sabato 23 luglio 2011

Il dilemma della sequenza: istinto o razionalità?


Nei giorni scorsi, non meno di una ventina per chi legge, sono stato a Roma per una conferenza su Raymond Depardon al Forte Prenestino, all‘interno della programmazione di OcchiRossi Festival. Per non arrivare in ritardo da Milano ho preso un treno che mi ha permesso di arrivare a destinazione con un ampio anticipo, cosa che mi ha consentito di assistere all’incontro con Maurizio Cogliandro, giovane autore di Bracciano distribuito dall’Agenzia Contrasto.
Perché raccontare questa storia? Perché durante l’incontro con Cogliandro mi sono interrogato sulle ragioni della potenza del suo lavoro. Mentre le foto scorrevano sullo schermo avevo la netta sensazione di essere entrato in contatto con una forza atavica, quasi selvaggia, legata a pulsioni ancestrali. Per questo mi sono chiesto quale fosse l’origine di tutto questo: le singole immagini o altro. La risposta che mi sono dato è che parte, una parte importante, dell’energia generata da quelle fotografie derivava dalla singolare messa in sequenza. Cosa che in se non mi stupisce, al di là delle parole del fotografo che nella sua presentazione sembrava voler rifiutare sostanzialmente l’approccio più razionale al problema editing. La mia difficoltà non era tanto nel riconoscere lo schema quanto piuttosto nell’identificare lo schema che rendeva possibile il risultato. Di fronte alle immagini di Cogliandro mi sono trovato spiazzato e indifeso perché quel lavoro aveva palesemente delle precise strutture intorno alle quali si articolava. Il problema (per me) consisteva nel fatto che si non trattasse di strutture consuete e basate su associazioni meramente logiche. I collegamenti e le transizioni tra ogni immagine e la successiva erano a un livello, se mi è consentito usare questo termine, primordiale. Il che significa che il messaggio contenuto nelle immagini arrivava direttamente alla pancia senza i filtri protettivi che la ragione riesce a costruire e che personalmente mi sono molto cari. Provo a spiegarmi meglio. Normalmente quando lavoro su una sequenza cerco sempre di creare associazioni logiche basate su forme, contenuti, colore. Riferimenti abbastanza oggettivi che poi vengono utilizzati per restituire emozioni, sensazioni o informazioni in funzione della loro sequenza e di ciò che voglio raccontare. Niente di diverso a quello che si fa quando si scrive qualcosa in modo minimamente ragionato. Quello che stavo vedendo invece non mi era possibile inquadrarlo nello stesso modo, ma in compenso avvertivo la presenza molto forte di una struttura rigorosa almeno quanto quelle che sono abituato ad utilizzare. Un’esperienza gratificante per gli stimoli che è stata in grado di offrire, ma come spesso accade non si è conclusa in se. Il giorno successivo infatti avevo un secondo impegno nella Capitale: la giuria del concorso Rosso Piccante, che quest’anno ha voluto affrontare con un certo coraggio il tema delle storie fotografiche. Il che ovviamente significa lavorare sulle sequenze di immagini. E anche questo a fronte dell’esperienza precedente ha avuto il suo significato. In giuria ci siamo infatti trovati a discutere sulla coerenza delle sequenze trovandoci d’accordo sul fatto che il problema di molti lavori presentati, consisteva proprio nella fase di editing, che aveva portato a selezione un numero sbagliato di fotografie (a volte troppe a volte troppo poche) per raccontare le singole storie. Una volta individuati comunque i tre premiati che emergevano per la qualità generale dell’elaborazione narrativa, ci siamo trovati a selezionare un certo numero di autori da portare in mostra a fianco ai premiati. Per esigenze connesse alla logistica il problema era di limitare a quattro le immagini degli autori non premiati (mentre quelli premiati vedranno esposti i lavori nella loro interezza). A questo punto è emersa la necessità di scegliere le fotografie. Dopo un po’ di lavoro (un po’ tanto a dire il vero) ci siamo trovati difronte a sequenze di quattro foto che spesso mostravano una qualità estetica e narrativa superiore a quella dei lavori premiati. Ora liquidata velocemente la questione tecnica (ovvero i lavori erano da premiare nel loro complesso così come li aveva proposti il loro autore e non come risultavano in funzione di interventi esterni di addetti ai lavori), rimaneva in evidenza il problema della gestione delle immagini nel momento in cui queste devono lavorare non più isolatamente, ma insieme ad altre in un racconto organico. Ovvero è emersa con tutta la sua evidenza la desuetudine a pensare le fotografie come racconto e non come episodi singoli. In questo senso, ripensando all’esperienza con Cogliandro, mi sono sentito molto vicino a quanti hanno partecipato al concorso e che probabilmente, quando vedranno le selezioni fatte, troveranno che le proprie immagini hanno acquisito valore, ma probabilmente non saranno nell’immediato coscienti di cosa le fa funzionare meglio rispetto a prima. Riflettendo sull’importanza della messa in sequenza per riuscire a raccontare qualcosa con le fotografie non credo sia possibile arrivare a una posizione univoca. Per quanto sia banale, la soluzione migliore non che consistere nel miscelare l’approccio tecnico-razionale che si basa su associazioni pure di forme, linee e colori a quello più istintivo e intimo. Solo quando si riesce a mettere insieme testa e pancia si ottiene un lavoro che coinvolge chii si appresta a leggerlo. Occorre certo studiare come hanno lavorato altri fotografi (cosa che purtroppo fanno in pochi), ma al tempo stesso bisogna imparare riconoscere il proprio sentire per conferire qual qualcosa in più, quel qualcosa che appartiene profondamente. Altrimenti il rischio rimane quello di produrre solo caos o nella migliore delle ipotesi una imitazione più o meno riuscita di modelli già proposti da altri e come tali non necessariamente funzionali alle nostre necessità espressive.





AddThis Social Bookmark Button
Posta un commento