skype- lui è andato in un posto fottutamente pericoloso, per capirci dove avevo preso il razzo».
Quello che provi in queste situazioni quando pensi che potrebbe essere coinvolto qualcuno che conosci è terribile. Per questo tI attacchi a Twitter e cominci a seguire l'hashtag #Slavyansk. Sono informazioni generiche e sembrano più spesso lo sfogo ideologico de isingoli che se la prendono con una fazione piuttosto che un'altra. Finché da un tweet non compare il nome di Andrea Rochelli… 
«Ma è Andy… cazzo!!!»
Il nome cui non avevi pensato salta fuori dallo schermo e ti fa esplodere in testa le immagini dell'allestimento di una mostra alcuni anni fa, fa riemergere alla memoria tutte le volte che lo hai sentito nominare o chiamare dai ragazzi di Cesura, rievoca gli spazi del collettivo in Val Tidone, dei lavori visti o rivisti in rete. 
Leggere della morte di qualcuno è una cosa bruttissima, se poi si tratta di qualcuno che fa qualcosa che ha a che vedere con la tua quotidianità è terribile... ma se si tratta di qualcuno che hai conosciuto, anche se non in profondità, è molto, molto peggio. 
E, come se non bastasse, c'è anche la beffa del nome del collettivo storpiato nei tweet diventa censura.it. Tra i refusi possibili il meno appropriato e auspicabile.
Poco fa, in treno, mi è arrivato un SMS: «Ho appena sentito la conferma della morte di Andy alla radio. Ci speravo venisse smentita, ci speravo davvero...». Controllo sui quotidiani on line... la Farnesina ha confermato… purtroppo
Era più che prevedibile dopo tante ore senza una smentita ufficiale. Quando le cose vanno così l'assenza di smentite è una conferma certa. 
Penso ai ragazzi di Cesura che hanno lavorato a fianco di Andy per tanti anni, a quegli stanzoni in cui lavorano, più simili a un centro sociale che a un'agenzia, dove all'improvviso immerso in caso creativo ti trovi davanti un'armadio frigorifero ordinatissimo e  assolutamente fuori contesto in cui sono custoditi di negativi di Alex Majoli... 
Di fronte alla morte si rischia di dire solo banalità e tante ne verranno scritte ancora una volta (comprese queste che state leggendo). Molti lo fanno per mestiere, a cominciare dal sottoscritto, ma stavolta scrivere è solo un modo per provare a metabolizzare qualcosa che non può essere davvero comprensibile, anche se sai bene che può accadere.
Inutile aggiungere altro e diventare squallidamente patetici, mentre intorno il treno continua a scorrere sulle sue rotaie e la gente ride, scherza e  prosegue la sua vita… 
«Oggi pomeriggio ho visto i due cadaveri all'obitorio -mi scrive Andrea- è una giornata orribile».
Niente da aggiungere... 

QUI i lavori di Andy dal sito di Cesura.

mercoledì 21 maggio 2014

Power of… nothing (a margine della mostra di Steve McCurry a Torino)


I tifosi in attesa di Del Piero un'ora prima dell'inaugurazione della mostra Power of 10 di Steve McCurry presso ADPlog a Torino. © FPmag.
La strada è bloccata. Controllo l’indirizzo: via Piero Gobetti 10. Maledizione proprio dove è tutto transennato. Ci deve essere qualche altra cosa oltre all’inaugurazione della mostra... ma no, che idiota, il problema è che c’è anche Del Piero... e si vede “Bentornato Capitano", "Capitano, un solo capitano”... mi vengono i brividi e non esattamente a causa della condivisione di interessi semmai sono le brutte sensazioni che si sommano all'improba opera consistente nel tentare interfacciarsi con il servizio d’ordine per entrare. Sono tutti in completo nero con cravatta arancione (come se fisico palestrato e sguardo spento rendessero necessaria la divisa...). 
Un momento dell'inaugurazione della mostra Power of 10 presso lo spazio ADPlog a Torino.  © FPmag.
Grazie alla cortesia di una hostess in grado di articolare e comprendere quei suoni che sono alla base della lingua e soprattutto di riconoscere il mio nome tra quelli dei giornalisti invitati, riesco ad entrare all’interno di ADPlog, lo spazio multifunzionale voluto da Del Piero. Lo spazio è su tre piani ed è curatissimo e organizzato in modo eccellente. Complimenti vivissimi a chi lo ha pensato. Sul motivo per cui sono presente anche io invece sarebbe forse meglio evitare i commenti e limitarsi ai fatti. 
Gli ingredienti ci sono tutti: Il personaggio famoso in forma di calciatore quasi ex (Alessandro Del Piero), il cuoco di grido (non poteva certo mancare), il giornalista che fa domande non proprio da Premio Pulitzer, telecamere, transenne, servizio d’ordine, hostess in tailleur. C’è anche il fotografo famoso in forma di Steve McCurry. Sembra in tutto e per tutto lo scenario di una trasmissione televisiva in odore di talk show o di reality. Invece è la conferenza stampa di presentazione della mostra Power of 10 del già citato McCurry.
Una delle immagini di Steve McCurry esposte nella  mostra Power of 10 presso ADPlog a Torino.  © FPmag.
Al di là di quello che può essere il mio pensiero personale sulla fotografia di McCurry, già espresso in ultimissimi articoli che ho scritto per la rivista che ho diretto, posso solo constatare che, indipendentemente dalle ottime intenzioni benefiche all’origine di questa mostra, in questo paese è molto difficile se non impossibile organizzare nulla che abbia un minimo di riscontro se non si ricorre al format televisivo. Il circo mediatico si muove con un’imbarazzante incapacità di produrre qualcosa di nuovo. Se vuoi avere gente devi seguire il cliché che prevede il calciatore e il cuoco... a dire il vero mancavano i gattini o comunque qualcosa di lacrimevole a sfondo animale. Non pretendo che la gente si muova o si interessi alla fotografia, ne che personaggi come McCurry rifiutino di partecipare a simili eventi (pecunia non olet solevano dire i nostri avi), per carità. Mi piacerebbe solo che a fronte di investimenti  enormi come quelli che sicuramente sono alle spalle di un evento simile, ci fosse un po’ più di rispetto per il pubblico. Che non venisse considerato come una massa informe di persone incapaci di pensare pensieri che non siano altrui. Capaci di provare interesse anche per cose diverse dal grande calciatore o dal grande cuoco. Se poi si arrivasse a evitare di inanellare banalità su banalità a carico della fotografia, inframmezzate da domande sul rinnovo del contratto dell’allenatore della Juventus e sul futuro di Del Piero (l’unico a salvare la faccia in questa situazione, non foss’altro per le espressioni di garbato e controllato stupore, prossimo allo sconcerto, per l’insulsaggine delle domande che gli venivano rivolte), beh se così fosse, allora forse qualcosa potrebbe ancora migliorare in questo Paese.

Chi fosse interessato a saperne di più sulla mostra può trovare maggiori informazioni qui. 



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domenica 18 maggio 2014

Lacrime di fotografo

Un momento dell'incontro con Sara Naomi Lewkowicz presso la sede del Gruppo Fotografico Progetto Immagine a Lodi.
Da sinistra Aldo Mendichi, Sandro Iovine, Sara Naomi Lewkowicz, Marta Lutzu e Alberto Prina. © Arianna Pagani.

Osservando le sue fotografie non immagineresti che Sara Naomi Lewkowicz sia così giovane. Quando parla di sé dice «Io non sono una fotografa, sono una studentessa, mi manca ancora un semestre per finire». Complice l'ambiente estraneo e la lingua sconosciuta che vi si parla, si muove nello spazio come se cercasse di non entrare in contatto con ciò che la circonda. Scivola via quasi fosse trasparente a dispetto di scelta nell'abbigliamento discretamente yankee

«Falle molte domande - mi avvertono prima di iniziare l'incontro- perché tende a tagliare corto nelle risposte e poi ha detto di essere in imbarazzo a parlare davanti alla gente».
In effetti le risposte sono tendenzialmente secche come si addice a chi proviene da una cultura anglosassone e, nonostante riesca a dissimularla dietro un distacco che non favorisce una sensazione di simpatia galoppante, Sara Naomi Lewkowicz deve essere tesa e risponde in modo puntuale sì, ma maledettamente conciso e con un non so che di gelido. L'unico momento di contatto umano è un lungo sguardo occhi negli occhi mentre le faccio una domanda, come se non capendo una parola di ciò che sto dicendo (per rispetto del pubblico e soprattutto della lingua inglese si è deciso di ricorrere a una traduzione e quindi ognuno parla nella sua lingua). 
L'atmosfera cambia quando le chiedo se pensa che il suo lavoro sulla violenza domestica possa incidere sulla vita delle donne che vivono sulla propria pelle il problema. Sara risponde raccontando di una donna che le ha scritto dopo aver visto pubblicate le fotografie di Shane e Maggie. Questa donna aveva cacciato di casa il marito, ma stava riflettendo su come ricomporre il rapporto, magari facendolo rientrare in casa. Dopo aver visto le immagini però si era convinta a rompere definitivamente. Le lacrime esplodono senza preavviso mentre Sara parla, sgorgano dagli occhi e fanno riflettere. E questo al di là della tensione per l'impatto con il pubblico o di quelle che possono essere state le esperienze familiari indirettamente vissute attraverso i racconti della madre che da piccola aveva assistito a scene simili a quelle fotografate da Sara.
Personalmente non sopporto le manifestazioni di emotività, tantomeno pubblica, non di meno quanto accaduto ieri sera è uno spunto per una riflessione sul peso emotivo che sono costretti a sostenere quei fotografi che scelgono di raccontare storie pesanti come quella di Shane e Maggie o anche ben peggiori. 
Un certo tipo di opinione pubblica, poco incline alla discriminazione, tende a bollare univocamente queste situazioni come sfruttamento delle disgrazie altrui. I fotogiornalisti sono solo avvoltoi che speculano sulla sofferenza degli altri per queste persone. 
Ora che esistano fotografi che meritano simili giudizi è indubbio, ma non si può estendere il concetto indiscriminatamente. E non si può sottovalutare il prezzo che i professionisti pagano sotto il profilo umano per svolgere la loro professione. E ancora non bisogna dimenticare che tra il lavoro del fotografo e il suo diventare pubblico c'è di mezzo una catena produttiva all'interno della quale il significato e lo spirito all'origine del lavoro possono essere stravolti. Non dobbiamo dimenticare che prima di trarre delle conclusioni, utilizzando come fonte ciò che ci viene mostrato dai mezzi di comunicazione, è sempre opportuno farsi delle domande sul perché le cose vengono mostrate in un certo modo e su chi sia a poter trarre potenziale vantaggio da quel modo di presentare le cose.
Un grazie ad Aldo Mendichi che ieri sera durante l'incontro con Sara Naomi Lewkowicz ha dato il via a questa riflessione che credo meritasse di essere estesa anche a chi non era presente. 


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venerdì 25 aprile 2014

Un'avventura lunga quindici anni

Ieri e oggi: a sinistra la copertina del numero di Aprile 1999, a destra la copertina del numero di maggio 2014 de IL FOTOGRAFO.

La neve arrossata dal tramonto sulle montagne, un riflesso nel retrovisore in uno di quei  pomeriggi in cui l'atmosfera è tersa persino in Pianura Padana.

A poco più di quindici anni di distanza è questo il ricordo di un giorno di febbraio del 1999, in cui entrato alla Sprea Editori, anzi Sprea & Gussoni come si chiamava all'epoca, per discutere della traduzione dal francese di un libro, ne ero uscito con l'incarico di dirigere IL FOTOGRAFO, ma soprattutto di far uscire in meno di un mese il numero che doveva essere portato al Photoshow. 

Quindici anni dopo la progressione degli impegni di insegnamento, anche in ambito universitario, e altre motivazioni mi hanno indotto a rinunciare alla direzione della rivista. Durante questo periodo, nonostante il tradizionale antagonismo tra redazione ed Editore, ho avuto la possibilità di sperimentare molto e imparare ancora di più. Fondamentale è stato il supporto delle persone che più di ogni altro hanno collaborato con me, sopportandomi anche quando non sarebbe stato possibile e, forse, nemmeno auspicabile: Laura Marcolini, Stefania Biamonti e Alessandro Bisquola che ha dato forma ai nostri pensieri con i suoi impaginati. Senza il loro lavoro e i loro suggerimenti molte delle cose che siamo riusciti a pubblicare non avrebbero mai visto la luce. Senza il loro entusiasmo non saremmo andati avanti nei momenti più difficili. E infine Stefano Spagnolo che per un decennio ha protetto il nostro ambiente di lavoro consentendoci di operare in libertà, prima di precedere Laura, Stefania e me nel volontario cambiamento di orizzonti professionali.

Ora la palla passa a chi mi succede. Uomo dal curriculum professionale ben più stimabile del mio, sono certo che saprà barcamenarsi nelle rapide della conduzione della rivista. E chi davvero capisce di fotografia non mancherà di collocare il suo operato nella scala di valori che realmente gli compete. 

In una giornata di ricorrenze scelta in modo niente affatto casuale (vedi data di pubblicazione del post) a me non resta che ripetere anche da questa pagina il saluto a chi è stato mio paziente lettore. Ora l'obiettivo è quello di avviare dei corsi di fotografia a Milano. Poi si vedrà. Difficilmente riuscirò a rimanere lontano dal mondo della fotografia e della sua editoria, ma di sicuro ora non ho nessuna voglia di mediare ancora su linee e contenuti imposti dall'alto e non condivisi. L'omologazione passiva non è una pratica di vita e di professione in cui ho mai dimostrato di saper eccellere...

Del resto quando non è più possibile perseguire una linea editoriale in cui si riesca a riconoscersi, vuol dire che è proprio arrivato il momento di cambiare aria. E io ci sto provando. Il numero 260/maggio 2014 è l'ultimo che ho firmato, ora si volta pagina. Una, anzi più di una, credo di averla già voltata durante questi quindici anni trasformando la rivista che ho diretto. Non ho mai preteso di essere nel giusto, ma ho sempre chiesto che mi venisse riconosciuto il fatto di aver creato un prodotto editoriale differente da quelli esistenti sul mercato italiano. Spero che l'immagine in cui sono poste a confronto le copertine del primo e dell'ultimo numero che ho diretto, suggerisca la portata delle trasformazioni che, in termini di evoluzione della testata, sono riuscito a compiere durante il mio incarico. Chiudo citando l'ultima piccola soddisfazione consistente in una copertina finalmente a livello delle mie intenzioni dopo tanti mesi di scelte non condivise.

A presto.
Sandro Iovine

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mercoledì 23 aprile 2014

La panottica cambierà il linguaggio?


Sul web oggi furoreggia la notizia relativa alla presentazione della Lytro Illum. Chi frequenta questo blog sa bene che non mi occupo di tecnologia per… motivi religiosi. E non intendo fare eccezione. Colgo solo l'occasione di questa notizia per offrire lo spunto per un paio di riflessioni cui spero parteciperete in molti. 
Dallo stesso scatto con la tecnologia Lytro si possono scegliere più piani di fuoco (simulazione tratta dal sito Lytro).

La prima riflessione (si fa per dire) è relativa al modo in cui la notizia è stata presentata dai siti in lingua italiana. Lascio a voi il piacere di andare a verificare quanto è stato scritto (ecco il link con la ricerca già fatta). L'aspetto che prevale è quello della tecnologia che trasformerà il modo di fotografare. Ora, al di là dell'opinabilità di questo tipo di affermazioni figlie del copia-traduci-incolla da comunicato stampa, la seconda riflessione è relativa a se (e come) l'introduzione che consente di focheggiare a posteriori possa influire sul linguaggio delle immagini. 

È senz'altro nel novero delle possibilità il fatto che una tecnologia del genere possa trovare una diffusione di massa su altri apparecchi (ammesso che il brevetto venga concesso), ma in cosa si tradurrà in pratica questo? Difficile azzardare previsioni che potrebbero essere smentite alla prima apparizione del genio creativo di turno in grado di stravolgere le regole. Tuttavia, se da una parte è vero che questa tecnologia è in grado di apportare una qualche forma di novità nell'ambito della ripresa, fino a che punto l'ingegneristicamente geniale trovata di mister Ren Ng (l'ideatore dall'impronunciabile nome della tecnologia panottica) costituisce un passo avanti nell'impiego cosciente dello strumento fotografico? 

Se è vero che poter rivedere il punto di fuoco in postproduzione può in alcune circostanze (a mio avviso ben poche) essere utile, è anche vero che questo potrebbe indurre ulteriori forme di atrofizzazione del cervello dei fotografi in fase di ripresa. Considerato che oggi il motto di molti è tanto poi si mette a posto con Photoshop, a cosa si potrebbe arrivare? Quale sarà la progettualità a monte delle immagini se tanto poi anche al parametro messa a fuoco sarà arbitrariamente attribuibile un valore a valle del processo di acquisizione? 

Sia chiaro che questa non vuole essere una tirata contra tecnologia, ma semplicemente uno spunto per riflettere (senza la pretesa di offrire risposte) sulle conseguenze derivanti dall'impiego massivo di una tecnologia di questo tipo. A mio avviso il rischio, più o meno remoto, è quello che l'insieme di fattori, cui potrebbero contribuire anche le fotocamere panottiche, è quello di andare sempre più verso un'alienazione dell'immagine fotografica rispetto al suo referente. Considerazione che, ovviamente, è frutto del pregiudizio dettato dalla tecnologia sviluppata fino a oggi, che ha imposto e creato una forma fotografica in cui la rappresentazione del reale è stata comunque soggetta a una serie di convenzioni dettate dell'ottica e della fisica. Convenzioni, a ben guardare, abbastanza lontane dalla visione dell'occhio umano cui tante volte ci si è appellati nel corso dei nemmeno duecento anni di storia della fotografia. 

Dunque, il medium fotografia potrebbe realmente affrancarsi da un'altra porzione di quelle pastoie in cui, da sempre, è invischiato. Questo in che in sé potrebbe essere un risvolto decisamente positivo, ma dove porta? La visione fotografica sarò più vicina a quella dell'occhio umano o se ne distaccherà maggiormente? Nel primo caso per assurdo si potrebbe arrivare  a rivalutare il potere testimoniale dell'immagine fotografica. Nel secondo la fotografia potrebbe conquistare ulteriore libertà e autonomia come mezzo di espressione autonomo svincolato dal rapporto con il reale. Non pretendo certo di trarre conclusioni in merito, ma volevo solo lanciare un sasso nello stagno nella speranza di veder sollevare onde tumultuose di pensiero da parte di chi visita questa pagina. A voi la parola…

Per provare l'effetto prodotto dalla tecnologia Lytro cliccate sull'immagine 
per selezionare il punto di fuoco. (simulazione tratta dal sito Lytro)


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domenica 29 dicembre 2013

Condensazione e riconoscimento della forma madre



La doppia pagina di apertura dell'articolo dedicato alla lettura delle immagini che ho scritto
per IL FOTOGRAFO 256/gennaio 2014 in cui viene riassunta la griglia di analisi proposta
da Augusto Pieroni in Leggere la fotografia osservazione e analisi delle immagini fotografiche.
Il professor Augusto Pieroni in un suo volume di qualche anno fa (1), più volte citato in queste pagine, dedicato alla lettura delle immagini fotografiche, proponeva una griglia di analisi in cui tra le varie componenti si prendeva in esame la categoria da lui definita Forme. Con essa vengono definite le modalità con cui viene prodotta una fotografia e si suddivide in cinque fasi logiche fortemente interdipendenti. 
Normalmente l'approccio didattico con questa sezione nell'ambito dei corsi di approccio alla lettura delle immagini, risulta, ancorché trattata con discreta velocità, un po' noiosa per gli studenti. Questi infatti hanno la sensazione che l'elenco delle cinque fasi sia un po' sterile e tutto sommato un po' scontato. Solo l'esperienza li può portare a scoprire quanto siano fondanti gli elementi che si possono riscontrare in questa fase, tanto che la si consideri sotto il profilo della produzione, quanto sotto quello dell'analisi. La misura della sua importanza penso possa arrivare alle menti meno ottuse attraverso la lettura delle parole di Roberto Salbitani, riportate in un volume che ho letto ieri per realizzarne la recensione su IL FOTOGRAFO 257/febbraio 2013. Lo spazio consentito dalla rivista e la linea stabilità dall'Editore, non mi consentono divagazioni in questa direzione, per cui approfitto di questo spazio per riportare le parole di Salbitani. Spero possano essere di stimolo alla riflessione per molti, o almeno per chi ha voglia di mettersi elasticamente in discussione senza ancorarsi scioccamente alle parole e al loro mero portato tecnologico. 
Inoltre sottolineo che non cito queste parole come Vangelo, ma semplicemente come spunto di riflessione teorica. Altrimenti detto: non chiedo di essere d'accordo, ma nemmeno di bollare a priori quanto segue in quanto oggi si usa (o peggio IO uso) il digitale. Lo sforzo che chiedo è di analizzare le parole e comprenderne il senso per metabolizzarlo, rielaboralo e farlo proprio nella produzione e/o nella lettura delle immagini.

«Ho sempre sviluppato e stampato i miei negativi, com'è naturale mi pare (...). Il grado di controllo della tua stampa puoi deciderlo tu, se no è approssimazione o adattamento all'immagine di un altro (...). Ma la fase più importante di questo processo di condensazione presumeva la capacità di riconoscere in ripresa quei soggetti che più di altri potevano configurarsi in simboli (...) trattandosi di insiemi di cose ferme, spesso includenti elementi naturali, avevo tutto il tempo per osservarli da svariate angolazioni e circoscriverli fino a individuarne una forma madre, una forma inerente a una figura geometrica sottostante o a una sovrapposizione di figure forti anche se non sempre lasciavano trasparire una configurazione geometrica chiara, dai contorni evidenti. Successivamente in camera oscura realizzavo una stampa secondo una chiave in sintonia con le scelte già fatte. E poi c'è la selezione naturale tra le stampe più affini tra di loro. L'ultima fase del lavoro di condensazione riguardava la definitiva scelta delle immagini in ragione del loro meditato posizionamento all'interno di una sequenza fotografica» (2)




1 - Augusto Pieroni, Leggere la fotografia osservazione e analisi delle immagini fotografiche, EDUP, Roma, 2006 





2 - Roberta Valtorta, Roberto Salbitani, storia di un viaggiatore, Postcart, Roma, 2013
pag 61-62. Ripreso da Testo elaborato successivamente a un'intervista iniziata nel 2008 
e mai conclusasi di Fausto Raschiatore, a Roberto Salbitani, stampa da documento pdf dell'autore; pag.37.











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venerdì 27 dicembre 2013

L'eco della fotografia africana



A sinistra foto di Seydou Keïta, a destra foto di Rainer Elstermnn.

La frequentazione del web offre a volte interessanti stimoli di riflessione. Poco fa, ad esempio, sono capitato sul sito del fotografo tedesco Rainer Elstermann. Che si tratti di un valido professionista è indubbio, che il suo stile incontri il mio gusto invece è assai discutibile, ma suppongo che quest'ultimo non costituisca argomento di particolare interesse per il mondo. La cosa che invece trovo interessante è che tra i suoi ritratti ce n'è un gruppo realizzato in Africa. Un po' di ricerche mi hanno svelato che si tratta di fotografie scattate in Kenya a Karen, ai piedi delle colline Ngong. Elstermann qui ha trovato un piccolo studio in cui gli emigrati si facevano ritrarre per inviare a casa le immagini della loro nuova condizione. Memore dell'esperienza di Irving Penn a Cuzco, Elstermann, decide di affittare per qualche giorno lo studio e riprendere la popolazione locale utilizzando abiti e accessori recuperati. O almeno questa è la versione ufficiale (che tende a essere un po' meno credibile se si osserva la precisione e la disinvoltura di alcune pose e delle acconciature. Ma poco importa non è questo l'aspetto interessante). La cosa che colpisce è come al di là delle fisionomie dei soggetti rappresentati nelle immagini siano evidenti le tracce di fotografi come Seydou Keïta o Malick Sibidé tanto per citare i due nomi più famosi. Ora in un mondo culturale formalmente euro-america centrico (intendendo per America in particolar modo gli Stati Uniti) è abbastanza singolare che un autore europeo finisca per rifarsi a stilemi tratti dalla fotografia africana mutandoli con influenze più o meno modaiole. Soprattutto però è interessante che la fotografia guardi (sia pure in ritardo) all'Africa come già hanno fatto molto tempo prima pittura, scultura e musica.


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mercoledì 25 dicembre 2013

Un infernale paradiso beneventano


Palazzo Paolo V, Benevento. I lavori di imbiancatura della sala espositiva.
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
La fotografia in Italia non è trattata con la dovuta considerazione!
Vero.
Nel nostro Paese non si fa mai una mostra curata in modo decente!
Falso.
Lo so sembra una tesi difficile da sostenere, soprattutto quando ci si confronta con l'offerta di enti e istituzioni ai massimi livelli, che troppo spesso riesce a essere solo l'ennesimo elogio all'incompetenza. Eppure eccezioni ce ne sono, anche se bisogna andarsele a cercare dove meno te le aspetteresti. In questo 2013 che volge al termine mi è capitato di vedere qualcosa di molto buono a Bologna, dove è stato fatto uno sforzo davvero notevole per offrire alla città una serie di mostre ben organizzate e ad alto livello. Ma dietro c'era lo zampino, tutt'altro che occultato, di Arles e della sua provata organizzazione.
Ma ci sono anche piccole realtà, in luoghi troppo spesso dimenticati dai grandi giri della cultura italiana, in cui avvengono dei piccoli miracoli.
Palazzo Paolo V, Benevento. Si sballano le fotografie per ultimare l'allestimento. 
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
Un paio di giorni fa ero a Benevento per la mostra Inferno: tra mito e realtà. Quando sono arrivato in città, il giorno precedente all'inaugurazione, ho notato subito un certo nervosismo all'interno dell'organizzazione. L'Assessorato alla Cultura del Comune di Benevento aveva infatti concesso l'utilizzo delle sale di Palazzo Paolo V, magnifico edificio in corso Garibaldi nel pieno centro del capoluogo sannita, ma il problema erano le condizioni in cui le mura erano state lasciate da chi ne aveva usufruito precedentemente. Buchi sui muri, pezzi di nastro adesivo, macchie varie e sporcizie assortite: uno spettacolo indecoroso per una mostra di qualità. Ora potete facilmente immaginare come scoprire tutto questo ad appena un giorno dall'inaugurazione possa essere una sorpresa in grado di abbattere il più tosto degli allestitori e il più incallito dei curatori. 

Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron, Benevento. Sandro Iovine (a sinistra) e Antonio Manta
(a destra) selezionano
, tra quelle realizzate durante il workshop tenuto dallo stesso Manta, 
le immagini da trasformare in Polaoro, incorniciare ed esporre. 
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
A Benevento però è prevalso l'antico orgoglio sannita. L'organizzazione a cura dell'Accademia di Fotografia Julia Margaret Cameron, fondata e diretta da Angelo Orsillo, ha risolto tutto andando a comprare vernice, secchi, rulli e tute e mettendo i suoi soci al lavoro per ripristinare le pareti della sala. Risultato? La mattina successiva tutto aveva preso l'aspetto degno della funzione che avrebbe dovuto esercitare. Certo, c'erano ancora da montare quasi novanta stampe di formati assortiti, dalle Polaroid prodotte durante il workshop condotto da Antonio Manta alle gigantesche stampe di Davide Conti. Ovviamente con meno di mezza giornata a disposizione... In tutta sincerità vedendo la situazione all'alba del 21 dicembre, giorno dell'inaugurazione, io per primo ho valutato l'impresa abbastanza disperata. In Accademia tra l'altro dovevano ancora essere selezionate le trenta immagini Polaroid da portare in mostra. Non solo, perché queste dovevano essere anche aperte una per una e trasformate in Polaoro prima di essere incorniciate.

Palazzo Paolo V, Benevento. Un momento dell'inaugurazione della mostra Inferno: tra mito e realtà.
Da sinistra Angelo Orsillo, Ilaria Rossi, Fabiana Peluso e Sandro Iovine. 
© Luca Adame Lombardi.
Eppure la calma regnava sovrana, a onta della milanesissima frenesia che stava assalendo il sottoscritto (quindici anni tra le nebbie segnano chiunque... mi perdonino, se possono, i miei concittadini). Eppure il miracolo è avvenuto. La sera alle 17 si è inaugurata la mostra e tutto era a posto per accogliere la gran folla venuta a visitare la mostra. Nel fare i miei più convinti complimenti a tutta l'organizzazione per aver saputo risolvere tutti i problemi, compreso il rifacimento di parte dell'impianto elettrico preposto all'illuminazione da parte di un ineffabile Vincenzo Cillo, mi permetto di rendere un particolare omaggio al lavoro di Italo Di Iasio che da solo e in appena tre ore e qualcosa ha montato l'intera mostra (poco meno di novanta fotografie di vari formati e con disposizioni condizionate dalla tipologia delle immagini... non dimentichiamolo...). 

Palazzo Paolo V, Benevento. L'allestimento è terminato e si può inaugurare. 
© Antonio Caporaso.
Per concludere quella di Benevento è stata un'esperienza esaltante sotto il punto di vista dell'efficienza, con buona pace dei sostenitori della superiorità del nord in questo campo, arricchita anche dalla indubbia qualità delle opere esposte. Ottimo il lavoro prodotto dall'Accademia con le Polaroid fatte utilizzare da Antonio Manta per recuperare la sensibilità alle emozioni estemporanee nel racconto della città. Inutile sottolineare la qualità di 19mq d'inferno dello stesso Manta, un lavoro che già è stato possibile apprezzare numerose volte. Di grande rilievo anche il lavoro di Paolo Pagni che ha affrontato una riflessione profonda e a più livelli sul medium manipolando le polaroid e poi stampando al platino-palladio le acquisizioni delle stesse. Un discorso che meriterebbe altri spazi di riflessione teorica che non escludo di concedermi in futuro. Infine un cenno alle straordinarie immagini di Davide Conti che, partendo da un approfondito studio sulle storia dell'arte, ha attualizzato in fotografia le tematiche classiche della rappresentazione occidentale. Un altro lavoro che meriterebbe ben altri spazi di trattazione per poter essere apprezzato nella sua complessità. 
Non penso che questa mostra cambierà la storia della fotografia ovviamente, ma una volta tanto posso dirmi contento di aver avuto un piccola, grande, bella storia di passione e fotografia di quelle che fan bene sotto Natale. 
A proposito auguri a tutti!




La mostra

Inferno: tra mito e realtà 
Accademia Julia Margaret Cameron 
Davide Conti 
Antonio Manta 
Paolo Pagni
21 dicembre 2013 - 8 gennaio 2014
Palazzo Paolo V
Corso Garibaldi - Benevento


Inferno: tra mito e realtà 


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