lunedì 13 luglio 2009

Arles 2009: «C'est pas grave»


Chi ha la sfortuna di conoscermi personalmente, tramite la rivista attraverso le pagine di questo blog, lo sa perfettamente: Iovine è un gran rompicoglioni. E fin qui niente di nuovo, come non c'è niente da sorprendersi se andando, il suddetto Iovine, a fare un giro ai Rencontres di Arles, ne sia tornato con notevole delusione generale e un bel po' di osservazioni sull'approssimazione generalizzata dell'edizione 2009. C'è anche da dire che su tutto gioca forse anche un umore fortemente condizionato dalle dieci ore di viaggio in coda tra Arles e Milano per il rientro a casa. Premetto quindi che non ho visto solo cose negative, ma solo di queste ultime parlerò, omettendo per il momento altro e accentuando la sensazione di negatività riportata da questa esperienza. A questo proposito si potrebbe iniziare dalla pantomima messa in scena all'ingresso di ogni mostra al momento di controllare con moderni scanner portatili che avrebbero dovuto leggere i codici a barre presenti sul retro dei pass di accredito stampa. Al primo tentativo di ingresso una solerte signorina di colore ha spiegato che l'accesso di quel passi era già avvenuto con quel pass... che era stato ritirato non più di dieci minuti prima all'ufficio stampa... Una collega della solerte signorina di cui appena detto, è intervenuta allora con un salomonica «C'est pas grave» dal momento che con il pass stampa è consentito l'accesso a tutte le mostre per tutte le volte che si desidera. Negli ingressi successivi alle rimanenti sessantacinque mostre in programma la litania del «C'est pas grave» si è ripetuta con poche varianti e qualche suggerimento implicitamente rivolto all'igiene personale in quanto la sozzura trasferita per sfregamento del passi sul torace sarebbe stata responsabile dell'impossibilità di lettura da parte dello scanner... Anche se continuo a pensare che il fatto che le rare volte in cui lo scanner ha funzionato è stato sempre quando veniva tenuto a distanza maggiore dal codice a barre, non fosse del tutto casuale... e che cavoli quella mattina la doccia l'avevo ben fatta prima di uscire dall'albergo!

Ma, a parte la teoria di c'est pas grave disseminata durante i miei tre giorni di permanenza arlesiana, mi hanno colpito gli effetti dei tagli di bilancio sull'organizzazione. Pendent la crise le spectacle continue afferma infatti François Barré presidente dei Rencontres 2009. Premesso che il confronto che posso fare è con l'ultima edizione che ho visitato, ovvero quella del 2007, mi ha fatto davvero impressione il senso di vuoto di molti spazi del centro. Alla povertà degli allestimenti faceva a mio avviso riscontro notevole approssimazione se non proprio... assenza di interventi curatoriali. Mostre come quella dedicata a Willy Ronis non erano altro che una triste accozzaglia di ottime immagini ovviamente già conosciute, stampate in formati relativamente piccoli e senza uno stringente criterio di esposizione, tanto da far apparire di ben maggiore spessore la mostra altrettanto commemorativa dell'autore francese allestita a Cannes nell'ambito del Sony World Photography Award con le stesse immagini. In compenso le mostre allestite al Jardin des Ateliers offrivano mediamente una presentazione migliore in termini di allestimento e di presenza curatoriale essendo infatti possibile riconoscere un senso nella disposizione dei lavori.
Evito di inoltrarmi ulteriormente in considerazioni fin troppo personali sul maggiore o minore gradimento rispetto ad autori o contenuti (non posso però esimermi dal deprecare l'inutile e insensata mostra di immagini che compongono la collezione personale di fotografie di Nan Goldin), quello che mi ha colpito è stata l'intollerabile approssimazione nella realizzazione delle didascalie o nel controllo dello stato delle opere esposte.
La testimonianza fotografica del caos che ha ispirato la redazione delle didascalie che potete vedere in questa pagina, credo sia emblematica del stato di sfascio che ho percepito visitando l'edizione di quest'anno.
Il gioioso pessimismo che mi contraddistingue di fronte a una simile mancanza di rigore congiunta agli effetti della crisi, può suggerirmi che per l'attuale formula dei Rencontres, che giungevano quest'anno al quarantesimo anniversario, potrebbe essere iniziato quel declino che porta al tramonto prima e al buio della morte poi per una delle più importanti manifestazioni dedicate alla fotografia.
Mais, c'et pas grave.


Dall'alto:
Ecco come si presentava al pubblico un'immagine della mostra At dusk (Au crepuscule) di Boris Mikhailov.

Didascalia dalla mostra
Scales, Maquette/light: Tautology of the image di Naoya Hatakeyama.

Cartello all'ingresso della mostra Ça me touche les invites de Nan Goldin.

Una didascalia della mostra On n'a pas tous les jours vingt ans.

Didascalia dalla personale di Marina Berio all'interno della mostra Ça me touche les invites de Nan Goldin.

Didascalia dalla personale di Marina Berio all'interno della mostra Ça me touche les invites de Nan Goldin.



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domenica 28 giugno 2009

20 luglio 1969



Impronte di calzature umane sono visibili in moltissime immagini scattate a partire dal 20 luglio 1969 sul suolo lunare e rese pubbliche per testimoniare che l’Uomo aveva realmente posato il proprio piede al di fuori del suo pianeta d’origine. Le impronte sono in primo piano o defilate sullo sfondo di bandiere, ritratti a figura intera degli astronauti che espongono il loro corpo alla contestualizzazione dell’ambiente, sono intorno al modulo lunare, intorno al veicolo utilizzato per il trasporto, più evidenti di quelle delle ruote stesse. Sono segni di piccoli passi di uomo, giganteschi passi per l’umanità, per mutuare la ben studiata frase di Armstrong, e ci accompagnano nell’opera di convincimento e dimostrazione, incarnano il valore probatorio dell’immagine fotografica che testimonia che davvero l’essere umano è stato sulla Luna. Non va dimenticato che l’esplorazione della Luna si è svolta in un clima di Guerra fredda. Uno scontro in cui entrambe le due Nazioni volevano dimostrare la propria superiorità al mondo. Motivo principale per cui i detrattori dell’esplorazione lunare hanno saputo o voluto riconoscere nelle immagini fotografiche le prove certe della colossale truffa intentata dalla Nasa e dal Governo degli Stati Uniti nei confronti dell’umanità. Non intendo ora entrare nel merito delle tesi dei sostenitori o dei detrattori del grande complotto. Spesso le stesse immagini possono essere lette sia a favore sia contro entrambe le tesi, senza contare che probabilmente per poter esprimere un giudizio degno di una qualche attendibilità si dovrebbe poter avere accesso ai negativi originali, cosa che indubbiamente non è appannaggio di molti per ovvi motivi. Ma più che perdersi in diatribe più o meno sterili mi sembra più interessante analizzare l’iconografia proposta. Le immagini diffuse, che ci risparmiano i numerosi scatti tecnicamente improponibili, presentano l’uomo sulla superficie lunare, le sue impronte e gli strumenti della tecnologia che hanno permesso l’impresa, oltre ovviamente all’inversione di visione dovuta che ci presenta un cielo in cui al posto della Luna compare la nostra vecchia cara Terra. Mi pare interessante a questo punto della riflessione fare un salto nell’analisi iconologica abbandonando per un attimo quella iconografica, per altro ampiamente compiuta e dibattuta tanto dai detrattori-colpevolisti quanto dai sostenitori della tesi dell’avvenuto sbarco sul Satellite. Se si giudica cioè in base alle immagini note, si ha l’impressione che la selezione operata abbia cercato di introdurre quante più certezze fosse possibile. La rappresentazione è fatta spessissimo di movimenti finiti e non in divenire o in fase iniziale. È come se il gesto volesse rafforzare attraverso l’immagine il messaggio introducendo una quasi puerile certezza sugli esiti. Non ci devono essere dubbi su cosa è successo perché non si deve poter dubitare che è accaduto. L’impronta del piede per definizione indica la contiguità tra il qualcosa che la produce e il risultato di tale contiguità sul terreno. La luce radente e dura rinforza, grazie anche agli opportuni ancoraggi massmediatici, il senso di alterità rispetto al contesto che si prova osservando l’immagine. I segni si sommano, la ridondanza impera: la forma dell’impronta, l’aspetto polveroso del suolo, le ombre dure sintomatiche di una luce per nulla diffusa dalla presenza di atmosfera. Non a caso la prima immagine della terza parte di The first Lunar Landing, ovvero la sezione in cui si parla più diffusamente dell’attività umana sul suolo lunare nel corso della missione Apollo 11, si apre proprio con la fotografia di un’impronta di astronauta, peraltro estrapolata con estrema probabilità da un fotogramma di dimensioni maggiori.


C’è poi la bandiera per antonomasia quando si parla di America: quella Stars and Stripes, il simbolo attorno al quale si riesce ad adunare una popolazione fornendole un elemento tangibile per mezzo del quale possa riconoscere una comunanza di intenti, ideali e valori. Sotto il profilo iconologico, Robert Frank ha costruito intorno a questo iridescente pezzo di stoffa l’ossatura del suo The Americans, sovvertendone i valori istituzionali e trasformandoli in un simbolo negativo della onnipresenza condizionante dello stato. Ma nell’accezione comune rimane simbolo di valori positivi. Nelle foto della prima missione lunare la bandiera è importante perché sottolinea il successo: l’uomo è arrivato sulla Luna, ma non un uomo qualsiasi è l’Americano con la sua cultura di libertà per la cui difesa la tecnologia di successo, quella che gli ha consentito di arrivare fin lì, potrebbe, trasformarsi in tecnologia di distruzione. Nel gesto compiuto del piantare la bandiera in un suolo calpestato per la prima volta dall’uomo, c’è anche l’antica memoria coloniale di presa di possesso del territorio in nome della Nazione, che in questo caso si propone non tanto la Nazione Stati Uniti d’America, quanto piuttosto come latrice dei valori dell’Umanità intera («That’s just a small step for a man, one giant leap for mankind»). Ci troviamo contemporaneamente di fronte all’antico gesto dei conquistadores e a quello emulato il 23 febbraio 1945 dai marines per l’obiettivo di Joseph Joe Rosenthal, autore della celeberrima Raising the Flag on Iwo Jima, una delle icone del secondo conflitto mondiale. Non si può poi non rimarcare il modo in cui l’iconografia classica sull’argomento sia stata ricalcata, attingendo da una parte alla letteratura di fantascienza, assai sviluppata tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dall’altra a tradizioni ben più diffuse, come la letteratura fantastica. Basti pensare ai viaggi ipotizzati da Jules Verne o alla tradizione fumettistica.
Proprio in questi giorni ad esempio mi è capitato sotto gli occhi un vecchio albo di Tin Tin, il noto personaggio del belga Hergé intitolato
Uomini sulla Luna e pubblicato quindici anni prima dello sbarco sul Satellite. A eccezione della bandiera, gli altri elementi sono tutti presenti: le impronte, il momento della discesa sul suolo lunare, la terra vista dal satellite, il rapporto con la macchina simbolo di tecnologia che ha permesso il viaggio. Insomma l’iconografia sull’argomento non ha fatto altro che percorrere territori consolidati e certi nell’immaginario collettivo.



Territori stabilizzati in immagini da almeno settantina di anni come si verifica andando a rivedere Le Voyage dans la Lune di Maries-Georges-Jean Méliès dove ritroviamo sia pure in forma grezza (e sempre in assenza della bandiera), i soliti elementi della rappresentazione dell’arrivo su un nuovo mondo e dell’inversione di prospettiva tra Terra e Luna. Ed eravamo nel 1902, ben 67 anni prima del 20 luglio 1969.

n. 207 - luglio 2009





Dall'alto:
La
terza pagina dedicata alla prima esplorazione Lunare dal sito della Nasa.

Armstrong e Aldrin piantano la Bandiera statunitense sul suolo lunare
.

Parade, Hoboken, New jersey © Robert Frank.

Il saluto alla bandiera di Buzz Aldrin.

Raising the Flag on Iwo Jima, © Joseph Joe Rosenthal.

La visione della Terra dalla Luna in Uomini sulla Luna, © Hergé.

Le impronte dei primi esploratori in Uomini sulla Luna, © Hergé


Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di agosto de IL FOTOGRAFO.



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martedì 2 giugno 2009

La biblioteca delle immagini mai viste

«Le immagini non sono più quelle di un tempo. Impossibile fidarsi di loro. Lo sappiamo tutti. Lo sai anche tu. Mentre noi crescevamo le immagini erano narratrici di storia e rivelatrici di cose. Ora sono tutte in vendita con le loro storie e le loro cose. Sono cambiate sotto i nostri occhi. Non sanno più come mostrare noi. Hanno dimenticato tutto. Le immagini vengono vendute al di là del mondo, Winter, e con grossi sconti. [...] Io amo davvero questa città. Lisboa… e c’è stato un tempo che io veramente l’ho vista di fronte ai miei occhi. Ma puntare una cinepresa è come puntare un fucile e ogni volta che la puntavo mi sembrava come se la vita si prosciugasse dalle cose. E io giravo, giravo, ma ad ogni colpo di manovella la città si ritraeva. Svaniva sempre di più, sempre di più. Come il gatto di Alice. Nada. Stava diventando insopportabile. Dio lo spavento che mi ha preso. A questo punto ho cercato il tuo aiuto. E per un po’ ho vissuto con l’illusione che il suono potesse salvare il giorno, che i tuoi microfoni potessero strappare le mie immagini dalle loro tenebre. No, non c’è speranza. Non c’è speranza per nulla, Winter. Non c’è speranza, Ma questa è la strada Winter e io voglio percorrerla. Ascolta. Un’immagine che non sia stata vista non può svendere nulla. È pura e perciò vera e meravigliosa. Insomma innocente. Finché nessun occhio la contamina è in perfetto unisono con il mondo. Se nessuno l’ha guardata, l’immagine e l’oggetto che rappresenta, sono uno dell’altra. Sì, una volta che l’immagine è stata vista l’oggetto che è in essa muore. Ecco, Winter, la mia biblioteca delle immagini non viste. Ognuno di questi nastri è stato girato senza che nessuno guardasse attraverso la lente, Nessuno li ha visti mentre venivano impressi. Nessuno, dopo, che li abbia controllati. Tutto quello che ho ripreso, l’ho ripreso alle mie spalle. Queste immagini mostrano la città com’è e non come vorrei che fosse. Insomma queste sono nel primo dolce sonno dell’innocenza. Pronte per essere scoperte da generazioni future con occhi diversi dai nostri. Non preoccuparti amico saremo morti da un pezzo».
Sono le parole che nel 1994 Wim Wenders fa rivolgere da Friedrich Munro all’amico Philip Winter quando lo accoglie nella sua biblioteca delle immagini mai viste, verso la fine di Lisbon Story.


Ovviamente il discorso si rivolge primariamente al ruolo del cinema e ai suoi linguaggi, ma non si fa certo una gran forzatura accoglierlo nella prospettiva delle immagini fisse. Alla base posiamo trovare la chimera della rappresentazione del reale in fotografia. Ovvero un concetto che si scontra da sempre con l’ineludibile processo di selezione operata dal fotografo tanto nella dimensione spaziale quanto in quella temporale nel momento in cui sceglie la propria inquadratura e l’istante dello scatto. La chiave di lettura di questo duplice atto è proprio la volizione implicita e determinante che disvela l’insieme dei processi di formazione cognitiva e culturale di ogni singolo individuo. In altre parole ognuno di noi è il risultato del cammino svolto nel corso della propria esistenza. Ognuno di noi compie un percorso durante il quale incontra concetti e idee che finisce per assimilare e metabolizzare in modo più o meno complesso e coerente. Tutto questo determina in noi una precisa identità culturale attraverso la quale viene filtrato il quotidiano. E sarà proprio questo filtro a fornire i codici interpretativi del reale determinando quella trascrizione iconografica che strumentalmente è determinata e definita dalla scelta dell’inquadratura e dell’istante dello scatto. In quest’ottica appare quindi impossibile pensare a un’oggettività dell’immagine fotografica, anche solo presumibile. Forse in questo sta il fascino della provocatoria tesi esposta da Wenders circa il preservare la purezza di immagini attraverso l’assenza di un’azione cosciente dell’operatore che le acquisisce e l’assenza di una visione a posteriori. Una provocazione interessante di sicuro, ma non per questo priva di ambiguità. Che succede ad esempio se proviamo a spostare il baricentro della questione su un livello di applicazione pratica come quello della documentazione iconografica di tipo giornalistico? Quale ruolo finirebbe per assumere chi materialmente effettua le riprese? Fino a che punto, pur non osservando le immagini, sarebbe in grado di non influenzarne il contenuto? A livello di mera speculazione teorica perché il processo assuma una reale valenza di purificazione delle immagini nell’accezione wenderiana, le riprese dovrebbero essere realizzate in modo completamente meccanico. Ma, in ultima analisi, perché una macchina funzioni è necessaria una programmazione di qualche tipo. Cosa questa che farebbe immediatamente porre un quesito circa il livello di influenza della programmazione sul risultato finale. E poiché allo stadio attuale della tecnologia concepibile, la programmazione sarebbe effettuata da un essere umano, ritorneremmo a chiederci fino a che punto l’uomo non influenzerebbe il risultato finale con la scelta dei parametri da applicare. Ma anche ammettendo di poter ripulire il campo da obiezioni di questo genere, si porrebbe un altro genere di problematica. Supponiamo che sia stato possibile realizzare immagini pure, sempre nell’accezione teorizzata nel film di Wenders. Supponiamo anche che giungano a un pubblico futuro, avrebbe questo gli strumenti per evitare fraintendimenti culturali derivanti dalla sovrapposizione di moduli interpretativi non coerenti con quanto rappresentato nelle immagini? Ovvero fino a che punto i modelli culturali, che si sono sviluppati nell’arco di tempo tra l’acquisizione e la visione, sarebbero in grado di interpretare correttamente le immagini? Non si deve dimenticare infatti che se l’immagine è un testo, ovvero è latrice di un messaggio, perché esista comunicazione è necessario che esista un ricevente dello stesso in grado di decodificarlo. Allo stato attuale delle cose, e prevalentemente in ottica fotogiornalistica, possiamo presumere la faziosità di un operatore dell’immagine e comportarci in conseguenza nella valutazione delle immagini. Nella valutazione si devono tenere presente il senso etico che spinge a fare determinate scelte e avere informazioni circa le posizioni dell’autore. In una teorica dimensione wenderiana il problema si sposterebbe direttamente sull’interprete con qualche problema in più derivante dallo sfasamento cronologico tra visione e acquisizione. Si potrebbe dire che in quel modo si ridurrebbe al cinquanta per cento il problema interpretativo, ma sinceramente preferisco auspicare un lavoro doppio di decodifica, in cui però si tenga primariamente conto del valore della sfera dell’etica professionale. Se penso quindi alla mesta realtà contemporanea del fotogiornalismo preferisco dover fare i conti con la conoscenza dell’autore per inquadrarne il pensiero e il lavoro, piuttosto che con l’asetticità di una ripresa meccanica di cui non sarò mai in grado di discriminare la percentuale di casualità o di determinazione aprioristica. Certo il discorso fatto da Wenders e dai suoi sceneggiatori mirava ad altri ambiti comunicativi. Ma è interessante notare come dimostri al suo interno una profonda incoerenza assoggettata alle leggi di mercato. Mentre infatti si teorizza una purezza delle immagini e si tuona contro la loro svendita, si è contemporaneamente vittime di una tempesta di product placement, ovvero di apparizioni... casuali di prodotti commerciali chiaramente identificabili. E per quanto sia comprensibile e giustificabile come fonte di finanziamento della produzione, non credo si possa dire che si tratta di immagini pure.
Sandro Iovine

n. 206 - giugno 2009



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lunedì 4 maggio 2009

12 photographers selected for Joop Swart Masterclass 2009 - 12 fotografi selezionati per il Joop Swart Masterclass 2009

Twelve young photographers have been selected to come together with a group of masters for the 16th annual World Press Photo Joop Swart Masterclass to be held from 31 October to 6 November 2009 in Foam_Fotografiemuseum, Amsterdam. The 12 participants were selected among 179 candidates who had been nominated to submit their portfolios. During the masterclass meeting in November, the participant photographers will interact with six prominent experts, discussing technical, journalistic and ethical aspects of their work. The photographers selected are: Kathryn Cook (USA), Matt Eich (USA), Simona Ghizzoni (Italy), Sohrab Hura (India), Benedicte Kurzen (France), Don McNeill Healy (Ireland), Mads Nissen (Denmark), Kosuke Okahara ( Japan), Ali Akbar Shirjian (Iran), Gihan Tubbeh (Peru), Dirk-Jan Visser (The Netherlands) and Alvaro Ybarra Zavala (Spain). The participants were selected by an independent, international selection committee consisting of: Walter Astrada (Argentina) freelance photographer, Nan Goldin (USA) art and documentary photographer, Jan Grarup (Denmark) photographer Noor, Santiago Lyon (USA) director of photography The Associated Press, Jenny Smets (The Netherlands) photo editor Vrij Nederland, Anne Tucker (USA) curator of photography The Museum of Fine Arts, Houston.

Dodici giovani fotografi sono stati selezionati per far parte del gruppo di master del sedicesimo World Press Photo Joop Swart Masterclass che si terrà dal 31 ottobre al 6 novembre 2009 presso il Foam_Fotografiemuseum di Amsterdam. I dodici partecipanti sono stati selezionati tra 179 candidati scelti previo presentazione di un portflolio. Durante il masterclass in novembre i partecipanti potranno interagire con sei eminenti esperti, discutere degli aspetti tecnici, giornalistici ed etici del proprio lavoro.I fotografi selezionati sono: Kathryn Cook (USA), Matt Eich (USA), Simona Ghizzoni (Italia), Sohrab Hura (India), Benedicte Kurzen (Francia), Don McNeill (Irlanda), Mads Nissen (Danimarca), Kosuke Okahara (Giappone), Ali Akbar Shirjian (Iran), Gihan Tubbeh (Perù), Dirk-Jan Visser (Olanda) e Alvaro Ybarra Zavala (Spagna). I partecipanti sono stati selezionati un comitato internazionale indipendente composto da Walter Astrada (Argentina) fotografo freelance, Nan Goldin (USA) fotografa artista e di documentazione, Jan Grarup (Danimarca) fotografo dell'Agenzia Noor, Santiago Lyon (USA) direttore del settore fotografico dell'Associated Press, Jenny Smets (Olanda) photo editor di Vrij Nederland, Anne Tucker (USA) curatrice della sezione fotografia del Museum of Fine Arts di Houston.




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giovedì 30 aprile 2009

L’albero dell’autorialità

Buona Pasqua. Sembrerebbe l’incipit più naturale trovandosi a scrivere la mattina di domenica 12 aprile, Pasqua di Resurrezione 2009. Ma non è affatto quel che si dice un attacco vincente. E non solo perché quando verrà letto, sarà passato quasi un mese dalla sua stesura e non potrà che risuonare stantio, ma soprattutto perché la festa di Resurrezione difficilmente potrà essere ricordata come una buona giornata, considerati i tragici accadimenti d’Abruzzo. Mentre scrivo sono passati sei giorni dalla scossa che in pochi istanti ha lasciato decine di migliaia di persone senza più nulla o quasi di ciò che possedevano e con l’incombenza di dover procedere alla conta dei propri morti. Stampa, emittenti radiotelevisive e siti web sono ancora spazzati da una mareggiata di informazioni e servizi su quanto accaduto. Ma dopo sei giorni la forza delle onde che si abbattono sui lettori/spettatori si è già indebolita. Facile prevedere che la tempesta sia destinata a placarsi in breve tempo. E allora potremo affogare definitivamente l’accaduto nelle acque placide dell’oblio. Inutile e banale constatare come nel nostro sistema di informazione una notizia venga consumata in tempi brevissimi indipendentemente dalla sua rilevanza. Mi chiedo anche se valga la pena di dedicarsi all’analisi di come la notizia sia stata gestita. Tutto questo sproloquio e quello che seguirà nascono da alcuni post letti stamattina non appena connesso il computer a Twitter, la nota piattaforma di microblogging. Dopo un paio di post che rimandavano alle foto di Contrasto e Reuters sul terremoto d’Abruzzo, si poteva infatti leggere: «Davide Monteleone sembra aver firmato l'unico reportage fotografico dal taglio più autoriale» e a seguire «... ma c'è da dire che le immagini pubblicate non raggiungono alti livelli». Sono rimasto colpito perché, non più tardi dell’altro ieri stavo discutendo con il mio alter ego redazionale, Laura Marcolini, dell’opportunità di dedicare l’editoriale del numero di maggio proprio all’impiego della fotografia nel caso del terremoto in Abruzzo. Tecnicamente parlando le conclusioni esposte nei micropost, sono nella sostanza analoghe alle mie. Forse avrei sprecato un numero maggiore parole, ma alla fine il senso sarebbe stato lo stesso. Quindi: onore alla sintesi. Ma il punto è un altro e sta tutto in quell’aggettivo, autoriale, che dubito avrei messo sul piatto della bilancia. Non perché non riconosca a certi fotografi il titolo di Autore, ma perché ho visto sbandierare il problema dell’autorialità da troppi. In particolar modo da coloro che, occupandosi di quella che autodefiniscono fotografia colta (ovvero quella di paesaggio, territorio, architettura e ricerca) e han tutta l’aria di voler intendere che la qualità di colto sembri essere attributo del genere praticato e non dei modi in cui viene interpretato. Naturalmente le identificazioni appena utilizzate in parentesi, appariranno a un lettore attento banalizzanti e approssimative, ma purtroppo qui non ci sono gli spazi sufficienti per addentrarsi in distinzioni e specifiche. Perché dunque me la prendo con l’autorialità? Mi limiterò a un solo esempio fra quelli che mi vengono in mente per chiarire come a mio avviso certi termini possono risultare ridicoli quando sono utilizzati per cercare di nascondere o elevare artisticamente una banale realtà di mercato. In una nota galleria milanese tempo fa ho avuto il piacere di assistere all’entusiastico prostrarsi di un Artista al dictat di un fantomatico collezionista che aveva posto come condizione all’acquisto dell’opera che questa venisse ristampata su superficie lucida invece che opaca. La cosa triste è che fino a pochi istanti prima l’Artista in questione si era riempito la bocca di autorialità e intangibilità dell’opera d’arte. Ma chissà, forse davanti alla prospettiva dell’assegno si sarà consolato pensando che in fondo un vero Artista, latore di autorialità, non vede certo stravolgere il suo pensiero creativo solo perché si smonta a piacere dell’acquirente tutta l’elaborazione prodotta in fase di edizione dell’opera scegliendo un supporto opaco. Tornando a noi, ma soprattutto ad alcune tendenze del fotogiornalismo di recente affermate, progettualità, consapevolezza e autorialità sembrerebbero essere il viatico per un passaggio dalla condizione di giornalisti a quella di Artisti. Il biglietto d’ingresso per accedere a quelle gallerie dove si possono finalmente vendere fotografie nate per informare a prezzi che nessun editore si sognerebbe mai di pagare. Business is Business, soprattutto se a promuoverlo sono le agenzie fotografiche legittimamente a caccia di nuovi clienti-committenti al di fuori del consolidato ed esangue mercato editoriale. Il fotogiornalismo deve rinnovarsi, magari diventare consapevole, progettuale, autoriale appunto. Deve adeguarsi a nuovi media e a nuove tecnologie, fronteggiare la crisi di un mercato editoriale che acquista sempre più foto singole e sempre meno storie complete. Certo che il fotogiornalista deve essere consapevole e in grado di manifestare progettualità, ma per raccontare onestamente alla gente ciò che accade, non per perdere la propria identità in funzione dei contesti esterni, ovvero della committenza e dei modelli di prestigio che questa propone o impone. Dichiarare che attraverso consapevolezza e progettualità usate per denotare un lavoro pagato da un’azienda si sta facendo fotogiornalismo mi pare azzardato. Non si va più in direzione della notizia quando si affronta un reportage in cui è avvertibile la presenza di un’azienda, ma all’opposto verso l’interesse del committente, dell’agenzia, dei galleristi, dei fotografi, dimenticando il diritto all’informazione del pubblico. E non basta dire a posteriori «Io lo chiamo reportage» di fronte a una produzione con i soggetti messi in posa da due fotografi e sei assistenti. È senz’altro un ottimo lavoro fotografico, ma non è fotogiornalismo. Onore alla capacità imprenditoriale, ma chiamiamo le cose con il loro nome: marketing piuttosto che pubblicità. Di recente alla Triennale di Milano l’organizzazione di un concorso per giovani talenti creativi, in fase di accredito, ha offerto una banconota da un dollaro utilizzabile per l’acquisto del futuro catalogo. Funzionale. Si fa ricordare, colpisce, ma ho difficoltà a credere che l’uso del simbolo dollaro non implichi un messaggio ben preciso. Nel prosieguo della serata è stato teorizzato il new deal del fotogiornalismo, denotato dalla consapevolezza e dalla progettualità, ma connotato dalla committenza aziendale. Provate a mettere insieme le due cose... Non so voi, ma io sono in preda a un sano terrore. Non sottovalutiamo segnali del genere. Il passo che unisce consapevolezza e progettualità ad autorialità è breve. Siamo di fronte a fattori che incidono direttamente sull’informazione e quindi influenzano sia i processi di creazione di una coscienza di autorappresentazione sia il coinvolgimento al potere delle masse. Non dovrebbe dimenticarlo soprattutto chi produce informazione e troppo spesso tende invece a essere succube di certi mentori di autoriale e consapevole progettualità. Restiamo vigili perché a volte da piccoli semi nascono grandi alberi, ma non sempre sono alberi del bene. E la storia insegna che a volte per abbattere certi alberi possono essere necessari anche una una ventina d’anni e sacrifici innominabili.
Sandro Iovine

n. 205 - maggio 2009



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mercoledì 1 aprile 2009

Da San Donato (Milano 2009) a viale Jonio (Roma 1980)

Alessandro, uno degli studenti del corso di reportage che sta per cominciare, mi ha scritto dei suoi dubbi etici sulla fotografia. Approfitto dell’Editoriale per condividere la riflessione che è scaturita dall’e-mail su quella che in definitiva altro non è se non una delle più critiche e dibattute tematiche del fotogiornalismo, di cui dovrebbero farsi carico anche i seguaci della cosiddetta street photography. Le lettera di Alessandro: «[...] Oggi son andato a fare l'esploratore in dei vecchi stabili dell'ENI a San Donato… mi è successa una cosa un po’ strana… ero in giro per questi stabili e voltandomi un attimo sulla sinistra ho visto per terra una persona con il collo appoggiato allo stipite della porta… devo dire che subito ho pensato fosse morta, poi ho subito pensato che fosse un tossicodipendente. La seconda ipotesi era giusta, e comunque dormiva, anche se la posizione era del tutto innaturale e oserei dire scomoda… Ho fatto due foto, non mi son esposto molto, la situazione era tranquillissima ma un certo brivido gelido l'ho provato… Però una cosa mi ha un po’ preoccupato, non per questa situazione, ma come sintomo e base di un ragionamento più ampio. La ricerca di certe cose, l'inconscio cercare un determinato stato psicofisico, da cui io son molto attratto (probabilmente più addicted), potrebbe portarmi ad infrangere le norme che la mia etica mi sottopone? Potrebbe arrivare a farmi falsare la visione di determinate cose che voglio raccontare attraverso la fotografia? Lo dico e lo chiedo a lei perché conosce sicuramente molti fotografi che si son posti le mie stesse domande… ed hanno affrontato questo problema...».
E la mia risposta: «Alessandro, di fotografi professionisti, anche di conclamato livello internazionale, che si siano posti questo tipo di domande certamente ne conosco, ma dal mio punto di vista il loro numero rimane comunque troppo esiguo rispetto al totale... In realtà non credo esista una risposta ai tuoi dubbi, se non quella che troverai da solo analizzando te stesso e il tuo lavoro. Posso al massimo dirti come la vedo io. Credo che sotto il profilo etico ci sia (entro i limiti del rispetto di dignità e integrità fisica del soggetto e di stessi ovviamente) poco da preoccuparsi per ciò che avviene al momento della ripresa. Segui il tuo istinto e vai dove ti porta. Prendilo come un modo per conoscere meglio te stesso e, se del caso, ciò che ti droga. Al momento dello scatto sentiti libero, sempre nei limiti del buon senso e del rispetto per gli altri. In fase di selezione potrai trarre a tavolino e a mente fredda e lucida le conclusioni di quanto hai fatto sia sotto il profilo etico sia sotto quello pratico. Sceglierai allora se rendere pubbliche o meno le immagini, lasciarle vivere e agire nel mondo oppure distruggerle. Io credo che solo passando attraverso le cose si possa capire quanto ci rappresentano o rappresentano ciò in cui crediamo. E spesso anche ciò in cui crediamo è da scoprire attraverso il dato esperienziale. In ogni caso sarà l’esperienza accumulata in questo modo a farti evitare a priori gli scatti che sai già che non saranno destinati ad essere visti da occhi differenti dai tuoi, e viceversa fare quelli da rendere pubblici.
Nel 1980 stavo studiando per la maturità, quando sentii alla radio che il sostituto procuratore Mario Amato era stato ucciso mentre usciva di casa. Si occupava delle indagini sul terrorismo nero ereditate dal giudice Vittorio Occorsio, a sua volta ucciso quatto anni prima. Era il 23 giugno e non era certo eccezionale in quegli anni ascoltare notizie di omicidi a scopo politico. Ma quella volta era avvenuto in viale Jonio a Roma, a meno di venti minuti a piedi da casa mia. Mollai i libri e presi reflex, pellicole e obiettivi e andai sul posto. Il corpo era in terra, coperto da un lenzuolo. Intorno come si poteva facilmente prevedere era pieno di gente, polizia e carabinieri. Le facce dei presenti mi colpirono per l’indifferenza dettata dalla consuetudine con cui affrontavano l’accaduto. All’epoca avere una fotocamera al collo e un po’ di faccia tosta era ancora sufficiente per avvicinarsi ai fatti più di quanto non sarebbe stato consentito al primo passante. Cercai di organizzarmi qualche scatto molto naif della situazione (a diciannove anni ancora in attesa di uscire dal liceo non sapevo nulla della professione e agivo di puro istinto senza avere la più pallida idea di cosa stessi realmente facendo). Per farla breve quando portarono via il corpo rimasero a terra grandi macchie di sangue dov’era stato il cadavere. Una persona, non ricordo nemmeno se fosse un uomo o una donna, arrivò con un secchio pieno d'acqua e lo gettò sopra in modo un po' pietoso, un po' implacabile. Io mi ricordo di essermi piazzato con il grandangolare proprio lì davanti, quasi a prendermi addosso quella secchiata. Ricordo che in quel momento percepii chiaramente che quello non era più sangue, testimonianza di quello che fino a un’ora prima era stato un uomo. Era diventato solo un soggetto da inquadrare nel mirino in verticale, abbassandosi in modo che il sangue spazzato via fosse in primo piano, con il secchio e il gesto chiaramente visibili subito dietro. Mi sembrò una metafora chiara sia dell’accaduto e della sua rilevanza oggettiva, sia del nostro passaggio sulla terra. Mi fece una strana impressione. Impressione che non mi riuscì di allontanare nemmeno una volta rientrato in casa. Impressione che tornò durante lo sviluppo del negativo e tornò ancora in camera oscura mentre stampavo quella foto e le altre. Mi chiesi allora se fosse rispettoso far vedere ciò che io avevo visto e che al momento dello scatto mi era sembrato giusto raccontare e fissare nella memoria. Un gesto come se ne vedevano tanti in quel periodo. Un gesto che, unito all'indifferenza della gente, mi aveva lasciato un segno, mi aveva spinto a scattare. Beh, da allora quelle foto sono chiuse in un cassetto dentro una busta Agfa di cartoncino arancione e gli occhi che le hanno viste si contano sulla punta delle dita di una mano. E oggi in una situazione analoga so che il pulsante di scatto non lo premerei nemmeno.
Non so se questo piccolo episodio molto personale possa aiutarti a trovare la tua strada Alessandro. Ma, in merito alla questione etica che hai posto, al momento è la cosa più vera che posso offrirti in risposta ai tuoi dubbi. E stavo pensando che questa riflessione potrebbe diventare l'Editoriale di aprile».

Sandro Iovine

n. 204 - aprile 2009



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mercoledì 4 marzo 2009

Libertà di stampa: è l'inizio della fine?

Rilancio l'editoriale intitolato Diritto di cronaca di Amedeo Novelli su Witness Journal numero 19. Inutile ripetere qui quanto molto chiaramente riferito da Amedeo Novelli. Della vicenda potete trovare un ampio resoconto anche nel sito dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, al cui interno potete trovare anche l'articolo di La Provincia di Sondrio in formato .pdf. Inoltre sempre in rete potete trovare informazioni su www.agendacomunicazione.it e Fotografia & Informazione. Se quanto raccontato corrisponde alla completa realtà dei fatti, non ci resta che prendere atto del fatto che i motivi di preoccupazione relativi al rispetto e alla tutela del diritto di cronaca siano più che fondati. Il verificarsi di episodi di questo tipo unito al generalizzato silenzio in primis della maggioranza dei colleghi giornalisti è un innegabile segnale, che si aggiunge a purtroppo a tanti altri, nel confermare una situazione che solo eufemisticamente si può definire come critica nel nostro Paese. Spero che al di là del singolo episodio, la cui gravità oggettiva non è da considerarsi inferiore a quella di episodi ben più noti che hanno coinvolto ben più noti colleghi, fornisca a più d'uno qualche spunto di riflessione fintanto che è ancora possibile appellarsi al diritto di riflessione. Non è il caso di abbandonarsi al catastrofismo, ancora, ma sicuramente è il momento di guardare in faccia il reale andamento delle cose e trarne le debite conclusioni. Per il momento un sentito ringraziamento ad Amedeo Novelli per aver dato un po' di visibilità alla vicenda.




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domenica 22 febbraio 2009

Immagine e rispetto dell’Uomo

I giorni che hanno preceduto la chiusura redazionale del numero di marzo sono stati caratterizzati dalla conclusione di una delle vicende umane più tristi e disperate tra quelle assurte agli onori della cronaca. Anche se forse sarebbe più corretto declinare questa frase fatta parlando di disonori della cronaca, in considerazione di quanto accaduto. Mi riferisco alla terribile vicenda umana e clinica di Eluana Englaro. Chiarisco immediatamente che non è affatto mia intenzione aggiungermi al coro di personaggi di varia natura e reputazione che si sono accalcati in cerca di un briciolo di notorietà vuoi per esplicita richiesta di presunti colleghi giornalisti vuoi per spontanea necessità di espressione di un’opinione di contenuto etico sulla vicenda. Da quest’ultimo aspetto mi vorrei astenere, non foss’altro perché un giudizio, di fronte a una tragedia di queste proporzioni, non riesco proprio a esprimerlo e tanto meno riesco a schierarmi con facilità da una parte o nell’altra. L’aspetto sul quale invece vorrei soffermarmi a riflettere per qualche istante è quello relativo al ruolo che ha avuto, nella pessima strumentalizzazione politica condotta indistintamente dalle parti in causa, l’immagine sia in senso generale sia in senso prettamente fotografico. Lo sforzo maggiore nell’affrontare questo argomento è francamente quello di vincere il disgusto per l’atteggiamento tenuto dalle varie e opposte parti politiche. Nessuno, tranne forse qualche rappresentante di cariche istituzionali, ha dimostrato la benché minima capacità di rispetto per un essere umano che si trova nell’impossibilità di proteggersi autonomamente. Tutti hanno speculato sull’emotività popolare in modo inammissibile attraverso affermazioni e atti il cui fine era unicamente quello di trarre vantaggio di parte, ovvero conquistare consenso politico e sociale per affermare le proprie posizioni e presumibilmente adire a preoccupanti azioni politico istituzionali. Ma prescindendo da questo tipo di valutazioni, un aspetto che ha caratterizzato questi momenti di buio profondo, un grande ruolo hanno avuto le immagini in questa vicenda. Per mesi siamo stati schiaffeggiati quotidianamente dalle fotografie di una ragazza piena di vita, giovane, bella. Sempre le stesse immagini ripetute con un ritmo sempre più incalzante fino alla morte. Necessariamente le fotografie erano relative a periodi precedenti l’incidente da cui è originata l’intera vicenda pubblica. Ovvero si trattava di immagini riprese come minimo diciassette anni fa. Mi pare inutile sottolineare l’oggettiva assenza di un vero contenuto informativo relativo alla vicenda, ovvero l’inutilità giornalistica del mostrare queste fotografie. Forse sarebbero apparse adeguate solo all’interno di un format televisivo del tipo Chi l’ha visto?, ma non dimentichiamo che stiamo parlando della protagonista di una vicenda dolorosissima di cui tutti conoscevamo le sorti. L’uso, mi si passi il termine, indiscriminato di quella manciata di fotografie protratto tanto a lungo ha inevitabilmente creato, in unione alla certo non discreta sollecitazione dei media dell’informazione, un’attitudine di familiarità diffusa con quella povera ragazza. Familiarità del tutto infondata in senso logico, ma non per questo meno fondante ai fini di una presunzione di diritto all’espressione di una valutazione sull’opportunità del da farsi. Mi chiedo molto banalmente quanto le immagini fresche e solari di una bella ragazza possano raccontarci qualcosa di reale su come sia a distanza di quasi venti anni, anche prescindendo dalla tragica peculiarità del modo in cui questo periodo è trascorso. Peculiarità che è impossibile credere che non abbiano lasciato un segno tangibile sul corpo e quindi sull’aspetto esteriore. Ovvero, quanto di fronte a tematiche inerenti il diritto di autodeterminazione del singolo individuo, può essere condizionante la proposizione continua e indiscriminata di immagini che ragionevolmente assai poco hanno a che vedere la condizione reale del soggetto cui si riferiscono? Non c’è forse il rischio che la condizione del soggetto venga idealizzata e allontanata dal reale proprio a causa dell’indissolubile associazione con l’immagine proposta dalle fotografie?Ancora più chiaramente: associare l’immagine di una ragazza viva e nel rigoglio della sua gioventù a una sentenza di sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione non induce a una considerazioni e valutazioni condizionate della situazione? In proposito forse val la pena di riflettere sulle dichiarazioni rilasciate dal medico che ha accompagnato Eluana durante il trasferimento in ambulanza verso Udine. Mi chiedo quindi fino a che punto sia stato corretto continuare a far circolare quelle fotografie potenzialmente in grado di creare un’immagine illusoria di Eluana Englaro e quindi far propendere una larga parte di opinione pubblica non in possesso di strumenti di giudizio sofisticati verso l’appoggio a determinate posizioni politiche espresse in merito alla vicenda. Personalmente credo si potesse e dovesse evitare. Come credo sarebbe stato meglio se si fossero evitate esternazioni di opposta tendenza e finalità a favore dell’idea di rendere pubblica l’immagine attuale di Eluana al fine di convincere gli oppositori all’esecuzione della sentenza. Un livello di analisi un po’ più alto ha infatti consentito a qualcuno di intuire il valore fuorviante non solo a livello potenziale delle immagini in circolazione. In pieno delirio comunicativo però è stato possibile leggere in vari luoghi dell’opportunità di controbattere le tendenze a favore del mantenimento dell’alimentazione e dell’idratazione attraverso la diffusione di immagini che mostrassero quanto Eluana fosse lontana dall’essere la ragazza viva proposta quotidianamente da schermi televisivi e giornali. Ovvero si intendeva proporre ì’ostensione di un corpo morente alla visione pubblica per porre fine alle polemiche. Come se quel povero corpo di offese non ne avesse subite abbastanza. E ringraziamo il padre per aver risparmiato almeno questo alla figlia indifesa. Se non avessi già un’idea della risposta, mi verrebbe da chiedermi come al giorno d’oggi sia ancora possibile che si verifichino situazioni del genere. Il guaio è che a cercare una risposta, stavolta non ce la caviamo con il solito j’accuse che chiama sul banco degli imputati la generalizzata incapacità di decodificare il senso delle immagini. Stavolta dovremmo chiederci qualcosa in più relativamente al rispetto della dignità umana.

Sandro Iovine

n. 203 - marzo 2009



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martedì 3 febbraio 2009

Quanto ci ha cambiato la fotografia


È l’8 luglio del 1839 e la camera dei Deputati francese è riunita a Parigi per ascoltare la Relazione sulla dagherrotipia richiesta dal ministro degli Interni Duchatel al fine di esaminare il progetto di legge che avrebbe attribuito a Louis Jacques Mandé Daguerre e Isidore Niépce, erede di Nicéphore Niépce, un reddito annuale come contropartita economica per aver acconsentito a rendere pubblico il procedimento della dagherrotipia. A parlare a nome della commissione costituita da altri otto parlamentari è François Arago. La commissione aveva come compito quello di rispondere fondamentalmente a quattro punti: se la dagherrotipia fosse incontestabilmente un’invenzione, se avrebbe potuto arrecare servizi di qualche valore all’archeologia e alle belle arti, se avrebbe potuto diventare un bene comune e infine se le scienze ne avrebbero potuto trarre vantaggio. Come si vede fin dall’inizio tutte le questioni, anche in prospettiva delle motivazioni iniziali dell’analisi svolta dalla commissione, si rivolgono in direzione di un utilizzo strumentale dell’immagine fotografica. Gli accenti posti sulle qualità della fotografia sono quelli che segneranno la percezione della stessa nei decenni successivi fino ai nostri giorni. La dagherrotipia assicurerà, ad esempio alla Commissione per i Monumenti Storici, documentazioni non solo più precise, ma anche più economiche. Ma una funzione, sempre strumentale la dagherrotipia, l’avrà anche nei confronti dell’arte. A conferma Arago cita una nota di Paul Delaroche esplicitamente interrogato dalla commissione sull’argomento.
«In tale procedimento il pittore troverà un mezzo rapido di fare un insieme di studi che, per quanto abbia talento, non potrebbe mai ottenere se non con molto tempo, molta fatica e in modo molto meno perfetto». La dagherrotipia per Delaroche e Arago non penalizzerà né artisti né incisori perché «riassumendo la stupenda scoperta del signor Daguerre, è un enorme servizio alle arti». È l’inizio di una storia che arriva ai nostri giorni. Una storia nel corso della quale molti si interrogheranno sul valore strumentale o artistico della fotografia. I primi avventandosi da una parte contro la produzione meccanica e dall’altra contro la riproducibilità virtualmente illimitata dell’immagine subentrata con l’introduzione del processo negativo-positivo negheranno, in funzione dell’assenza dell’intervento diretto della mano dell’uomo, ogni possibilità di contenuto artistico da parte della fotografia. I secondi invece punteranno la loro attenzione sulle condizioni mediatrici della visione per ricondurre la fotografia ad un contesto di pensiero umanistico all’interno del quale generare un ruolo fondamentale degli aspetti decisionali del processo creativo. Non è certo questo il contesto adatto per affrontare la questione. Vale solo la pena a mio avviso di rilevare come per molti alla fotografia debba essere attribuito un ruolo di affrancamento dell’arte nei confronti della rappresentazione del mondo che le ha permesso di sviluppare direzioni di ricerca svincolate dal realismo iconografico. A fronte delle tesi afferenti a questo nucleo di pensiero ve ne sono altre che teorizzano al contrario che la fotografia non sia che una conseguenza inevitabile del processo evolutivo dell’arte che comunque si era già rivolta in quella direzione. Tesi quest’ultima abbastanza interessante se si confronta con quelle che intravedono in Platone il generatore occulto di quegli spermatozoi che avrebbero fecondato nei secoli a venire l’utero del nichilismo occidentale da cui la fotografia stessa avrebbe preso vita. Si tratta di argomentazioni che richiederebbero molta attenzione per azzardarne una valutazione di qualunque tipo, ma come già detto non è questa la sede.
Mi preme però sottolineare che al di là dell’individuazione concreta delle ragioni a favore o contro una o l’altra delle posizioni citate e di quelle omesse, quella che rimane è comunque un’eredità pesante, testimoniata anche dall’ampiezza e complessità del dibattito che va ben oltre quanto appena tratteggiato in modo deliberatamente parziale. La fotografia ha pervaso strutturalmente la nostra percezione del reale, anche se non ce ne rendiamo conto. Un esempio per tutti è offerto l’appiattimento dell’attenzione di tutti noi che, come notava Franco Vaccari alla fine degli anni Settanta, è stato portato a un livello medio in cui l’estremamente grande e l’estremamente piccolo hanno perso i loro connotati relazionali con la scala umana per fondersi in una familiarizzazione dello spazio all’interno della quale finiamo per subire la fascinazione dell’indifferenza.

Sandro Iovine

n. 202 - febbraio 2009



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martedì 6 gennaio 2009

Cose... strane dal mondo (della fotografia)


Uno slogan pubblicitario piuttosto famoso di qualche tempo fa recitava cose buone dal mondo… oggi forse sarebbe il caso di riciclarlo in cose strane dal mondo (della fotografia). O almeno questo è quello che mi viene da pensare rovistando nei meandri di internet quando vengo in contatto con quelle informazioni che testimoniano come la fotografia venga ogni giorno che passa sempre più contaminata da operazioni che con essa hanno oggettivamente poco a che vedere. Non voglio fare moralismo di basso livello, ma vedere come soprattutto certi settori stiano mostrando sempre più chiari i segni di quella che, più che una trasformazione, sembra essere una vera e propria corruzione, riesce sempre a mortificarmi in profondità. Soprattutto quando si è costretti a verificare come dietro a certe vicende ci siano sempre gli stessi denominatori comuni. Mi riferisco soprattutto alle operazioni che si svolgono intorno e dietro alle immagini fotogiornalistiche. Nel recente passato abbiamo già visto finire in gallerie d’arte immagini nate per documentare guerre e disastri in tutto il mondo. La questione etica sull’opportunità di fotografare la sofferenza, quando non direttamente la morte, è probabilmente vecchia quanto il fotogiornalismo e non credo valga la pena di versare altro inchiostro sull’argomento. Accettiamo che ognuno faccia i conti con la propria coscienza quando decide di far circolare determinate immagini. Limitiamoci però a smettere di credere che nel mondo odierno (e probabilmente anche il quello passato) il fotoreporter possa assolvere a una funzione salvifica nei confronti del mondo. Le fotografie non hanno quasi mai cambiato gli orientamenti di chi decideva della nostra sorte, figuriamoci se possono farlo oggi. Ma non accettiamo che immagini di sofferenza nate per documentare, informare di cosa stava accadendo in un determinato luogo chi in quel luogo non poteva recarsi, finiscano per diventare oggetto di mercimonio para artistico. Soprattutto se in esse è raffigurata la sofferenza di qualcuno. Mi chiedo sempre che effetto ci farebbe sapere che qualcuno si è appeso sopra al camino di casa la foto del cadavere di un nostro parente o di un amico… Che poi i ricavati siano devoluti o meno ad associazioni umanitarie cambia davvero di poco la sostanza dei fatti. Non sorprendiamoci se un domani qualche fotoreporter finirà nel mirino di sbandati che individueranno in loro i soggetti su cui rifarsi delle migliaia di dollari ricavati vendendo una singola foto di qualche loro compagno di lotta o di sventura. Non meravigliamoci perché pur essendo nel torto avranno una parte di ragione. Soprattutto se poi possiamo ritrovare immagini degli stessi autori come etichette su una bottiglia di nobile vino toscano. Certo ancora una volta si addolcisce (stavolta dichiarandolo chiaramente fin dall’inizio) il cambio di destinazione d’uso delle foto con una raccolta fondi a favore di una nota associazione di volontariato internazionale attraverso la vendita di un catalogo che accompagna la mostra allestita per sottolineare l’operazione. Ma rimane il fatto che qualcuno si porterà sul tavolo le immagini realizzate per documentare un’epidemia di colera, terremoto che ha causato decine di migliaia di morti e così via. Certo se da una parte è vero che si tratta delle bottiglie adatte per brindare al novello 2009 che si preannuncia ben carico di tempeste, dall’altra non posso che rimanere quantomeno perplesso nei confronti di chi certe idee se le fa venire e di chi le accetta o condivide. Ovviamente a fronte dell’imperativo consistente nel lanciare un grido d’allarme per quanto accade, c’è la precisa volontà di non concedere ulteriore spazio alla visibilità ricercata dai protagonisti della quantomeno discutibile operazione, ragion per cui ne ho deliberatamente omesso i riferimenti. Sappiate però che accade davvero. E che dovremmo vergognarcene tutti. Almeno un po’.

Sandro Iovine

n. 201 - gennaio 2009



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