giovedì 19 gennaio 2012

Giovane violenza a Sassari


L'ingresso della mostra durante l'inaugurazione di MENOTRENTUNO_03 giovane violenza. © Leonardo Riu.
* Non sono sardo e sono triste. Un po’ perché non sono figlio di questa splendida terra… ma a cinquant’anni ho imparato a farmene una ragione e quando apro la mia carta di identità penso che tutto sommato poteva andarmi molto peggio. 
Il pubblico in visita durante l'inagurazione della mostra 
MENOTRENTUNO_03 giovane violenza,
Sassari, ex Convento del Carmelo.© Leonardo Riu.
La tristezza che mi invade stasera, quella che non ho imparato a gestire, viene fuori ogni volta che mi devo confrontare con lo spreco di risorse, di idee o, quel che è peggio, di azioni concrete. Per farla breve è il motivo per cui siamo qui stasera a rendermi triste: sì, proprio l’inaugurazione di Menotrentuno. Un progetto ottimo, realizzato con coscienza, professionalità, capacità, gusto e permettetemi di dirlo con cuore. Non è un accesso o un eccesso di retorica e nemmeno una crisi di irrefrenabile, servile piaggeria. Quello che sto dicendo è solo il riflesso di ciò che ho provato ieri visitando in anteprima la mostra. Proverò a spiegarmi.
Per lavoro ho scelto di occuparmi proprio di queste cose. Per lavoro guardo molte fotografie. Per lavoro scrivo, di fotografia. Per lavoro visito molte mostre in Italia e all’estero. Per lavoro, forse, accuso quasi quotidianamente quei continui sbalzi di umore tipici delle sindromi depressive. Ma se siete qui probabilmente già sapete che il minimo che ti possa capitare andando a una mostra di fotografia è di deprimerti per la povertà delle scelte, per la loro scontatezza, per lo sciattume degli allestimenti e quanto tutti noi abbiamo sperimentato più e più volte.
Poi vai all’estero e scopri che appena varchi i confini la possibilità di vedere fotografie di qualità in esposizioni perfette rappresenta, non dico la norma, ma quantomeno una ragionevolissima probabilità. A quel punto ti esalti. Poi pensi al fatto che una cosa simile in Italia non sarebbe mai stato possibile realizzarla. E allora ti deprimi. Diventi triste, come me adesso, appunto. 
Il pubblico durante l'inaugurazione di Menotrentuno_III giovane
violenza
, Sassari Ex Convento del Carmelo. © Leonardo Riu.
Tra le tante cose viste nell’appena concluso 2011 vi potrei parlare dei Rencontres d’Arles, del Visa d’Or pour l’Image di Perpignan o del Photoquai di Parigi solo per citare delle manifestazioni dedicate alla fotografia e strutturate su una programmazione che si estende sul territorio urbano con una molteplicità di esposizioni che offrono dei panorami quantomai ampli e variegati di ciò che è oggi la fotografia. Tutte manifestazioni che rivestono un ruolo di valore assoluto nell’universo della fotografia. Manifestazioni il cui livello qualitativo vi sfido a trovare in Italia, con buona pace di quei quattro pseudo critici legati a qualcuno dei potentati che organizza le nostre fiere da paese della fotografia, con buona pace di quelli che ben ne parlano in virtù di una sapiente commistione di profonda ignoranza, nel senso etimologico naturalmente, e servilismo atavico. 
L'intervento di Salvatore Ligios durante l'inaugurazione di MENOTRENTUNO_03 giovane violenza,Sassari, 
ex Convento del Carmelo.© Leonardo Riu.
Ma da questo nostrano scenario post atomico della fotografia emerge la visione che sottende Menotrentuno, ovvero una rassegna profonda, ad ampio spettro. Una rassegna che non ha coinvolto solo una città, ma un’intera Regione, un’intera Isola, quella con la I mauscola. Una rassegna che ha messo in contatto culture fotografiche, e non solo, cosmopolite e lontane fra loro facendole dialogare… dialogare… non dimenticate questo verbo
Ma allora perché dovrei essere triste se, per una volta, posso dire con convinzione di aver trovato qualcosa che regge tranquillamente il confronto con il gotha della fotografia mondiale?
Beh, un po’ per abitudine o forse per nostalgia della terra di Francia dove i miei occhi sono caduti in preda di innamoramenti ripetuti e molteplici, un po’ perché so bene che domattina ripartendo e tornando a Milano, la capitale morale d’Italia… va beh… lasciamo perdere… tornando a Milano dicevo o andando a Roma continuerò a vedere le solite celebrate indegnità.
Ma sono triste soprattutto perché Menotrentuno ha rinforzato in me la certezza che anche da noi si può lavorare a questo livello, anche se tutti continueranno a non farlo, vittime del loro provincialismo culturale e della loro ignoranza, sempre in senso etimologico… ma stavolta non solo in quello.
Il pubblico all'inaugurazione di MENOTRENTUNO_03 
giovane violenzaSassari, ex Convento del Carmelo.© Leonardo Riu.
E un altro po’ sono triste perché avendo curato anche io qualche mostra so bene quanto sia fondamentale che dietro a un evento come questo ci sia, oltre ovviamente alla capacità di saperlo fare, un luogo dove pensare
Menotrentuno è un miracolo in Italia. Ma, il miracolo di Menotrentuno non è figlio del caso. È figlio di oltre un decennio di esperienza maturata sul campo, è figlio della fatica, del sacrificio di Salvatore Ligios e del suo staff, è figlio della volontà incrollabile di andare avanti per superare ogni tipo di difficoltà… ma è figlio anche di un luogo in cui è stato possibile concepire Menotrentuno. Un luogo in cui far convenire da tutto il mondo i nomi più importanti della fotografia e farli incontrare con il mondo della fotografia italiana e sarda, creando occasioni dialogo (dialogodialogo... dialogare… ricordate questo verbo?) e quindi di crescita per tutti soprattutto per i giovani. Qualcosa che pochi al mondo possono vantare. 
Questo luogo, lo sapete meglio di me si chiama Su Palatu e si trova a Villanova Monteleone, un piccolo, delizioso paese a una manciata di chilometri da dove ci troviamo ora. Ho detto si trova... espressione sintatticamente e grammaticalmente corretta se ci riferiamo alla struttura architettonica sottesa dal nome Su Palatu, ma del tutto inadeguata se ci riferiamo a Su Palatu come centro di eccellenza consacrato alla fotografia.
L'intervento di Sadro Iovine, a destra, durante l'inaugurazione di MENOTRENTUNO_03 giovane violenza,Sassari, ex Convento del Carmelo. Da sinistra Salvatore Ligios e l'assessore alle Politiche sociali, giovanili, culturali, della salute e alle Pari opportunità Bruno Farina. © Leonardo Riu.
Non è certo questa la sede in cui è necessario spiegare altro. Sapete tutti e molto meglio di me cosa è accaduto. Quanto alle cause non voglio entrare nel merito sia perché come dicevo all’inizio non sono sardo e potrebbero sfuggirmi dettagli significativi, sia perché non intendo farmi coinvolgere in dinamiche politiche per la cui comprensione l’appartenenza al territorio è indispensabile. Senza contare che fondamentalmente non sono nemmeno troppo interessato alle cause e ai perché
Quel che mi interessa sono le conseguenze! 
Il pubblico in visita durante l'inaugurazione
di MENOTRENTUNO_03 giovane violenza. © Leonardo Riu
Chiudere Su Palatu ha significato negare quella che nell’ultimo decennio considero essere stata l’unica reale offerta di dialogo, confronto e crescita per la fotografia italiana. E questo non può essere accettato senza protestare.
Se conosco quello che è stato il motore immobile di Su Palatu, se conosco Salvatore Ligios, non sarà certo la chiusura di Su Palatu a fermare Menotrentuno o le mille altre proposte che Salvatore Ligios ci regalerà nei prossimi dieci anni. Ma certo sarà tutto più difficile senza un luogo dove pensare, progettare, creare un baricentro per far dialogare a livello locale e internazionale i nostri giovani autori (ma chi si occupa più di loro?). 
E, per cocludere, non dimentichiamo mai che, come ricorda Ligios nella presentazione di Menotrentuno, «Dialogando si impara». 




* Testo del discorso di presentazione di Sandro Iovine in occasione dell'inaugurazione di Menotrentuno_III giovane violenza, il 13 gennaio 2012 presso l'Ex Convento del Carmelo a Sassari.

La mostra


















MENOTRENTUNO_III giovane violenza

Giovane fotografia europea in Sardegna
Young European Photography in Sardinia

13 gennaio - 26 febbraio 2012


Ex Convento del Carmelo
Viale Umberto, 1 - Sassari

www.menotrentuno.it


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martedì 17 gennaio 2012

Il piacere della radio

Giampaolo Musumeci e Riccardo Poli nella redazione di Nessun luogo è lontanoRadio 24 mettono
a punto gli ultimi dettagli della scaletta della trasmissione pochi minuti prima di andare in onda.
Devo ammettere che quando mi chiamano a dire qualcosa in radio mi diverto un bel po'. E per parecchi motivi. Il primo probabilmente è che mi piace la radio in quanto strumento di comunicazione, con tutta la libertà che concede alla fantasia dell'ascoltatore di immaginare e ricostruire gli scenari che gli vengono proposti. Il tutto corredato, in genere, da tempi di riflessione che la televisione ci ha fatto dimenticare. In secondo luogo l'aspetto piacevole per quanto mi riguarda è che per una volta tanto stai contribuendo a realizzare un prodotto professionale senza averne la responsabilità diretta. Il che significa che ti puoi affidare al conduttore e lasciarti andare limitandoti a fornire il tuo contributo avendo come unica preoccupazione quella di allineare le parole in modo che risultino comprensibili. Per quanto mi riguarda c'è poi anche un aspetto neanche troppo velatamente edonistico relativo al riascolto della mia stessa voce nel ritorno in cuffia. 
Nello studio di Radio 24 durante la diretta del 2 gennaio 2012 di Nessun luogo è lontano.
© Giampaolo Musumeci. 
Come credo capiti a molti, se non addirittura alla maggioranza, ho un pessimo rapporto tanto con con la mia immagine quanto con la mia voce. Tanto che mi risulta  quest'ultima mi risulta assolutamente sgradevole nella quotidianità e la sua sopportazione deriva solo dall'impossibilità di confrontarmici a meno di non scegliere il mutismo come opzione di vita. Ancor peggio quando si tratta di riascoltarla in forma registrata. Lì credo di sfiorare il patologico nel rifiuto totale della possibilità di riascoltarmi. Per questo riesco a stupirmi ogni volta che mi capita di transitare per una radio per il miracolo messo in atto  dagli ingegneri del suono che mi restituiscono in cuffia una voce piena e arrotondata a suon di compressori. La percepisco talmente differente da come sono abituato a sentirla che alla fine riesco a trovarla gradevolmente rassicurante fintanto che mi trovo in studio. Altro fattore fondamentale per rendere piacevoli le escursioni radiofoniche è il rapporto che si crea con il conduttore. In questo devo dire di essere stato sempre piuttosto fortunato incontrando persone come Francesca Vitale di Radio RAI o Giampaolo Musumeci di Radio 24 con le quali si è creato un rapporto di stima e fiducia che ha consentito di trasformare un impegno di lavoro in un momento di divertimento intelligente. A completare il quadro c'è poi indubbiamente la scelta degli argomenti e il modo in cui vengono trattati. E ancora un volta nella mia limitata esperienza posso dire di essere stato molto fortunato. Tutto questo per dire che anche partecipare alla trasmissione del 2 gennaio di Nessun luogo è lontano, il programma di Radio 24 dedicato ai grandi avvenimenti internazionali, è stata un'esperienza quantomai piacevole. La puntata era dedicata agli Sterotipi africani e si proponeva di analizzare attraverso testimonianze sonore in quale modo si forma l'immaginario collettivo degli occidentali sull'Africa, sottolineando quanto questo sia spesso lontano dalla realtà dei fatti. Per quanto mi riguarda il mio piccolo contributo è stato relativo all'impiego della fotografia, in particolar modo di quella giornalistica per effettuare il racconto del Continente Nero. Un racconto che molto spesso prescinde dalle testimonianze di chi vi è nato e ci vive, ma si affida alla lettura di chi viene da fuori, con tutte le conseguenze, spesso fuorvianti del caso. Per chi fosse interessato, la puntata può essere ascolta dal podcast di Radio 24 oppure utilizzando il player presente a questo indirizzo (una volta aperta la pagina scorrere in basso e cliccare utilizzare l'ultimo player seguendo le indicazioni con il nome e la data della puntata).

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lunedì 16 gennaio 2012

Su Palatu: è assurdo, ma è proprio finita!


Salvatore Ligios durante l'intervista realizzata a Su Palatu ormai chiuso il 13 gennaio 2012.
«Prima avevo qualcosa da mostrare con orgoglio agli ospiti, ma adesso che Su Palatu chiude non è rimasto niente qui in paese...» Sono le parole che ha pronunciate poco fa a colazione Rita, la signora che gestisce il B&B che mi ospita sempre quando vengo a Villanova Villanova Monteleone. Parole che continuano a risuonarmi in testa come una campana a morto mentre vado per l'ultima volta a Su Palatu. Il paese di primo mattino è placido e tranquillo. Come sempre. Scendendo la stradina che porta al piccolo piazzale dove sorge Su Palatu vedo i gatti che sonnecchiano sorvegliando l'attività dei pochi umani in circolazione, il rigoglio delle piante grasse inorgoglisce la facciata della casa davanti alla quale ci fermiamo con la macchina. Come sempre. Alzando gli occhi dietro le righe chiare e scure dei muri di Su Palatu, le nuvole scorrono veloci spinte dal vento. Mi torna in mente il cielo di qualche anno fa, visto dallo stesso punto verso l'ora del crepuscolo, mentre si aspettava che si facesse l'ora dell'inaugurazione. Iniziava ad essere appena venato di rosso ed era invaso dallo stridio delle rondini... 
Stamattina sembra tutto un po' sospeso nella sua normalità. L'unica cosa strana rispetto al solito è il portone chiuso di Su Palatu. Ligios fa girare le chiavi nella toppa mentre risponde al telefono. È un po' destabilizzante varcare la soglia questa volta. Il portono di legno di legno scuro si spalanca, lentamente mi pare. Ero abituato a trovare questa porta aperta, pronta ad accogliere il pubblico. Ma so bene che sto per entrare per l'ultima volta in quello che è stato probabilmente l'unico luogo dove negli ultimi dieci anni si è davvero fatta cultura fotografica nel nostro Paese. Un luogo che ormai, per la fotografia, non c'è più. Nonostante gli appelli fatti da tutta Italia, le petizioni europee, la situazione non è cambiata. Su Palatu e la fotograifa hanno perso e si chiude. Salvatore Ligios e il suo staff hanno iniziato a sgomberare dalla fine di dicembre. E appena entri ne hai la percezione. Già all'ingresso si nota il tipico disordine dei traslochi in corso. Refrattrio come sono a questo tipo di attività mi tremano le gambe a ogni scalino all'idea di quanto materiale si possa essere accumulato in una dozzina di anni di intensa attività. O forse è la coscienza di sapere che questa è l'ultima volta che farò le scale che portano alle sale espositive al primo piano?  Di sopra, la dove era sempre tutto perfettamente ordinato ci sono solo residui di scatole, teli di plastica qua e la in disordine., una brutta sensazione di vuoto e abbandono. È proprio finita la storia di un centro di eccellenza della fotografia.. «Non ci piace elaborare i lutti» dice Salvatore... e allora mettiamo giù il treppiedi e facciamo quest'ultima intervista a Su Palatu.


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mercoledì 28 dicembre 2011

Quando una foto diventa icona

Sharbat Gula, ragazza afgana al campo profughi di Nasir Bagh
vicino a Peshawar,
 Pakistan, 1984. © Steve McCurry, d
alla mostra 
Siamo la civiltà delle immagini, si sa. Ce lo hanno ripetuto tante di quelle volte che abbiamo finito per crederci. Personalmente sono convinto che piuttosto siamo la civiltà della non-immagine. Lo dico con intento dichiaratamente provocatorio per sottolineare che se da una parte è più che vero che dalle immagini siamo sommersi, è altrettanto vero che il livello di coscienza medio nei confronti dell'onda che ci investe è a dir poco scarso (certo a ben guardare potremmo discutere anche sul senso profondo della parola civiltà, ma questo è un altro discorso). Siamo guidati e condotti per mano come bambini dalle non particolarmente vivaci doti intellettive a comprare, votare, comportarci come ci viene detto. La macchina che produce tutto questo è ormai rodata e perfetta. Ha alle spalle millenni di esercizio puntale e rigoroso, talvolta supportato da una sana dose di violenza che rimette sempre in chiaro i principi fondamentali del nostro agire, e ormai può godere di un bagaglio tecnologico di notevole rispetto. All'interno di quest'ultimo l'impiego delle immagini ha ormai raggiunto un livello di spietata raffinatezza incentivata a dismisura dalla mancanza di consapevolezza che mediamente si riscontra nel pubblico, come direbbe chi si occupa di semiotica, negli spettatori. Basta osservare come reagiscono le persone di fronte a un'immagine. Nella valutazione di questo fenomeno devo dire che sono in qualche modo molto agevolato dal lavoro che faccio sia come giornalista, sia come docente e/o persona che si presume abbia qualche competenza in ambito fotografico. Il mio vantaggio consiste nell'avere la possibilità di osservare più o meno quotidianamente un numero ragionevolmente ampio di persone che si rapportano all'immagine. L'aggravante è che per posizione in base alle teorie sul campionamento, le persone che posso osservare più facilmente costituiscono un campione abbastanza alterato, in quanto mediamente appartengono tutte a un gruppo che nutre un interesse specifico nei confronti della fotografia e che quindi, almeno in teoria, dovrebbero essere un po' più attrezzate per poter decodificare i contenuti comunicativi presenti nel testo-immagine. Di fatto l'assoluta maggioranza delle persone, non avendo ricevuto un'educazione specifica alla lettura delle immagini, intende quest'ultima come la descrizione di quanto nell'immagine stessa viene rappresentato. Ovviamente se poi si tratta di una fotografia il fenomeno viene fortemente acuito dalla presunzione che lo strumento fotografico riproduca in modo fedele la realtà. Di fatto questa nella migliore delle ipotesi è una lettura di primo livello, quello che avviene automaticamente in ogni soggetto normodotato in possesso del senso della vista. L'idea che l'immagine sia un vero e proprio testo, in genere non sfiora nemmeno le menti, figuriamoci quella che il testo possa essere latore di un messaggio e questo possa avere più di un livello di decodifica. Del resto sto qui a lamentarmi di quanto accade con le immagini, ma non è che poi con i testi fatti di parole siamo messi tanto meglio... ma almeno a scuola in genere si è incontrato qualcuno che ha ventilato la possibilità che esistano più livelli di lettura di un brano di letteratura. 
La conseguenza prima di una situazione del genere consiste nell'incapacità di filtrare le informazioni che attraverso le immagini ci vengono proposte. Fermarsi alla mera descrizione di quanto si vede impedisce bellamente di attivare quelle strutture critiche che ci permettono di adeguare la nostra azione al ruolo di ricevente del messaggio prodotto da qualcun altro. La conseguenza è che le porte sono aperte, o meglio spalancate, alle intenzioni occulte dell'emittente del messaggio. Così se ci troviamo di fronte a un cartellone pubblicitario sei metri per tre che vuole promuovere l'acquisto di un divano e ce lo presenta con una bella ragazza più o meno completamente spogliata, veniamo attratti (vi prego di apprezzare l'eufemismo) dalle grazie della suddetta fanciulla e se siamo molto sensibili a queste finiamo pure per acquistarlo. Ora diranno i più smaliziati, questo significa che il messaggio pubblicitario ha funzionato facendo associare, non senza una vena di onanismo consumistico, il possesso del divano a quello della ragazza. Standing ovation per il creativo che l'ha pensata e soddisfazione da parte del produttore di divani e, se davvero siamo ipercritici e pure un po' moralisti, scappellotto per l'incauto compratore, che magari il divano lo aveva già ed era pure nuovo. Ma è tutta qui la capacità di lettura? O c'è ancora qualcosa? Per esempio questo ragionamento non prevede la definizione dei ruoli sociali che vengono disegnati in modo sillogistico con una chiarezza impressionante. Un'immagine come quella tratteggiata poc'anzi non fa solo vendere il divano associando i piaceri dell'alcova (oggi gli eufemismi mi vengono così, senza controllo) a quelli del possesso del divano, ma produce una definizione precisa ed esplicita del ruolo sociale della donna e implicita di quello maschile. La donna è reificata ad oggetto di compravendita, posta più o meno sullo stesso del divano, sia pure con altra funzione d'uso, e il maschio è legittimato a esercitare il ruolo di compratore. La ridondanza di messaggi visivi come questo permette di forgiare l'immaginario collettivo senza che i soggetti del lavaggio del cervello siano minimamente coscienti di quanto sta accadendo. 
La copertina del National Geographic
del numero di giugno 1985.
Analogo discorso si può fare spostando il campo di osservazione dal sociale al politico. Ci sono immagini che assurgono al ruolo di icona, anch'essa collettiva attraverso meccanismi a volte estremamente complessi che richiedono analisi e destrutturazioni dell'immagine a volte piuttosto complesse. Il miliziano morente o lo foto dello sbarco in Normandia di Capa sono icone che spesso ci dimentichiamo di ricordare esistono perché una certa parte politica e militare ha vinto la Seconda Guerra Mondiale. Se avesse vinto il Terzo Reich, forse staremo qui a ricordare le foto della Riefensthal e dei suoi gagliardi atleti ariani. 
La stessa foto di Steve McCurry della ragazza afgana dagli occhi verdi è figlia di un processo di implicito coinvolgimento al potere delle masse che gioca sull'impiego dei gradienti cromatici che si rifanno ai colori tradizionali della bandiera afgana. 
Non dimentichiamoci infatti che proprio nel periodo in cui la foto viene diffusa attraverso la celeberrima copertina del National Geographic (giugno 1985), l'Afghanistan è sotto occupazione sovietica (24 dicembre 1979 - 2 febbraio 1989) e la sua bandiera è stata resa drammaticamente simile a quella con falce e martello giallo in campo rosso dell'Unione delle Repubbliche Sovietiche. Ovviamente questo non toglie nulla al fatto che si tratti di una gran fotografia. Ma forse val la pena di ricordare che il National Geographic è una rivista made in USA e che forse le immagini sono meno innocenti di quanto non siamo abituati a credere. E accostare un bellissimo volto, un po' spaurito, ma fiero e incorniciato in abiti tradizionali che richiamano i colori tradizionali di un paese, nel momento in cui questo è occupato dall'acerrimo nemico di sempre... beh, forse non è proprio del tutto casuale.
Da sinistra verso destra, bandiere Afgane del 1978, 1978 sotto occupazione sovietica, 1980 sotto occupazione sovietica, 1987 e 1992.
Sandro Iovine
n. 234




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lunedì 26 dicembre 2011

Salviamo Su Palatu scrivendo al Sindaco!


L'articolo di Paolo Merlini su La nuova Sardegna
del 24 dicembre 2011.
Nella discussione che si è sviluppata grazie al post precedente è nata la proposta di far partire una serie di e-mail all'indirizzo del Comune di Villanova Monteleone per chiedere che venga revocata la decisione di chiudere Su Palatu alla fotografia riassegnandogli altre destinazioni d'uso. L'amministrazione comunale sottolinea, giustamente, come ci siano da sanare delle incongruenze amministrative dovute alla scadenza del contratto in essere tra il Comune e La Soter Editrice di Salvatore Ligios avvenuta il 31 maggio 2011. Chiediamo tutti insieme che il contratto venga rinnovato.
Si tratta di un gesto civico che, a mio avviso, deve compiere senza esitazione chiunque abbia a cuore la cultura in generale e la fotografia in particolare. Si tratta di difendere uno dei pochi centri di eccellenza che abbiamo in Italia che lavora da oltre dieci anni per diffondere cultura e scambi internazionali, portando con lustro il nome dell'Italia e della Sardegna in Europa con budget irrisori e risultati inversamente proporzionali all'entità degli investimenti che sono minimi.
Ribadisco che la mia non è una presa di posizione dettata da un estro estemporaneo. Ho lavorato collaborando con Salvatore Ligios e Sonia Borsato in alcune attività di Su Palatu e posso testimoniare la qualità delle loro proposte. Probabilmente a molti assertori dell'opportunità di questo cambio di destinazione d'uso, questa sembrerà un'intollerabile intromissione dall'esterno in qualcosa che non appartiene altro che ai cittadini di Villanova Monteleone. Tanto più che la proposta viene da fuori Villanova e addirittura fuori dall'Isola. Ma il problema è che perdere Su Palatu per ciò che è stato negli ultimi più di dieci anni significa perdere tutti noi un pezzo di cultura. La perdiamo noi che sull'Isola non viviamo e non siamo nati e la perdono tutti quelli che in Sardegna sono nati e vivono, in primis i cittadini di Villanova Monteleone che con la chiusura di Su Palatu vedrebbero vanificarsi un'oppurtunità straordinaria di apertura culturale e forse anche economica per il potenziale indotto delle eventi prodotti. 
Capisco e rispetto molto più di quanto si possa supporre le posizioni di chi vuole che il proprio territorio sia gestito nel rispetto dei valori dell'appartenenza, ma vorrei proporre una semplice riflessione a chi vuole far comprendere l'inopportunità di immischiarsi in cose sarde senza essere sardi. Avere un polo culturale di riferimento internazionale nel proprio paese, non vuol dire perdere qualcosa o rinunciare a un'identità e tantomeno a quella culturale profondamente radicata nel territorio, bensì significa aprirsi a nuove prospettive da metabolizzare e integrare nella propria tradizione per rinnovarsi e non rimanere esclusi dal procedere inevitabile del mondo al di fuori delle spiagge dell'Isola. 
Accadimento tutt'altro che auspicabile per chiunque in una situazione come quella attuale.
Concludendo invito tutti a copiare il seguente messaggio da spedire al comune di Villanova Monteleone per chiedere al signor Sindaco di annullare la decisione di chiudere le attività connesse alla fotografia a Su Palatu. L'indirizzo e-mail è quello reperibile sul sito del Comune di Villanova Monteleone: comune.villanovamonteleone@halleycert.it. Questo invece è quello delle pagine Cultura&Spettacoli de La nuova Sardegna: cultura@lanuovasardegna.it cui consiglio di mandare in copia l'appello.

Alla cortese attenzione 
Quirico Meloni
sindaco del Comune di Villanova Monteleone
via Nazionale, 104 
07019 Villanova Monteleone (SS) 
Telefono: 079-960406
Fax: 079-960736 

Oggetto: Richiesta di revoca del provvedimento di riconsegna dei locali di Su Palatu entro il 31 dicembre 2011 e stipula di un nuovo contratto di gestione

In nome del valore culturale delle attività svolte nella sede di Su Palatu e sas Iscolas in Villanova Monteleone nel corso della gestione della Soter Editrice di Salvatore Ligios, chiediamo che, con un nuovo contratto, venga assicurata allo staff  di Salvatore Ligios la possibilità di continuare l'attività intrapresa negli ultimi dodici anni, attraverso la gestione dello spazio di Su Palatu e sas Iscolas in Villanova Monteleone.
La richiesta vuole invitare questa Amministrazione a riflettere sul valore culturale delle iniziative promesse all'interno di Su Palatu e sas Iscolas nell'ottica di un arricchimento culturale implicito nella diffusione e nel sostegno della cultura fotografica sarda e di uno scambio internazionale che porta lustro tanto alla città ospitante, quanto alla Sardegna e all'Italia Intera.

In fede


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venerdì 23 dicembre 2011

Su Palatu addio

Da: Salvatore Ligios 
Data: 23 dicembre 2011 13.02.56 GMT+01.00
A: IOVINE Sandro 
Oggetto: Ex SU PALATU
Ciao Sandro
Un saluto
Ligios



Da La Nuova Sardegna del 23 dicembre 2011.
Quello che avete appena letto è il testo, icastico come sempre, dell'e-mail che ho ricevuto pochi minuti fa da Salvatore Ligios. L'immagine qui a sinistra, una pagina della Nuova Sardegna di oggi, è l'allegato che la correda. Il contenuto potete leggerlo e valutarlo da soli cliccando sull'immagine per ingrandirla. Salvatore è il fondatore di Su Palatu, lo spazio che dal 2000 a Villanova Monteleone, bellissimo paesino in provincia di Sassari, ha portato una ventata di sana internazionalità non solo in Sardegna, ma più in generale in Italia. Dopo oltre un decennio di iniziative incentrate sulla fotografia intesa come vettore di conoscenza e cultura sia del territorio sia del mondo in senso più ampio, il Comune di Villanova Monteleone ha deciso di revocare la concessione di utilizzo alla Soter Editrice, la casa editrice specializzata in fotografia di proprietà dello stesso Salvatore Ligios. 
Beh, con la crisi che c'è in giro, direte Voi ce lo si doveva aspettare... Beh se dobbiamo credere ai dati riportati da Paolo Merlini nel suo articolo, la spesa annua sembra essere stata di 18.600,00 Euro l'anno... per usare le parole di Merlini «Più o meno la somma che un qualsiasi museo regionale o nazionale destina alla voce cancelleria». Ma non sta a noi sindacare le casse del sindaco Meloni, o meglio del Comune di Villanova Monteleone. Certo però che avendo personalmente lavorato con Salvatore Ligios e con chi, come Sonia Borsato, l'ha affiancato e sostituito alla guida di Su Palatu in tempi più recenti, non posso non andare incontro a un attacco di bile leggendo che è meglio tornare a Su Connottu (al conosciuto), lasciare da parte le manifestazioni per un'élite culturale e rendere Su Palatu uno spazio più dinamico per usare le parole del sindaco Meloni. Parole che magari potrebbero anche suonare di saggezza se non fosse che il dinamismo profetizzato sembrerebbe avere come modello di riferimento niente meno che Gente di Sardegna «manifestazione folk cara agli abitanti di Villanova Monteleone» latrice di cultura in forma di dotti convegni come Sa Limba Sarda Oe (giovedì 11 agosto 2011) o di una Sfilata dei Gruppi folk commentata da Salvatore Patatu (venerdì 12 agosto 2011) o di imprescindibili appuntamenti con la cultura locale come le degustazioni Su Ghisadu o Su Pane a Fittas (sempre venerdì 12 agosto 2011)
Basta quindi con questa cultura che oltretutto fa anche venire venire gente da fuori e non interessa a nessuno. Cosa importa se, grazie a Salvatore Ligios, a Su Palatu sono transitati ospiti come il C/O Berlin, Massimo Mastrorillo, Dario Coletti, Roger Ballen, Mario Dondero, Pablo Volta, Uliano Lucas John Delaney e, immeritatamente, perfino il sottoscritto (MenotrentunoEstremi: tra edonismo e nostalgia negli anni 2000).
La fine di oltre dieci anni dedicati intensamente alla cultura dell'immagine è segnata in pochi righe in burocratese con cui il Comune notifica quello che a tutti gli effetti si può considerare lo sfratto di Su Palatu: «Considerato che è intendimento di questa Amministrazione riportare in un quadro di regolarità amministrativa l'utilizzo degli spazi di Su Palatu, con la presente chiedo che entro il 31 dicembre siano consegnati liberi i locali del Palazzo, attualmente nella vostra sostanziale disponibilità.»
Non rimane che ringraziare Salvatore, Sonia e tutti quanti con dedizione si sono adoperati in tutti questi anni per far sì che Villanova Monteleone diventasse un centro di eccellenza per la Cultura internazionale invece di interessarsi alle sfilate folcloristiche e ai convegni su sa limba.
Ecce Italia...

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domenica 4 dicembre 2011

È cambiato qualcosa dai tempi di Goethe?


Angelica Kauffmann, Ritratto di Goethe nel 1787-88.
Chi ha la sfortuna di conoscermi personalmente sa bene che avere a che fare con me da vicino, vuol dire confrontarsi con un carattere indolente e tutt'altro che avvezzo allo stacanovismo... tanto meno domenicale...
A meno che... a meno che non ci sia qualcosa in grado di scuotermi dal connaturato torpore letargico, donando vigore e reattività al mio indomito e mai sopito razzismo
Razzismo culturale, sia ben inteso, e non certo rivolto alla razza. Quello per intenderci che mi fa invocare una pulizia culturale, invece che etnica, ogni qual volta si citano opere immortali con nonchalance e arbitrio volti solo a dar corpo a esercizi di stile gratificanti per ottenere un facile consenso da lettori dalla mente acriticamente atrofizzata. Ora sfortuna vuole che il nostro tempo mi elargisca a piene mani massicci dosaggi di adrenalina in forma di citazioni becere, qualunquiste e, peggio che peggio italiote, se mi concedete l'aggettivo. 
Stanotte, ad esempio, i miei incubi notturni sono stati allietati da una visita illustre favorita, suppongo, da una lettura fatta prima di addormentarmi. In un'atmosfera minacciosamente tenebrosa ho sognato niente di meno che l'immortale Johann Wolfgang von Goethe, il quale mi chiedeva alquanto risentito, di vendicare l'onore dei suoi scritti citati forse solo per ostentarne la conoscenza e fare un massaggino all'improbabile ego italiota che avvelena gli animi di questa Nazione. 
Ecco perché, in questa quasi solare domenica mattina milanese, ho faticosamente sopraffatto l'atavica indolenza avventurandomi, appena sveglio, verso la libreria prossima a cedere sotto il peso della carta. Obiettivo era recuperare quella vecchia e discutibile traduzione di Italienische Reise (Viaggio in Italia) che tanto mi è cara. Certo sono cosciente che il mio delirio onirico sia più frutto dell'eccesso di cibo serale che non dell'esordio di insperate facoltà medianiche, ma... Voi che avreste fatto se Goethe in persona vi avesse chiesto di lavare l'onta perpetrata ai danni dei suoi scritti? Per farla breve avendo chiaro il compito salvifico nei confronti dell'onore goethiano e molto meno la sezione in cui avrei potuto ritrovare quanto la memoria mi indicava essere stato scritto, ho cominciato a rileggere l'opera quasi dall'inizio. 
Di fatto il mio animo si è presto placato, come sempre accade quando mi avvicino alla musica di Bach o al verbo di Goethe («Nôstrô mazzimo pôeta!» come ricordava sempre la mia insegnante di tedesco madrelingua sposata con un italiano, frau Paganini, anzi Pakanini come lo pronuciava lei). Tanto che ho finito per dimenticare il bellicoso quanto inutile intento di reperire sferzanti controcitazioni atte a lavare l'onta e mi sono perso come un bambino tra le pagine. Fin quando non ho incontrato un brano che avevo rimosso, ma che, riscoperto in una quasi solare domenica mattina milanese mi pare più che mai opportuno condividere, a riprova dell'attendibilità di quel detto che recita che non c'è mai niente di nuovo sotto il sole.
Johann Tischbein, Goethe nella campagna romana, c. 1786, Frankfurt, Städelshes Kunstinstitut.
«Verona, 14 settembre
Il vento contrario che ieri mi spinse nel porto di Malcesine mi preparava una noiosa spiacevole avventura, superata così lietamente che mi mette allegria il solo ricordarla. Come m'ero proposto la mattina di buon ora mi recai al vecchio castello che non avendo né porte né guardiani è aperto a tutti. Mi situai nel cortile di rincontro alla vecchia torre costruita in parte sulla roccia e in parte piantata in essa. Avevo trovato un posto molto comodo per disegnare: sedetti accanto a una porta chiusa rialzata di tre o quattro scalini su di un sedile ornato come se ne vedono ancora da noi nei vecchi edifizi. Mi ero appena seduto quando diverse persone entrarono nel cortile. Esse mi osservavano, andavano e venivano. La gente aumentò finché si fermarono per circondarmi. M'accorgevo che il mio lavoro aveva richiamato la loro attenzione, ma non mi turbai e continuai tranquillamente. Infine un uomo di un aspetto che non ispirava fiducia mi domandò che cosa facessi lì. Gli risposi che disegnavo la vecchia torre per serbare un ricordo di Malcesine. Egli mi disse che ciò non era permesso e che dovevo smettere. E siccome mi parlava nel dialetto veneto, che appena capisco, mostrai di non comprenderlo. Allora, con una leggerezza tutta italiana, egli prese il mio foglio di carta, lo stracciò e lo rimise lì sul cartone. Notai fra gli astanti un mormorio di scontento; una vecchia disse che ciò non era ben fatto, che si dovrebbe chiamare il podestà per giudicare e risolvere simili questioni. Io ero in piedi e dominavo la folla che sempre più aumentava. Quegli sguardi di curiosità che mi fissavano, una certa aria di bonomia che vedevo in quasi tutta quella gente, e altre caratteristiche dell'ambiente straniero, mi davano una gradita impressione. mi pareva di avere davanti a me il coro degli uccelli che spesso avevo beffato quando rappresentavo la parte di Treufreund sul teatro di Ettersburg. Tutto questo suscitò il mio buon umore, sicché quando giunse il podestà, col suo attuario, lo salutai cordialmente. Alla sua interrogazione perché disegnassi la loro fortezza, risposi in modo modesto, che mai avrei potuto prendere quelle muraglie per una fortezza. A lui, come al popolo, feci osservare la decadenza di quelle torri, di quelle mura, la mancanza di porte e di tutti i mezzi di difesa, e li assicurai che avevo creduto vedere e disegnare non altro che delle rovine. Allora mi fu risposto: "Ma che cosa può avere di importante se è solamente una rovina?". Volendo io guadagnare tempo e nello stesso tempo cattivarmi la loro simpatia, risposi dettagliatamente ricordando loro quanti viaggiatori si recavano in Italia, unicamente per vedere le rovine. Roma, la capitale del mondo devastata dai barbari, era cosparsa di ruderi antichi cento e cento volte disegnati. Dissi che non tutti i monumenti erano così ben conservati come l'anfiteatro di Verona che speravo visitare presto. Il podestà che si trovava dinnanzi a me, ma un po' più in basso, era un uomo di alta statura senza essere molto magro. Gli si potevano dare trent'anni. I tratti del suo volto, triviali e senza espressione, rispondevano assolutamente al suo modo di interrogarmi lento e confuso. L'attuario, un uomo meno alto e che pareva più abile, fu però da principio, anche lui imbarazzato davanti a un caso tanto nuovo e strano. Io continuavo a parlare sempre nello stesso senso. Pareva che mi ascoltassero volentieri e, nel rivolgermi a qualche benevolo viso di donna, credetti scorgervi consenso e approvazione. Ma allorché nominai l'anfiteatro di Verona, conosciuto in paese con il nome di Arena, l'attuario, che intanto aveva avuto il tempo di raccogliersi, acconsentì vivamente dicendo che l'anfiteatro era un edifizio romano celebre in tutto il mondo. In quanto però alla torre, egli sosteneva che non aveva nulla di notevole, tranne che indicava il confine tra il territorio veneto e l'impero d'Austria, e che perciò non doveva essere oggetto di osservazione e di spionaggio.»1
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È una mia impressione o, a parte il sostituire la matita con la fotocamera, non è poi cambiato gran che quel 14 settembre 1786?

1 - Johan Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Edipem, 1973; pag. 30-31.

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domenica 27 novembre 2011

Fotografia e giornalismo oggi

La doppia pagina di apertura della cover story dedicata a Massimo Berruti suIL FOTOGRAFO 233.
Il lato giornalistico della fotografia è in crisi…. Lo sento ripetere dall’inizio degli anni Novanta. Il mercato si è contratto. La televisione prima, internet poi hanno eroso spazi sempre maggiori. L’informazione coniugata con l’intrattenimento ha ceduto sempre di più il passo a quest’ultimo, fin quasi a veder soccombere completamente la prima a favore del secondo. Dalla parte dei giornali, e di chi i giornali li fa, questo viene giustificato con l’esigenza commerciale di dare al pubblico quello che il pubblico vuole. Atteggiamento assolutamente pericoloso quando ci si trova di fronte a un pubblico che nel corso degli ultimi due o tre decenni è stato educato a quella superficialità e quel disimpegno che certo non favoriscono l’approfondimento implicito nel genere di fotografia di cui stiamo parlando. Personalmente trovo che tutto questo sia assai pericoloso, se non proprio dannoso a livello sociale soprattutto nel lungo periodo, in quanto contribuisce, e non poco, a generare un pubblico sempre meno cosciente e in grado di discriminare su quanto gli accade intorno. Comunque inutile piangerci sopra perché la situazione che piaccia o meno, è inequivocabilmente questa. Il vero problema per altro non è nemmeno quello della trasformazione della domanda del mercato, quanto piuttosto quello dell'incapacità di pensare un’alternativa da parte dei giornalisti che utilizzano la fotografia per raccontare il mondo. Lo specchio della situazione è stato a mio avviso offerto da quello che si può tranquillamente considerare il più importante Festival di fotografia giornalistica, che da quasi un quarto di secolo si tiene a Perpignan, ai confini tra Francia e Spagna. La rituale visita in occasione dell’edizione 2011 mi ha indotto uno stato di depressione abbastanza consistente, tanto da spingermi a considerare auspicabile quella fine, millantata un po’ da tutti i professionisti di settore da almeno una ventina di anni a questa parte e invece mai sopraggiunta in modo definitivo. Le indicazioni offerte da quanto ho potuto vedere a fine estate nella cittadina ai piedi dei Pirenei sono abbastanza sconcertanti. Si continuano a replicare schemi assodati, parlo di quelli narrativi, ma spesso perfino quelli compositivi riscontrabili all’interno delle singole immagini. Osservando un vasto panorama fotogiornalistico in un ambito spazio temporale ristretto è possibile rendersi conto di come tutti raccontando le stesse cose tendono a utilizzare gli stessi modelli di riferimento. Anche l’approccio alle possibilità offerte dalla tecnologia comunicativa contemporanea, da internet al multimediale, non fanno che aggiornare al supporto digitale tecniche di slideshow ben più che consolidate. Oltretutto con riferimenti discutibili nel momento in cui entrano in gioco competenze differenti da quelle richieste dalla produzione di immagini fisse. Tutti sintomi questi che non mi pare permettano di ben sperare e che, se uniti ai sintomi che provengono dal mercato e dal pubblico, mi hanno fatto pensare che forse sarebbe auspicabile una fine quanto più possibile veloce e rapida, senz’altro da preferire a qualsiasi lenta agonia. In altre parole, se questo è quello che hanno da offrire il reportage, il fotogiornalismo e il fotodocumentarismo, allora tanto vale chiudere bottega subito. Mi rendo conto oggi che sono state riflessioni dettate più che altro dalla delusione, dal rimpianto forse, conclusioni negative e istintive che probabilmente non attendevano altro che di essere smentite. 

La copertina de IL FOTOGRAFO 233
dedicata a Massimo Berruti.
Ma le smentite per fortuna a volte arrivano. E arrivano incontrando un fotografo che in barba alle tendenze generalizzate, non depone le armi, continua a cercare facendo dell’approfondimento e della professionalità il proprio pensiero e la propria azione. Un giornalista che dedica quasi quattro anni a un paese lontano per capire se le cose stanno come raccontano i media internazionali o se la realtà può essere differente. Parlo di Massimo Berruti di cui potete vedere una purtroppo limitata selezione di fotografie nel numero 233 de IL FOTOGRAFO. L’ho incontrato a Parigi qualche giorno fa (vedi post precedente) in occasione della mostra organizzata dalla Fondation Carmignac per celebrare il Premio Fotogiornalismo 2011 che Berruti ha vinto con il suo lavoro sulle milizie pashtun che lottano per mantenere il loro territorio libero dai Talibans. Ascoltando il suo racconto, il suo punto di vista, ma soprattutto le motivazioni che lo hanno spinto a recarsi dall’altra parte del mondo per ricercare la conoscenza di una realtà scoperta in prima persona e riportatarcela senza subire il condizionamento creato dai media internazionali. Un ragionamento e un sentimento che forse sono semplici in valore assoluto, ma che il tempo ci ha portato a perdere di vista, dimenticando quello che dovrebbe essere l’intento principale di ogni reporter e il motivo per cui questa professione è nata. Le parole di Berruti non nego che mi abbiano ridato speranza in un possibile futuro. Vuoi per la ancora giovane età di questo professionista, vuoi perché le motivazioni che lo spingono al lavorare e impegnarsi sono quelle che dovrebbero essere alla base di ogni operare giornalistico che non sia rivolto al mero intrattenimento compiacente del proprio pubblico. Se il fotogiornalismo e il fotodocumentarsimo hanno ancora un senso, al di là delle forme narrative ed espressive attraverso le quali si esprimono, bene allora quel senso può essere solo in una ricerca pura dei fatti, una ricerca che non sia condizionata dall’alleggerimento di tematiche poco gradite se pubblicate a fianco ad una pagina di pubblicità e/o condizionate dagli orientamenti della politica internazionale prevalente. Se il fotogiornalismo ha ancora un senso, l’unico che riesco a individuare rimane quello che giustifica l’esistenza stessa del giornalismo: la ricerca sincera e ininterrotta dell’origine e delle cause degli avvenimenti da offrire a chi non ha la possibilità di verificare di persona. Impariamo a preservare (o recuperare?) innanzitutto questo e poi potremo preccuparci anche di adeguare il linguaggio, che di sicuro ha bisogno di essere svecchiato.
Sandro Iovine
n. 233




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venerdì 25 novembre 2011

Massimo Berruti, il fotogiornalismo ha ancora senso


Parigi, École Nationale Supérieur des Beaux-Art, Chapelle des Petits-Augustin. Un momento dell'intervista a Massimo Berruti, vincitore del Prix Carmignac Gestion du photojournalisme 2010. © Stefania Biamonti 2011. 
Mancano ancora venti minuti all'appuntamento. Qualche studente oltrepassa alla spicciolata il grande cancello dell'École Nationale Supérieure des Beaux-Arts in una Parigi tiepida e un po' grigia di inizio novembre. In alto sopra le sbarre campeggia il manifesto che annuncia la mostra Lashkars, milices civiles pachtounes face aux talibans, il lavoro con cui Massimo Berruti ha vinto il Prix Carmignac Gestion du Photojournalisme 2010È lunedì mattina e la Chapelle des Petits-Augustin dove sono esposte le fotografie è chiusa. Verrà aperta solo per realizzare l'intervista. Di tanto in tanto qualche studente attraversa il piazzale per raggiungere le aule, trascinandosi dietro qualche ingombrante lavoro arrotolato sotto il braccio. Qualcuno si china all'ingresso a ritirare una copia gratuita di un quotidiano. Con almeno dieci minuti di anticipo ecco arrivare Eleonore Grau dell'ufficio stampa con cui è stata concordata l'intervista. Sorridente, vestita di scuro si mette immediatamente in moto e fa aprire la sala della mostra, scusandosi perché entreremo da un ingresso laterale. Oltrepassata la soglia sembra di entrare in un antico museo sette-ottocentesco. Sparsi, apparentemente a caso, nello spazio e sulle pareti statue e dipinti di ogni epoca circondano in un abbraccio ideale la mostra montata su pannelli viola che creano un percorso all'interno della sala. L'effetto d'insieme è straordinario, le foto perfettamente stampate e illuminate. Sembra davvero impossibile che espressioni visive tanto differenti e lontane nel tempo e nello spazio possano convivere tanto bene in uno stesso spazio. Mentre sto per concludere un primo giro di orientamento, una voce mi raggiunge alle spalle: «Ciao Sandro». È Massimo Berruti che arriva accompagnato da Eleonore. Iniziamo a chiacchierare per sciogliere un po' l'ambiente. Massimo parla con voce molto pacata, lentamente. Ha una voce piacevole e tranquillizzante, ma terribilmente bassa e io inizio a tremare prevedendo problemi audio a non finire, ma cerco di convincermi che riuscirò in qualche modo a fargli alzare il tono di voce. 
Facciamo un giro insieme per concordare dove realizzare l'intervista e alla fine concludiamo di farla davanti all'ingresso della mostra. Davanti a una pazientissima, ma quasi certamente sbigottita Eleonore iniziamo con italianissima ed estemporanea creatività a spostare tavoli, sedie e pacchi di cataloghi per improvvisare il set. Non prima però di aver solennemente  promesso di rimettere tutto a posto prima di andare via. 
Dopo aver praticamente smontato mezza Cappella, sotto gli occhi sempre più preoccupati di Eleonore, possiamo cominciare. 
«La voce Massimo... mi raccomando, alzala più che puoi!»



Un ringraziamento particolare a Vivien Ayroles e Eleonore Grau (Heymann, Renoult associées) per aver reso possibile questa intervista con grandissima professionalità e disponibilità.




LA MOSTRA

Lashkars, milices civiles pachtounes face aux talibans
(Prix Carmignac Gestion du Photojournalisme 2010)


di Massimo Berruti

fino al 3 dicembre 2011

École Nationale Supérieure des Beaux-Arts de Paris
Chapelle des Petits-Augustin
14 rue Bonaparte, 75006 Parigi



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