venerdì 22 luglio 2011

Pensieri non conformi

Arles. Tranquilli l'epopea di Arles finisce qui. Da domani niente più video traballanti figli della sperimentazione in un campo che non mi è proprio e niente più più pipponi a sostegno della gallica cultura fotografica. Da domani appunto, ma oggi vi tocca l'ultimo sproloquio, con l'unico vantaggio dell'assenza  del video. Per questo potete ringraziare l'autonomia della batteria del fantastico oggettino da tasca che mi accompagnato nella settimana arlesiana, che non permetteva di registrare più di tre giga di video senza essere ricaricata. 
Ora che siamo arrivati alla fine possiamo ripartire dall'inizio. Non conforme è il titolo della presentazione nonché il motivo ispiratore della manifestazione di quest'anno. Interessante provocazione, assai poco chiara nelle intenzioni se non si visitano le mostre dal vivo. Ma è anche questa è una specie di tradizione che si perpetua ogni anno prima della partenza dopo aver letto presentazioni, comunicati stampa e tutti i materiali che dovrebbero riuscire a farti arrivare con un minimo di preparazione e che invece ti lasciano in genere nel marasma più assoluto per assumere un minimo di senso solo dopo che hai visitato più o meno una metà delle mostre. La manifestazione di quest'anno ha preso come spunto la fotografia vernaculaire, che potremmo tradurre con dialettale, ovvero quella fotografia che prende spunto da se stessa, ma come una lingua viva si contorce e i trasforma sempre su stessa dando vita a declinazioni altre. Alcune vicine alla lingua ufficiale, altre meno o sempre meno vicine. Vorrei iniziare da una considerazione che prende spunto da brano (che al solito provo a  tradurre estemporaneamente e pedestremente) della parte finale della presentazione di François Hébel, direttore dei Rencontres d’Arles : «Dopo dieci anni in cui talvolta sono sembrate scelte fragili, a volte esoteriche, presentazioni non accademiche, alcuni si domandano regolarmente se la foto-grafia non sia un genere superato. Eh no, non è mai stata così dinamica, varia, libera, significativa. I suoi territori si spostano, i suoi strumenti si moltiplicano e il pubblico che si interessa ad essa o che la mette in atto aumenta esponenzialmente. La fotografia è divenuta la prima pratica culturale in Francia, secondo uno studio del Ministero della Cultura.» Per amor di dignità più che di Patria credo che queste parole non necessitino di commento soprattutto se riflettiamo su quanto accade dalle nostre parti in termini di discussione sulla cultura delle immagini.
Dalla serie D'une tristesse à l'autre. © Marin Hock,2008.
Meglio passare a a qualche velocissima considerazione del tutto soggettiva su alcune delle  cose che maggiormente mi hanno colpito. Innanzitutto la selezione offerta dalla Galerie SFR Jeunes Talents Photo ospitata al Couvent Sanint. Césaire. In primo luogo con riferimento alle immagini di Marin Hock (Prix SFR Jeunes Talents 2011) ventiduenne belga con una profonda autocoscienza del suo ruolo di fotografo e una maturità espressiva che da insegnate mi piacerebbe incontrare almeno una volta nella vita. Quello che fa impressione nella sua serie D'une tristesse à l'autre è, oltre alla sicurezza dimostrata nelle immagini che propongono il racconto di un centro di psicoterapia, il rimando non so dire se cosciente o figlio di una avvenuta metabolizzazione alla grande fotografia psichiatrica di Raymond Depardon. 
Dalla serie Face à Face. © Françoise Beauguion, 2010.
Mi ha colpito anche la maturità espressa dalla sintesi e dalla distillazione di uno schema di presentazione assolutamente simmetrico e convincente nella sua semplicità anche il lavoro Face à Face di Françoise Beauguion. Venticinquenne anche lei dimostra un approccio sistematico alla composizione in cui la serialità si esprime al suo massimo all'interno di uno schema che sempre la frustrante esperienza di insegnante dichiara assai complesso da far assorbire ai nostri giovani fotografi. inutile dire che all'interno di una conversazione estemporanea avvenuta per le vie di Arles ho sentito bollare questo lavoro come la solita esibizione di gente che guarda di qua e di là... Potrei perfino essere parzialmente d'accordo, ma per esserlo vorrei trovare un po' più di gente che si ponga il problema di produrre un lavoro almeno formalmente ineccepibile come questo.
La sala della Chappelle de Saint-Martin du Méjan
con la mostra di Miguel Barcelò e Douglas Gordon.
Momento interesante anche durante al visita alla Chapelle Saint-Martin du Méjan che ospita la mostra deidicata a Miguel Barcelò e Douglas Gordon. Il primo, alchimista virtuoso (per usare la definizione dei redattori dei testi presenti in mostra)  dipinge alla cieca su una tela tela di lino nera che reagisce chimicamente alla candeggina  per rivelare solo alla fine del lavoro i tratti dipinti dall'autore. Quale metafora più sublime della fotografia chimica che perde nell'opera di Barcelò i suoi connotati di riproduzione meccanica? Douglas Gordon, oltre video 24 hour Psyco del 1993,  propone  invece ritratti fotografici di star in cui l'intervento dell'autore si concretizza in bruciature che ditruggono parte della superficie del ritratto che viene poi posizionato su specchi e esposto in modo che chi osserva possa vedersi perfettemente riflesso nelle aree bruciate. È automatico che si inneschi un... gioco di identificazione e adattamento con il soggetto originariamente raffigurato. L'effetto è straniante, anche perché ad essere bruciati e quindi asportati sono sempre parti significative che da spettatori si cerca di riempire con il proprio volto, quasi a voler sanare la ferita prodotta dall'autore, che in realtà ci mette davanti alla razionalizzazione dell'operazione che compiamo inevitabilmente quando ci troviamo davanti a un'immagine. La nostra immagine riflessa nello specchio diventa quindi espressione della sincronicità del nostro processo interpretativo, frutto del vissuto e dalle nostre conoscenze sincroniche. Senza contare a un livello più superficiale l'effetto destabilizzante provocato dall'interazione tra il ritratto proposto, la propria immagine e il sapere che tutto questo è frutto della volontà dell'autore. Volontà all'interno della quale conserviamo una capacità di esercitare il libero arbitrio accettando o rifiutando di farci un autoritratto insieme a lui. Niente che non fosse già stato visto in forma più o meno esplicita, ma qui dichiarato senza possibilità di sfuggire al progetto autoriale.
Douglas Gordon, Self portrait of you + me (Marlene Reinaud), 2008.
Photographie brûlée et miroir offert en 2008 par l'artistà la collection Lambert en Avignon.

Prima di chiudere un doveroso omaggio alle capacità (e un po' anche alla follia) di Wang Qingsong e della sua Histoire des Monuments allestita preso l'Église des Trinitaires. Entrando la chiesa sconsacrata appare vuota, quantomeno rispetto all'abituale rigoglio espositivo che ogni anno la anima da luglio a settembre. Dopo un po' ci si accorge che l'opera dell'autore cinese parte da sinistra e percorre come un lungo nastro unico l'intera navata e e gira nell'abside. A ingannare è il colore della lunghissima stampa che è molto simile a quello della pareti della chiesa e il raffinato lavoro di emulazione dei bassorilievi. Esaminando con cura si scopre che i personaggi sono attualizzati con oggetti che non appartengono per chiari motivi cronologici all'arte classica. 
Un particolare di Histoire des Monuments di Wang Qingsong.

Un video al centro della sala mostra le fasi di lavorazione che hanno portato alla realizzazione della faraonica opera. Oltre duecento figuranti sottoposti a tortura per una quindicina di ore, uno staff di tecnici per realizzare le singole immagini che compongono l'opera nel suo stato finale e tanta comprensione per i poveracci costretti a incastrarsi, coperti di una specie di fanghiglia repellente, per tanto tempo piazzati  scomodissime posizioni all'interno di buchi più o meno preformati fatti in enormi pareti realizzate per l'occasione. 
La realizzazione di Histoire des Monuments.
Con il suo lavoro Wang Qingsong, artista quarantatacinquenne nato nella provincia di Heilongjiang e che attualmente lavora a Pekino,  vuole esporre il suo punto di vista circa il modo in cui viene raccontata la civilizzazione, le norme e i canoni della bellezza e della virtù. Il tutto si rifà alla tradizione cinese per cui la trasmissione dei fatti da una generazione alle successive è accompagnata da documenti relativi ai personaggi storici o della letteratura in cui i personaggi che detengono il potere hanno l'abitudine di riassumere le loro gesta. E ogni dinastia ha sempre interpretato se stessa in modo differente e spesso contraddittorio rispetto alle interpretazioni precedenti. Da questo ragionamento nascono una serie di interrogativi che esulano ampiamente il contesto puramente cinese e possono essere senza problema alcuno esportate in tutto il mondo per esortare alla riflessione sul valore dell'informazione e dei contenuti che essa trasmette sia nel contesto contemporaneo sia in quello storico di più ampio respiro. Il discorso peraltro riporta al ruolo sociale attivo dell'artista che si fa interprete del proprio tempo e delle sue liturgie, invitando a prendere una posizione meno acritica nei confronti del potere inteso in senso generale.
Un lavoro, per chiudere l'argomento, che si presenta nel suo insieme come delirante a livello realizzativo, condotto con metodi molto asiatici di gestione delle masse che fanno venire il sospetto che i redattori della redazione della Convenzione di Ginevra potrebbero avere qualche riserva sull'operato di Wang Qingsong. Al di là della facile ironia sul processo produttivo dell'opera, il risultato finale visto dal vivo è impressionante e assolutamente da non perdere se si passa per Arles prima della fine del 18 settembre.
L'ingresso di What Next? realizzata da FOAM.
Mi piace infine salutare da Arles con gli interrogativi posti dalla mostra What Next? realizzata da FOAM alla Bourse du Travail. Di tutte le esposizioni viste sicuramente la più concettuale e la meno fotografica. Oggetto del progetto sviluppato da FOAM, per celebrare il suo decennale, sono gli interrogativi sul possibile futuro dell'immagine fotografica all'interno di una società che, come il medium oggetto dell'indagine, è in piena trasformazione. Le domande sono poste ad artisti, critici, curatori, docenti universitari e autori ai quali viene chiesto di interrogarsi sul possibile futuro della fotografia. Si potrebbe discutere a lungo sulle risposte e sul loro senso, ma il discorso sarebbe infinitamente lungo e per il momento l'ho già tirata alle lunghe molto più del sopportabile. Mi piace lasciarvi con una delle domande che per interessi personali mi hanno colpito maggiormente. A voi trovare una possibile risposta.
Dalla mostra What Next? realizzata da FOAM alla Bourse du Travail di Arles.



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