domenica 2 ottobre 2016

Addio REFLEX!

Il numero 438/settembre 2016 di FOTOGRAFIA REFLEX è stato l'ultimo in edicola

Aprile 1980. Verba volant, schiaffa etiam. È la scritta che campeggia nella parte alta della porta che da sul corridoio. Sono in piedi, appena oltre la soglia della della III C. La primavera a Roma si fa sentire ai primi di aprile del 1980. Di lì a un paio di mesi avremo fatto i conti con la maturità. 
Aspettiamo l'inizio delle lezioni e io sfoglio il primo numero di REFLEXuna rivista appena uscita. La dirige Giulio Forti, già direttore di Fotografare che compravo dall'estate del 1974, poco prima di entrare al liceo. Da quando Forti ne aveva lasciato la direzione però mi piaceva molto meno. Per questo aspettavo con ansia il primo numero di REFLEX.

In qualche modo ero legato alla firma di Giulio Forti da prima ancora di iniziare a comprare Fotografare. Quando ero più piccolo, abitavo proprio di fronte alla redazione di Fotografare e indirettamente avevo già avuto a che fare con Giulio Forti. Una vicina aveva trovato in strada il portafogli che aveva perduto e glielo aveva restituito. Lui per ringraziare le aveva regalato alcuni libri che aveva scritto. E siccome la vicina in questione non aveva interesse per la fotografia, i libri erano finiti nelle mani del piccolo Iovine appassionato di fotografia fin da prima di essere adolescente.

La rivista promette, penso in piedi all'ingresso della III C del liceo ginnasio Torquato Tasso di Roma. Certo anche a 19 anni appena compiuti e con nessuna esperienza di giornalismo, mi appare immatura. Migliorerà, ne sono sicuro, ma mi sarei aspettato qualcosa in più. 

Ancora non posso immaginare che da lì a poco più di nove anni varcherò la soglia della redazione di REFLEX e mi metterò seduto a un tavolo nella stanza di Marco Bastianelli per il mio periodo di prova come redattore. Non potevo immaginare il terrore di fronte alla prima notizia da scrivere: dieci righe su dei nastri magnetici per videocamere, se ricordo bene. Tantomeno potevo supporre che ci sarei rimasto per nove anni in quella redazione, fino al 1998 quando mi sono trasferito a Milano. E che alcuni concetti imparati più o meno 25 anni fa continuano a farmi da guida oggi nel lavoro.

30 settembre 2016. È sera, saranno le 20 circa. Sono a Milano in attesa di cenare. Mi segnalano via Skype un post di Giulio Forti sulla pagina Facebook di FOTOGRAFIA REFLEX (negli ultimi 36 anni il nome della testata è cambiato). È stato scritto 52 minuti prima. «Anche le belle storie, a volte finiscono –esordisce Giulio– Quella di FOTOGRAFIA REFLEX è durata 36 anni ricchi di interesse, passione e trasformazioni». 
Mi dispiace, mi dispiace davvero. È perfino banale dire che quando chiude una testata è sempre una pessima cosa. Soprattutto se di lavoro fai il giornalista o qualcosa di simile. Ma dispiace ancora di più veder sparire una testata per cui hai lavorato. Peggio quella in cui hai imparato il mestiere che ancora fai. 

Sono cambiate tante cose da quell'aprile 1980 e forse è normale e perfino giusto che sia così. Ma è difficile non ripensare ai giorni passati in quella redazione al primo piano in via di Villa Severini (la sede della EDITRICE REFLEX prima dell'attuale in via Achille Lória). 
La decisione è presa e REFLEX non sarà più in edicola. Andiamo avanti, ma è il momento di pronunciare quei ringraziamenti mai fatti. 
Ringrazio Giulio per aver scelto il mio curriculum in quel lontano 1989. Ringrazio Marco che non è più con noi per avermi insegnato a scrivere un pezzo battendolo direttamente sulla tastiera senza prima scriverlo a penna. Ringrazio Eugenio per avermi dato amicizia e consigli quando mi sentivo perso. Ringrazio Sergio per aver impaginato con pazienza quello che producevamo e avermi insegnato come si fa girare il lavoro. Ringrazio Maurizio per avermi insegnato il rigore nella professione e avermi poi accolto a Milano. Grazie a Michele che mi ha fatto capire l'importanza del sapersi difendere sul lavoro. Grazie a Mimmo che mi ha fatto capire che la fotografia non è solo tecnica, ma soprattutto cultura. E ancora grazie a Teresa e Nazzarena per la pazienza e la discrezione con cui ci passavano le telefonate e a Marilena e Patrizia per aver fatto in modo che lo stipendio arrivasse sempre puntuale. E infine grazie anche Luca, con cui non ho potuto lavorare perché all'epoca era ancora un adolescente, ma che mi ha confortato con la sua simpatia nei viaggi di lavoro degli ultimi anni.
Bando alla tristezza. Si va avanti!

PS - Giulio non so se leggerai mai queste righe, ma spero che, se ti dovesse capitare di finire su questa pagina, apprezzerai che REFLEX lo scrivo ancora maiuscolo con un corpo inferiore rispetto al testo. Come hai sempre voluto tu 😉 



martedì 13 settembre 2016

Siamo tutti "Charlie"... con i morti degli altri

L'immagine di apertura dell'articolo pubblicato su FPmag.
Sono le 10,50 di martedì 13 settembre 2016. Su FPmag è stato appena pubblicato un mio articolo (questo il link: Non siamo più Charlie) sulle reazioni alle vignette di dubbio gusto di Charlie Hebdo sul terremoto che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto 2016.

Sono quasi certo che le mie osservazioni, peraltro tutt'altro che originali, su quanto accaduto scatenino la classica tempesta nel bicchier d'acqua. Se non fosse che non scommetto per principio, sarei quasi disposto a investire una certa somma di denaro sull'eventualità tutt'altro che remota che quanto ho scritto venga frainteso da tutte le parti. Mi aspetto ci che qualcuno interpreti il breve pezzo come uno sfogo sdegnato nei confronti dei satirici francesi e nello stesso tempo qualcun altro interpreti il pezzo come una miserabile difesa del loro operato.

Non sarebbe la prima volta e non sarà l'ultima. La speranza è solo di provare a suscitare un minimo di riflessione in qualcuno, indipendentemente dalle conclusioni cui poi arriverà.

Per la cronaca il pezzo non è ne un attacco a Charlie Hebdo ne tantomeno una sua difesa. Per il resto staremo a vedere cosa succede in attesa della diffusione sui social network.


mercoledì 7 settembre 2016

Il ritorno delle letture portfolio

Durante la lettura portfolio di Fotoleggendo 2016 a Roma. © Stefania Biamonti/FPmag.
Il tempo da dedicare al blog è sempre di meno e i risultati si vedono quando si da un'occhiata alla cadenza di pubblicazione. È stata necessaria una pausa in attesa dell'inaugurazione di Kaunas Photo 2016 e la prospettiva della lettura portfolio da fare domani per riprendere in mano questa pagina. Come dicevo qualche considerazione è sorta spontanea nel momento in cui mi sono reso conto di trovarmi in un albergo bizzarro (dove per capirci non ti chiedono i documenti, mentre se compri una birra al supermercato devi esibirli...) a circa 2000km da casa e ho concretizzato di essere arrivato fin qui proprio per per effettuare una lettura portfolio.
Già, una lettura portfolio, oltretutto l'ennesima quest'anno e certo non l'ultima per questo 2016. E dire che qualche anno fa avevo deciso di rifiutare le proposte che mi venivano fatte in tal senso con una motivazione ben precisa. 
Dal mio punto di vista la lettura portfolio l'avevo sempre considerata come un momento di tipo didattico oltre che di reciproco scambio tra chi sottopone le proprie immagini e chi le valuta. Di fatto la durata degli incontri è sempre troppo limitata e il gap tra le parti in causa troppo spesso eccessivo per rendere queste occasioni foriere di crescita per qualcuno. Ricordo con precisione il momento in cui si era spento l'interruttore. Era stato in occasione della presentazione di un portfolio dal titolo roboante che rimandava a una delle più dibattute questioni semiotiche intorno alla fotografia e che invece si esauriva in banali immagini di impronte di pneumatici nel fango. Difficile dimenticare il vuoto avanzare ad ogni mia parola negli occhi del mio interlocutore mentre tentavo di spiegargli per quale motivo prima di valutare il lavoro sarebbe stato più opportuno trovare un altro titolo che non scatenasse aspettative che sarebbero rimaste irrisolte alla visione del lavoro. 
Troppo spesso mi sono alzato dal tavolo delle letture con la sensazione di aver perso e aver fatto perdere tempo al prossimo senza aver prodotto alcun risultato minimamente apprezzabile. Beh, poi ad essere proprio onesti, mi ero anche un po' stancato di reprimere istinti omicidi nei confronti di chi si sottopone alle letture con un'unica disposizione d'animo: quella di chi accetta solo complimenti e rifiuta qualsivoglia consiglio, per non parlare di una vera e propria critica.
Durante la lettura portfolio nell'ambito di Cortona On The Move 2016. © Stefania Biamonti/FPmag.

Quest'anno però mi è capitato di tornare fare parecchie letture in festival internazionali dove, ahimè, il livello è quasi sempre più elevato e il dialogo è alla pari (... sperando di non essere smentito proprio domani mattina) e si ha la possibilità di scoprire davvero lavori interessanti che aprono le porte a interessanti pubblicazioni. In questo senso l'esperienza di Arles è stata particolarmente foriera nel reperimento di lavori che nei prossimi mesi vedrete pubblicati su FPmag.
Insomma di nuovo nella mischia, ma non più con l'idea (al tempo stesso ingenua e presuntuosa esaminandola con il senno di poi) di poter esercitare un ruolo didattico, bensì con lo scopo di ricercare e incontrare talenti da aiutare nella difficile impresa di farsi conoscere.

lunedì 28 settembre 2015

Reaching the Cape with Matteo



Sarajevo, Bosnia and Herzegovina, July 2011. © Matteo Di Giovanni.
Appena sveglio Matteo si affaccia alla finestra. Sarajevo è sotto di lui. La luce è magnifica, spettacolare per una mattina di luglio. Matteo è un fotogiornalista e sta facendo un  lavoro sull'identità nazionale in Bosnia Erzegovina che presenterà, al suo ritorno a Londra, alla conclusione del Master in fotogiornalismo della University of Westminster che sta seguendo. Con una luce del genere nell'aria, la giornata di lavoro si presenta sotto i migliori auspici. Matteo prende la fotocamera e scatta la foto che vedete qui sopra. Si prepara ed esce. Ancora non sa che sta per guardare in faccia la morte e che non tornerà più in quella casa che si affaccia su Sarajevo. 
Per Matteo infatti quel giorno di luglio durerà fino ad ottobre, quando, uscito inaspettatamente dal coma provocato da quell'incidente che gli cambierà definitivamente la vita, scoprirà di aver subito una serie di interventi tra cui l'amputazione trans femorale della gamba sinistra.
Molti si sarebbero dati per vinti a quel punto, ma Matteo Di Giovanni non lo ha fatto e a distanza di quattro anni sta per iniziare un'avventura che metterebbe in difficoltà molte persone senza problemi fisici. Reaching the Cape, così si chiama il suo progetto, sarà il viaggio che lo porterà dall'Italia a Capo Nord, nell'ideale prosecuzione di un'idea concepita prima dell'incidente. Lo accompagnerà l'amico amico fotografo e videomaker Lucas Pernin, che si occuperà di effettuare la documentazione del viaggio, il tutto sotto la direzione artistica di MiCamera e la collaborazione di numerosi sostenitori, tra cui Studio Fahrenheit di Gianni Romano, New Old Camera di Ryuichi Watanabe, Alpa, e la rivista FPmag, che seguirà il viaggio con aggiornamenti in tempo reale. 
L'impresa però sarà possibile solo grazie al contributo di tutti noi. La campagna di crowdfunding infatti si sta chiudendo proprio in questi giorni e manca davvero poco al raggiungimento dei 20.000 Euro necessari perché il progetto possa partire. L'invito per tutti è quello a dare il proprio contributo su Kickstarter, consentendo a Matteo di dimostrare come le più aggiornate biotecnologie permettano ormai il superamento anche delle disabilità più gravi.
Matteo Di Giovanni, il fotografo che raggiungerà Capo Nord dall'Italia nell'ambito del progetto Reaching the Cape.


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martedì 28 aprile 2015

FPmag: arriva il portfolio dei lettori


La copertina del primo portfolio di FPmag, dedicato all'autore austriaco Robert Rutöd.

Poco più di un anno fa, esattamente il 25 aprile 2014, ovvero un anno e tre giorni fa, annunciavo da questa pagina il distacco dalle pagine della rivista diretta per quindici anni. Ma si sa le abitudini sono un po' dure a morire e se le si unisce a progetti covati da tempo senza avere il tempo di svilupparli, era quasi inevitabile che dopo una spolverata tecnologica, a ottobre dello scorso anno si finisse per ricadere nel vizio presentando una nuova rivista online, in forma di numero speciale dedicato al Festival della Fotografia Etica di Lodi.

Dopodiché sono usciti due numeri della rivista. Il primo (On the road of memory) dedicato alla rappresentazione della memoria e il secondo ([re]tracing topography) che prende in esame il paesaggio antropormofizzato, argomento vastissimo che infatti occuperà anche il terzo numero in uscita tra pochi giorni. 

Per essere una vera rivista avevamo bisogno però anche di poter offrire ai lettori un'informazione di servizio e non solo articoli e connessioni miranti a stimolare la riflessione sul mondo della comunicazione attraverso le immagini. Giusto il tempo per ricostruire da zero una rete di contatti e allestire tecnicamente il sito e sono nate le news. Un bell'impegno quotidiano di reperimento informazioni e aggiornamento con la finalità di offrire almeno due notizie nuove ogni giorno. 
Anteprima della copertina del numero 003 di FPmag con la seconda parte di [re]tracing topography.


In tutto questo però non abbiamo dimenticato un aspetto fondamentale di ogni rivista, ovvero l'accesso al pubblico. Non a caso in occasione della conferenza stampa di presentazione di FPmag durante il Festival della Fotografia Etica 2014, una delle prime cose che ci furono chieste fu proprio se era previsto uno spazio destinato ai lettori. Bene ora c'è. Proprio oggi infatti lanciamo una nuova sezione intitolata PORTFOLIO in cui diamo e daremo spazio proprio ai nostri.
A inaugurare la serie un lettore austriaco, Robert Rutöd, che ci ha proposto una serie di immagini alquanto surreali frutto di un'attenta ricerca del rapporto tra l'istante e la presenza nei luoghi. Quello che ci proponiamo è di proporre un paio di portfolio ogni mese e contiamo sulla collaborazione dei lettori e sulle loro proposte. Quello che chiediamo è che si tratti di proposte in accordo con la nostra linea editoriale che prevede un'unità tematica coerentemente sviluppata in termini di argomento e forma. Per il resto siamo aperti a ogni tipo di ricerca. Proponeteci quindi i vostri portfoli scrivendo alla redazione.


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venerdì 13 febbraio 2015

Andy Rocchelli premiato al World Press Photo

Russian Interiors di Andrea Andy Rocchelli/Cesura, Portraits, 2nd prize stories World Press Photo 2015, l'immagine è un link diretto al sito WPP. © Andrea Rocchelli/Cesura. 

Ieri sono stati resi pubblici i i risultati del World Press Photo 2015. Tra i premiati c’è anche Andrea Andy Rocchelli con il suo lavoro Russian Interiors (Portraits, 2nd prize stories). Un meritato riconoscimento postumo al lavoro del fotografo di Cesura scomparso in Ucraina nello scorso maggio. Un riconoscimento che, mi sia consentito sottolinearlo, dovrebbe idealmente essere esteso anche ai suoi amici e colleghi di Cesura, che con ammirevole dedizione e affetto hanno portato a compimento il lavoro di Andy realizzando un bellissimo volume fotografico che racchiude le immagini premiato al World Press Photo.
Quello ottenuto da Andy è un risultato davvero considerevole se si tiene conto che al premio hanno partecipato ben 97.912 immagini di 5,692 fotografi di 131 nazionalità differenti. Dobbiamo pensarlo come un premio a una vita dedicata a raccontare il mondo e cosa vi accade. Un premio che però non potrà mai compensare il sacrificio estremo di un ragazzo poco più che trentenne, sperando comunque che si tratti del meritato riconoscimento al lavoro di Andy e non alla sua tragica fine.



domenica 8 febbraio 2015

Quando a mungere sono i politici

Il ministro del Lavoro Poletti munge una mucca in piazza del Campidoglio (foto Jpeg) - link diretto alla pagina di corriere.it.
L'invito è a cliccare questo link relativo a una galleria di immagini pubblicata da corriere.it, nella sezione Cronaca di Roma. Il titolo è Mucche in Campidoglio, i ministri le mungono e le immagini fanno riferimento all'estemporanea attività di mungitori assolta da vari personaggi politici nazionali che si sono offerti agli obiettivi mentre prelevavano il latte dalle mammelle di un bovino in una sorta di stalla allestita ai piedi del Palazzo Senatorio. Il tutto all'interno di una manifestazione promossa dalla Coldiretti e rivolta alla sensibilizzazione circa le non piccole problematiche del settore.

Al di là dell'opportunità di allestire una stalla in prossimità di luoghi istituzionali, al di là del meccanismo mediatico di bassissimo profilo (ammesso che di profilo si possa parlare) per cui i politici di ogni colore si sono demagogicamente profusi nella manifestazione della loro solidarietà al settore, la domanda che mi pongo è se questa gente si rende conto di come la lettura di immagini del genere possa essere tutt'altra che univoca e positiva. 

Non occorre scomodare nemmeno il piano simbolico della rappresentazione per rendersi conto che l'atto della mungitura assolto da un politico si presta a interpretazioni che esulano (e non poco) dalla solidarietà nei confronti degli allevatori. Il tutto è ancora più valido se su uno dei personaggi raffigurati sono circolati articoli di questo genere. Non intendo entrare in questa sede in polemiche o disamine di tipo politico, che certo non attengono a questo spazio, ma francamente mi chiedo se proporre la propria immagine in questi termini sia un gesto di sfrontatezza o di ingenuità senza pari. Ovvero se non ci si renda conto di come fotografie di questo tipo si possano prestare a letture feroci e fortemente negative per i soggetti raffigurati. 

Semmai una considerazione che non posso esimermi dall'esternare, è quella relativa alla grondante demagogia che cola copiosa da questa galleria. Il livello iconico è, nella migliore delle ipotesi, quello di una propaganda il cui linguaggio è aggiornato a più o meno ottanta o novanta anni fa. Possibile che nell'anno domini 2015 fotografie come queste riescano a trovare uno spazio pubblico? Sempre sperando che davvero non svolgano un ruolo attivo nel coinvolgimento al potere delle masse...

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giovedì 5 febbraio 2015

FPmag: genesi di un'avventura



Il Couvent des Minimes a Perpignan. © FPmag.

FPmag è... nata qui, all'interno del Couvent des Minimes a Perpignan, più di tre anni e mezzo fa. O meglio, qui è stata concepita la prima grezza idea della rivista. Stefania (Biamonti) e io eravamo nella città francese per seguire l'edizione 2011 del Visa pour l'Image e, grazie a una telefonata arrivata proprio mentre stavamo per accendere la videocamera, avevamo appena visto sfumare l'intervista a un noto fotografo. In altre parole ci eravamo trovati senza niente da fare nel bel mezzo del pomeriggio, finendo per optare per una pausa. Del resto il Pellegrinaggio (la maiuscola è un omaggio a un altro noto fotografo italiano, cui peraltro è dedicato uno dei corridoi espositivi all'interno del Couvant) alle mostre del Visa pour l'Image è sempre piuttosto stancante. Di fatto, complici una serie di concause, dal caldo di inizio settembre (gentilmente messo a disposizione più o meno tutti gli anni dal Sud della Francia), alla stanchezza unita alla delusione per l'intervista saltata e, forse, qualche rinfrescante pastis di troppo, ci siamo abbandonati a fantasiose ipotesi sulla realizzazione di una possibile testata che si occupasse di comunicazione per mezzo delle immagini.
I primi appunti da cui, nell'ormai lontano settembre 2011, è nata FPmag.
Il risultato di quella pausa pomeridiana forzata sono gli appunti che riporto qui sopra, da cui si evince che molto probabilmente la maggior fonte di ispirazione di quel caldo pomeriggio proveniva proprio dal rinfrescante pastis. Da allora sono passati più di tre anni e fino al maggio dello scorso anno abbiamo continuato a lavorare per la testata che per una quindicina di anni mi ha visto in qualità di direttore, lasciando in stato di quiescenza  l'idea nata a Perpignan e facendola riemergere solo nei momenti di maggior irritazione nei confronti delle non condivise ingerenze dell'editore nella linea del giornale. Quando tanto io tanto la redazione dopo pochissimi giorni abbiamo rassegnato le nostre dimissioni, l'idea di realizzare una testata in cui potessimo sviluppare una linea autonoma rispetto alle richieste dell'editore ha ripreso corpo. (Per inciso colgo l'occasione per formulare i miei più vivi auguri al nuovo direttore che a meno di una anno di distanza è subentrato al posto di chi mi ha succeduto) 
Grazie alla genialità di Salvatore Picciuto, ideatore di Fotoportal, che ha realizzato per noi una piattaforma che risponde esattamente alle richieste che gli avevamo fatto, a ottobre dello scorso anno abbiamo realizzato un primo numero speciale dedicato al Festival della Fotografia Etica di Lodi, in occasione del quale abbiamo annunciato pubblicamente il nostro progetto. 
La copertina del numero 001 di FPmag.
FPmag oggi è una realtà frutto di scelte precise. Innanzitutto è edita solo online, in quanto siamo convinti che sia questo il futuro, ma anche il presente, dell'editoria. Del resto basta sfogliare un solo numero per capire che la richiesta da molti fatta di una versione cartacea è impraticabile. Dopo infinite discussioni abbiamo optato per il supporto web perché consente di accedere a strumenti di comunicazione multimediale che la carta non può fisiologicamente sostenere. Tradurre il tutto su carta snaturerebbe completamente il progetto rendendolo antico prima ancora di farlo nascere. 
Una pagina di FPmag 001, dall'articolo MAdRE con il video Mare Mater di Patrick Zackmann, che svolge un ruolo connessione logica tanto con le tematiche affrontate da Sophie Calle quanto con gli articoli sui migranti nelle pagine precedenti.
FPmag usa il web come supporto e può tranquillamente essere letta con un altissimo indice di responsività che stiamo studiando come rendere ancora più elevato. Inoltre in questo modo si bypassano tutte le problematiche relative agli aggiornamenti delle applicazioni in funzione degli upgrade dei sitemi operativi mobili.
FPmag non si può scaricare per non aggravare di peso inutile soprattutto i dispositivi mobili. Del resto, per quanto nel nostro paese la gestione delle reti di connessioni sia ancora lacunosa, il futuro va chiaramente in direzione di una connessione totale.
L'apertura dell'articolo Cortocircuiti mnemonici all'interno del numero 001 di FPmag.
FPmag è articolata intorno a uno spunto (che nel caso della prima uscita attualmente online si incentra sui percorsi della memoria legati alle immagini) da cui trae origine il numero per poi svilupparsi per mezzo di una serie di connessioni e passaggi logici che possono portare anche molto lontano rispetto al punto di partenza, ma che in qualche modo fungono da elemento di coesione tra i vari articoli creando circoli e spirali di pensiero che dovrebbero nelle nostre intenzioni risultare stimolanti per il lettore. Ove possibile abbiamo cercato e cercheremo di dare spazio dalla voce degli autori con brevi interviste video o testimonianze audio. Un esempio è quello dell'ultimo articolo dedicato all'immagine utilizzata in copertina, dove Stefania Biamonti rende conto delle scelte operate dalla redazione per poi lasciare la parola a Mario Badagliacca che racconta brevemente la genesi del servizio da cui è tratta l'immagine di copertina.
Lo schema mostra lo sviluppo della successione degli articoli e le connessioni logiche presenti nei primi cinque  articoli del numero 001 di FPmag.
FPmag nasce da un'esperienza prettamente fotografica, ma non intende imporselo come limite. Quello che interessa è affrontare le tematiche legate alla comunicazione per mezzo delle immagini. Per questo sulle nostre pagine potete leggere anche articoli che riguardano i fumetti, piuttosto che il cinema o qualunque altra forma comunicativa che utilizzi delle immagini. Lo spirito di fondo è quello di analizzarne l'utilizzo nella comunicazione, indipendentemente dalle finalità di questa. Se nel primo numero sono stati ad esempio analizzati i casi delle immagini pubblicate da Le monde o dei manifesti della Lega Nord, l'intento non è quello di esprimere giudizi, bensì di sottolineare i meccanismi comunicativi presenti nei sottostesti utilizzati.
L'apertura dell'articolo Fotografia, arte e memoria sul numero 001 di FPmag.
Il tutto sarà disponibile sempre in italiano e inglese per aprirci a un pubblico internazionale.
Due parole su chi scrive su FPmag. Vi basterà dare un'occhiata al colophon per riconoscere una serie di nomi noti nell'ambito del giornalismo culturale che si occupa di immagine, quella che era stata la redazione di una nota rivista di fotografia si è ricostituita intorno al progetto di FPmag, troverete quindi le firme di Stefania Biamonti, Laura Marcolini, Pio Tarantini, Gualtiero Tronconi oltre a quella del sottoscritto e di altri collaboratori che si sono già aggiunti e si aggiungeranno a questa avventura. 
L'articolo dedicato all'impiego delle immagini da parte dei Led Zeppelin.
Detto questo non mi resta che augurarvi buona lettura e ringraziarvi anticipatamente qualora decidiate di darci una mano nella diffusione di FPmag.



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giovedì 18 settembre 2014

Maurizio Cau: L’indifferenza & I Morti Vivi


Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
L’immagine è un linguaggio che utilizza propri codici, ma al loro interno l’autore si può muovere con grande libertà espressiva. Tanto più quando questi hanno valore simbolico. Le bambole, che barthesianamente sono state davanti all’obiettivo, sono certo oggetti che hanno subito una violenza, esplicitata nell’immagine cui hanno dato vita, ma di sicuro il racconto di cui sono portatrici non si limita a questo. La loro materialità può ingannare, ma propone realtà multiformi e sottotesti che ci narrano ben altro. 
Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
Se il primo livello è quello della reificazione, dell’evidenza di quanto raffigurato, al di sotto di esso possiamo trovare la metafora per cui gli oggetti non sono altro che simulacri di altre dimensioni che si incarnano certo nelle bambole, ma finiscono per aprire baratri nei territori dell’inconscio e del reale. Se per certi versi possono rappresentare una dimensione che condividiamo come esseri umani socialmente inseriti in strutture angosciosamente opprimenti, per altri risvegliano quegli incubi nascosti dell’inconscio individuale e collettivo in cui si riversa il personale portato di vita. 
Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
D'altronde quando l’obiettivo scende in strada, i suoi incontri non sono meno inquietanti, coagulandosi intorno a fantasmatici personaggi. Simulacri di un’umanità in cui è possibile ritrovare le stesse caratteristiche che le bambole martoriate ci hanno poco prima sbattuto in faccia. La differenza è nella forma. Se nelle prime le ferite erano esposte al pubblico orrore, qui sono celate dai vestiti e dalle convenzioni. Ma la sostanza di cui ci parlano le immagini non cambia. Dove è finita la nostra umanità?



La mostra

L'INDIFFERENZA 
& I MORTI VIVI

di Maurizio Cau

20 - 30 settembre 2014

Palazzo Marini

via Ada Negri, 28
Cagliari

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domenica 25 maggio 2014

Una giornata orribile

Andrea Andy Rocchelli.
I tempi sono marci e la cronaca ci offre solo brutti spunti di riflessione. Anche se decidi di occuparti solo di immagini e del loro uso sei continuamente ricacciato nel baratro di una realtà che nessun essere umano dotato di coscienza vorrebbe vivere. Sono passati appena pochi giorni dalla scomparsa di una giovanissima fotogiornalista francese e siamo di nuovo a piangere per la scomparsa di una altro ragazzo che stava facendo il suo lavoro.
Ieri sera era apparsa la notizia della morte di un fotogiornalista italiano in Ucraina. Il mio primo pensiero è stato rivolto ad Andrea Carrubba, un ragazzo che ha studiato fotogiornalismo e Comunicazione visiva con me e che già poche settimane fa si è visto esplodere un razzo lanciato da un elicottero ucraino a una decina di metri. E in effetti non c'ero andato troppo lontano «Eravamo insieme, vivevamo nello stesso hotel e ieri pomeriggio ci siamo divisi -mi racconterà poi Andrea via Skype- lui è andato in un posto fottutamente pericoloso, per capirci dove avevo preso il razzo».
Quello che provi in queste situazioni quando pensi che potrebbe essere coinvolto qualcuno che conosci è terribile. Per questo tI attacchi a Twitter e cominci a seguire l'hashtag #Slavyansk. Sono informazioni generiche e sembrano più spesso lo sfogo ideologico de isingoli che se la prendono con una fazione piuttosto che un'altra. Finché da un tweet non compare il nome di Andrea Rochelli… 
«Ma è Andy… cazzo!!!»
Il nome cui non avevi pensato salta fuori dallo schermo e ti fa esplodere in testa le immagini dell'allestimento di una mostra alcuni anni fa, fa riemergere alla memoria tutte le volte che lo hai sentito nominare o chiamare dai ragazzi di Cesura, rievoca gli spazi del collettivo in Val Tidone, dei lavori visti o rivisti in rete. 
Leggere della morte di qualcuno è una cosa bruttissima, se poi si tratta di qualcuno che fa qualcosa che ha a che vedere con la tua quotidianità è terribile... ma se si tratta di qualcuno che hai conosciuto, anche se non in profondità, è molto, molto peggio. 
E, come se non bastasse, c'è anche la beffa del nome del collettivo storpiato nei tweet diventa censura.it. Tra i refusi possibili il meno appropriato e auspicabile.
Poco fa, in treno, mi è arrivato un SMS: «Ho appena sentito la conferma della morte di Andy alla radio. Ci speravo venisse smentita, ci speravo davvero...». Controllo sui quotidiani on line... la Farnesina ha confermato… purtroppo
Era più che prevedibile dopo tante ore senza una smentita ufficiale. Quando le cose vanno così l'assenza di smentite è una conferma certa. 
Penso ai ragazzi di Cesura che hanno lavorato a fianco di Andy per tanti anni, a quegli stanzoni in cui lavorano, più simili a un centro sociale che a un'agenzia, dove all'improvviso immerso in caso creativo ti trovi davanti un'armadio frigorifero ordinatissimo e  assolutamente fuori contesto in cui sono custoditi di negativi di Alex Majoli... 
Di fronte alla morte si rischia di dire solo banalità e tante ne verranno scritte ancora una volta (comprese queste che state leggendo). Molti lo fanno per mestiere, a cominciare dal sottoscritto, ma stavolta scrivere è solo un modo per provare a metabolizzare qualcosa che non può essere davvero comprensibile, anche se sai bene che può accadere.
Inutile aggiungere altro e diventare squallidamente patetici, mentre intorno il treno continua a scorrere sulle sue rotaie e la gente ride, scherza e  prosegue la sua vita… 
«Oggi pomeriggio ho visto i due cadaveri all'obitorio -mi scrive Andrea- è una giornata orribile».
Niente da aggiungere... 

QUI i lavori di Andy dal sito di Cesura.

mercoledì 21 maggio 2014

Power of… nothing (a margine della mostra di Steve McCurry a Torino)


I tifosi in attesa di Del Piero un'ora prima dell'inaugurazione della mostra Power of 10 di Steve McCurry presso ADPlog a Torino. © FPmag.
La strada è bloccata. Controllo l’indirizzo: via Piero Gobetti 10. Maledizione proprio dove è tutto transennato. Ci deve essere qualche altra cosa oltre all’inaugurazione della mostra... ma no, che idiota, il problema è che c’è anche Del Piero... e si vede “Bentornato Capitano", "Capitano, un solo capitano”... mi vengono i brividi e non esattamente a causa della condivisione di interessi semmai sono le brutte sensazioni che si sommano all'improba opera consistente nel tentare interfacciarsi con il servizio d’ordine per entrare. Sono tutti in completo nero con cravatta arancione (come se fisico palestrato e sguardo spento rendessero necessaria la divisa...). 
Un momento dell'inaugurazione della mostra Power of 10 presso lo spazio ADPlog a Torino.  © FPmag.
Grazie alla cortesia di una hostess in grado di articolare e comprendere quei suoni che sono alla base della lingua e soprattutto di riconoscere il mio nome tra quelli dei giornalisti invitati, riesco ad entrare all’interno di ADPlog, lo spazio multifunzionale voluto da Del Piero. Lo spazio è su tre piani ed è curatissimo e organizzato in modo eccellente. Complimenti vivissimi a chi lo ha pensato. Sul motivo per cui sono presente anche io invece sarebbe forse meglio evitare i commenti e limitarsi ai fatti. 
Gli ingredienti ci sono tutti: Il personaggio famoso in forma di calciatore quasi ex (Alessandro Del Piero), il cuoco di grido (non poteva certo mancare), il giornalista che fa domande non proprio da Premio Pulitzer, telecamere, transenne, servizio d’ordine, hostess in tailleur. C’è anche il fotografo famoso in forma di Steve McCurry. Sembra in tutto e per tutto lo scenario di una trasmissione televisiva in odore di talk show o di reality. Invece è la conferenza stampa di presentazione della mostra Power of 10 del già citato McCurry.
Una delle immagini di Steve McCurry esposte nella  mostra Power of 10 presso ADPlog a Torino.  © FPmag.
Al di là di quello che può essere il mio pensiero personale sulla fotografia di McCurry, già espresso in ultimissimi articoli che ho scritto per la rivista che ho diretto, posso solo constatare che, indipendentemente dalle ottime intenzioni benefiche all’origine di questa mostra, in questo paese è molto difficile se non impossibile organizzare nulla che abbia un minimo di riscontro se non si ricorre al format televisivo. Il circo mediatico si muove con un’imbarazzante incapacità di produrre qualcosa di nuovo. Se vuoi avere gente devi seguire il cliché che prevede il calciatore e il cuoco... a dire il vero mancavano i gattini o comunque qualcosa di lacrimevole a sfondo animale. Non pretendo che la gente si muova o si interessi alla fotografia, ne che personaggi come McCurry rifiutino di partecipare a simili eventi (pecunia non olet solevano dire i nostri avi), per carità. Mi piacerebbe solo che a fronte di investimenti  enormi come quelli che sicuramente sono alle spalle di un evento simile, ci fosse un po’ più di rispetto per il pubblico. Che non venisse considerato come una massa informe di persone incapaci di pensare pensieri che non siano altrui. Capaci di provare interesse anche per cose diverse dal grande calciatore o dal grande cuoco. Se poi si arrivasse a evitare di inanellare banalità su banalità a carico della fotografia, inframmezzate da domande sul rinnovo del contratto dell’allenatore della Juventus e sul futuro di Del Piero (l’unico a salvare la faccia in questa situazione, non foss’altro per le espressioni di garbato e controllato stupore, prossimo allo sconcerto, per l’insulsaggine delle domande che gli venivano rivolte), beh se così fosse, allora forse qualcosa potrebbe ancora migliorare in questo Paese.

Chi fosse interessato a saperne di più sulla mostra può trovare maggiori informazioni qui. 



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domenica 18 maggio 2014

Lacrime di fotografo

Un momento dell'incontro con Sara Naomi Lewkowicz presso la sede del Gruppo Fotografico Progetto Immagine a Lodi.
Da sinistra Aldo Mendichi, Sandro Iovine, Sara Naomi Lewkowicz, Marta Lutzu e Alberto Prina. © Arianna Pagani.

Osservando le sue fotografie non immagineresti che Sara Naomi Lewkowicz sia così giovane. Quando parla di sé dice «Io non sono una fotografa, sono una studentessa, mi manca ancora un semestre per finire». Complice l'ambiente estraneo e la lingua sconosciuta che vi si parla, si muove nello spazio come se cercasse di non entrare in contatto con ciò che la circonda. Scivola via quasi fosse trasparente a dispetto di scelta nell'abbigliamento discretamente yankee

«Falle molte domande - mi avvertono prima di iniziare l'incontro- perché tende a tagliare corto nelle risposte e poi ha detto di essere in imbarazzo a parlare davanti alla gente».
In effetti le risposte sono tendenzialmente secche come si addice a chi proviene da una cultura anglosassone e, nonostante riesca a dissimularla dietro un distacco che non favorisce una sensazione di simpatia galoppante, Sara Naomi Lewkowicz deve essere tesa e risponde in modo puntuale sì, ma maledettamente conciso e con un non so che di gelido. L'unico momento di contatto umano è un lungo sguardo occhi negli occhi mentre le faccio una domanda, come se non capendo una parola di ciò che sto dicendo (per rispetto del pubblico e soprattutto della lingua inglese si è deciso di ricorrere a una traduzione e quindi ognuno parla nella sua lingua). 
L'atmosfera cambia quando le chiedo se pensa che il suo lavoro sulla violenza domestica possa incidere sulla vita delle donne che vivono sulla propria pelle il problema. Sara risponde raccontando di una donna che le ha scritto dopo aver visto pubblicate le fotografie di Shane e Maggie. Questa donna aveva cacciato di casa il marito, ma stava riflettendo su come ricomporre il rapporto, magari facendolo rientrare in casa. Dopo aver visto le immagini però si era convinta a rompere definitivamente. Le lacrime esplodono senza preavviso mentre Sara parla, sgorgano dagli occhi e fanno riflettere. E questo al di là della tensione per l'impatto con il pubblico o di quelle che possono essere state le esperienze familiari indirettamente vissute attraverso i racconti della madre che da piccola aveva assistito a scene simili a quelle fotografate da Sara.
Personalmente non sopporto le manifestazioni di emotività, tantomeno pubblica, non di meno quanto accaduto ieri sera è uno spunto per una riflessione sul peso emotivo che sono costretti a sostenere quei fotografi che scelgono di raccontare storie pesanti come quella di Shane e Maggie o anche ben peggiori. 
Un certo tipo di opinione pubblica, poco incline alla discriminazione, tende a bollare univocamente queste situazioni come sfruttamento delle disgrazie altrui. I fotogiornalisti sono solo avvoltoi che speculano sulla sofferenza degli altri per queste persone. 
Ora che esistano fotografi che meritano simili giudizi è indubbio, ma non si può estendere il concetto indiscriminatamente. E non si può sottovalutare il prezzo che i professionisti pagano sotto il profilo umano per svolgere la loro professione. E ancora non bisogna dimenticare che tra il lavoro del fotografo e il suo diventare pubblico c'è di mezzo una catena produttiva all'interno della quale il significato e lo spirito all'origine del lavoro possono essere stravolti. Non dobbiamo dimenticare che prima di trarre delle conclusioni, utilizzando come fonte ciò che ci viene mostrato dai mezzi di comunicazione, è sempre opportuno farsi delle domande sul perché le cose vengono mostrate in un certo modo e su chi sia a poter trarre potenziale vantaggio da quel modo di presentare le cose.
Un grazie ad Aldo Mendichi che ieri sera durante l'incontro con Sara Naomi Lewkowicz ha dato il via a questa riflessione che credo meritasse di essere estesa anche a chi non era presente. 


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venerdì 25 aprile 2014

Un'avventura lunga quindici anni

Ieri e oggi: a sinistra la copertina del numero di Aprile 1999, a destra la copertina del numero di maggio 2014 de IL FOTOGRAFO.

La neve arrossata dal tramonto sulle montagne, un riflesso nel retrovisore in uno di quei  pomeriggi in cui l'atmosfera è tersa persino in Pianura Padana.

A poco più di quindici anni di distanza è questo il ricordo di un giorno di febbraio del 1999, in cui entrato alla Sprea Editori, anzi Sprea & Gussoni come si chiamava all'epoca, per discutere della traduzione dal francese di un libro, ne ero uscito con l'incarico di dirigere IL FOTOGRAFO, ma soprattutto di far uscire in meno di un mese il numero che doveva essere portato al Photoshow. 

Quindici anni dopo la progressione degli impegni di insegnamento, anche in ambito universitario, e altre motivazioni mi hanno indotto a rinunciare alla direzione della rivista. Durante questo periodo, nonostante il tradizionale antagonismo tra redazione ed Editore, ho avuto la possibilità di sperimentare molto e imparare ancora di più. Fondamentale è stato il supporto delle persone che più di ogni altro hanno collaborato con me, sopportandomi anche quando non sarebbe stato possibile e, forse, nemmeno auspicabile: Laura Marcolini, Stefania Biamonti e Alessandro Bisquola che ha dato forma ai nostri pensieri con i suoi impaginati. Senza il loro lavoro e i loro suggerimenti molte delle cose che siamo riusciti a pubblicare non avrebbero mai visto la luce. Senza il loro entusiasmo non saremmo andati avanti nei momenti più difficili. E infine Stefano Spagnolo che per un decennio ha protetto il nostro ambiente di lavoro consentendoci di operare in libertà, prima di precedere Laura, Stefania e me nel volontario cambiamento di orizzonti professionali.

Ora la palla passa a chi mi succede. Uomo dal curriculum professionale ben più stimabile del mio, sono certo che saprà barcamenarsi nelle rapide della conduzione della rivista. E chi davvero capisce di fotografia non mancherà di collocare il suo operato nella scala di valori che realmente gli compete. 

In una giornata di ricorrenze scelta in modo niente affatto casuale (vedi data di pubblicazione del post) a me non resta che ripetere anche da questa pagina il saluto a chi è stato mio paziente lettore. Ora l'obiettivo è quello di avviare dei corsi di fotografia a Milano. Poi si vedrà. Difficilmente riuscirò a rimanere lontano dal mondo della fotografia e della sua editoria, ma di sicuro ora non ho nessuna voglia di mediare ancora su linee e contenuti imposti dall'alto e non condivisi. L'omologazione passiva non è una pratica di vita e di professione in cui ho mai dimostrato di saper eccellere...

Del resto quando non è più possibile perseguire una linea editoriale in cui si riesca a riconoscersi, vuol dire che è proprio arrivato il momento di cambiare aria. E io ci sto provando. Il numero 260/maggio 2014 è l'ultimo che ho firmato, ora si volta pagina. Una, anzi più di una, credo di averla già voltata durante questi quindici anni trasformando la rivista che ho diretto. Non ho mai preteso di essere nel giusto, ma ho sempre chiesto che mi venisse riconosciuto il fatto di aver creato un prodotto editoriale differente da quelli esistenti sul mercato italiano. Spero che l'immagine in cui sono poste a confronto le copertine del primo e dell'ultimo numero che ho diretto, suggerisca la portata delle trasformazioni che, in termini di evoluzione della testata, sono riuscito a compiere durante il mio incarico. Chiudo citando l'ultima piccola soddisfazione consistente in una copertina finalmente a livello delle mie intenzioni dopo tanti mesi di scelte non condivise.

A presto.
Sandro Iovine

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