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venerdì 13 febbraio 2015

Andy Rocchelli premiato al World Press Photo

Russian Interiors di Andrea Andy Rocchelli/Cesura, Portraits, 2nd prize stories World Press Photo 2015, l'immagine è un link diretto al sito WPP. © Andrea Rocchelli/Cesura. 

Ieri sono stati resi pubblici i i risultati del World Press Photo 2015. Tra i premiati c’è anche Andrea Andy Rocchelli con il suo lavoro Russian Interiors (Portraits, 2nd prize stories). Un meritato riconoscimento postumo al lavoro del fotografo di Cesura scomparso in Ucraina nello scorso maggio. Un riconoscimento che, mi sia consentito sottolinearlo, dovrebbe idealmente essere esteso anche ai suoi amici e colleghi di Cesura, che con ammirevole dedizione e affetto hanno portato a compimento il lavoro di Andy realizzando un bellissimo volume fotografico che racchiude le immagini premiato al World Press Photo.
Quello ottenuto da Andy è un risultato davvero considerevole se si tiene conto che al premio hanno partecipato ben 97.912 immagini di 5,692 fotografi di 131 nazionalità differenti. Dobbiamo pensarlo come un premio a una vita dedicata a raccontare il mondo e cosa vi accade. Un premio che però non potrà mai compensare il sacrificio estremo di un ragazzo poco più che trentenne, sperando comunque che si tratti del meritato riconoscimento al lavoro di Andy e non alla sua tragica fine.



domenica 25 maggio 2014

Una giornata orribile

Andrea Andy Rocchelli.
I tempi sono marci e la cronaca ci offre solo brutti spunti di riflessione. Anche se decidi di occuparti solo di immagini e del loro uso sei continuamente ricacciato nel baratro di una realtà che nessun essere umano dotato di coscienza vorrebbe vivere. Sono passati appena pochi giorni dalla scomparsa di una giovanissima fotogiornalista francese e siamo di nuovo a piangere per la scomparsa di una altro ragazzo che stava facendo il suo lavoro.
Ieri sera era apparsa la notizia della morte di un fotogiornalista italiano in Ucraina. Il mio primo pensiero è stato rivolto ad Andrea Carrubba, un ragazzo che ha studiato fotogiornalismo e Comunicazione visiva con me e che già poche settimane fa si è visto esplodere un razzo lanciato da un elicottero ucraino a una decina di metri. E in effetti non c'ero andato troppo lontano «Eravamo insieme, vivevamo nello stesso hotel e ieri pomeriggio ci siamo divisi -mi racconterà poi Andrea via Skype- lui è andato in un posto fottutamente pericoloso, per capirci dove avevo preso il razzo».
Quello che provi in queste situazioni quando pensi che potrebbe essere coinvolto qualcuno che conosci è terribile. Per questo tI attacchi a Twitter e cominci a seguire l'hashtag #Slavyansk. Sono informazioni generiche e sembrano più spesso lo sfogo ideologico de isingoli che se la prendono con una fazione piuttosto che un'altra. Finché da un tweet non compare il nome di Andrea Rochelli… 
«Ma è Andy… cazzo!!!». 
Il nome cui non avevi pensato salta fuori dallo schermo e ti fa esplodere in testa le immagini dell'allestimento di una mostra alcuni anni fa, fa riemergere alla memoria tutte le volte che lo hai sentito nominare o chiamare dai ragazzi di Cesura, rievoca gli spazi del collettivo in Val Tidone, dei lavori visti o rivisti in rete. 
Leggere della morte di qualcuno è una cosa bruttissima, se poi si tratta di qualcuno che fa qualcosa che ha a che vedere con la tua quotidianità è terribile... ma se si tratta di qualcuno che hai conosciuto, anche se non in profondità, è molto, molto peggio. 
E, come se non bastasse, c'è anche la beffa del nome del collettivo storpiato nei tweet diventa censura.it. Tra i refusi possibili il meno appropriato e auspicabile.
Poco fa, in treno, mi è arrivato un SMS: «Ho appena sentito la conferma della morte di Andy alla radio. Ci speravo venisse smentita, ci speravo davvero...». Controllo sui quotidiani on line... la Farnesina ha confermato… purtroppo
Era più che prevedibile dopo tante ore senza una smentita ufficiale. Quando le cose vanno così l'assenza di smentite è una conferma certa. 
Penso ai ragazzi di Cesura che hanno lavorato a fianco di Andy per tanti anni, a quegli stanzoni in cui lavorano, più simili a un centro sociale che a un'agenzia, dove all'improvviso immerso in caso creativo ti trovi davanti un'armadio frigorifero ordinatissimo e  assolutamente fuori contesto in cui sono custoditi di negativi di Alex Majoli... 
Di fronte alla morte si rischia di dire solo banalità e tante ne verranno scritte ancora una volta (comprese queste che state leggendo). Molti lo fanno per mestiere, a cominciare dal sottoscritto, ma stavolta scrivere è solo un modo per provare a metabolizzare qualcosa che non può essere davvero comprensibile, anche se sai bene che può accadere.
Inutile aggiungere altro e diventare squallidamente patetici, mentre intorno il treno continua a scorrere sulle sue rotaie e la gente ride, scherza e  prosegue la sua vita… 
«Oggi pomeriggio ho visto i due cadaveri all'obitorio -mi scrive Andrea- è una giornata orribile».
Niente da aggiungere... 

QUI i lavori di Andy dal sito di Cesura.

domenica 18 maggio 2014

Lacrime di fotografo

Un momento dell'incontro con Sara Naomi Lewkowicz presso la sede del Gruppo Fotografico Progetto Immagine a Lodi.
Da sinistra Aldo Mendichi, Sandro Iovine, Sara Naomi Lewkowicz, Marta Lutzu e Alberto Prina. © Arianna Pagani.

Osservando le sue fotografie non immagineresti che Sara Naomi Lewkowicz sia così giovane. Quando parla di sé dice «Io non sono una fotografa, sono una studentessa, mi manca ancora un semestre per finire». Complice l'ambiente estraneo e la lingua sconosciuta che vi si parla, si muove nello spazio come se cercasse di non entrare in contatto con ciò che la circonda. Scivola via quasi fosse trasparente a dispetto di scelta nell'abbigliamento discretamente yankee. 

«Falle molte domande - mi avvertono prima di iniziare l'incontro- perché tende a tagliare corto nelle risposte e poi ha detto di essere in imbarazzo a parlare davanti alla gente».
In effetti le risposte sono tendenzialmente secche come si addice a chi proviene da una cultura anglosassone e, nonostante riesca a dissimularla dietro un distacco che non favorisce una sensazione di simpatia galoppante, Sara Naomi Lewkowicz deve essere tesa e risponde in modo puntuale sì, ma maledettamente conciso e con un non so che di gelido. L'unico momento di contatto umano è un lungo sguardo occhi negli occhi mentre le faccio una domanda, come se non capendo una parola di ciò che sto dicendo (per rispetto del pubblico e soprattutto della lingua inglese si è deciso di ricorrere a una traduzione e quindi ognuno parla nella sua lingua). 
L'atmosfera cambia quando le chiedo se pensa che il suo lavoro sulla violenza domestica possa incidere sulla vita delle donne che vivono sulla propria pelle il problema. Sara risponde raccontando di una donna che le ha scritto dopo aver visto pubblicate le fotografie di Shane e Maggie. Questa donna aveva cacciato di casa il marito, ma stava riflettendo su come ricomporre il rapporto, magari facendolo rientrare in casa. Dopo aver visto le immagini però si era convinta a rompere definitivamente. Le lacrime esplodono senza preavviso mentre Sara parla, sgorgano dagli occhi e fanno riflettere. E questo al di là della tensione per l'impatto con il pubblico o di quelle che possono essere state le esperienze familiari indirettamente vissute attraverso i racconti della madre che da piccola aveva assistito a scene simili a quelle fotografate da Sara.
Personalmente non sopporto le manifestazioni di emotività, tantomeno pubblica, non di meno quanto accaduto ieri sera è uno spunto per una riflessione sul peso emotivo che sono costretti a sostenere quei fotografi che scelgono di raccontare storie pesanti come quella di Shane e Maggie o anche ben peggiori. 
Un certo tipo di opinione pubblica, poco incline alla discriminazione, tende a bollare univocamente queste situazioni come sfruttamento delle disgrazie altrui. I fotogiornalisti sono solo avvoltoi che speculano sulla sofferenza degli altri per queste persone. 
Ora che esistano fotografi che meritano simili giudizi è indubbio, ma non si può estendere il concetto indiscriminatamente. E non si può sottovalutare il prezzo che i professionisti pagano sotto il profilo umano per svolgere la loro professione. E ancora non bisogna dimenticare che tra il lavoro del fotografo e il suo diventare pubblico c'è di mezzo una catena produttiva all'interno della quale il significato e lo spirito all'origine del lavoro possono essere stravolti. Non dobbiamo dimenticare che prima di trarre delle conclusioni, utilizzando come fonte ciò che ci viene mostrato dai mezzi di comunicazione, è sempre opportuno farsi delle domande sul perché le cose vengono mostrate in un certo modo e su chi sia a poter trarre potenziale vantaggio da quel modo di presentare le cose.
Un grazie ad Aldo Mendichi che ieri sera durante l'incontro con Sara Naomi Lewkowicz ha dato il via a questa riflessione che credo meritasse di essere estesa anche a chi non era presente. 


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venerdì 25 novembre 2011

Massimo Berruti, il fotogiornalismo ha ancora senso


Parigi, École Nationale Supérieur des Beaux-Art, Chapelle des Petits-Augustin. Un momento dell'intervista a Massimo Berruti, vincitore del Prix Carmignac Gestion du photojournalisme 2010. © Stefania Biamonti 2011. 
Mancano ancora venti minuti all'appuntamento. Qualche studente oltrepassa alla spicciolata il grande cancello dell'École Nationale Supérieure des Beaux-Arts in una Parigi tiepida e un po' grigia di inizio novembre. In alto sopra le sbarre campeggia il manifesto che annuncia la mostra Lashkars, milices civiles pachtounes face aux talibans, il lavoro con cui Massimo Berruti ha vinto il Prix Carmignac Gestion du Photojournalisme 2010. È lunedì mattina e la Chapelle des Petits-Augustin dove sono esposte le fotografie è chiusa. Verrà aperta solo per realizzare l'intervista. Di tanto in tanto qualche studente attraversa il piazzale per raggiungere le aule, trascinandosi dietro qualche ingombrante lavoro arrotolato sotto il braccio. Qualcuno si china all'ingresso a ritirare una copia gratuita di un quotidiano. Con almeno dieci minuti di anticipo ecco arrivare Eleonore Grau dell'ufficio stampa con cui è stata concordata l'intervista. Sorridente, vestita di scuro si mette immediatamente in moto e fa aprire la sala della mostra, scusandosi perché entreremo da un ingresso laterale. Oltrepassata la soglia sembra di entrare in un antico museo sette-ottocentesco. Sparsi, apparentemente a caso, nello spazio e sulle pareti statue e dipinti di ogni epoca circondano in un abbraccio ideale la mostra montata su pannelli viola che creano un percorso all'interno della sala. L'effetto d'insieme è straordinario, le foto perfettamente stampate e illuminate. Sembra davvero impossibile che espressioni visive tanto differenti e lontane nel tempo e nello spazio possano convivere tanto bene in uno stesso spazio. Mentre sto per concludere un primo giro di orientamento, una voce mi raggiunge alle spalle: «Ciao Sandro». È Massimo Berruti che arriva accompagnato da Eleonore. Iniziamo a chiacchierare per sciogliere un po' l'ambiente. Massimo parla con voce molto pacata, lentamente. Ha una voce piacevole e tranquillizzante, ma terribilmente bassa e io inizio a tremare prevedendo problemi audio a non finire, ma cerco di convincermi che riuscirò in qualche modo a fargli alzare il tono di voce. 
Facciamo un giro insieme per concordare dove realizzare l'intervista e alla fine concludiamo di farla davanti all'ingresso della mostra. Davanti a una pazientissima, ma quasi certamente sbigottita Eleonore iniziamo con italianissima ed estemporanea creatività a spostare tavoli, sedie e pacchi di cataloghi per improvvisare il set. Non prima però di aver solennemente  promesso di rimettere tutto a posto prima di andare via. 
Dopo aver praticamente smontato mezza Cappella, sotto gli occhi sempre più preoccupati di Eleonore, possiamo cominciare. 
«La voce Massimo... mi raccomando, alzala più che puoi!»



Un ringraziamento particolare a Vivien Ayroles e Eleonore Grau (Heymann, Renoult associées) per aver reso possibile questa intervista con grandissima professionalità e disponibilità.




LA MOSTRA

Lashkars, milices civiles pachtounes face aux talibans
(Prix Carmignac Gestion du Photojournalisme 2010)


di Massimo Berruti

fino al 3 dicembre 2011

École Nationale Supérieure des Beaux-Arts de Paris
Chapelle des Petits-Augustin
14 rue Bonaparte, 75006 Parigi



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domenica 28 agosto 2011

Si può raccontare la guerra? Radio 24 e RSI


Il 15 agosto, sì proprio il giorno di ferragosto, è andata in onda su Radio 24 una puntata di  Nessun luogo è lontano, la trasmissione radiofonica ideata e condotta da Giampaolo Musumeci che mi ha voluto ospite in studio, come preannunciato su queste stesse pagine un paio di settimane fa. Per chi fosse interessato ora è possibile ascoltare la trasmissione anche dal blog. Stavolta il titolo della puntata era La guerra dei fatti e Giampaolo Musumeci ha invitato Lorenzo Trombetta, giornalista di Limes, e Franco Pagetti. L'argomento principale della puntata verteva sulla veridicità dei racconti giornalistici e sull'enorme problematica della verifica delle fonti che dovrebbe essere alla base di qualsiasi lavoro in odor di giornalismo per poi spostarsi sulle specificità della fotografia. Consiglio l'ascolto della puntata (e delle altre presenti sul podcast di Radio 24) a tutti quelli che nutrono un minimo di interesse per l'argomento e in particolare a quei miei studenti che dovessero trovarsi a errare per questo blog. Il mio intervento inizia intorno a 28,32 minuti dall'inizio della trasmissione.

Approfitto per segnalare un secondo link radiofonico relativo a un'altra trasmissione che mi ha visto coinvolto. Mi riferisco a Moby Dick, programma culturale della Rete Due della Radio Svizzera Italiana, cui ho partecipatoai primi di giugno sempre per volontà di Giampaolo Musumeci che cura la rubrica Cose dell'altro mondo. La trasmissione prendeva spunto dalla morte di Tim Hetherington e Chris Hondros, cui avevo accennato all'epoca dei tristissimi fatti in questo post. Ospite con me ancora una volta Franco Pagetti che a questo punto mi propongo di incontrare al più presto di persona visto che già per tre volte ci siamo ritrovati ad essere ospiti della stessa trasmissione radiofonica.
I due interventi possono essere ascoltati cliccando qui.

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martedì 5 luglio 2011

Indagato per mafia? Se lo fotografi rischi!


Ricevo stamattina il comunicato emesso il 29 giugno 2011 dalla Segreteria dell'Ordine Giornalisti Liguri che ripubblico esattamente come pervenuto con tanto di discutibile utilizzo delle maiuscole, errori di battitura e accenti sostituiti dagli apostrofi. Il contenuto non credo necessiti di alcun commento, ma ritengo possa far riflettere sulla condizione in cui operano i professionisti della comunicazione e sulla situazione più in generale. Non mi illudo che questo possa cambiare qualcosa, ma forse far circolare ulteriormente la notizia fuori dagli ambiti regionali ha ancora il suo senso, anche se, stavolta, non me la sento di augurare buona lettura a nessuno.

Da: Segreteria Ordine Giornalisti Liguri
Date: 29 giugno 2011 14:13
Oggetto: COMUNICATO
A: Segreteria Ordine Giornalisti Liguri



COMUNICATO

INDAGATI PER MAFIA E ALTRI GRAVI REATI COLLEGATI AL MALAFFARE POLITICO “PRETENDONO” IL RISPETTO DELLA RISERVATEZZA. E NON TROVANO DI MEGLIO CHE MINACCIARE UN FOTOGIORNALISTA DE IL SECOLO XIX. E’ ACCADUTO QUESTA MATTINA IN TRIBUNALE A GENOVA DOVE I PARENTI DI ANGELO CONDIDORIO HANNO PESANTEMENTE MINACCIATO IL FOTOGIRNALISTA AVVERTENDOLO DI ULTERORI CONSEGUENZE PERSONALI SE AVESSE FOTOGRAFATO L’ARRESTATO.
E’ OVVIO CHE IL COLLEGA HA FATTO COMUNQUE IL SUO LAVORO PUR DI FRONTE ALLE PESANTI MINACCE E, QUANTO ACCADUTO CONFERMA ANCHE IL VALORE DELLE INDAGINI GIORNALISTICHE SUL TEMA DELLE ASSOCIAZIONI MAFIOSE IN LIGURIA. METODI E PERSONAGGI NON SFUGGONO ALLA REGOLA DELLA INTIMIDAZIONE.
E PENSARE CHE PROPRIO IN QUESTI GIORNI QUANTO STAVA ULTERIORMENTE EMERGENDO SULLA REALTA’ MALAVITOSA IN LIGURIA E’ STATO DEFINITO DA ALCUNI POLITICI COME UN ACCANIMENTO MEDIATICO.

Marcello Zinola – Segretario Associazione Ligure dei Giornalisti
Luca Zennaro – Presidente Gruppo Fotogiornalisti Liguri
Edoardo Pusillo – Presidente Gruppo Cronisti Liguri

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sabato 23 aprile 2011

Etica: parliamone a Lodi!

Primo Festival della Fotografia Etica, Lodi 13 marzo 2010, l'incontro con il collettivo israeliano Active Stills.
© Francesco Brusoni
Me ne rendo conto da solo: parlare di etica oggi può apparire nella migliore delle ipotesi anacronistico. La maggior parte delle manifestazioni sociali indica senza possibilità di equivoco anche all’analista meno attento che i concetti che hanno descritto l’etica e l’eticità sono ben che vada andati dispersi quando non capovolti completamente. Non mi piace guardare continuamente indietro e pensare che ciò che è stato fosse necessariamente migliore di ciò che è. Le cose cambiano ed è giusto che sia, ma non per questo bisogna rinunciare ad affrontare gli accadimenti essendo privi di coscienza. E senza voli pindarici questo discorso riguarda direttamente anche la fotografia che rimane pur sempre una specchio di quanto prodotto dalla società da cui scaturisce. I momenti e i luoghi di discussione sono indubbiamente numerosi al giorno d’oggi soprattutto grazie alle possibilità di comunicare anche valicando barriere di spazio e di tempo che appena pochi anni fa sarebbero risultate semplicemente impensabili a livello pratico o più brutalmente economico. Questa è una magnifica risorsa del nostro tempo che ci pone inevitabilmente in una posizione debitoria nei confronti della tecnologia, ma per fortuna esistono anche dei luoghi in cui la virtualità comunicativa si stempera nella possibilità di concretizzare incontri reali e dannatamente fisici. Questi luoghi sono,per quanto ci concerne in qualità di persone che si appassionano alle vicende della fotografia, i festival… o almeno quelli organizzati con serietà e professionalità. Lo scorso anno siamo entrati in contatto quasi per caso e all’ultimo momento con la realtà costituita dalla prima edizione del Festival della Fotografia Etica, una manifestazione che ha preso vita a Lodi grazie all’impegno e al sacrificio poco virtuale ed estremamente concreto del Gruppo Fotografico Progetto Immagine.
Primo Festival della Fotografia Etica, Lodi 11-14 marzo 2010, la mostra Worldless Children
di Luca Catalano Gonzaga nella sede del
Gruppo Fotografico Progetto Immagine.
© Francesco Brusoni
Dichiaratamente amatori i soci hanno riversato le proprie professionalità nell’impegnativa realizzazione del Festival che ha riscosso lo scorso anno un successo al di là delle più rosee previsioni. Come testata ho deciso di dare tutto l’appoggio possibile alla manifestazione. Un appoggio che si ripete si rafforza anche quest’anno. Il prossimo numero dedicheremo uno speciale alle attività che si svolgeranno dal 19 al 22 maggio nel capoluogo lodigiano. Nel frattempo l’invito è a seguire  gli aggiornamenti che vengono pubblicati sul sito del festival all’indirizzo www.festivaldellafotografiaetica.it e sulla nostra pagina di Facebook. Rispetto allo scorso anno e forti dell’esperienza pregressa gli organizzatori hanno allargato il campo d’azione delle attività del Festival. 
Primo Festival della Fotografia Etica, Lodi 14 marzo 2010, l'incontro con il collettivo italiano Terra Project.
© Silvia Brambilla
Oltre a una serie di mostre e proiezioni, all’interno delle quali va sottolineata la presenza degli autori con cui sarà possibile confrontarsi e scambiare idee, dei dibattiti aperti al pubblico si aggiungeranno quest’anno conferenze e workshop di estremo interesse. I nomi coinvolti rappresentano il gotha della fotografia di giornalismo Stefano De Luigi, Simona Ghizzoni addirittura Eugene Richards che realizzerà la prima mostra fotografica nel nostro paese proprio a Lodi. E ancora ci saranno le mostre delle Organizzazioni Non Governative come Medici Senza Frontiere e Cesvi, le videoproiezioni dei colletivi fotografici europei come Documentography dal Regno Unito, Est/Ost da Francia e Ungheria, Tendence Floue dalla Francia e gli italiani Shabel. Inoltre tra le novità di quest’anno ci saranno anche la prima edizione del World.Report Award premio italiano di fotogiornalismo  realizzato in collaborazione tra Il Festival della Fotografia Etica e ArtéFoto Festival di cui vi abbiamo dato conto nei mesi scorsi, e i workshop condotti da Stefano De Luigi (Classici e outsider del fotogiornalismo) da 10b photography (post-produzione dell’immagine). A completare il quadro dei quattro giorni del Festival i dibattiti e gli incontri di approfondimento sulle tematiche di uso della fotografia, del volontariato culturale delle associazioni fotografiche e delle relazioni tra etica, comunicazione e fotografia e le letture portfolio, che visto il successo dello scorso anno, sono state ulteriormente incrementate. 
Primo Festival della Fotografia Etica, Lodi 11-14 marzo 2010,visitatori in un momento di pausa consultano il catalogo della mostra Colombia voci nascoste di Francesco Zizola per Medici Senza Frontiere.
© Davide Pravettoni
Come per la prima edizione noi saremo al fianco degli organizzatori convinti che l’impegno che hanno profuso e stanno tuttora mettendo nella fase finale dell’organizzazione debba essere premiato con una altro successo di pubblico. L’invito è a partecipare a questo evento per scoprire un aspetto della fotografia (e non solo) che viene sempre meno preso in considerazione da chi invece dovrebbe farne la guida quotidiana alla propria professionalità. Il concetto di etica può e probabilmente deve trasformarsi nel tempo, ma non dovrebbe mai venir meno. Per questo è importante essere tutti a Lodi a maggio. Vi aspetto!





mercoledì 20 aprile 2011

Libia: muore Tim Hetherington

L'ultimo messaggio su Twitter del 19 aprile 2011 di Tim Hetherington: «Nella città assediata di Misurata. Bombardamenti indiscriminati delle forze di Gheddafi. Nessun segno della Nato». (clicca per ingrandire)
 «Ti dovrei raccontare un po' di cose, ma magari ti richiamo un altro giorno... oggi sono proprio distrutto... sono morti due colleghi a Misurata...  Tim Hetherington e Chris Hondros»
«Oddio, ma quando?» chiedo.
«Nel pomeriggio... era anche un amico...»
Guardo l'ora sull'orologio del computer, istintivamente... le 21,48...dall'altra parte del telefono Francesco Zizola. Dovevamo sentirci per paralre un po' di un lavoro, ma evidentemente non è il momento. Il destino tragico che ha accompagnato la fine di tanti, troppi, giornalisti si è ripetuto per l'ennesima una volta. È terribile pensare di essere tranquillamente seduti davanti al proprio computer mentre la gente muore, ma in genere si fa Herrington finta di non sapere che dall'altra parte del mare c'è una guerra in corso. E in guerra si muore.
Saluto Francesco... ci sentiremo nei prossimi giorni per parlare...
L'immagine del soldato che si riposa nel bunker a Restrepo in Afghanistan, realizzata in assignment
per Vanity Fair, con cui
Tim Hetherington ha vinto il World Press Photo of the Year nel 2007.
Mi viene in mente che un paio di settimane fa anche quelli del collettivo Shabel Reporter Associati hanno rischiato grosso a Bengasi. Su Skype Ugo Lucio Borga, che a suo tempo era stato mio studente al corso di fotogiornalismo, mi aveva raccontato che lui, Matteo Fagotto e  Giampaolo Musumeci erano rimasti sotto il fuoco per una decina di minuti... i più lunghi della sua vita. «Stavolta ce l'avevano proprio con noi» aveva scritto in chat la sera. Ma per fortuna sono tornati tutti e tre senza un graffio.
Tim Hetherington
Apro La Repubblica.it  che annuncia la morte di Tim Hetherington e ricorda che era stato nominato all'Oscar per un documentario sull'Afghanistan e nel 2007 aveva vinto li World Press Photo of the Year. Chris Hondros è dato per gravissimo. Inoltre sono feriti anche Michael Christopher Brown e Guy Martin. I quattro pare siano stati colpiti da un mortaio in Tripoli Street, nella strada principale della città di Misurata. Purtroppo sia nella parte finale dell'articolo di La Repubblica.it sia in quella de Corriere della Sera.it si parla di Hondros al passato, cosa che sembrerebbe suggerire che l'informazione di Francesco Zizola fosse più aggiornata. Possiamo solo sperare che non sia così al momento, anche se il video pubblicato da Corriere della Sera.it non lascia certo adito a grandissime speranze.
Chris Hondros
Nel suo ultimo messaggio su Twitter «In besieged Libyan city of Misrata. Indiscriminate shelling by Qaddafi forces. No sign of NATO.» (Nella città assediata di Misurata. Bombardamenti indiscriminati delle forze di Gheddafi. Nessun segno della Nato).
Verrebbe da dire molte cose in questi momenti. Ma in realtà quaunque parola in più venisse aggiunta a questo punto non potrebbe che risultare inutilmente superflua.




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sabato 16 aprile 2011

Istantanee alla borsa di Parigi: prezzi favolosi e migliaia di persone rovinate

«Nel 1933, andando in biblioteca, passavo a volte vicino alla Borsa. Un giorno, incuriosita dalle voci che ne uscivano, ci andai. Armata della mia Leica, mi avvicinai ai portici e mi unii alla folla che ascoltava le offerte degli agenti di cambio, che poi le scrivevano sulle lavagne alle loro spalle. A quei tempi tutte quelle attività che oggi si svolgono all'interno avvenivano all'aperto in un frastuono di vendita all'asta. Vidi un agente che gesticolava forsennatamente. Senza dubbio un meridionale: la pelle scura, i capelli neri e una ciocca che ricadeva sulla fronte. Ora sorridendo, ora con aria angosciata, asciugandosi la faccia rotonda, imboniva il pubblico. Ecco il mio uomo, pensai. Puntai il mio apparecchio e scattai una serie di foto.
Inviai queste foto a diverse riviste uropee con il titolo Istantanee alla borsa di Parigi. Un po' di tempo dopo ricevetti dei ritagli di un giornale belga. Quale non fu la mia sorpresa quando scoprii le mie foto sotto un titolo a caratteri cubitali che diceva: "Rialzo alla borsa di Parigi. Le azioni raggiungono prezzi favolosi". Grazie ai sottotioli ingegnosi, il mio innocente servizio assumeva il senso di uno scandalo finanziario. Il mio stupore toccò il culmine quando trovai, qualche giorno dopo, le stesse foto questa volta sotto il titolo: "Panico alla borsa di Parigi. Patrimoni che crollano, migliaia di persone rovinate".
  Le mie immagini illustravano perfettamente la disperazione del venditore e lo smarrimento dello speculatore sul punto di andare in rovina. Cominciai a capire che l'obiettività dell'immagine non è che un'illusione. Le didascalie che la commentano possono  stravolgerne completamente il significato.»* 
L'immagine della borsa di Parigi cui fa riferimento il racconto di Gisèle Freund pubblicata a pag. 30-31 del volume Il mondo e il mio obiettivo di Gisèle Freund, Carte d'Artisti - Abscondita, MIlano 2011.


 







*tratto da Il mondo e il mio obiettivo di Gisèle Freund, Carte d'Artisti - Abscondita, MIlano 2011, pag. 28-29.



domenica 26 dicembre 2010

Hai mai visto morire qualcuno? Ecco la sequenza della tragedia*


Al centro della legge ci deve essere sempre l’uomo è il titolo di un intervento di Maria Grazia Zoncu, giudice del tribunale di Busto Arsizio, pubblicato da La Prealpina del 17 dicembre 2010 a commento di una brutta notizia di cronaca.** In breve l’antefatto: in una palazzina di via Einaudi a Busto Arsizio in provincia di Varese, il cinquantatrenne Filippo Trovato durante la procedura di sfratto, si era lasciato cadere dal balcone al terzo piano della casa in cui aveva abitato per ventisette anni. Da quello che si può dedurre dall’articolo in prima pagina (con prosecuzione in quarta) l’uomo, presumibilmente invalido («economicamente sostenuto da una pensione di invalidità civile»***), dopo due ore di resistenza allo sfratto ha messo in atto la sua minaccia.
Facile quindi, una volta chiarito cosa lo abbia fatto scaturire, comprendere il titolo dell’intervento estremamente ponderato e sensato del Giudice Zoncu.
Difficile non essere d’accordo con le tesi esposte.

Adesso proviamo a fare un gioco tutti insieme. Provate a immaginare di far parte della redazione di un giornale quotidiano che riceve questa notizia e deve restituirla ai suoi lettori. Provate a immaginare ora di essere prima il photo editor, poi il caporedattore e infine il direttore. Bene. Innanzitutto che rilievo dareste alla notizia? Supponiamo che il quotidiano in oggetto sia a forte connotazione locale. Inutile dire che in questo caso una notizia così emotivamente coinvolgente per il territorio debba avere forte rilievo sulla vostra testata. Per cui probabilmente sia come caporedattore sia come direttore le assegnereste un posto importante in prima pagina.
Chiamate un paio di giornalisti e gli dite di occuparsi della cosa raccogliendo dettagliate informazioni. Sono professionisti e sanno come fare, non ci saranno problemi. A questo punto sorge un altro problema: come la illustriamo questa notizia?
Prima di andare avanti fermatevi a pensare seriamente cosa fareste se vi trovaste costretti a decidere.
Ed ecco come hanno risolto il problema nella redazione de La Prealpina…
La prima pagina de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Adesso facciamo un altro gioco. Non siete più nella redazione di un quotidiano locale, ma ne siete lettori. Ieri vostro cugino che già aveva parecchi problemi per conto suo, finito giù dal terzo piano della casa da cui lo stavano sfrattando. In questo momento giace in un letto della rianimazione «con fratture e traumi diffusi un po’ ovunque»**, ovviamente, in prognosi riservata. Probabilmente voi cercate di non pensarci e continuare a condurre una vita normale a dispetto dell’accaduto. Del resto voi potete fare davvero poco in questo momento. Sta ai medici e a Dio se siete credenti. Uscite quindi a fare la spesa come al solito e passando davanti all’edicola comprate il vostro quotidiano locale. In prima pagina ci trovate la sequenza della tragedia, con vostro cugino che piomba giù dal terzo piano di casa sua…
Un bel colpo al cuore, non credete? Un po’ sgomenti, un po’ increduli e sicuramente addolorati e raccapricciati andate comunque avanti e cosa trovate? Un altro paio di foto in bianconero che vi fanno vedere la barella avviata verso l’ambulanza e altre due foto di vostro cugino.
Le immagini che corredano l'articolo de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Secondo voi a questa vista sareste ammirati per la prontezza di riflessi del fotografo e la deontologia professionale di redazione e direttore? O per caso potreste avere anche un’altro tipo di reazione?

Ma lasciamo perdere il piano etico nella valutazione sull’opportunità di pubblicare immagini del genere (piano in cui la condanna dal mio punto di vista è inappellabile). Vediamo la cosa sotto un profilo meramente tecnico. Pubblicare più di una fotografia (ben tre della caduta) quale contenuto informativo aggiunge alla notizia? Ci aggiunge forse dei dati in più utili alla comprensione della vicenda? Sinceramente direi proprio di no. È pura e semplice ridondanza. Allora perché farlo? La più scontata delle risposte è che un’operazione simile si conduca per poter andare a colpire l’emotività del lettore, scatenando il più torbido dei voyerismi, ben conosciuto agli spettatori di una nutrita schiera di cultori di programmi televisivi incentrati su episodi tragici che, però, spesso si concludono bene.

Mi chiedo poi: che pensare del fotografo che ha effettuato le riprese? Dal mio punto di vista è stato inappuntabile e non può certo essere criticato in alcun modo per averle realizzate. Era lì per quello e comunque non avrebbe potuto intervenire per evitare che le cose prendessero quella piega. Semmai trovo... discutibile (qualora non fosse chiaro è un forte eufemismo) la scelta di fornirle al giornale. A livello informativo sarebbe bastata una sola foto, possibilmente non della caduta, e una buona didascalizzazione. Il resto è solo volontà di intingere il pane nel sugo della morbosità del lettore. E non vorrei ricordare quanto affermava il buon vecchio Eugene W. Smith sul senso di responsabilità che il fotografo dovrebbe avvertire non solo in merito alla produzione dell'immagine, ma anche relativamente al suo utilizzo...
Dall'inserto speciale Il giorno del terrore, pagine 8-9, allegato al settimanale Oggi del 18 settembre 2001.
(clicca per ingrandire)

Un'ultima associazione di idee mi viene per affinità tematiche con un'ignobile doppia pagina apparsa su Oggi nell'ormai lontano settembre 2001. In uno speciale dedicato alla tragedia delle Twin Towers fu pubblicato quanto vedete qui sopra, con ben quattro fotografie raccontano la stessa cosa, ovvero gli ultimi tragici istanti di vita di uomini e donne  che, intrappolati senza speranza di salvezza all'interno dei grattacieli in fiamme, decidono di gettarsi nel vuoto. A suo tempo ebbi modo di esprimere pubblicamente la mia opinione sull'opportunità di una simile publicazione (vedi link collegato all'immagine qui sotto).
RAI-RADIO 3 - Radio 3 Suite
Dentro l'immagine: 11 settembre 2001
- 16 min. 21 sec.
(clicca sull'immagine per acoltare)
Oggi non ho cambiato idea e sono particolarmente sconfortato nel dover ripetere lo stesso tipo di ragionamenti oltretutto per avvenimenti di una portata molto più limitata nello spazio e nel tempo. Quanto pubblicato da La Prealpina ritengo sprofondi nei bassifondi più infimi della professione giornalistica. Del livello umano non si può  nemmeno parlare. Sono passati quasi dieci anni, ma non posso che continuare ad esprimere condanna per operazioni di questo tipo.

Adesso che ho finito provate un po' a ripensare al titolo dell'intervento del Giudice Zoncu... non sembra anche a voi che ci sia una tenace, sotterranea... coerenza tra gli enunciati che sottendono il commento alla notizia e la linea editoriale?
 ____
* A seguito dell'intervento dell'autore delle immagini, Davide Caforio, specifico che Filippo Trovato, l'uomo rappresentato nelle immagini, non è deceduto in seguito alla caduta. Il titolo, criticabile o meno che sia, non deve la sua scelta alla volontà di fare cronaca, ma intende sottolineare ai fini dell'analisi e della discussione, il meccanismo comunicativo, che i responsabili della pubblicazione della sequenza in prima pagina, e nelle successive, hanno sfruttato attingendo alla morbosità del pubblico nei confronti di immagini di morte, reale o potenziale che sia. (28 dicembre 2010) 
** Ringrazio Alberto Maretti che mi ha segnalato la notizia e fornito scansioni e testo utilizzati nella stesura del post.
*** Dall’articolo Lo sfrattano, si getta nel vuoto (in prima pagina a firma di Sarah Crespi e Marco Linari), prosecuzione a pagina 4 (a firma di Sarah Crespi) de La Prealpina del 17 dicembre 2010.

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venerdì 24 dicembre 2010

Se mi dai di più, forse posso anche pagarti

Il sondaggio apparso sul sito Daily Wired. (clicca per ingrandire)
Da: alessandro ciccarelli 
Data: 18 dicembre 2010 19.16.48 GMT+01.00
Oggetto: appropriazione indebita di foto

Gentile Sandro Iovine,
siamo dei fotografi ai quali Repubblica.it ha sottratto le foto, prelevandole a nostra insaputa dalle proprie pagine Flickr. Ognuno di noi era in piazza durante i cortei del 14 dicembre per documentare un momento importante della vita pubblica di questo paese.
Le fotografie sono state caricate sui nostri siti personali e anche su Flickr, forse la più importante vetrina di fotografia online a livello mondiale. Il giorno seguente non le dico lo stupore di trovarle nelle gallerie di Repubblica.it!
Ci piacerebbe poter discutere con lei e conoscere la sua opinione su alcuni temi legati a questa vicenda, quali l'informazione, l'eticità professionale e lo stato di salute del mestiere di fotografo oggi.

Qualche nostra considerazione.
Sotto ognuna delle nostre foto era riportata la dicitura © Tutti i diritti riservati.  A quanto pare questo non è bastato a impedire che le foto venissero prelevate senza il nostro consenso e ripubblicate sul primo sito di informazione italiana, seppur riportando nome e cognome sotto ogni foto.

Molte delle foto ripubblicate sono state modificate. Alcune convertite in bianco e nero, forse per aumentarne la drammaticità, scardinando totalmente la semiologia dell'immagine e quindi la significazione attribuita dal fotografo.
A chi aveva apposto nella parte bassa della fotografia un watermark © nome cognome, per rimarcare ulteriolmente il tipo di licenza comunque già presente sotto l'immagine, le foto sono state tagliate per escludere quel tipo di informazione.

Le risposte alle nostre richieste di chiarimento pervenuteci dal desk di Repubblica evidenziano un modus operandi abitudinario e consolidato, un atteggiamento culturale per il quale le fotografie presenti su internet sono gratis. Se pensiamo a Flickr o a un sito fotografico come una vetrina, dove puoi mostrare quello che vendi tutelato dalle norme vigenti sul diritto d'autore e chi è interessato può contattare l'autore e comprare, c'è chi si sente legittimato a rompere questa vetrina e trafugare il contenuto per farne un uso pubblico e commerciale.

Un'importante testata giornalistica legittima questo atteggiamento con un ritorno in termini di immagine per il fotografo: si prelevano delle foto, se gli autori se ne accorgono nella maggior parte dei casi si accontenteranno della gloria di essere finiti su un'importante testata, se sorgono problemi con qualcuno è questione di pochi attimi sostituire gli scatti con quelli di qualcun'altro che probabilmente si accontenterà della gloria, il tutto con un meccanismo conseguente di qualità a ribasso. Ci chiediamo dov'è finita a questo punto l'etica professionale?

Oltre a una mancanza di rispetto verso la persona e il non vedere riconosciuta una nostra professionalità, la nostra preoccupazione riguarda tutta la categoria, già sofferente in un periodo di crisi editoriale, tra stock images e archivi royality free.
Se la più importante testata online di informazione si sente autorizzata a un tale procedimento, la cosa non potrà non influenzare le altre testate, anche più piccole? C'è bisogno di un albo professionale che tuteli il fotografo?

Forse a distanza di due anni dal convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana c'è bisogno di rivedersi, riprendere il discorso lì interrotto e capire quali sono le nuove strade da poter percorrere insieme.

distinti saluti

i fotografi
Adriano Caldiero
Remo Cassella
Alessandro Ciccarelli
Luca Farinelli
Marco Gioia

Questa lettera la conosciamo tutti, magari con qualche piccola variazione relativamente all'intestazione o forse al finale (ah, non che sia una cosa importante, ma per inciso il convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana è... passato alla storia con la data 24 aprile 2010, difficile quindi che al 18 dicembre 2010 siano già trascorsi due anni). Commenti ne ha suscitati in quantità industriali, con varianti e variazioni che rendono di fatto inutile ogni altro intervento.

L'unico motivo per darle ancora spazio è un minimo di coerenza nell'affrontare determinate tematiche e un certo fastidio viscerale di fronte all'assenza di una presa di posizione su argomenti così importanti. Nel massimo rispetto delle opinioni altrui non posso che esprimere il massimo sdegno rispetto a quanto esposto nella lettera che avete appena letto. 

Non credo che nessun adulto normodotato sia così ingenuo da credere alle fate dei boschi, anzi no, facciamo a Babbo Natale visto che tra poche ore è il 25 dicembre. Fuori di metafora, che queste cose accadano in modo sistematico lo sappiamo tutti, soprattutto chi lavora nel campo dell'editoria. Non intendo certo manifestare lo sconcerto incredulo di chi cade dal proverbiale pero, ma non per questo rinuncio a sostenere la mia totale disapprovazione per l'accaduto.

Tra i fiumi di inchiostro virtuale versati di recente sull'argomento, devo dire che mi sono trovato a disagio. Tra accuse e difese, molte incomprensibili, altre condivisibili, altre ancora decisamente improbabili, sono poche le cose che mi sono rimaste oltre alla nauseante sensazione che molte delle parole spese da Chomsky sulle dieci strategie di manipolazione attraverso i mass media, potrebbero trovare convincente rispondenza anche in molti altri campi. 
Non molto di ciò che ho letto mi ha colpito, come dicevo. Ma, ad esempio, mi viene difficile a livello puramente logico liquidare la questione con argomentazioni in cui si fanno paragoni con un ipotetico pasticcere che invia torte a casa di sconosciuti e poi si lamenta perché non gli vengono pagate. A mio avviso in un paragone del genere la falla logica è costituita dal fatto che mettere una fotografia su Flickr significa esporre pubblicamente un'immagine, non inviarla in formato adatto all'impiego nella casella di posta elettronica di un potenziale utilizzatore. Il tutto senza nulla togliere agli intenti di marketing che possono aver mosso chi quella immagine ha pubblicato su Flickr.

Sul fatto che poi oggi i tempi siano cambiati e il mercato si sia trasformato non ho il minimo dubbio e condivido anche parte delle letture fatte in primis da Michele Smargiassi. Ma se convengo che possano offrire una lettura della situazione, non credo siano sufficienti a giustificarla, a meno di non pensare a noi stessi unicamente come soggetti passivi. Rimane il fatto che l'utilizzo per un fine di lucro di quelle che, se ricordo qualcosa dell'odiato esame di Istituzioni di Diritto Privato, dovrebbero chiamarsi opere di ingegno non è un fatto giustificabile. Soprattutto a fronte della mancata corresponsione di un adeguato compenso agli autori. Senza contare l'assenza di una loro autorizzazione alla pubblicazione e l'alterazione dei contenuti.

Daltronde non si dica che l'accesso alle gallerie è gratuito, perché anche se il meccanismo di accesso non prevede un esborso diretto da parte del pubblico, genera comunque, come minimo, traffico sul sito, che a sua volta viene monetizzato attraverso l'innalzamento proporzionale delle quotazioni degli spazi pubblicitari. Il che comunque rientra in un meccanismo di produzione di reddito, ovvero di lucro che che sfrutta anche un lavoro altrui non retribuito.

Gli autori della missiva poi sottolineano la trasformazione delle immagini, con l'eliminazione dei water mark o il passaggio da colore a bianconero. Ora se è vero che l'intenzionalità del dolo all'interno di una aula di tribunale dovrebbe essere dimostrata è anche vero che fuori dalla suddetta aula viene davvero difficile credere alla difendibilità di chi quel taglio lo ha messo in atto. Ovviamente analogo è il discorso per la trasformazine da colore a bianconero che può anche essere animata dalle migliori intenzioni, ma pur non avendo dirette implicazioni economiche, non è comunque ammissibile senza il consenso dell'autore.

Prima di concludere queste poche osservazioni sparse, che temo rivelino tutto il fastidio ingenerato in me a vari livelli dalla vicenda, vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa e invitarvi a dare un'occhiata al modo in cui è stata ridotta tutta la questione al solito semplicistisco sondaggino sul sito Daily Wired, cui si riferisce l'immagine in apertura di questo post. A me questo tipo di cose fa quasi più paura dell'episodio da cui scaturisce tutto il ragionamento. È una formula che riduce un problema reale a un giochino per passare qualche minuto davanti al monitor con l'illusione di aver espresso un'opinione di cui nessuno terrà conto. L'ennesimo modo per ridurre, nel più breve tempo possibile, la percezione di un problema a un livello di accettabilità piatta e stereotipata.

Nel suo blog Michele Smargiassi, nella parte finale del suo primo intervento, descrivendo la situazione attuale e la sua posizione ci dice che la mera ripresa di un evento «non è più fare foto-giornalismo». Personalmente trovo incontestabile questo concetto e inappuntabile la chiarezza con la quale viene esposto. Smargiassi prosegue poi che forse questo è stato un modo per adempiere alla pratica dell'informazione per mezzo delle immagini. Su questo punto invece mi sento di essere d'accordo solo se si attribuisce a questa frase il valore di una constatazione da storiografo. Verissimo affermare che al giorno d'oggi i reporter non sono più gli unici testimoni e che in molti casi la foto del passante dotato di cellulare può raggiungere molto tempestivamente il tavolo di una redazione. Ma, afferma Smargiassi «Da un professionista io, testata giornalistica, voglio di più, e forse sono ancora disposto a pagare per averlo.»...

Inutile commentare la prima parte della frase... al massimo si potrebbe dire «E credo bene che tu, testata giornalistica, voglia di più». Quanto alla seconda invece invito tutti i giovani che, per qualche strana devianza a sfondo psicotico compulsivo, ancora ambiscano a svolgere la professione di fotogiornalisti a imprimersela bene in mente.
Vi consiglio, giovani aspiranti fotogiornalisti, di rendervi conto che è sacrosanto obbligo per un professionista offrire  più di quanto non possa offrire un passante con il cellulare.
Vi chiedo, giovani aspiranti fotogiornalisti, di capire che il minimo del proprio dovere è svolgere un accurato lavoro di indagine giornalistica.
Vi dico, giovani aspiranti fotogiornalisti, che dovete fare vostro quel senso del dovere che conduce alla verifica delle fonti, sempre.
Vi esorto, giovani aspiranti fotogiornalisti, a essere disposti anche a rischiare la vostra incolumità personale.
Perché questo è il lavoro.
Perché questo richiede l'etica professionale.
Perché questo è ciò che, forse  produrrà in una testata la magnanima predisposizione a prendere in considerazione l'ipotesi che il vostro lavoro possa anche essere pagato...
Buon Natale a tutti... soprattutto ai fotogiornalisti.

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