domenica 26 dicembre 2010

Hai mai visto morire qualcuno? Ecco la sequenza della tragedia*


Al centro della legge ci deve essere sempre l’uomo è il titolo di un intervento di Maria Grazia Zoncu, giudice del tribunale di Busto Arsizio, pubblicato da La Prealpina del 17 dicembre 2010 a commento di una brutta notizia di cronaca.** In breve l’antefatto: in una palazzina di via Einaudi a Busto Arsizio in provincia di Varese, il cinquantatrenne Filippo Trovato durante la procedura di sfratto, si era lasciato cadere dal balcone al terzo piano della casa in cui aveva abitato per ventisette anni. Da quello che si può dedurre dall’articolo in prima pagina (con prosecuzione in quarta) l’uomo, presumibilmente invalido («economicamente sostenuto da una pensione di invalidità civile»***), dopo due ore di resistenza allo sfratto ha messo in atto la sua minaccia.
Facile quindi, una volta chiarito cosa lo abbia fatto scaturire, comprendere il titolo dell’intervento estremamente ponderato e sensato del Giudice Zoncu.
Difficile non essere d’accordo con le tesi esposte.

Adesso proviamo a fare un gioco tutti insieme. Provate a immaginare di far parte della redazione di un giornale quotidiano che riceve questa notizia e deve restituirla ai suoi lettori. Provate a immaginare ora di essere prima il photo editor, poi il caporedattore e infine il direttore. Bene. Innanzitutto che rilievo dareste alla notizia? Supponiamo che il quotidiano in oggetto sia a forte connotazione locale. Inutile dire che in questo caso una notizia così emotivamente coinvolgente per il territorio debba avere forte rilievo sulla vostra testata. Per cui probabilmente sia come caporedattore sia come direttore le assegnereste un posto importante in prima pagina.
Chiamate un paio di giornalisti e gli dite di occuparsi della cosa raccogliendo dettagliate informazioni. Sono professionisti e sanno come fare, non ci saranno problemi. A questo punto sorge un altro problema: come la illustriamo questa notizia?
Prima di andare avanti fermatevi a pensare seriamente cosa fareste se vi trovaste costretti a decidere.
Ed ecco come hanno risolto il problema nella redazione de La Prealpina
La prima pagina de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Adesso facciamo un altro gioco. Non siete più nella redazione di un quotidiano locale, ma ne siete lettori. Ieri vostro cugino che già aveva parecchi problemi per conto suo, finito giù dal terzo piano della casa da cui lo stavano sfrattando. In questo momento giace in un letto della rianimazione «con fratture e traumi diffusi un po’ ovunque»**, ovviamente, in prognosi riservata. Probabilmente voi cercate di non pensarci e continuare a condurre una vita normale a dispetto dell’accaduto. Del resto voi potete fare davvero poco in questo momento. Sta ai medici e a Dio se siete credenti. Uscite quindi a fare la spesa come al solito e passando davanti all’edicola comprate il vostro quotidiano locale. In prima pagina ci trovate la sequenza della tragedia, con vostro cugino che piomba giù dal terzo piano di casa sua…
Un bel colpo al cuore, non credete? Un po’ sgomenti, un po’ increduli e sicuramente addolorati e raccapricciati andate comunque avanti e cosa trovate? Un altro paio di foto in bianconero che vi fanno vedere la barella avviata verso l’ambulanza e altre due foto di vostro cugino.
Le immagini che corredano l'articolo de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Secondo voi a questa vista sareste ammirati per la prontezza di riflessi del fotografo e la deontologia professionale di redazione e direttore? O per caso potreste avere anche un’altro tipo di reazione?

Ma lasciamo perdere il piano etico nella valutazione sull’opportunità di pubblicare immagini del genere (piano in cui la condanna dal mio punto di vista è inappellabile). Vediamo la cosa sotto un profilo meramente tecnico. Pubblicare più di una fotografia (ben tre della caduta) quale contenuto informativo aggiunge alla notizia? Ci aggiunge forse dei dati in più utili alla comprensione della vicenda? Sinceramente direi proprio di no. È pura e semplice ridondanza. Allora perché farlo? La più scontata delle risposte è che un’operazione simile si conduca per poter andare a colpire l’emotività del lettore, scatenando il più torbido dei voyerismi, ben conosciuto agli spettatori di una nutrita schiera di cultori di programmi televisivi incentrati su episodi tragici che, però, spesso si concludono bene.

Mi chiedo poi: che pensare del fotografo che ha effettuato le riprese? Dal mio punto di vista è stato inappuntabile e non può certo essere criticato in alcun modo per averle realizzate. Era lì per quello e comunque non avrebbe potuto intervenire per evitare che le cose prendessero quella piega. Semmai trovo... discutibile (qualora non fosse chiaro è un forte eufemismo) la scelta di fornirle al giornale. A livello informativo sarebbe bastata una sola foto, possibilmente non della caduta, e una buona didascalizzazione. Il resto è solo volontà di intingere il pane nel sugo della morbosità del lettore. E non vorrei ricordare quanto affermava il buon vecchio Eugene W. Smith sul senso di responsabilità che il fotografo dovrebbe avvertire non solo in merito alla produzione dell'immagine, ma anche relativamente al suo utilizzo...
Dall'inserto speciale Il giorno del terrore, pagine 8-9, allegato al settimanale Oggi del 18 settembre 2001.
(clicca per ingrandire)

Un'ultima associazione di idee mi viene per affinità tematiche con un'ignobile doppia pagina apparsa su Oggi nell'ormai lontano settembre 2001. In uno speciale dedicato alla tragedia delle Twin Towers fu pubblicato quanto vedete qui sopra, con ben quattro fotografie raccontano la stessa cosa, ovvero gli ultimi tragici istanti di vita di uomini e donne  che, intrappolati senza speranza di salvezza all'interno dei grattacieli in fiamme, decidono di gettarsi nel vuoto. A suo tempo ebbi modo di esprimere pubblicamente la mia opinione sull'opportunità di una simile publicazione (vedi link collegato all'immagine qui sotto).
RAI-RADIO 3 - Radio 3 Suite
Dentro l'immagine: 11 settembre 2001
- 16 min. 21 sec.
(clicca sull'immagine per acoltare)
Oggi non ho cambiato idea e sono particolarmente sconfortato nel dover ripetere lo stesso tipo di ragionamenti oltretutto per avvenimenti di una portata molto più limitata nello spazio e nel tempo. Quanto pubblicato da La Prealpina ritengo sprofondi nei bassifondi più infimi della professione giornalistica. Del livello umano non si può  nemmeno parlare. Sono passati quasi dieci anni, ma non posso che continuare ad esprimere condanna per operazioni di questo tipo.

Adesso che ho finito provate un po' a ripensare al titolo dell'intervento del Giudice Zoncu... non sembra anche a voi che ci sia una tenace, sotterranea... coerenza tra gli enunciati che sottendono il commento alla notizia e la linea editoriale?
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* A seguito dell'intervento dell'autore delle immagini, Davide Caforio, specifico che Filippo Trovato, l'uomo rappresentato nelle immagini, non è deceduto in seguito alla caduta. Il titolo, criticabile o meno che sia, non deve la sua scelta alla volontà di fare cronaca, ma intende sottolineare ai fini dell'analisi e della discussione, il meccanismo comunicativo, che i responsabili della pubblicazione della sequenza in prima pagina, e nelle successive, hanno sfruttato attingendo alla morbosità del pubblico nei confronti di immagini di morte, reale o potenziale che sia. (28 dicembre 2010) 
** Ringrazio Alberto Maretti che mi ha segnalato la notizia e fornito scansioni e testo utilizzati nella stesura del post.
*** Dall’articolo Lo sfrattano, si getta nel vuoto (in prima pagina a firma di Sarah Crespi e Marco Linari), prosecuzione a pagina 4 (a firma di Sarah Crespi) de La Prealpina del 17 dicembre 2010.

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