Visualizzazione post con etichetta Etica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Etica. Mostra tutti i post

martedì 17 maggio 2011

Lodi: inizia il festival!


War is personal. © Eugene Richards.Ex Chiesa dell’Angelo, Via Fanfulla, 22 Lodi. 19 maggio – 17:00-20:30; 20, 21, 22 maggio – 10:00-20:30.
 
Visita con l’autore e book signing 22 maggio-11,00.
Ci siamo: il grande momento sta per arrivare mentre scrivo mezza Lodi è già in fermento. L’impegno per un gruppo di amatori che decide di realizzare un festival della fotografia su una base professionale è enorme. Forse chi è venuto lo scorso anno o verrà quest’anno non se ne rende/rà nemmeno conto, ma per poter mettere insieme l'edizione 2011 si lavora esattamente da un anno. So che può sembrare una battuta o un’esagerazione, ma lo scorso anno esattamente il lunedì seguente la domenica di chiusura della prima edizione (ovvero giusto il giorno dopo) è stata fatta la prima riunione operativa per presentare il preventivo di bilancio per l’edizione di quest’anno e provare a ricevere un contributo dagli enti locali. Questo giusto per dare la misura del sacrificio cui i membri del Gruppo Fotografico Progetto Immagine hanno deciso di sottoporsi per praticamente tutto l’anno. Il dettaglio della manifestazione potete trovarlo in questo numero accompagnato da una selezione di alcune delle immagini più interessanti che chi verrà a Lodi potrà vedere dal vivo incontrando gli autori che saranno disponibili ad illustrare in prima persona il proprio lavoro. L’occasione è rara perché stiamo parlando dell’eccellenza della fotografia giornalistica declinata sulla base di quei principi etici sempre meno considerati nello svolgimento della professione.
Il festival cade poi in un periodo particolare della nostra storia. Fin troppo vicino ai nostri confini nazionali sono in corso operazioni di guerra che vedono coinvolta anche la nostra Aviazione Militare e proprio in quel teatro di guerra, nella città di Misurata, hanno perso la vita pochi giorni fa due fotogiornalisti, l’inglese Tim Hetherington e l’americano Chris Hondros. Anche di questo sarà possibile parlare e discutere nel corso dei dibattiti che si terranno a Lodi, dove tra l’altro saranno presenti (domenica 22) i giornalisti del collettivo Shabel che un paio di settimane prima erano finiti sotto il fuoco delle truppe libiche a Bengasi dove per altro erano al fianco dei due fotografi scomparsi che hanno tragicamente allungato la striscia di sangue che accompagna questa professione.
Certo gli argomenti non sono dei più divertenti e in tempi in cui la parola d’ordine sembra essere alleggerimento e superficialità l’impegno che sosteniamo come testata media partner della manifestazione non è indifferente, ma proprio per questo motivo ci sembra importante. È necessario fermarsi a riflettere su cosa sta accadendo proprio perché sempre meno persone sembrano disposte a farlo. Le giornate di Lodi in questo senso appaiono come una boccata di ossigeno che cerca di riportare in vita la riflessione sulla fotografia, soprattutto quella votata a fornire informazioni giornalistiche a livello visivo. Un’operazione che vorrebbe arginare il diffondersi della tecnica dello struzzo. Quella che porta la maggior parte delle persone che si occupano di fotografia e che ho modo di incontrare in occasione di corsi, convegni e scambi di opinioni vari, ad affermare che non si ha voglia di vedere certe cose, perché la vita è già tanto complessa che almeno le fotografie dovrebbero essere dedicate ad argomenti più piacevoli.
Il fatto che oggi possiamo permettercelo perché la situazione magari non ci tocca direttamente non giustifica comunque un atteggiamento di colpevole distrazione nei confronti di ciò che accade intorno a noi. È ovvio che non dobbiamo indossare il cilicio e assumere sulle nostre spalle tutti i mali del mondo, ma nemmeno chiudere sistematicamente gli occhi porta a niente di buono. Non metterci in condizioni di comprendere può favorire solo interessi che non sono certo della maggioranza della popolazione. Sfruttiamo quindi l’occasione per provare a riprendere possesso delle conoscenze che ci mettono al riparo dalla beata ignoranza.
Mi-Re-l-La. © Fausto Podavini.Chiostro del Museo Paolo Gorini, Piazza Ospitale Lodi. 19 maggio – 17:00-20:30; 20, 21, 22 maggio – 10:00-20:30.
Attenzione però a non confondere la capacità di affrontare temi scottanti e/o dolorosi con lo scempio che alcuni fanno in modo sistematico della sofferenza altrui, sfruttandola per stupire sul momento con immagini che pochi istanti dopo aver scatenato l’orrore dello spettatore vengono da queste messe nel dimenticatoio in quanto vivono solo dell’effetto shock e fin troppo frequentemente di nessun contenuto. Né tantomeno deve essere confuso con l’impegno da parte dei fotogiornalisti a recarsi solo in zone di guerra o di catastrofe naturale. Le buone storie si trovano anche dietro casa come dimostra il lavoro con cui Fausto Podavini ha vinto la prima edizione del World.Report Award raccontando con estrema delicatezza come in una famiglia qualunque viene vissuto nella quotidianità il morbo di Alzheimer. Le immagini sono profonde, raccontano da dentro una malattia terribile, ma senza concedere alla spettacolarizzazione della sofferenza, ma semplicemente raccontando una serie di giornate che si ripetono sempre uguali da anni nella cura di un uomo ammalatosi e nella costanza, nella forza e nella dedizione di una donna che continua ad accudire il marito circondandolo di un affetto che probabilmente non è nemmeno più in grado di comprendere.
Per concludere e alleggerire (ebbene sì ho ceduto anche io all’alleggerimento) un po’ la tensione vi consiglio di visitare la pagina relativa al World.Report Award. Qui troverete infatti oltre alle consuete informazioni relative al premio e al vincitore la registrazione della telefonata fatta dagli organizzatori del premio al vincitore per comunicargli l’esito del concorso.



sabato 23 aprile 2011

Etica: parliamone a Lodi!

Primo Festival della Fotografia Etica, Lodi 13 marzo 2010, l'incontro con il collettivo israeliano Active Stills.
© Francesco Brusoni
Me ne rendo conto da solo: parlare di etica oggi può apparire nella migliore delle ipotesi anacronistico. La maggior parte delle manifestazioni sociali indica senza possibilità di equivoco anche all’analista meno attento che i concetti che hanno descritto l’etica e l’eticità sono ben che vada andati dispersi quando non capovolti completamente. Non mi piace guardare continuamente indietro e pensare che ciò che è stato fosse necessariamente migliore di ciò che è. Le cose cambiano ed è giusto che sia, ma non per questo bisogna rinunciare ad affrontare gli accadimenti essendo privi di coscienza. E senza voli pindarici questo discorso riguarda direttamente anche la fotografia che rimane pur sempre una specchio di quanto prodotto dalla società da cui scaturisce. I momenti e i luoghi di discussione sono indubbiamente numerosi al giorno d’oggi soprattutto grazie alle possibilità di comunicare anche valicando barriere di spazio e di tempo che appena pochi anni fa sarebbero risultate semplicemente impensabili a livello pratico o più brutalmente economico. Questa è una magnifica risorsa del nostro tempo che ci pone inevitabilmente in una posizione debitoria nei confronti della tecnologia, ma per fortuna esistono anche dei luoghi in cui la virtualità comunicativa si stempera nella possibilità di concretizzare incontri reali e dannatamente fisici. Questi luoghi sono,per quanto ci concerne in qualità di persone che si appassionano alle vicende della fotografia, i festival… o almeno quelli organizzati con serietà e professionalità. Lo scorso anno siamo entrati in contatto quasi per caso e all’ultimo momento con la realtà costituita dalla prima edizione del Festival della Fotografia Etica, una manifestazione che ha preso vita a Lodi grazie all’impegno e al sacrificio poco virtuale ed estremamente concreto del Gruppo Fotografico Progetto Immagine.
Primo Festival della Fotografia Etica, Lodi 11-14 marzo 2010, la mostra Worldless Children
di Luca Catalano Gonzaga nella sede del
Gruppo Fotografico Progetto Immagine.
© Francesco Brusoni
Dichiaratamente amatori i soci hanno riversato le proprie professionalità nell’impegnativa realizzazione del Festival che ha riscosso lo scorso anno un successo al di là delle più rosee previsioni. Come testata ho deciso di dare tutto l’appoggio possibile alla manifestazione. Un appoggio che si ripete si rafforza anche quest’anno. Il prossimo numero dedicheremo uno speciale alle attività che si svolgeranno dal 19 al 22 maggio nel capoluogo lodigiano. Nel frattempo l’invito è a seguire  gli aggiornamenti che vengono pubblicati sul sito del festival all’indirizzo www.festivaldellafotografiaetica.it e sulla nostra pagina di Facebook. Rispetto allo scorso anno e forti dell’esperienza pregressa gli organizzatori hanno allargato il campo d’azione delle attività del Festival. 
Primo Festival della Fotografia Etica, Lodi 14 marzo 2010, l'incontro con il collettivo italiano Terra Project.
© Silvia Brambilla
Oltre a una serie di mostre e proiezioni, all’interno delle quali va sottolineata la presenza degli autori con cui sarà possibile confrontarsi e scambiare idee, dei dibattiti aperti al pubblico si aggiungeranno quest’anno conferenze e workshop di estremo interesse. I nomi coinvolti rappresentano il gotha della fotografia di giornalismo Stefano De Luigi, Simona Ghizzoni addirittura Eugene Richards che realizzerà la prima mostra fotografica nel nostro paese proprio a Lodi. E ancora ci saranno le mostre delle Organizzazioni Non Governative come Medici Senza Frontiere e Cesvi, le videoproiezioni dei colletivi fotografici europei come Documentography dal Regno Unito, Est/Ost da Francia e Ungheria, Tendence Floue dalla Francia e gli italiani Shabel. Inoltre tra le novità di quest’anno ci saranno anche la prima edizione del World.Report Award premio italiano di fotogiornalismo  realizzato in collaborazione tra Il Festival della Fotografia Etica e ArtéFoto Festival di cui vi abbiamo dato conto nei mesi scorsi, e i workshop condotti da Stefano De Luigi (Classici e outsider del fotogiornalismo) da 10b photography (post-produzione dell’immagine). A completare il quadro dei quattro giorni del Festival i dibattiti e gli incontri di approfondimento sulle tematiche di uso della fotografia, del volontariato culturale delle associazioni fotografiche e delle relazioni tra etica, comunicazione e fotografia e le letture portfolio, che visto il successo dello scorso anno, sono state ulteriormente incrementate. 
Primo Festival della Fotografia Etica, Lodi 11-14 marzo 2010,visitatori in un momento di pausa consultano il catalogo della mostra Colombia voci nascoste di Francesco Zizola per Medici Senza Frontiere.
© Davide Pravettoni
Come per la prima edizione noi saremo al fianco degli organizzatori convinti che l’impegno che hanno profuso e stanno tuttora mettendo nella fase finale dell’organizzazione debba essere premiato con una altro successo di pubblico. L’invito è a partecipare a questo evento per scoprire un aspetto della fotografia (e non solo) che viene sempre meno preso in considerazione da chi invece dovrebbe farne la guida quotidiana alla propria professionalità. Il concetto di etica può e probabilmente deve trasformarsi nel tempo, ma non dovrebbe mai venir meno. Per questo è importante essere tutti a Lodi a maggio. Vi aspetto!





venerdì 31 dicembre 2010

Oliviero Toscani: «Era anoressica nel cervello»

Isabelle Caro. Immagine linkata dal sito 11news.us.
Toscani, dal canto suo, aveva difeso la sua campagna definendola «una sorta di Urlo di Munch» contro la malattia. Così, tra il patetico e il surreale, secondo Corriere.it, quell'ineffabile personaggio che risponde al nome di Oliviero Toscani avrebbe definito il proprio lavoro del 2007. Sì, quello tornato in auge in questi giorni con la morte della modella Isabelle Caro, quello che si proponeva di vendere abiti con l'immagine di un ragazza anoressica nuda, salvo tentare di spacciare tutta l'operazione come una operazione di Pubblicità Progresso contro l'anoressia.
La vicenda è nota. La campagna del 2007 per una casa di moda fu realizzata, con la consueta messa in scena para-socializzante, utilizzando una modella anoressica che pochi giorni fa è scomparsa presumibilmente per complicazioni derivanti dalla sua malattia.
Sono due le considerazini che mi vengono spontanee. La prima è che non ci si fermi nemmeno davanti alla morte per continuare promuovere la propria immagine. Come era prevedibile i colleghi si sono precipitati come mosche sul miele alla corte del signor Toscani per chiedergli un'illuminata opinione su un argomento che forse di per se non merita particolari approfondimenti. Quello che colpisce nelle sue parole è a mio avviso la totale assenza di una qualunque empatia nei confronti della persona che evidentemente per lui era solo un oggetto davanti all'obiettivo, un mezzo per raggiungere il suo scopo e null'altro. A dirla tutta siamo al limite del disprezzo. Se poi si fa un giretto per la rete poi si possono trovare conferme a questa sensazione: «Non sapevo che fosse morta» ha detto [Oliviero Toscani ndr], senza essere tuttavia sorpreso dalla notizia del decesso della 'ragazza che non voleva crescere. Sembra quasi che il signor Toscani voglia sottolinearci la magnanimità con la quale si è chinato verso una povera malata di mente, che però in quanto tale non poteva che finire in quel modo. Un altro po' e arrivamo anche a dire che probabilmente era giusto che morisse, che se lo meritava in fondo, perché era malata e voleva esserlo.
Di sicuro l'immagine non ha recitato un ruolo salvifico nei confronti di Isabelle Caro. Le dato popolarità per un periodo breve, ma non le ha tolto la morte di dosso. E da questo  prende il via la seconda osservazione.
«Queste foto sono un orrore. Ho accettato di partecipare a questa campagna per avvisare le ragazze giovani, mostrando loro i pericoli dei regimi, i dettami della moda e le devastazioni dell'anoressia» avrebbe dichiarato la stessa Caro. Ma davvero vogliamo credere che questa semplicistica spiegazione possa essere sufficiente? Se le radici dell'anoressia sono profonde al punto da consumare una persona fino alla morte, possiamo davvero illuderci che una campagna pubblicitaria (perché non dimentichiamoci che di questo stiamo parlando) possa  da sola fermare una malattia come l'anoressia? 
Ma forse è un incompetente lo psichiatra francese Marcel Rufo, che a suo tempo commentò «Questa foto è un grosso colpo di marketing, eticamente abominevole»? 
Ma del resto i francesi si sa che sono inguaribili bigotti, altrimenti come spiegare il veto posto dall'Ufficio Francese di Controllo della Pubblicità alla campagna, mentre Toscani dal canto  suo, rispondendo alle critiche ricevute avrebbe detto: «C’è una bellezza nella tragedia. Il paradosso è che ci si sconvolge davanti all’immagine e non di fronte alla realtà. Io ho fatto, come sempre, un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo».
La cosa peggiore è che una parte di verità in quest'affermazione c'è davvero. Toscani  infatti con il suo agire testimonia il nostro tempo fatto di avidità, di non considerazione della dignità umana, di disprezzo per il valore delll'individuo, di guadagno personale come unico parametro per condurre la proria esistenza anche a scapito di terzi.
Ecce homo?

AddThis Social Bookmark Button

domenica 26 dicembre 2010

Hai mai visto morire qualcuno? Ecco la sequenza della tragedia*


Al centro della legge ci deve essere sempre l’uomo è il titolo di un intervento di Maria Grazia Zoncu, giudice del tribunale di Busto Arsizio, pubblicato da La Prealpina del 17 dicembre 2010 a commento di una brutta notizia di cronaca.** In breve l’antefatto: in una palazzina di via Einaudi a Busto Arsizio in provincia di Varese, il cinquantatrenne Filippo Trovato durante la procedura di sfratto, si era lasciato cadere dal balcone al terzo piano della casa in cui aveva abitato per ventisette anni. Da quello che si può dedurre dall’articolo in prima pagina (con prosecuzione in quarta) l’uomo, presumibilmente invalido («economicamente sostenuto da una pensione di invalidità civile»***), dopo due ore di resistenza allo sfratto ha messo in atto la sua minaccia.
Facile quindi, una volta chiarito cosa lo abbia fatto scaturire, comprendere il titolo dell’intervento estremamente ponderato e sensato del Giudice Zoncu.
Difficile non essere d’accordo con le tesi esposte.

Adesso proviamo a fare un gioco tutti insieme. Provate a immaginare di far parte della redazione di un giornale quotidiano che riceve questa notizia e deve restituirla ai suoi lettori. Provate a immaginare ora di essere prima il photo editor, poi il caporedattore e infine il direttore. Bene. Innanzitutto che rilievo dareste alla notizia? Supponiamo che il quotidiano in oggetto sia a forte connotazione locale. Inutile dire che in questo caso una notizia così emotivamente coinvolgente per il territorio debba avere forte rilievo sulla vostra testata. Per cui probabilmente sia come caporedattore sia come direttore le assegnereste un posto importante in prima pagina.
Chiamate un paio di giornalisti e gli dite di occuparsi della cosa raccogliendo dettagliate informazioni. Sono professionisti e sanno come fare, non ci saranno problemi. A questo punto sorge un altro problema: come la illustriamo questa notizia?
Prima di andare avanti fermatevi a pensare seriamente cosa fareste se vi trovaste costretti a decidere.
Ed ecco come hanno risolto il problema nella redazione de La Prealpina…
La prima pagina de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Adesso facciamo un altro gioco. Non siete più nella redazione di un quotidiano locale, ma ne siete lettori. Ieri vostro cugino che già aveva parecchi problemi per conto suo, finito giù dal terzo piano della casa da cui lo stavano sfrattando. In questo momento giace in un letto della rianimazione «con fratture e traumi diffusi un po’ ovunque»**, ovviamente, in prognosi riservata. Probabilmente voi cercate di non pensarci e continuare a condurre una vita normale a dispetto dell’accaduto. Del resto voi potete fare davvero poco in questo momento. Sta ai medici e a Dio se siete credenti. Uscite quindi a fare la spesa come al solito e passando davanti all’edicola comprate il vostro quotidiano locale. In prima pagina ci trovate la sequenza della tragedia, con vostro cugino che piomba giù dal terzo piano di casa sua…
Un bel colpo al cuore, non credete? Un po’ sgomenti, un po’ increduli e sicuramente addolorati e raccapricciati andate comunque avanti e cosa trovate? Un altro paio di foto in bianconero che vi fanno vedere la barella avviata verso l’ambulanza e altre due foto di vostro cugino.
Le immagini che corredano l'articolo de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Secondo voi a questa vista sareste ammirati per la prontezza di riflessi del fotografo e la deontologia professionale di redazione e direttore? O per caso potreste avere anche un’altro tipo di reazione?

Ma lasciamo perdere il piano etico nella valutazione sull’opportunità di pubblicare immagini del genere (piano in cui la condanna dal mio punto di vista è inappellabile). Vediamo la cosa sotto un profilo meramente tecnico. Pubblicare più di una fotografia (ben tre della caduta) quale contenuto informativo aggiunge alla notizia? Ci aggiunge forse dei dati in più utili alla comprensione della vicenda? Sinceramente direi proprio di no. È pura e semplice ridondanza. Allora perché farlo? La più scontata delle risposte è che un’operazione simile si conduca per poter andare a colpire l’emotività del lettore, scatenando il più torbido dei voyerismi, ben conosciuto agli spettatori di una nutrita schiera di cultori di programmi televisivi incentrati su episodi tragici che, però, spesso si concludono bene.

Mi chiedo poi: che pensare del fotografo che ha effettuato le riprese? Dal mio punto di vista è stato inappuntabile e non può certo essere criticato in alcun modo per averle realizzate. Era lì per quello e comunque non avrebbe potuto intervenire per evitare che le cose prendessero quella piega. Semmai trovo... discutibile (qualora non fosse chiaro è un forte eufemismo) la scelta di fornirle al giornale. A livello informativo sarebbe bastata una sola foto, possibilmente non della caduta, e una buona didascalizzazione. Il resto è solo volontà di intingere il pane nel sugo della morbosità del lettore. E non vorrei ricordare quanto affermava il buon vecchio Eugene W. Smith sul senso di responsabilità che il fotografo dovrebbe avvertire non solo in merito alla produzione dell'immagine, ma anche relativamente al suo utilizzo...
Dall'inserto speciale Il giorno del terrore, pagine 8-9, allegato al settimanale Oggi del 18 settembre 2001.
(clicca per ingrandire)

Un'ultima associazione di idee mi viene per affinità tematiche con un'ignobile doppia pagina apparsa su Oggi nell'ormai lontano settembre 2001. In uno speciale dedicato alla tragedia delle Twin Towers fu pubblicato quanto vedete qui sopra, con ben quattro fotografie raccontano la stessa cosa, ovvero gli ultimi tragici istanti di vita di uomini e donne  che, intrappolati senza speranza di salvezza all'interno dei grattacieli in fiamme, decidono di gettarsi nel vuoto. A suo tempo ebbi modo di esprimere pubblicamente la mia opinione sull'opportunità di una simile publicazione (vedi link collegato all'immagine qui sotto).
RAI-RADIO 3 - Radio 3 Suite
Dentro l'immagine: 11 settembre 2001
- 16 min. 21 sec.
(clicca sull'immagine per acoltare)
Oggi non ho cambiato idea e sono particolarmente sconfortato nel dover ripetere lo stesso tipo di ragionamenti oltretutto per avvenimenti di una portata molto più limitata nello spazio e nel tempo. Quanto pubblicato da La Prealpina ritengo sprofondi nei bassifondi più infimi della professione giornalistica. Del livello umano non si può  nemmeno parlare. Sono passati quasi dieci anni, ma non posso che continuare ad esprimere condanna per operazioni di questo tipo.

Adesso che ho finito provate un po' a ripensare al titolo dell'intervento del Giudice Zoncu... non sembra anche a voi che ci sia una tenace, sotterranea... coerenza tra gli enunciati che sottendono il commento alla notizia e la linea editoriale?
 ____
* A seguito dell'intervento dell'autore delle immagini, Davide Caforio, specifico che Filippo Trovato, l'uomo rappresentato nelle immagini, non è deceduto in seguito alla caduta. Il titolo, criticabile o meno che sia, non deve la sua scelta alla volontà di fare cronaca, ma intende sottolineare ai fini dell'analisi e della discussione, il meccanismo comunicativo, che i responsabili della pubblicazione della sequenza in prima pagina, e nelle successive, hanno sfruttato attingendo alla morbosità del pubblico nei confronti di immagini di morte, reale o potenziale che sia. (28 dicembre 2010) 
** Ringrazio Alberto Maretti che mi ha segnalato la notizia e fornito scansioni e testo utilizzati nella stesura del post.
*** Dall’articolo Lo sfrattano, si getta nel vuoto (in prima pagina a firma di Sarah Crespi e Marco Linari), prosecuzione a pagina 4 (a firma di Sarah Crespi) de La Prealpina del 17 dicembre 2010.

AddThis Social Bookmark Button

venerdì 24 dicembre 2010

Se mi dai di più, forse posso anche pagarti

Il sondaggio apparso sul sito Daily Wired. (clicca per ingrandire)
Da: alessandro ciccarelli 
Data: 18 dicembre 2010 19.16.48 GMT+01.00
Oggetto: appropriazione indebita di foto

Gentile Sandro Iovine,
siamo dei fotografi ai quali Repubblica.it ha sottratto le foto, prelevandole a nostra insaputa dalle proprie pagine Flickr. Ognuno di noi era in piazza durante i cortei del 14 dicembre per documentare un momento importante della vita pubblica di questo paese.
Le fotografie sono state caricate sui nostri siti personali e anche su Flickr, forse la più importante vetrina di fotografia online a livello mondiale. Il giorno seguente non le dico lo stupore di trovarle nelle gallerie di Repubblica.it!
Ci piacerebbe poter discutere con lei e conoscere la sua opinione su alcuni temi legati a questa vicenda, quali l'informazione, l'eticità professionale e lo stato di salute del mestiere di fotografo oggi.

Qualche nostra considerazione.
Sotto ognuna delle nostre foto era riportata la dicitura © Tutti i diritti riservati.  A quanto pare questo non è bastato a impedire che le foto venissero prelevate senza il nostro consenso e ripubblicate sul primo sito di informazione italiana, seppur riportando nome e cognome sotto ogni foto.

Molte delle foto ripubblicate sono state modificate. Alcune convertite in bianco e nero, forse per aumentarne la drammaticità, scardinando totalmente la semiologia dell'immagine e quindi la significazione attribuita dal fotografo.
A chi aveva apposto nella parte bassa della fotografia un watermark © nome cognome, per rimarcare ulteriolmente il tipo di licenza comunque già presente sotto l'immagine, le foto sono state tagliate per escludere quel tipo di informazione.

Le risposte alle nostre richieste di chiarimento pervenuteci dal desk di Repubblica evidenziano un modus operandi abitudinario e consolidato, un atteggiamento culturale per il quale le fotografie presenti su internet sono gratis. Se pensiamo a Flickr o a un sito fotografico come una vetrina, dove puoi mostrare quello che vendi tutelato dalle norme vigenti sul diritto d'autore e chi è interessato può contattare l'autore e comprare, c'è chi si sente legittimato a rompere questa vetrina e trafugare il contenuto per farne un uso pubblico e commerciale.

Un'importante testata giornalistica legittima questo atteggiamento con un ritorno in termini di immagine per il fotografo: si prelevano delle foto, se gli autori se ne accorgono nella maggior parte dei casi si accontenteranno della gloria di essere finiti su un'importante testata, se sorgono problemi con qualcuno è questione di pochi attimi sostituire gli scatti con quelli di qualcun'altro che probabilmente si accontenterà della gloria, il tutto con un meccanismo conseguente di qualità a ribasso. Ci chiediamo dov'è finita a questo punto l'etica professionale?

Oltre a una mancanza di rispetto verso la persona e il non vedere riconosciuta una nostra professionalità, la nostra preoccupazione riguarda tutta la categoria, già sofferente in un periodo di crisi editoriale, tra stock images e archivi royality free.
Se la più importante testata online di informazione si sente autorizzata a un tale procedimento, la cosa non potrà non influenzare le altre testate, anche più piccole? C'è bisogno di un albo professionale che tuteli il fotografo?

Forse a distanza di due anni dal convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana c'è bisogno di rivedersi, riprendere il discorso lì interrotto e capire quali sono le nuove strade da poter percorrere insieme.

distinti saluti

i fotografi
Adriano Caldiero
Remo Cassella
Alessandro Ciccarelli
Luca Farinelli
Marco Gioia

Questa lettera la conosciamo tutti, magari con qualche piccola variazione relativamente all'intestazione o forse al finale (ah, non che sia una cosa importante, ma per inciso il convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana è... passato alla storia con la data 24 aprile 2010, difficile quindi che al 18 dicembre 2010 siano già trascorsi due anni). Commenti ne ha suscitati in quantità industriali, con varianti e variazioni che rendono di fatto inutile ogni altro intervento.

L'unico motivo per darle ancora spazio è un minimo di coerenza nell'affrontare determinate tematiche e un certo fastidio viscerale di fronte all'assenza di una presa di posizione su argomenti così importanti. Nel massimo rispetto delle opinioni altrui non posso che esprimere il massimo sdegno rispetto a quanto esposto nella lettera che avete appena letto. 

Non credo che nessun adulto normodotato sia così ingenuo da credere alle fate dei boschi, anzi no, facciamo a Babbo Natale visto che tra poche ore è il 25 dicembre. Fuori di metafora, che queste cose accadano in modo sistematico lo sappiamo tutti, soprattutto chi lavora nel campo dell'editoria. Non intendo certo manifestare lo sconcerto incredulo di chi cade dal proverbiale pero, ma non per questo rinuncio a sostenere la mia totale disapprovazione per l'accaduto.

Tra i fiumi di inchiostro virtuale versati di recente sull'argomento, devo dire che mi sono trovato a disagio. Tra accuse e difese, molte incomprensibili, altre condivisibili, altre ancora decisamente improbabili, sono poche le cose che mi sono rimaste oltre alla nauseante sensazione che molte delle parole spese da Chomsky sulle dieci strategie di manipolazione attraverso i mass media, potrebbero trovare convincente rispondenza anche in molti altri campi. 
Non molto di ciò che ho letto mi ha colpito, come dicevo. Ma, ad esempio, mi viene difficile a livello puramente logico liquidare la questione con argomentazioni in cui si fanno paragoni con un ipotetico pasticcere che invia torte a casa di sconosciuti e poi si lamenta perché non gli vengono pagate. A mio avviso in un paragone del genere la falla logica è costituita dal fatto che mettere una fotografia su Flickr significa esporre pubblicamente un'immagine, non inviarla in formato adatto all'impiego nella casella di posta elettronica di un potenziale utilizzatore. Il tutto senza nulla togliere agli intenti di marketing che possono aver mosso chi quella immagine ha pubblicato su Flickr.

Sul fatto che poi oggi i tempi siano cambiati e il mercato si sia trasformato non ho il minimo dubbio e condivido anche parte delle letture fatte in primis da Michele Smargiassi. Ma se convengo che possano offrire una lettura della situazione, non credo siano sufficienti a giustificarla, a meno di non pensare a noi stessi unicamente come soggetti passivi. Rimane il fatto che l'utilizzo per un fine di lucro di quelle che, se ricordo qualcosa dell'odiato esame di Istituzioni di Diritto Privato, dovrebbero chiamarsi opere di ingegno non è un fatto giustificabile. Soprattutto a fronte della mancata corresponsione di un adeguato compenso agli autori. Senza contare l'assenza di una loro autorizzazione alla pubblicazione e l'alterazione dei contenuti.

Daltronde non si dica che l'accesso alle gallerie è gratuito, perché anche se il meccanismo di accesso non prevede un esborso diretto da parte del pubblico, genera comunque, come minimo, traffico sul sito, che a sua volta viene monetizzato attraverso l'innalzamento proporzionale delle quotazioni degli spazi pubblicitari. Il che comunque rientra in un meccanismo di produzione di reddito, ovvero di lucro che che sfrutta anche un lavoro altrui non retribuito.

Gli autori della missiva poi sottolineano la trasformazione delle immagini, con l'eliminazione dei water mark o il passaggio da colore a bianconero. Ora se è vero che l'intenzionalità del dolo all'interno di una aula di tribunale dovrebbe essere dimostrata è anche vero che fuori dalla suddetta aula viene davvero difficile credere alla difendibilità di chi quel taglio lo ha messo in atto. Ovviamente analogo è il discorso per la trasformazine da colore a bianconero che può anche essere animata dalle migliori intenzioni, ma pur non avendo dirette implicazioni economiche, non è comunque ammissibile senza il consenso dell'autore.

Prima di concludere queste poche osservazioni sparse, che temo rivelino tutto il fastidio ingenerato in me a vari livelli dalla vicenda, vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa e invitarvi a dare un'occhiata al modo in cui è stata ridotta tutta la questione al solito semplicistisco sondaggino sul sito Daily Wired, cui si riferisce l'immagine in apertura di questo post. A me questo tipo di cose fa quasi più paura dell'episodio da cui scaturisce tutto il ragionamento. È una formula che riduce un problema reale a un giochino per passare qualche minuto davanti al monitor con l'illusione di aver espresso un'opinione di cui nessuno terrà conto. L'ennesimo modo per ridurre, nel più breve tempo possibile, la percezione di un problema a un livello di accettabilità piatta e stereotipata.

Nel suo blog Michele Smargiassi, nella parte finale del suo primo intervento, descrivendo la situazione attuale e la sua posizione ci dice che la mera ripresa di un evento «non è più fare foto-giornalismo». Personalmente trovo incontestabile questo concetto e inappuntabile la chiarezza con la quale viene esposto. Smargiassi prosegue poi che forse questo è stato un modo per adempiere alla pratica dell'informazione per mezzo delle immagini. Su questo punto invece mi sento di essere d'accordo solo se si attribuisce a questa frase il valore di una constatazione da storiografo. Verissimo affermare che al giorno d'oggi i reporter non sono più gli unici testimoni e che in molti casi la foto del passante dotato di cellulare può raggiungere molto tempestivamente il tavolo di una redazione. Ma, afferma Smargiassi «Da un professionista io, testata giornalistica, voglio di più, e forse sono ancora disposto a pagare per averlo.»...

Inutile commentare la prima parte della frase... al massimo si potrebbe dire «E credo bene che tu, testata giornalistica, voglia di più». Quanto alla seconda invece invito tutti i giovani che, per qualche strana devianza a sfondo psicotico compulsivo, ancora ambiscano a svolgere la professione di fotogiornalisti a imprimersela bene in mente.
Vi consiglio, giovani aspiranti fotogiornalisti, di rendervi conto che è sacrosanto obbligo per un professionista offrire  più di quanto non possa offrire un passante con il cellulare.
Vi chiedo, giovani aspiranti fotogiornalisti, di capire che il minimo del proprio dovere è svolgere un accurato lavoro di indagine giornalistica.
Vi dico, giovani aspiranti fotogiornalisti, che dovete fare vostro quel senso del dovere che conduce alla verifica delle fonti, sempre.
Vi esorto, giovani aspiranti fotogiornalisti, a essere disposti anche a rischiare la vostra incolumità personale.
Perché questo è il lavoro.
Perché questo richiede l'etica professionale.
Perché questo è ciò che, forse  produrrà in una testata la magnanima predisposizione a prendere in considerazione l'ipotesi che il vostro lavoro possa anche essere pagato...
Buon Natale a tutti... soprattutto ai fotogiornalisti.

AddThis Social Bookmark Button

mercoledì 22 dicembre 2010

Il... giallo del tram arancione


«Trovami una foto per illustrare la notizia che dal 2011 i tram di Milano riprenderanno l’aspetto dei primi del Novecento.»
«OK capo, mi metto subito a cercare nelle agenzie.»
«Ma sei pazzo? Così poi ci tocca pagare. Fatti un giro su Flickr e vedrai che trovi tutto quello che ci serve e... a gratis!»
Schermata del post di Luca Albani su 02blog.it. (clicca per ingrandire)
Tranquilli, tranquilli, questo dialogo me lo sono inventato di sana pianta, mal ispirato da questa pagina di 02blog.it. Il che, purtroppo, non significa il suo contenuto sia falso...
Certo non è riferibile al post di 02blog.it che ho utilizzato come spunto, ma racconta una delle troppe tristi realtà su cui si basa il rapporto tra editoria e fotografia.
Ma al di là dell'incipit sfuggito di mano, era su altro che volevo porre attenzione.
Ora, capisco che non stiamo parlando del New York Times e nemmeno del Corriere della Sera (peraltro citato come fonte da Luca Albani, l'autore del post), ma quello che mi chiedo è: come si fa a illustrare una notizia come quella del ritorno alla livrea di inizio secolo scorso dei tram meneghini con una fotografia come quella? 
Ovvero, ma quale attinenza c'è tra quella fotografia elaborata e il testo che dovrebbe accompagnare?
È forse quella la nuova (si fa per dire) livrea dei tram? 
Direi di no, anche perché andando a vedere la pagina dell'autore su Flickr si ricava facilmente che l'immagine è stata scattata il 5 febbraio dell'Anno Domini 2008. Inoltre, a meno di non avere problemi con la percezione del colore, la parte inferiore del tram è abbastanza evidentemente arancione e non gialla (Riporto testualmente dal post di 02blog.it: «Ritorno all’antico per i tram milanesi, nel 2011 i “trenini” del capoluogo riprenderanno il loro colore d’inizio XX secolo, giallo sotto e panna sopra (fonte: “Corriere”»). 
L'articolo del Corriere della Sera.it citato come fonte del post di Luca Albani. (clicca per ingrandire)
E ancora la parte superiore non è certo color panna, ma di un bel grigio monocromatico figlio di una desaturazione parziale portata all'estremo in fase di postproduzione*. In altre parole la fotografia utilizzata non ha nessuna attinenza con il testo cui viene riferita per mezzo della messa in pagina. Le parole raccontano una cosa, l'immagine un'altra. Quindi se consideriamo il post nella sua organizzazione complessiva, non possiamo che ammettere che si tratta di un testo incoerente, se non addirittura schizofrenico.
La pagina di Flickr con l'immagine di Hugo |-| utilizzata per illustrare il post di Luca Albani. (clicca per ingrandire)
Cosa c'è di grave? Assolutamente nulla... nello specifico. A parte considerazioni personali (nel merito delle quali non intendo entrare) sul gusto di chi ha realizzato l'immagine e di chi ha scelto di utilizzarla in quel contesto, c'è però il fatto che episodi minimali come questo contribuiscono a minare il rapporto di fiducia e credibilità con il lettore. 
Se si decide di illustrare una notizia sui tram di Milano con un'immagine incoerente, perché non potrebbe essere applicata la stessa logica nel caso delle manifestazioni giovanili ** della settimana scorsa? Perché dovremmo credere che le foto sono vere e si riferiscono proprio agli episodi descritti? Ma perché la storia degli scontri in piazza è ben più importante e seria si potrebbe rispondere.
Noi sappiamo che chi si occupa di scegliere le notizie è ben cosciente che un post sui tram non incide sulla formazione della coscienza di massa e l'orientamento politico come può farlo l'informazione su degli scontri di piazza. Ovvero siamo certi in quest'ultimo caso si tienga maggiormente conto dei criteri di verifica delle fonti.
Risposta giusto e corretto. Anzi correttissima... ma siamo disposti a giurare che sia davvero così? 
_______
 *Ancorché influente solo in modo marginale nel ragionamento che sto facendo, trovo Interessante rilevare come nell'edizione di 02blog.it la leggibilità generale sia stata notevolmente migliorata rispetto all'originale...
Ognuno ne tragga le considerazioni che ritiene più opportune...

**Sia chiaro che l'esempio è fatto solo per la vicinanza temporale al momento in cui scrivo. Il discorso funziona ugualmente con la guerra del Golfo, il terremoto dell'Aquila (in cui infatti furono utilizzate foto recuperate dalla rete e relative a un cataclisma verificatosi in Cina) e così via. 



AddThis Social Bookmark Button

domenica 19 dicembre 2010

La domande di BAPE

Qualche tempo fa (a dire la verità parecchio tempo fa se si considera che il primo post è del 6 luglio 2009 e l'invio delle domande è evidentemente precedente) Daniele Federico mi ha proposto di partecipare a un'iniziativa che stava realizzando per il suo blog BAPE (Becoming A Photo Editor) a sua iniziativa. La proposta era semplice e potenzialmente interessante. Danielae Federico mi avrebbe posto otto domande (al momento per quel che mi risulta sono state pubblicate solo le prime sette con le relative risposte) per realizzare un suo piccolo sondaggio sulla situazione della fotografia professionale con particolare riferimento alla figura dei photo-editor. Oltre a me sarebbero stati intervistati anche Maria Teresa Cerretelli (photo-editor di Class e presidente del GRIN), Manuela Fugenzi (photo-editor e ricercatrice iconografica), Gianni Mascolo (Art Director de Il Venerdì), Renata Ferri (photo-editor di Io Donna), Giovanna Calvenzi (una delle maggiori esperte in Italia di fotografia e photo-editor di Sport Week), Roberto Koch (fondatore e diretto re dell'Agenzia Contrasto). Credo che il lavoro di Daniele Federico possa essere comunque interessante e per questo mi permetto di riportare a seguire le domande e le mie risposte. Per confrontare le differenti o coincidenti opinioni su i temi del fotogiornalismo italiano, le domande poste da Daniele Federico riportate di seguito sono linkate al blog BAPE per prendere visione delle risposte degli altri intervistati.
 
Domanda 1
Sei fotografo/a o lo sei stato/a? Come hai iniziato la tua carriera di esperto/a di immagini fotografiche?
«Non sono un fotografo. Professionalmente mi limito a dirigere, da una decina di anni, una rivista di settore dedicata alla fotografia, pascolando nelle periferie del giornalismo. Per poter rispondere alla domanda mi piacerebbe capire innanzitutto quali sono i parametri che determinano l’essere o non essere esperti di qualcosa: chi stabilisce l’appartenenza alla categoria degli esperti e chi sono coloro che la applicano. In genere quando mi presentano come esperto di fotografia, non riesco a controllare l’associazione mentale che mi riporta al ricordo di una infausta trasmissione televisiva in cui un composto signore veniva presentato come esperto di rock satanico… E devo ammettere che la mia autostima risulta profondamente intaccata dall’idea di esser messo sullo stesso piano di un disgraziato costretto ad ascoltare, per di più anche al contrario, un numero di dischi che si conta al più sulle dita di due mani. In ogni caso farei risalire il mio rapporto professionale con le immagini al momento in cui ho verificato che per formazione e interessi personali le immagini costituivano per me un testo all’interno di un processo comunicativo e non rappresentavano solo l’epifania di quell’onanismo tecnologico professato come linea editoriale del giornale per cui lavoravo all’epoca.
»

Domanda 2
Quand’è che ci si può definire un photoeditor?
«Se ci riferiamo all’Italia, probabilmente non appena si decide di proclamarsi esperti di rock satanico. Fuor di metafora, direi quando svegliandosi una mattina e avendo bisogno di un lavoro si decide di essere un
photo-editor.. O almeno questo si evince osservando quanto accade nell’editoria nostrana. Io credo che se si seguissero i curriculum vitae dei pochi fortunati personaggi che possono fregiarsi del titolo di photo editor (basta guardare i colophon dei periodici per verificare come questa figura sia ufficialmente assente da numerosissime testate) forse potremo scoprire interessanti percorsi. Tanto per fare un esempio riferito alle ultime leve di questa professione, un paio di photo editor di importanti testate periodiche negli ultimi dieci anni possono vantare una comune esperienza all’interno di una notissima agenzia fotografica da cui sono stati proiettati direttamente all’interno di testate con il ruolo di scegliere le fotografie da acquistare. Senz’altro l’esperienza accumulata seguendo giovani fotografi all’interno di un’agenzia è fondante e formante, ma in assoluto se fossi il titolare di un’azienda e avessi i contatti giusti e la possibilità di trasformarli in azioni concrete, credo che considererei con attenzione i vantaggi derivanti dalla possibilità di piazzare con potere decisionale uno dei miei dipendenti all’interno di una struttura che normalmente acquista il mio prodotto.»
 

Domanda 3
Quanti veri photoeditor ci sono in Italia? Perché? Qual è la ragione principale dell’arretratezza culturale in Italia? Sono necessarie le scuole?
«Prima di azzardare qualunque ipotesi vorrei rivolgere un pensiero colmo di gratitudine al buon vecchio Fibonacci responsabile di aver traghettato nella cultura occidentale, attraverso la traslitterazione dall’arabo sifr in zephirum, quel concetto elaborato dai filosofi arabi nel medioevo, grazie al quale oggi possiamo rispondere in modo esaustivo a questa domanda. Il photo editor dovrebbe essere un giornalista. Dovremmo chiederci, quindi, quanti veri giornalisti viventi e operanti ci sono in Italia? Ma in ogni caso le varianze all’interno del computo finale non sarebbero sufficientemente significative da consentire di formulare la risposta in termini di unità quantificabili. Le ragioni di questa affermazione sono da ricercarsi nella totale dipendenza dei giornalismo dal potere economico e politico… ammesso che la distinzione possa ancora generare senso al giorno d’oggi. Il giornalismo in Italia non assolve a quella che dovrebbe essere la sua funzione primaria: informare. Il giornalismo è oggi solo un contenitore di introiti pubblicitari e come tale deve comportarsi senza interferire con le dinamiche commerciali. Si pubblica, indipendentemente dalla forma in cui ciò si concretizza, solo quanto è funzione della raccolta pubblicitaria. Prima di ricevere il tassativo ordine del mio epatologo di astenermi dal partecipare a ulteriori riunioni dell’associazione dei photo editor, ricordo di aver assistito all’esternazione del responsabile di uno dei maggiori quotidiani italiani, che sosteneva che il ruolo dei
photo-editor. era quello di dare al pubblico ciò che il pubblico desidera. Inutile sottolineare che un atteggiamento simile trascende completamente diritti e doveri dell’informazione, a favore di un appiattimento massificato e massificante. Del resto allo stesso personaggio che, è importante ricordarlo, non lavora in una pubblicazione di provincia, ma in uno dei più accreditati quotidiani italiani, posso ascrivere un altro edificante episodio che la dice lunga sulla professionalità dei photo-editor. Qualche anno fa accompagnai un fotografo a proporre un lavoro sulla psichiatria nel Tempio del giornalismo italiano. Il lavoro mostrava, con una qualità fotografica perfettibile, l’esito dell’applicazione della famigerata legge 180 in quella che allora era la Quinta Circoscrizione del Comune di Roma. Tutto era stato impostato sulla documentazione di ciò che accadeva applicando alla lettera il dispositivo giuridico. Risultato: il degente psichiatrico era ricondotto alla dimensione di persona e non di reietto della società come appariva nelle documentazioni fotografiche di D’Alessandro, Berengo Gardin e Cerati della fine degli anni Sessanta. Il photo editor in questione dopo aver visionato i materiali commentò, con la classica formula di disimpegno utilizzata con i fotografi: il lavoro è molto bello e si potrebbe utilizzare per fare una mostra e un libro (entrambi per altro già realizzati e documentati sotto i suoi occhi). Quindi: complimenti vivissimi, ma lui per il giornale aveva bisogno dei matti non delle persone… Ovvero: la ratio con cui e per cui le foto erano state realizzate, la notizia, non erano importanti per il giornale, il cui compito è notoriamente quello di confermare un rassicurante stereotipo che consenta al lettore di non innescare un possibile processo di identificazione con il malato psichiatrico. Sono necessarie le scuole? Certo che lo sono. Peccato che l’unica di cui sia a conoscenza consista di fatto in un corso fortemente ispirato se non proprio gestito dalla succitata associazione di photo-editor, fatto questo che suppongo non meriti ulteriori commenti.»

Domanda 4
Perché su molti giornali mancano i credit dei fotografi? Non curanza? Difficoltà nella gestione delle immagini? Hai mai mancato l’indicazione dell’autore delle foto nel corso della tua carriera professionale?
«Perché il fotografo nella filiera produttiva editoriale è l’anello più debole. Il fotografo per il giornalista italiano è quello che fa una cosa che può fare chiunque e il cui lavoro si utilizza per riempire i buchi che rimangono nelle geometrie della pagina quando non si sa più che scrivere. La fotografia è intesa come illustrazione del testo scritto, non è testo essa stessa. Inoltre in Italia abbiamo una lunga tradizione di ignoranza in senso etimologico da parte dei fotografi, una tradizione che si è risolta nell’incapacità di concepire e attuare una difesa della dignità professionale. Ricordo di aver sentito un fotografo di cronaca romana vantarsi del fatto di non aver mai firmato le proprie foto, perché in questo modo poteva venderle contemporaneamente sia a Il Tempo sia a Il Messaggero. Partendo da logiche del genere come si può pretendere rispetto per il proprio lavoro? Nella mia carriera ricordo di essere stato assalito da un autore che non aveva trovato il credit a fianco alla sua foto. In realtà in quel caso aveva tra le mani una copia tagliata male in fase di confezione e il suo nome era stato rifilato via in quanto molto vicino al bordo. In assoluto comunque di sicuro mi sarà capitato di far saltare qualche nome involontariamente. Sono cose che non dovrebbero succedere, ma nella confusione di una chiusura possono capitare. Fondamentale credo sia comunque l’avere ben chiaro nella propria coscienza che in casi del genere si è comunque commesso un errore grave, al di là della volontarietà. Non è meno grave che far saltare la firma di un articolo (altra cosa capitata purtroppo). Quanto alla difficoltà nella gestione delle immagini oggi il discorso dovrebbe essere relativo. Di fatto in passato la maggior parte dei rapporti tra fotografo e giornale erano gestiti in maniera alquanto superficiale soprattutto da parte dei fotografi, che spesso non mettevano nemmeno le proprie indicazioni dietro alle stampe, ma torniamo al discorso fatto poc’anzi.
»

Domanda 5
Come trovi i nuovi fotografi? Quanto tempi dedichi a questa attività? La diffusione delle tecnologie digitali ha aumentato l’esposizione dei fotografi e aspiranti tali. In media, da quanti sei contattato/a? Dai qualche consiglio ai nuovi fotografi per contattare professionisti come te.
«Nello specifico del mio caso il discorso è particolare. Lavorando in un giornale dedicato alla fotografia è quotidiano l’afflusso spontaneo di immagini. All’interno di questo fiume in piena i fotografi accettabili sono più o meno l’equivalente del contenuto di un contagocce carico a metà. Al di là di questo ci sono occasioni pubbliche di incontro come le letture portfolio, che però troppo spesso hanno vocazione amatoriale, e soprattutto l’incontro prolungato all’interno dell’attività di insegnante, dove è possibile veder crescere ogni tanto qualche personalità interessante. Fare numeri è impossibile, in ogni caso tra una cosa è l’altra parliamo di migliaia di fotografi di varia estrazione e aspirazione incontrati ogni anno. Di questi forse l’uno o due per mille ha reali possibilità di riuscire nella professione. Il consiglio che posso dare a chi aspiri a fare la professione di fotografo è quello di trovarsi un buon lavoro e fotografare per hobby. Per descrivere la situazione professionale del fotografo oggi prendo a prestito le parole che un amico fotografo romano, all’alba dei quant’anni di cui una quindicina spesi nella professione, si sentì dire dalla madre: "Fijo mio, ma quann’è che te trovi ‘n lavoro che te spesi?". Saggezza popolare e conti della serva indubbiamente, ma sia pure in modo ellittico mi sembra una una descrizione perfetta della condizione di fotografo oggi.
»

Domanda 6
Cosa diresti che manca ai fotografi italiani? Riguardo i temi, lo stile e il modo di lavorare?
«Manca la cultura visiva e spesso non solo quella. Manca l’umiltà di mettersi a studiare per anni senza sentirsi arrivati prima ancora di cominciare. Manca la coscienza che si tratta davvero di un lavoro e che come tale richiede sacrifici non indifferenti se si vuole riuscire. Manca il contatto con una dimensione che sia men che provinciale. Manca spessissimo la coscienza che è di comunicazione che stiamo parlando e che alla base di questa ci sono delle regole, sia pur flessibili e estremamente dinamiche. E in tutto questo vorrei sottolineare che le colpe non sono necessariamente dei singoli, ma in buona parte dell’intero sistema educativo italiano che prevede interessanti programmi di educazione visiva che però nessuno applica. Ho provato un’infinità di volte a chiedere al pubblico di fronte al quale mi sono trovato a parlare a chi fosse stato insegnato a leggere e scrivere nella scuola dell’obbligo e ovviamente tutti mi hanno sempre risposto che si trattava di nozioni che avevano ricevuto. Riformulando la domanda in termini di insegnamento sulla lettura e scrittura di immagini ho trovato solo una volta, a Catania, una ragazza bionda in prima fila che ha alzato la mano. Alla domanda "Ma dove hai fatto la scuola dell’obbligo?" rispose "In München". A parte casi limite non credo che il problema siano i temi, lo stile o il modo concreto di lavorare, Semmai le difficoltà derivano dalla capacità di collegare i vari elementi in un unicum. E il problema è più avvertibile all’interno del mondo del fotogiornalismo, dove le derive commerciali para-artistiche stanno assestando il colpo finale a una professionalità già complessa e in crisi.
»

Domanda 7
Attualmente è difficile intraprendere il mestiere del photoeditor. Quali sono le vie praticabili?

«Spazio non mi pare che ce ne sia un gran che, necessità invece ce ne sarebbe di sicuro tantissima. Ma ci vorrebbe anche maggiore professioanlità giornalistica alle spalle e maggiore autonomia decisionale. Cosa poco probabile in un mondo in cui il contatto continuo con i fotografi non può che indurre giustificati sospetti di degradante contagio da parte dei veri giornalisti, ovvero quelli che scrivono. Nelle redazioni se non si ha la pretesa di essere pagati è facile fare stage. Salvo che poi invece di farti fare un lavoro dal quale imparare qualcosa non ti mettano a fare telemarketing o se ti va bene rimettere a posto l’archivio. Non ho strade da consigliare se non quella di imparare bene una lingua e andare all’estero a costruirsi la professione. Una mia studentessa si è iscritta al citato corso per photo editor mentre frequentava con me quelli di comunicazione visiva e reportage e frequenta uno stage presso una nota casa editrice. A quanto mi dice ciò che ha potuto apprendere in quel corso è prossimo allo zero, ma credo che in Italia sia il massimo che si possa fare per puntare a questa professione. Per il resto tanti auguri.»

AddThis Social Bookmark Button