venerdì 30 ottobre 2009
venerdì 9 ottobre 2009
La stampa online sulla scomparsa di Irving Penn
«PITTORE MANCATO - Inizialmente Penn voleva fare l'artista. A 25 anni partì per il Messico dove iniziò a dipingere, ma dopo un anno si convinse che non sarebbe mai diventato un grande pittore e, tornato a New York, divenne assistente di Alexander Liberman, art director di Vogue. Nel 1948 realizzò alcuni servizi per la rivista in Perù, mentre le diverse campagne fotografiche legate al mondo della moda realizzate nel corso degli anni cinquanta gli conferirono la prima fama internazionale» (Corriere della sera).
È naturale che sia triste prendere atto della dipartita di chi ha lasciato una traccia indelebile con il proprio operato. Ma a mio avviso è ancor più triste prendere atto della sciatta incuria, al limite dell'indifferenza da impiego massivo di luoghi comuni e note di agenzia, con cui il giornalismo comunica queste informazioni.
Ieri le principali tesate on-line hanno dato la notizia della scomparsa, al'età di 92 anni, di Irving Penn. Repubblica.it lo accomuna a Cartier Bresson, autore di tutt'altro genere, e se la cava per il rotto della cuffia ponendo i due su un analogo parametro di popolarità: ovvero non importa che la gente sappia che Bresson e Penn facessero lavori diversissimi in ambito fotografico, quel che conta è che si capisca che pure Penn era uno tosto se il suo nome è stato messo vicino a quello dell'unico fotografo conosciuto anche dalle pietre.
Per fortuna che il Corriere della sera rialza il tono ricordandoci che il defunto fotografo altro non era che un pittore fallito (si lo so che hanno scritto mancato, ma mi pare ci sia poco da equivocare sul reale senso del termine). C'è da dire che se non altro l'ennesimo luogo comune è stato confermato. Del resto si sa che anche in ambito musicale tutti i bassisti sono chitarristi falliti, che non ci sono più le mezze stagioni e che i neri hanno il ritmo nel sangue. Per cui perché sconvolgere le regole... strano semmai abbiano omesso che anche Cartier Bresson potrebbe essere fatto rientrare, senza troppi sforzi, nella categoria dei pittori falliti, pardon mancati.
Ah, se il concetto non fosse stato chiaro ecco titolo occhiello e sommarietto sempre da il Corriere della sera:
«All'inizio della carriera sognava di fare il pittore. Poi la passione per i clic»
«Morto Irving Penn, il fotografo di Vogue»
«Il ritrattista è deceduto a 92 anni nella sua casa di Manhattan. Le sue foto hanno fatto il giro del mondo»
In cui gli impliciti presenti nel concetto di sognava di fare il pittore e passione per il click sono a dir poco riduttivi, per poi passare al luogo comune del fotografo di Vogue e al quasi stupore per il fatto che delle foto possano acquisire notorietà mondiale. Infine va sottolineata l'originalità del titolo che si evince anche dal confronto con quello de Il sole 24Ore:
«È morto Irving Penn, il fotografo di Vogue»
Per fortuna a Repubblica.it hanno cercato di rendere sia pur genericamente, merito alla grandezza dello scomparso:
«Addio a Irving Penn, genio dell'immagine»
In ogni caso non è giusto parlar male aprioristicamente dei giornalisti che scrivono per le nostre due maggiori testate. In entrambi i casi l'indubbia competenza professionale dei colleghi emerge dal fatto che è stato fedelmente riportato l'elemento fondante dell'intera notizia, quello che da tutto il senso profondo di quanto accaduto con la scomparsa di Irving Penn, quello senza il quale non avremmo potuto comprendere l'importanza dell'avvenimento:
«La morte di Penn è stata annunciata da Peter MacGill, amico e rappresentante» (Corriere della sera)
«La morte di Penn è stata annunciata da Peter MacGill, amico e rappresentante» (Repubblica.it)
E quanta incredibile originalità nell'enunciare questa imperdibile informazione.

Ancora interessante la garbata imprecisione nella didascalia di Adnkronos che ci informa che la copertina di Vogue posta ad illustrare il pezzo è Irving Penn:
«New York, 8 ott. - (Adnkronos) - Il fotografo statunitense Irving Penn (nella foto)»
Ovviamente senza dimenticare l'aspetto fondamentale in cui però si dimostra maggior approfondimento, anche se presumibilmente con una svista di battitura:
«L'annuncio della scomparsa è stato dato congiuntamente dall'amico Peter MacGill, che era anche il suo agente, e dal fratello, il regista Arthru Penn» (Adnkronos)
Mi viene un dubbio... e se tutto quello che ci raccontano, ben oltre la fotografia quindi, avesse lo stesso spessore giornalistico?
Spunti per un confronto che ognuno può arricchire a piacere:
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Etichette: giornalismo, Penn
giovedì 1 ottobre 2009
«Nonno, a che ti serve dire e ridire cose che nessuno conosce?»

1966, Grazia Neri fonda a Milano l’agenzia che porta il suo nome. 2009, Michele Neri, figlio di Grazia, diffonde un comunicato in cui si annuncia la messa in liquidazione dell’agenzia. Un annuncio che non sorprende gli addetti ai lavori da tempo a conoscenza del micidiale cocktail di contingenze che ha di fatto reso impossibile la prosecuzione dell’attività. Da un lato abbiamo assistito a una contrazione del mercato che ha fatto registrare cali di vendite prossimi al 40%, dall’altro invece troviamo gli oneri di gestione nella rappresentanza di agenzie estere che nei corridoi vengono quantificati con cifre a dir poco improbabili. Inevitabile quindi che si arrivasse prima a una drastica riduzione del personale e poco dopo alla decisione di mettere in liquidazione l’azienda.
Che il fotogiornalismo fosse in crisi da tempo, non è certo cosa che val la pena di ripetere. Basta andare a sfogliare i quotidiani di fine luglio per leggere ben più ampi resoconti di analoghe vicissitudini relative all’Agence Gamma, fondata anch’essa nel 1966.
Ma a parte questi casi che denunciano innegabilmente la gravità della malattia che affligge il fotogiornalismo, di sintomi meno eclatanti, ma non per questo meno gravi, se ne possono cogliere a volontà. A cominciare dalla ridefinizione del modo di intendere il fotogiornalismo, sempre più in bilico tra la deriva artistico-concettuale e quella prettamente commerciale. Nel primo caso alludo alla presenza sempre più frequente all’interno di gallerie d’arte di immagini nate per documentare, mentre nel secondo caso mi riferisco alla sponsorizzazione di lavori destinati alla promozione aziendale (corporate) sfacciatamente spacciati per operazioni giornalistiche. Come più volte mi è capitato di affermare in queste pagine, nutro profonda stima sotto il profilo manageriale nei confronti di chi riesce a convincere una grande azienda a sponsorizzare un lavoro per i fotografi della propria agenzia. Sono convinto che si tratti di operazioni vitali per garantire la sopravvivenza dell’agenzia stessa e dei suoi fotografi. Ma mi piacerebbe che ci si accontentasse di intascare la soddisfazione, il prestigio e il meritato utile economico che da queste operazioni deriva, evitando di proclamarsi con arroganza promotori e inventori di nuovo modo di fare fotogiornalismo. Soprattutto quando la tesi sostenuta è... argomentata con affermazioni del tipo «perché io dico che anche questo è fotogiornalismo».
Ma brutti segni si avvertono perfino in manifestazioni come il festival del fotogiornalismo di Perpignan, dove quest’anno si poteva toccare con mano una concezione datata, capace solo di parlarsi addosso attraverso la ripetizione di schemi triti e ritriti, e ammantarsi di rassicuranti quanto poco profonde estetizzazioni sempre più lontane dall’idea di informazione e documentazione. Un fotogiornalismo insomma ogni giorno un po’ lontano dai propri fondamenti e sempre meno vitale.
Di crisi del settore sento parlare da più di vent’anni, ma mai come in questo periodo mi sembra che i segni nell’aria siano inquietanti. Le cause le può individuare chiunque a cominciare da quella crisi dell’editoria aggravata dall’indifferenza di un pubblico incapace di valutare la qualità delle immagini. Fattore di cui si fan forti gli imprenditori che, in quanto tali, mirano solo a far si che la cosiddetta ultima cifra in basso a destra nei rendiconti di fine anno, ovvero quella che indica il profitto, sia la più alta possibile. Perché un editore dovrebbe investire nel lavoro di un fotografo quando con cifre irrisorie può approvvigionarsi di tutte le immagini che desidera presso le agenzie on-line che per pochissimi euro forniscono di tutto? O, ancora meglio, perché non dovrebbero saccheggiare in modo del tutto gratuito le pagine di Flickr dove incauti utenti uploadano immagini in alta risoluzione? Forse molti non ci pensano, ma oggi intere riviste vengono fatte in questo modo. Non voglio risolvere troppo semplicisticamente una questione tanto complessa, ma buona parte dei problemi nascono proprio dalla convergenza di questi fattori, anche se certo non sono questi gli unici responsabili della situazione, molte essendo le concause implicite in quanto appena accennato.
L’evoluzione tecnologica del mondo del lavoro ha portato negli ultimi venti o trenta anni alla scomparsa di intere professionalità, basti pensare, senza andare troppo lontano nel mondo dell’editoria, alle attività di prestampa annichilite dalle tecnologie informatiche. Non ci si sarebbe quindi da stupirsi se qualcuno iniziasse seriamente a considerare la professione di fotogiornalista come ben avviata verso l’estinzione. Ma il problema non sarebbe costituito solo della ricollocazione della forza lavoro, relativamente esigua rispetto ad altri settori. Quello è un problema destinato a risolversi in modo più o meno doloroso, come da sempre avviene nella storia dell’uomo. Il vero problema consiste nel fatto che l’ultimo secolo e mezzo di documentazione fotogiornalistica ci ha consegnato un’eredità storica preziosa in termini di memoria, coscienza e informazione. Un’eredità che rischia di scomparire nella generalizzata perdita di contatto con il reale che sembra caratterizzare quell’informazione globale figlia della nostra epoca. Perdere una fotografia in grado di farci fermare a riflettere su quanto accade, una fotografia prodotta da professionisti dell’informazione che operano in base a criteri giornalistici è, a mio avviso, un rischio tanto grave quanto vicino.
La perdita di quella memoria, quella coscienza e quello spirito critico che viaggiano (o dovrebbero viaggiare) nella borsa del fotogiornalista insieme alla sua macchina fotografica, mi fa istintivamente pensare alla California post-apocalittica del Jack London di La peste scarlatta (Adelphi, 2009). Circa sessant’anni dopo la distruzione pressoché completa dell’umanità avvenuta nel 2013 a causa di una devastante epidemia, i giovani nipoti dei sopravvissuti al disastro sono imbarbariti e hanno perso ogni memoria di ciò che l’umanità è stata. Di fronte ai racconti di un vecchio che narra come sia andata in fumo la civiltà non trovano di meglio che commentare «Nonno, a che ti serve dire e ridire cose che nessuno conosce?». Il paragone può apparire forzato, lo so, ma spero che la profezia di London non abbia a dimostrarsi vera non solo per l’umanità, ma anche per il fotogiornalismo.
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Etichette: Editoriale IL FOTOGRAFO, Fotogiornalismo
mercoledì 2 settembre 2009
È giusto che tutto sia facile?
Sandro Iovine: scrive l’editoriale del numero di settembre...»
2 minuti fa...
Massimo Tamiazzo: Di cosa parlerai questa volta?»
circa un minuto fa...
Sandro Iovine: della nostra conversazione di qualche giorno fa in chat...
2 secondi fa...
Quello riportato qui sopra è un esempio... in diretta di come i social network possano aver trasformato il rapporto tra chi lavora in una redazione e i suoi lettori. Prima di cominciare a scrivere questo editoriale avevo inserito come messaggio di stato sulla mia pagina personale, e su quella de IL FOTOGRAFO, la non certo esaltante notizia relativa al lavoro che mi apprestavo a svolgere in questa calda domenica di dopo ferragosto. L’idea originaria sulla quale si sarebbe dovuto sviluppare il pezzo, era proprio quella di raccontare una conversazione avuta in chat su Facebook con un lettore e, caso ha voluto, che proprio il mio interlocutore virtuale manifestasse il suo interesse per l’argomento. Avevo pensato a un attacco classico e un po’ scontato su come la tecnologia avesse trasformato il nostro lavoro per arrivare, poi, al nuovo rapporto con il lettore. Vista la coincidenza... in corso d’opera, ho però cancellato tutto e sono ripartito dallo scambio di messaggi avvenuto durante la stesura delle prime righe. Ma, appagata, con il preambolo che avete appena finito di leggere, l’incredulità del sottoscritto per la coincidenza, veniamo al dunque. Qualche giorno prima di ferragosto, mentre cercavo di eludere la scarsa voglia di lavorare, favorita subdolamente da quel bel caldo soffocante e umido che Milano riesce a elargire in estate, sono stato raggiunto in chat da un lettore con il quale si è avviata una conversazione abbastanza generica, dalla quale però a un certo punto è nato un interessante spunto di riflessione. Il buon Massimo, citato in apertura, infatti mi ha con molto garbo manifestato una sua critica nei confronti del giornale e in particolare dei recenti editoriali da me firmati. La loro lettura infatti a suo giudizio negli ultimi tempi sarebbe diventata più ostica rispetto al passato. Alla mia richiesta di spiegazioni su cosa esattamente intendesse, Massimo mi ha risposto che negli ultimi mesi si era trovato a dover rileggere più di una volta quello che avevo scritto per poterlo comprendere dopo una giornata di lavoro. In modo più o meno scherzoso ho replicato che lo consideravo una specie di complimento. Ovviamente non intendevo né sottovalutare né invertire i valori critici del suo giudizio e del suo pensiero,
cosa che spero di essere riuscito a chiarire nel corso della conversazione, ma non nascondo che ci siano davvero degli aspetti che mi gratificano in questa affermazione di Massimo. Proverò a spiegarmi prima di creare malintesi. Allora, so bene che il primo dovere di chi si prenda la briga di comunicare qualcosa pubblicamente, e non a consessi ristretti e/o dagli interessi specializzati, è quello di risultare comprensibile a tutti. Sono il primo a detestare chi si fa scudo dello strumento linguistico per affermare il proprio potere su chi lo ascolta e per questo cerco in genere di mantenere un registro comprensibile al maggior numero possibile di persone. Nello stesso tempo però ritengo che rendere comprensibile un discorso non implichi necessariamente privarlo di contenuti: di forme di annullamento intellettuale ne subiamo quotidianamente quantità letali e se ogni tanto facessimo fare anche un po’ di ginnastica ai nostri neuroni credo non ci
farebbe male. Se qualche volta le cose che scrivo, dovessero assolvere a questo compito, beh non mi dispiacerebbe davvero. Anche se fosse costretto a rileggere la pagina più di una volta o a rimandarne la lettura a momenti di maggior freschezza. Detto questo se fossero in molti a manifestare le stesse perplessità di Massimo, vorrà dire che andrò a risciacquare la lingua non nelle manzoniane acque dell’Arno, ma in quelle più vicine e corrosivamente inquinate del Lambro. Di fatto la conversazione con Massimo mi ha in ogni caso risvegliato riflessioni che si sono incrociate con altre già suggerite dai commenti in rete agli editoriali. Una è quella di constatare come la lettura per molti non sia fatta sulla base del testo, ma su quello che aprioristicamente si presuppone che l’estensore volesse dire, cosa spesso coincidente con il pensiero del lettore. A volte mi è capitato di vedere trasformare il senso di ciò che avevo scritto fino ad abbattere a livello zero quel minimo di speculazione che avevo tentato di trasmettere. Credo che questo sia il frutto da una parte della distrazione con cui affrontiamo la lettura, dall’altra dell’abitudine a non approfondire minimamente le nostre capacità di riflessione. Attitudine che si trasforma certamente in una lode a chi da oltre vent’anni lavora in modo indefesso per creare consumatori ed elettori inconsapevoli e arrendevoli, sfruttando soprattutto lo strumento televisivo. Al tempo stesso questa constatazione mi conferma della necessità che ognuno di noi faccia quanto in suo potere per ribilanciare la situazione. Ognuno di noi vuol dire tutti, compreso chi, come me, scrive per una rivista dedicata agli appassionati di fotografia e chi, come voi, la legge. Non credo, come non lo credevo da adolescente, di poter salvare il mondo, ma sono convinto che anche scattare una fotografi a per divertirsi possa diventare un esercizio di consapevolezza. Non credo che divertimento equivalga a girare l’interruttore del cervello su Off, come a molti fa comodo che accada. Dare sfogo alla propria passione può significare esercitare il proprio diritto di scelta, scoprire la consapevolezza di sé attraverso ciò che ci piace fare, imparare a manifestare la propria opinione su qualcosa e, prima ancora, imparare a farsi un’opinione e non a farsela fare.
Tutte cose che dovrebbero costituire il bagaglio esperienziale minimo di ognuno di noi, ma che invece non sempre mi capita di vedere esercitare, relegando (tanto per rimanere al nostro specifico) la fotografi a a una mera esibizione destinata a raccogliere il plauso di qualche amico reale o virtuale, perdendo di vista priorità ben più importanti. Per capire il senso di queste parole provate a guardare in modo critico gli interventi dei lettori sulla pagina di Facebook de IL FOTOGRAFO che per oltre il 98% non sono altro che la ricerca di una sterile esibizione del proprio lavoro in una pagina che in quanto molto frequentata, garantisce un po’ di visibilità in più. E a questo proposito consentitemi, prima di chiudere, di togliermi un sassolino dalla scarpa. Ad agosto abbiamo dichiarato il sostegno della rivista alla campagna di sensibilizzazione lanciata dal British Journal of Photography. Successivamente abbiamo chiesto, tramite la pagina Facebook e l’invio di oltre quattromila e-mail agli iscritti, di raccontare le esperienze in cui si sia subita una limitazione al proprio diritto di fotografare. Bene ci hanno risposto cinque persone a oggi. E di queste due o tre hanno espresso perplessità circa il fatto di occuparsi di avvenimenti accaduti in Gran Bretagna o sull’opportunità di preoccuparsi di certe sciocchezze. Pochi, davvero pochi sembrano aver compreso che in gioco non ci sono sciocchezze e tanto meno sciocchezze inglesi, mentre gli impliciti di certe azioni vanno ben oltre il diritto a fotografare ciò che si desidera... Anche per questo, Massimo, credo che fare un po’ di fatica per leggere l’editoriale de IL FOTOGRAFO e concedersi con meno fretta e maggiore consapevolezza, possa essere un primo, piccolo passo per iniziare la ricerca di una consapevolezza ogni giorno più necessaria e ogni giorno più lontana. Buona rilettura a tutti!
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sabato 1 agosto 2009
Not a crime


Amongst your friends is there by any chance any professional photographer? Maybe someone working as a photo-journalist? Well, if you are that lucky you can ask him (or her) how important the campaign promoted by his albionese colleagues from the British Journal of Photography is. Most of our readers live photography as a part playful, part self-referential activity, without realizing how serious the real challenges met (every day and on many levels) by professional photographers are. Actually, in addition to the present crisis in the publishing industry and the plummeting price of photographs (due to many different factors), in countries such as the UK many factions advocate new laws, meant to increase security with regulations targeting terrorism and pedophilia or aiming at protecting people’s privacy, but that, as a matter of fact, end up penalizing photographers, be they professionals or not. According to the British Journal of Photography, during demonstrations (of a political nature or otherwise) and concerts, authorities are actually filing attending professional and amateur photographers. According to the British Journal of Photography we have reached a point when even foreign tourists are targeted, as happened in the case of an Austrian father who, with his son, has been caught by the police in the act of shooting an important strategic target: Walthamstow bus station… So it seems the authorities are creating an ever-growing database. As to it being actually useful against terrorism, though, I am not so sure. A proof that our English colleagues are not being paranoid is the fact that, among the first to join the campaign denouncing this situation, are two photographers from Magnum photography agency, Stewart Franklin and Chris Steele Perkins. But what have these two photographic sons of the perfidious Albion come up with? First of all, they started with a sound and realistic consideration: if we concede that the issue raised by British Photographers is real, there is no use in working on a petition to be brought to the attention of the British Government, as they are responsible for the filing process in the first place. So they decided to make the general public aware using the Internet. That is why the British Journal of Photography is encouraging professional and amateurs photographers all over the word to participate in creating a collection of self-portraits with the captions I am not a terrorist and Not a crime. Will this accomplish anything? Probably nothing practical. When National interest is involved, no petition or campaign has ever or will ever change the stated safety concerns or any unstated hidden agenda. I do not feel overly confident about this project, however I believe whomever thinks you should be free to take pictures should give his or her contribution to this campaign, of course provided he or she approves of its goal. Even if I do not fool myself into thinking this kind of project can actually change the situation, I believe we should try and do something, at least to make as many people as possible aware of what is happening or could happen.
This kind of concern cannot, nowadays, be restricted to your own country. The fact this is happening in the UK does not mean it does not concern us. Freedom of expression (and it does not take too deep an analysis to realize that this is what we are talking about when we worriedly observe the government trying to limit our freedom to take pictures) is a privilege we all share. If we look at the world around us it is easy to see how such ideas could grow strong anywhere. Maybe we cannot stop them, but at least we can do our part in making people aware of what is happening or could happen. When someone is trying to force a Nation into a course of action, just exposing their plan can be a powerful defense. I encourage all of you to join the British Journal of Photography’s campaign by loading a self-portrait with the abovementioned caption on your Flickr account and then join the Not a Crime group and load your self-portrait there too. I already did.

Tra i vostri amici c’è per caso qualcuno che fa il fotografo professionista? Magari dedicandosi allo specifico al fotogiornalismo… Beh se avete questa fortuna potete chiedere a lui quanto sia importante la campagna che stanno promuovendo gli albionici colleghi di British Journal of Photography. La maggior parte dei nostri lettori vive la fotografia come un’attività a metà strada tra il ludico e l’autoreferenziale senza rendersi conto della gravità delle problematiche reali che i professionisti sono costretti a vari livelli ad affrontare quotidianamente. Di fatto oltre alla crisi dell’editoria, al crollo dei prezzi delle immagini dovuto a svariate concause, in paesi come il Regno Unito vengono da più parte invocati provvedimenti legislativi, che mirano a incrementare il livello di sicurezza con leggi e regolamenti anti-terrorismo piuttosto che contro la pedofilia o a difesa della privacy dei singoli, che di fatto finiscono per penalizzare i fotografi professionisti e non. Secondo quanto denuncia il British Journal of Photography, in occasione di eventi come manifestazioni, sia politiche sia di altra natura, o concerti si procederebbe a una schedatura di fatto dei fotografi presenti, professionisti e non. Secondo il British Journal of Photography si sarebbe arrivati al punto di prendere di mira perfino i turisti stranieri, come nel caso di un padre austriaco che, in compagnia del figlio, sarebbe stato sorpreso dalla polizia a fotografare un importante obiettivo strategico, ovvero la stazione dei bus di Walthamstow… In questo modo si verrebbe creando giorno dopo giorno un archivio sempre più consistente della cui utilità antiterrorismo, mi sia consentito di dubitare. A riprova che non si tratti di un atteggiamento paranoico dei colleghi inglesi il fatto che tra i primi ad aderire alla campagna di denuncia contro questa situazione ci sono due fotografi dell’Agenzia Magnum, Stewart Franklin e Chris Steele Perkins. Ma cosa si sono inventati questi fotografici figli della perfida Albione? Innanzitutto sono partiti da una sana e realistica considerazione: se si assume per vero il contenuto della denuncia dei fotografi inglesi, va da sé che sarebbe perfettamente inutile impegnarsi in una petizione da presentare al governo, essendo questo il mandante della schedatura. Per cui avrebbero deciso di operare in direzione della sensibilizzazione di massa effettuata per mezzo della rete. Per questo motivo il British Journal of Photography ha chiesto ai professionisti e agli appassionati di tutto il mondo di partecipare a una campagna finalizzata alla creazione di una sorta di archivio di immagini di autoritratto in cui compaiono le scritte I am not a terrorist e Not a crime (Non sono un terrorista e Non è un crimine). Servirà a qualcosa? Di pratico probabilmente no. Di fronte al richiamo alla ragion di stato non ci sono mai state e mai ci saranno petizioni o campagne di sorta in grado di alterare evidenti motivazioni di sicurezza o più celati interessi di altro genere. Non mi sento di essere insomma particolarmente fiducioso nei confronti di questa iniziativa, ciò non di meno ritengo sia dovere di chiunque abbia a cuore la libertà di poter fotografare, partecipare con il proprio contributo, qualora ovviamente ne condivida le finalità. Pur non illudendomi che operazioni del genere siano infatti in grado di cambiare lo stato delle cose, credo che si debba tentare di far qualcosa, come minimo per rendere il maggior numero di persone possibili coscienti di quanto accade o c’è il rischio che accada. E questo discorso al giorno d’oggi non può essere fondato su valutazioni di tipo nazionale. Non si può pensare che se accade nel Regno Unito non ci riguarda. La libertà di espressione, perché se scaviamo nemmeno troppo in profondità di questo stiamo parlando quando osserviamo con preoccupazione manovre tese a limitare l’esercizio della fotografia, è un bene di tutti. E se ci guardiamo intorno non è difficile comprendere che idee del genere potrebbero attecchire facilmente ovunque. Forse non possiamo fermarle, ma almeno possiamo contribuire a che si abbia coscienza di ciò che accade o potrebbe accadere. E ci sono poche cose in grado di deprivare un’azione di coercizione, come la coscienza della sua natura. L’invito è quindi quello a partecipare alla campagna del British Journal of Photography, caricando un autoritratto con la relativa scritta sul proprio account di Flickr, per poi iscriversi al gruppo Not a Crime) e caricare anche qui l’autoritratto. Io l’ho già fatto.

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lunedì 13 luglio 2009
Arles 2009: «C'est pas grave»
Chi ha la sfortuna di conoscermi personalmente, tramite la rivista attraverso le pagine di questo blog, lo sa perfettamente: Iovine è un gran rompicoglioni. E fin qui niente di nuovo, come non c'è niente da sorprendersi se andando, il suddetto Iovine, a fare un giro ai Rencontres di Arles, ne sia tornato con notevole delusione generale e un bel po' di osservazioni sull'approssimazione generalizzata dell'edizione 2009. C'è anche da dire che su tutto gioca forse anche un umore fortemente condizionato dalle dieci ore di viaggio in coda tra Arles e Milano per il rientro a casa. Premetto quindi che non ho visto solo cose negative, ma solo di queste ultime parlerò, omettendo per il momento altro e accentuando la sensazione di negatività riportata da questa esperienza. A questo proposito si potrebbe iniziare dalla pantomima messa in scena all'ingresso di ogni mostra al momento di controllare con moderni scanner portatili che avrebbero dovuto leggere i codici a barre presenti sul retro dei pass di accredito stampa. Al primo tentativo di ingresso una solerte signorina di colore ha spiegato che l'accesso di quel passi era già avvenuto con quel pass... che era stato ritirato non più di dieci minuti prima all'ufficio stampa... Una collega della solerte signorina di cui appena detto, è intervenuta allora con un salomonica «C'est pas grave» dal momento che con il pass stampa è consentito l'accesso a tutte le mostre per tutte le volte che si desidera. Negli ingressi successivi alle rimanenti sessantacinque mostre in programma la litania del «C'est pas grave» si è ripetuta con poche varianti e qualche suggerimento implicitamente rivolto all'igiene personale in quanto la sozzura trasferita per sfregamento del passi sul torace sarebbe stata responsabile dell'impossibilità di lettura da parte dello scanner... Anche se continuo a pensare che il fatto che le rare volte in cui lo scanner ha funzionato è stato sempre quando veniva tenuto a distanza maggiore dal codice a barre, non fosse del tutto casuale... e che cavoli quella mattina la doccia l'avevo ben fatta prima di uscire dall'albergo!




Dall'alto:
Ecco come si presentava al pubblico un'immagine della mostra At dusk (Au crepuscule) di Boris Mikhailov.
Didascalia dalla mostra Scales, Maquette/light: Tautology of the image di Naoya Hatakeyama.
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domenica 28 giugno 2009
20 luglio 1969


Impronte di calzature umane sono visibili in moltissime immagini scattate a partire dal 20 luglio 1969 sul suolo lunare e rese pubbliche per testimoniare che l’Uomo aveva realmente posato il proprio piede al di fuori del suo pianeta d’origine. Le impronte sono in primo piano o defilate sullo sfondo di bandiere, ritratti a figura intera degli astronauti che espongono il loro corpo alla contestualizzazione dell’ambiente, sono intorno al modulo lunare, intorno al veicolo utilizzato per il trasporto, più evidenti di quelle delle ruote stesse. Sono segni di piccoli passi di uomo, giganteschi passi per l’umanità, per mutuare la ben studiata frase di Armstrong, e ci accompagnano nell’opera di convincimento e dimostrazione, incarnano il valore probatorio dell’immagine fotografica che testimonia che davvero l’essere umano è stato sulla Luna. Non va dimenticato che l’esplorazione della Luna si è svolta in un clima di Guerra fredda. Uno scontro in cui entrambe le due Nazioni volevano dimostrare la propria superiorità al mondo. Motivo principale per cui i detrattori dell’esplorazione lunare hanno saputo o voluto riconoscere nelle immagini fotografiche le prove certe della colossale truffa intentata dalla Nasa e dal Governo degli Stati Uniti nei confronti dell’umanità. Non intendo ora entrare nel merito delle tesi dei sostenitori o dei detrattori del grande complotto. Spesso le stesse immagini possono essere lette sia a favore sia contro entrambe le tesi, senza contare che probabilmente per poter esprimere un giudizio degno di una qualche attendibilità si dovrebbe poter avere accesso ai negativi originali, cosa che indubbiamente non è appannaggio di molti per ovvi motivi. Ma più che perdersi in diatribe più o meno sterili mi sembra più interessante analizzare l’iconografia proposta. Le immagini diffuse, che ci risparmiano i numerosi scatti tecnicamente improponibili, presentano l’uomo sulla superficie lunare, le sue impronte e gli strumenti della tecnologia che hanno permesso l’impresa, oltre ovviamente all’inversione di visione dovuta che ci presenta un cielo in cui al posto della Luna compare la nostra vecchia cara Terra. Mi pare interessante a questo punto della riflessione fare un salto nell’analisi iconologica abbandonando per un attimo quella iconografica, per altro ampiamente compiuta e dibattuta tanto dai detrattori-colpevolisti quanto dai sostenitori della tesi dell’avvenuto sbarco sul Satellite. Se si giudica cioè in base alle immagini note, si ha l’impressione che la selezione operata abbia cercato di introdurre quante più certezze fosse possibile. La rappresentazione è fatta spessissimo di movimenti finiti e non in divenire o in fase iniziale. È come se il gesto volesse rafforzare attraverso l’immagine il messaggio introducendo una quasi puerile certezza sugli esiti. Non ci devono essere dubbi su cosa è successo perché non si deve poter dubitare che è accaduto. L’impronta del piede per definizione indica la contiguità tra il qualcosa che la produce e il risultato di tale contiguità sul terreno. La luce radente e dura rinforza, grazie anche agli opportuni ancoraggi massmediatici, il senso di alterità rispetto al contesto che si prova osservando l’immagine. I segni si sommano, la ridondanza impera: la forma dell’impronta, l’aspetto polveroso del suolo, le ombre dure sintomatiche di una luce per nulla diffusa dalla presenza di atmosfera. Non a caso la prima immagine della terza parte di The first Lunar Landing, ovvero la sezione in cui si parla più diffusamente dell’attività umana sul suolo lunare nel corso della missione Apollo 11, si apre proprio con la fotografia di un’impronta di astronauta, peraltro estrapolata con estrema probabilità da un fotogramma di dimensioni maggiori.
C’è poi la bandiera per antonomasia quando si parla di America: quella Stars and Stripes, il simbolo attorno al quale si riesce ad adunare una popolazione fornendole un elemento tangibile per mezzo del quale possa riconoscere una comunanza di intenti, ideali e valori.
Sotto il profilo iconologico, Robert Frank ha costruito intorno a questo iridescente pezzo di stoffa l’ossatura del suo The Americans, sovvertendone i valori istituzionali e trasformandoli in un simbolo negativo della onnipresenza condizionante dello stato. Ma nell’accezione comune rimane simbolo di valori positivi. Nelle foto della prima missione lunare la bandiera è importante perché sottolinea il successo: l’uomo è arrivato sulla Luna, ma non un uomo qualsiasi è l’Americano con la sua cultura di libertà per la cui difesa la tecnologia di successo, quella che gli ha consentito di arrivare fin lì, potrebbe, trasformarsi in tecnologia di distruzione.
Nel gesto compiuto del piantare la bandiera in un suolo calpestato per la prima volta dall’uomo, c’è anche l’antica memoria coloniale di presa di possesso del territorio in nome della Nazione, che in questo caso si propone non tanto la Nazione Stati Uniti d’America, quanto piuttosto come latrice dei valori dell’Umanità intera («That’s just a small step for a man, one giant leap for mankind»).
Ci troviamo contemporaneamente di fronte all’antico gesto dei conquistadores e a quello emulato il 23 febbraio 1945 dai marines per l’obiettivo di Joseph Joe Rosenthal, autore della celeberrima Raising the Flag on Iwo Jima, una delle icone del secondo conflitto mondiale. Non si può poi non rimarcare il modo in cui l’iconografia classica sull’argomento sia stata ricalcata, attingendo da una parte alla letteratura di fantascienza, assai sviluppata tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dall’altra a tradizioni ben più diffuse, come la letteratura fantastica. Basti pensare ai viaggi ipotizzati da Jules Verne o alla tradizione fumettistica. 
Proprio in questi giorni ad esempio mi è capitato sotto gli occhi un vecchio albo di Tin Tin, il noto personaggio del belga Hergé intitolato Uomini sulla Luna e pubblicato quindici anni prima dello sbarco sul Satellite.
A eccezione della bandiera, gli altri elementi sono tutti presenti: le impronte, il momento della discesa sul suolo lunare, la terra vista dal satellite, il rapporto con la macchina simbolo di tecnologia che ha permesso il viaggio. Insomma l’iconografia sull’argomento non ha fatto altro che percorrere territori consolidati e certi nell’immaginario collettivo.
n. 207 - luglio 2009
Dall'alto:
La terza pagina dedicata alla prima esplorazione Lunare dal sito della Nasa.
Armstrong e Aldrin piantano la Bandiera statunitense sul suolo lunare.
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martedì 2 giugno 2009
La biblioteca delle immagini mai viste
«Le immagini non sono più quelle di un tempo. Impossibile fidarsi di loro. Lo sappiamo tutti. Lo sai anche tu. Mentre noi crescevamo le immagini erano narratrici di storia e rivelatrici di cose. Ora sono tutte in vendita con le loro storie e le loro cose. Sono cambiate sotto i nostri occhi. Non sanno più come mostrare noi. Hanno dimenticato tutto. Le immagini vengono vendute al di là del mondo, Winter, e con grossi sconti. [...] Io amo davvero questa città. Lisboa… e c’è stato un tempo che io veramente l’ho vista di fronte ai miei occhi. Ma puntare una cinepresa è come puntare un fucile e ogni volta che la puntavo mi sembrava come se la vita si prosciugasse dalle cose. E io giravo, giravo, ma ad ogni colpo di manovella la città si ritraeva. Svaniva sempre di più, sempre di più. Come il gatto di Alice. Nada. Stava diventando insopportabile. Dio lo spavento che mi ha preso. A questo punto ho cercato il tuo aiuto. E per un po’ ho vissuto con l’illusione che il suono potesse salvare il giorno, che i tuoi microfoni potessero strappare le mie immagini dalle loro tenebre. No, non c’è speranza. Non c’è speranza per nulla, Winter. Non c’è speranza, Ma questa è la strada Winter e io voglio percorrerla. Ascolta. Un’immagine che non sia stata vista non può svendere nulla. È pura e perciò vera e meravigliosa. Insomma innocente. Finché nessun occhio la contamina è in perfetto unisono con il mondo. Se nessuno l’ha guardata, l’immagine e l’oggetto che rappresenta, sono uno dell’altra. Sì, una volta che l’immagine è stata vista l’oggetto che è in essa muore. Ecco, Winter, la mia biblioteca delle immagini non viste. Ognuno di questi nastri è stato girato senza che nessuno guardasse attraverso la lente, Nessuno li ha visti mentre venivano impressi. Nessuno, dopo, che li abbia controllati. Tutto quello che ho ripreso, l’ho ripreso alle mie spalle. Queste immagini mostrano la città com’è e non come vorrei che fosse. Insomma queste sono nel primo dolce sonno dell’innocenza. Pronte per essere scoperte da generazioni future con occhi diversi dai nostri. Non preoccuparti amico saremo morti da un pezzo».
Sono le parole che nel 1994 Wim Wenders fa rivolgere da Friedrich Munro all’amico Philip Winter quando lo accoglie nella sua biblioteca delle immagini mai viste, verso la fine di Lisbon Story.
Ovviamente il discorso si rivolge primariamente al ruolo del cinema e ai suoi linguaggi, ma non si fa certo una gran forzatura accoglierlo nella prospettiva delle immagini fisse. Alla base posiamo trovare la chimera della rappresentazione del reale in fotografia. Ovvero un concetto che si scontra da sempre con l’ineludibile processo di selezione operata dal fotografo tanto nella dimensione spaziale quanto in quella temporale nel momento in cui sceglie la propria inquadratura e l’istante dello scatto. La chiave di lettura di questo duplice atto è proprio la volizione implicita e determinante che disvela l’insieme dei processi di formazione cognitiva e culturale di ogni singolo individuo. In altre parole ognuno di noi è il risultato del cammino svolto nel corso della propria esistenza. Ognuno di noi compie un percorso durante il quale incontra concetti e idee che finisce per assimilare e metabolizzare in modo più o meno complesso e coerente. Tutto questo determina in noi una precisa identità culturale attraverso la quale viene filtrato il quotidiano. E sarà proprio questo filtro a fornire i codici interpretativi del reale determinando quella trascrizione iconografica che strumentalmente è determinata e definita dalla scelta dell’inquadratura e dell’istante dello scatto. In quest’ottica appare quindi impossibile pensare a un’oggettività dell’immagine fotografica, anche solo presumibile. Forse in questo sta il fascino della provocatoria tesi esposta da Wenders circa il preservare la purezza di immagini attraverso l’assenza di un’azione cosciente dell’operatore che le acquisisce e l’assenza di una visione a posteriori. Una provocazione interessante di sicuro, ma non per questo priva di ambiguità. Che succede ad esempio se proviamo a spostare il baricentro della questione su un livello di applicazione pratica come quello della documentazione iconografica di tipo giornalistico? Quale ruolo finirebbe per assumere chi materialmente effettua le riprese? Fino a che punto, pur non osservando le immagini, sarebbe in grado di non influenzarne il contenuto? A livello di mera speculazione teorica perché il processo assuma una reale valenza di purificazione delle immagini nell’accezione wenderiana, le riprese dovrebbero essere realizzate in modo completamente meccanico. Ma, in ultima analisi, perché una macchina funzioni è necessaria una programmazione di qualche tipo. Cosa questa che farebbe immediatamente porre un quesito circa il livello di influenza della programmazione sul risultato finale. E poiché allo stadio attuale della tecnologia concepibile, la programmazione sarebbe effettuata da un essere umano, ritorneremmo a chiederci fino a che punto l’uomo non influenzerebbe il risultato finale con la scelta dei parametri da applicare. Ma anche ammettendo di poter ripulire il campo da obiezioni di questo genere, si porrebbe un altro genere di problematica. Supponiamo che sia stato possibile realizzare immagini pure, sempre nell’accezione teorizzata nel film di Wenders. Supponiamo anche che giungano a un pubblico futuro, avrebbe questo gli strumenti per evitare fraintendimenti culturali derivanti dalla sovrapposizione di moduli interpretativi non coerenti con quanto rappresentato nelle immagini? Ovvero fino a che punto i modelli culturali, che si sono sviluppati nell’arco di tempo tra l’acquisizione e la visione, sarebbero in grado di interpretare correttamente le immagini? Non si deve dimenticare infatti che se l’immagine è un testo, ovvero è latrice di un messaggio, perché esista comunicazione è necessario che esista un ricevente dello stesso in grado di decodificarlo. Allo stato attuale delle cose, e prevalentemente in ottica fotogiornalistica, possiamo presumere la faziosità di un operatore dell’immagine e comportarci in conseguenza nella valutazione delle immagini. Nella valutazione si devono tenere presente il senso etico che spinge a fare determinate scelte e avere informazioni circa le posizioni dell’autore. In una teorica dimensione wenderiana il problema si sposterebbe direttamente sull’interprete con qualche problema in più derivante dallo sfasamento cronologico tra visione e acquisizione. Si potrebbe dire che in quel modo si ridurrebbe al cinquanta per cento il problema interpretativo, ma sinceramente preferisco auspicare un lavoro doppio di decodifica, in cui però si tenga primariamente conto del valore della sfera dell’etica professionale. Se penso quindi alla mesta realtà contemporanea del fotogiornalismo preferisco dover fare i conti con la conoscenza dell’autore per inquadrarne il pensiero e il lavoro, piuttosto che con l’asetticità di una ripresa meccanica di cui non sarò mai in grado di discriminare la percentuale di casualità o di determinazione aprioristica. Certo il discorso fatto da Wenders e dai suoi sceneggiatori mirava ad altri ambiti comunicativi. Ma è interessante notare come dimostri al suo interno una profonda incoerenza assoggettata alle leggi di mercato. Mentre infatti si teorizza una purezza delle immagini e si tuona contro la loro svendita, si è contemporaneamente vittime di una tempesta di product placement, ovvero di apparizioni... casuali di prodotti commerciali chiaramente identificabili. E per quanto sia comprensibile e giustificabile come fonte di finanziamento della produzione, non credo si possa dire che si tratta di immagini pure.
Sandro Iovine
n. 206 - giugno 2009
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lunedì 4 maggio 2009
12 photographers selected for Joop Swart Masterclass 2009 - 12 fotografi selezionati per il Joop Swart Masterclass 2009

Twelve young photographers have been selected to come together with a group of masters for the 16th annual World Press Photo Joop Swart Masterclass to be held from 31 October to 6 November 2009 in Foam_Fotografiemuseum, Amsterdam. The 12 participants were selected among 179 candidates who had been nominated to submit their portfolios. During the masterclass meeting in November, the participant photographers will interact with six prominent experts, discussing technical, journalistic and ethical aspects of their work. The photographers selected are: Kathryn Cook (USA), Matt Eich (USA), Simona Ghizzoni (Italy), Sohrab Hura (India), Benedicte Kurzen (France), Don McNeill Healy (Ireland), Mads Nissen (Denmark), Kosuke Okahara ( Japan), Ali Akbar Shirjian (Iran), Gihan Tubbeh (Peru), Dirk-Jan Visser (The Netherlands) and Alvaro Ybarra Zavala (Spain). The participants were selected by an independent, international selection committee consisting of: Walter Astrada (Argentina) freelance photographer, Nan Goldin (USA) art and documentary photographer, Jan Grarup (Denmark) photographer Noor, Santiago Lyon (USA) director of photography The Associated Press, Jenny Smets (The Netherlands) photo editor Vrij Nederland, Anne Tucker (USA) curator of photography The Museum of Fine Arts, Houston.
Dodici giovani fotografi sono stati selezionati per far parte del gruppo di master del sedicesimo World Press Photo Joop Swart Masterclass che si terrà dal 31 ottobre al 6 novembre 2009 presso il Foam_Fotografiemuseum di Amsterdam. I dodici partecipanti sono stati selezionati tra 179 candidati scelti previo presentazione di un portflolio. Durante il masterclass in novembre i partecipanti potranno interagire con sei eminenti esperti, discutere degli aspetti tecnici, giornalistici ed etici del proprio lavoro.I fotografi selezionati sono: Kathryn Cook (USA), Matt Eich (USA), Simona Ghizzoni (Italia), Sohrab Hura (India), Benedicte Kurzen (Francia), Don McNeill (Irlanda), Mads Nissen (Danimarca), Kosuke Okahara (Giappone), Ali Akbar Shirjian (Iran), Gihan Tubbeh (Perù), Dirk-Jan Visser (Olanda) e Alvaro Ybarra Zavala (Spagna). I partecipanti sono stati selezionati un comitato internazionale indipendente composto da Walter Astrada (Argentina) fotografo freelance, Nan Goldin (USA) fotografa artista e di documentazione, Jan Grarup (Danimarca) fotografo dell'Agenzia Noor, Santiago Lyon (USA) direttore del settore fotografico dell'Associated Press, Jenny Smets (Olanda) photo editor di Vrij Nederland, Anne Tucker (USA) curatrice della sezione fotografia del Museum of Fine Arts di Houston.
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giovedì 30 aprile 2009
L’albero dell’autorialità
Buona Pasqua. Sembrerebbe l’incipit più naturale trovandosi a scrivere la mattina di domenica 12 aprile, Pasqua di Resurrezione 2009. Ma non è affatto quel che si dice un attacco vincente. E non solo perché quando verrà letto, sarà passato quasi un mese dalla sua stesura e non potrà che risuonare stantio, ma soprattutto perché la festa di Resurrezione difficilmente potrà essere ricordata come una buona giornata, considerati i tragici accadimenti d’Abruzzo. Mentre scrivo sono passati sei giorni dalla scossa che in pochi istanti ha lasciato decine di migliaia di persone senza più nulla o quasi di ciò che possedevano e con l’incombenza di dover procedere alla conta dei propri morti. Stampa, emittenti radiotelevisive e siti web sono ancora spazzati da una mareggiata di informazioni e servizi su quanto accaduto. Ma dopo sei giorni la forza delle onde che si abbattono sui lettori/spettatori si è già indebolita. Facile prevedere che la tempesta sia destinata a placarsi in breve tempo. E allora potremo affogare definitivamente l’accaduto nelle acque placide dell’oblio. Inutile e banale constatare come nel nostro sistema di informazione una notizia venga consumata in tempi brevissimi indipendentemente dalla sua rilevanza. Mi chiedo anche se valga la pena di dedicarsi all’analisi di come la notizia sia stata gestita. Tutto questo sproloquio e quello che seguirà nascono da alcuni post letti stamattina non appena connesso il computer a Twitter, la nota piattaforma di microblogging. Dopo un paio di post che rimandavano alle foto di Contrasto e Reuters sul terremoto d’Abruzzo, si poteva infatti leggere: «Davide Monteleone sembra aver firmato l'unico reportage fotografico dal taglio più autoriale» e a seguire «... ma c'è da dire che le immagini pubblicate non raggiungono alti livelli». Sono rimasto colpito perché, non più tardi dell’altro ieri stavo discutendo con il mio alter ego redazionale, Laura Marcolini, dell’opportunità di dedicare l’editoriale del numero di maggio proprio all’impiego della fotografia nel caso del terremoto in Abruzzo. Tecnicamente parlando le conclusioni esposte nei micropost, sono nella sostanza analoghe alle mie. Forse avrei sprecato un numero maggiore parole, ma alla fine il senso sarebbe stato lo stesso. Quindi: onore alla sintesi. Ma il punto è un altro e sta tutto in quell’aggettivo, autoriale, che dubito avrei messo sul piatto della bilancia. Non perché non riconosca a certi fotografi il titolo di Autore, ma perché ho visto sbandierare il problema dell’autorialità da troppi. In particolar modo da coloro che, occupandosi di quella che autodefiniscono fotografia colta (ovvero quella di paesaggio, territorio, architettura e ricerca) e han tutta l’aria di voler intendere che la qualità di colto sembri essere attributo del genere praticato e non dei modi in cui viene interpretato. Naturalmente le identificazioni appena utilizzate in parentesi, appariranno a un lettore attento banalizzanti e approssimative, ma purtroppo qui non ci sono gli spazi sufficienti per addentrarsi in distinzioni e specifiche. Perché dunque me la prendo con l’autorialità? Mi limiterò a un solo esempio fra quelli che mi vengono in mente per chiarire come a mio avviso certi termini possono risultare ridicoli quando sono utilizzati per cercare di nascondere o elevare artisticamente una banale realtà di mercato. In una nota galleria milanese tempo fa ho avuto il piacere di assistere all’entusiastico prostrarsi di un Artista al dictat di un fantomatico collezionista che aveva posto come condizione all’acquisto dell’opera che questa venisse ristampata su superficie lucida invece che opaca. La cosa triste è che fino a pochi istanti prima l’Artista in questione si era riempito la bocca di autorialità e intangibilità dell’opera d’arte. Ma chissà, forse davanti alla prospettiva dell’assegno si sarà consolato pensando che in fondo un vero Artista, latore di autorialità, non vede certo stravolgere il suo pensiero creativo solo perché si smonta a piacere dell’acquirente tutta l’elaborazione prodotta in fase di edizione dell’opera scegliendo un supporto opaco. Tornando a noi, ma soprattutto ad alcune tendenze del fotogiornalismo di recente affermate, progettualità, consapevolezza e autorialità sembrerebbero essere il viatico per un passaggio dalla condizione di giornalisti a quella di Artisti. Il biglietto d’ingresso per accedere a quelle gallerie dove si possono finalmente vendere fotografie nate per informare a prezzi che nessun editore si sognerebbe mai di pagare. Business is Business, soprattutto se a promuoverlo sono le agenzie fotografiche legittimamente a caccia di nuovi clienti-committenti al di fuori del consolidato ed esangue mercato editoriale. Il fotogiornalismo deve rinnovarsi, magari diventare consapevole, progettuale, autoriale appunto. Deve adeguarsi a nuovi media e a nuove tecnologie, fronteggiare la crisi di un mercato editoriale che acquista sempre più foto singole e sempre meno storie complete. Certo che il fotogiornalista deve essere consapevole e in grado di manifestare progettualità, ma per raccontare onestamente alla gente ciò che accade, non per perdere la propria identità in funzione dei contesti esterni, ovvero della committenza e dei modelli di prestigio che questa propone o impone. Dichiarare che attraverso consapevolezza e progettualità usate per denotare un lavoro pagato da un’azienda si sta facendo fotogiornalismo mi pare azzardato. Non si va più in direzione della notizia quando si affronta un reportage in cui è avvertibile la presenza di un’azienda, ma all’opposto verso l’interesse del committente, dell’agenzia, dei galleristi, dei fotografi, dimenticando il diritto all’informazione del pubblico. E non basta dire a posteriori «Io lo chiamo reportage» di fronte a una produzione con i soggetti messi in posa da due fotografi e sei assistenti. È senz’altro un ottimo lavoro fotografico, ma non è fotogiornalismo. Onore alla capacità imprenditoriale, ma chiamiamo le cose con il loro nome: marketing piuttosto che pubblicità. Di recente alla Triennale di Milano l’organizzazione di un concorso per giovani talenti creativi, in fase di accredito, ha offerto una banconota da un dollaro utilizzabile per l’acquisto del futuro catalogo. Funzionale. Si fa ricordare, colpisce, ma ho difficoltà a credere che l’uso del simbolo dollaro non implichi un messaggio ben preciso. Nel prosieguo della serata è stato teorizzato il new deal del fotogiornalismo, denotato dalla consapevolezza e dalla progettualità, ma connotato dalla committenza aziendale. Provate a mettere insieme le due cose... Non so voi, ma io sono in preda a un sano terrore. Non sottovalutiamo segnali del genere. Il passo che unisce consapevolezza e progettualità ad autorialità è breve. Siamo di fronte a fattori che incidono direttamente sull’informazione e quindi influenzano sia i processi di creazione di una coscienza di autorappresentazione sia il coinvolgimento al potere delle masse. Non dovrebbe dimenticarlo soprattutto chi produce informazione e troppo spesso tende invece a essere succube di certi mentori di autoriale e consapevole progettualità. Restiamo vigili perché a volte da piccoli semi nascono grandi alberi, ma non sempre sono alberi del bene. E la storia insegna che a volte per abbattere certi alberi possono essere necessari anche una una ventina d’anni e sacrifici innominabili.
Sandro Iovine
n. 205 - maggio 2009
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