venerdì 24 dicembre 2010

Se mi dai di più, forse posso anche pagarti

Il sondaggio apparso sul sito Daily Wired. (clicca per ingrandire)
Da: alessandro ciccarelli 
Data: 18 dicembre 2010 19.16.48 GMT+01.00
Oggetto: appropriazione indebita di foto

Gentile Sandro Iovine,
siamo dei fotografi ai quali Repubblica.it ha sottratto le foto, prelevandole a nostra insaputa dalle proprie pagine Flickr. Ognuno di noi era in piazza durante i cortei del 14 dicembre per documentare un momento importante della vita pubblica di questo paese.
Le fotografie sono state caricate sui nostri siti personali e anche su Flickr, forse la più importante vetrina di fotografia online a livello mondiale. Il giorno seguente non le dico lo stupore di trovarle nelle gallerie di Repubblica.it!
Ci piacerebbe poter discutere con lei e conoscere la sua opinione su alcuni temi legati a questa vicenda, quali l'informazione, l'eticità professionale e lo stato di salute del mestiere di fotografo oggi.

Qualche nostra considerazione.
Sotto ognuna delle nostre foto era riportata la dicitura © Tutti i diritti riservati.  A quanto pare questo non è bastato a impedire che le foto venissero prelevate senza il nostro consenso e ripubblicate sul primo sito di informazione italiana, seppur riportando nome e cognome sotto ogni foto.

Molte delle foto ripubblicate sono state modificate. Alcune convertite in bianco e nero, forse per aumentarne la drammaticità, scardinando totalmente la semiologia dell'immagine e quindi la significazione attribuita dal fotografo.
A chi aveva apposto nella parte bassa della fotografia un watermark © nome cognome, per rimarcare ulteriolmente il tipo di licenza comunque già presente sotto l'immagine, le foto sono state tagliate per escludere quel tipo di informazione.

Le risposte alle nostre richieste di chiarimento pervenuteci dal desk di Repubblica evidenziano un modus operandi abitudinario e consolidato, un atteggiamento culturale per il quale le fotografie presenti su internet sono gratis. Se pensiamo a Flickr o a un sito fotografico come una vetrina, dove puoi mostrare quello che vendi tutelato dalle norme vigenti sul diritto d'autore e chi è interessato può contattare l'autore e comprare, c'è chi si sente legittimato a rompere questa vetrina e trafugare il contenuto per farne un uso pubblico e commerciale.

Un'importante testata giornalistica legittima questo atteggiamento con un ritorno in termini di immagine per il fotografo: si prelevano delle foto, se gli autori se ne accorgono nella maggior parte dei casi si accontenteranno della gloria di essere finiti su un'importante testata, se sorgono problemi con qualcuno è questione di pochi attimi sostituire gli scatti con quelli di qualcun'altro che probabilmente si accontenterà della gloria, il tutto con un meccanismo conseguente di qualità a ribasso. Ci chiediamo dov'è finita a questo punto l'etica professionale?

Oltre a una mancanza di rispetto verso la persona e il non vedere riconosciuta una nostra professionalità, la nostra preoccupazione riguarda tutta la categoria, già sofferente in un periodo di crisi editoriale, tra stock images e archivi royality free.
Se la più importante testata online di informazione si sente autorizzata a un tale procedimento, la cosa non potrà non influenzare le altre testate, anche più piccole? C'è bisogno di un albo professionale che tuteli il fotografo?

Forse a distanza di due anni dal convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana c'è bisogno di rivedersi, riprendere il discorso lì interrotto e capire quali sono le nuove strade da poter percorrere insieme.

distinti saluti

i fotografi
Adriano Caldiero
Remo Cassella
Alessandro Ciccarelli
Luca Farinelli
Marco Gioia

Questa lettera la conosciamo tutti, magari con qualche piccola variazione relativamente all'intestazione o forse al finale (ah, non che sia una cosa importante, ma per inciso il convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana è... passato alla storia con la data 24 aprile 2010, difficile quindi che al 18 dicembre 2010 siano già trascorsi due anni). Commenti ne ha suscitati in quantità industriali, con varianti e variazioni che rendono di fatto inutile ogni altro intervento.

L'unico motivo per darle ancora spazio è un minimo di coerenza nell'affrontare determinate tematiche e un certo fastidio viscerale di fronte all'assenza di una presa di posizione su argomenti così importanti. Nel massimo rispetto delle opinioni altrui non posso che esprimere il massimo sdegno rispetto a quanto esposto nella lettera che avete appena letto. 

Non credo che nessun adulto normodotato sia così ingenuo da credere alle fate dei boschi, anzi no, facciamo a Babbo Natale visto che tra poche ore è il 25 dicembre. Fuori di metafora, che queste cose accadano in modo sistematico lo sappiamo tutti, soprattutto chi lavora nel campo dell'editoria. Non intendo certo manifestare lo sconcerto incredulo di chi cade dal proverbiale pero, ma non per questo rinuncio a sostenere la mia totale disapprovazione per l'accaduto.

Tra i fiumi di inchiostro virtuale versati di recente sull'argomento, devo dire che mi sono trovato a disagio. Tra accuse e difese, molte incomprensibili, altre condivisibili, altre ancora decisamente improbabili, sono poche le cose che mi sono rimaste oltre alla nauseante sensazione che molte delle parole spese da Chomsky sulle dieci strategie di manipolazione attraverso i mass media, potrebbero trovare convincente rispondenza anche in molti altri campi. 
Non molto di ciò che ho letto mi ha colpito, come dicevo. Ma, ad esempio, mi viene difficile a livello puramente logico liquidare la questione con argomentazioni in cui si fanno paragoni con un ipotetico pasticcere che invia torte a casa di sconosciuti e poi si lamenta perché non gli vengono pagate. A mio avviso in un paragone del genere la falla logica è costituita dal fatto che mettere una fotografia su Flickr significa esporre pubblicamente un'immagine, non inviarla in formato adatto all'impiego nella casella di posta elettronica di un potenziale utilizzatore. Il tutto senza nulla togliere agli intenti di marketing che possono aver mosso chi quella immagine ha pubblicato su Flickr.

Sul fatto che poi oggi i tempi siano cambiati e il mercato si sia trasformato non ho il minimo dubbio e condivido anche parte delle letture fatte in primis da Michele Smargiassi. Ma se convengo che possano offrire una lettura della situazione, non credo siano sufficienti a giustificarla, a meno di non pensare a noi stessi unicamente come soggetti passivi. Rimane il fatto che l'utilizzo per un fine di lucro di quelle che, se ricordo qualcosa dell'odiato esame di Istituzioni di Diritto Privato, dovrebbero chiamarsi opere di ingegno non è un fatto giustificabile. Soprattutto a fronte della mancata corresponsione di un adeguato compenso agli autori. Senza contare l'assenza di una loro autorizzazione alla pubblicazione e l'alterazione dei contenuti.

Daltronde non si dica che l'accesso alle gallerie è gratuito, perché anche se il meccanismo di accesso non prevede un esborso diretto da parte del pubblico, genera comunque, come minimo, traffico sul sito, che a sua volta viene monetizzato attraverso l'innalzamento proporzionale delle quotazioni degli spazi pubblicitari. Il che comunque rientra in un meccanismo di produzione di reddito, ovvero di lucro che che sfrutta anche un lavoro altrui non retribuito.

Gli autori della missiva poi sottolineano la trasformazione delle immagini, con l'eliminazione dei water mark o il passaggio da colore a bianconero. Ora se è vero che l'intenzionalità del dolo all'interno di una aula di tribunale dovrebbe essere dimostrata è anche vero che fuori dalla suddetta aula viene davvero difficile credere alla difendibilità di chi quel taglio lo ha messo in atto. Ovviamente analogo è il discorso per la trasformazine da colore a bianconero che può anche essere animata dalle migliori intenzioni, ma pur non avendo dirette implicazioni economiche, non è comunque ammissibile senza il consenso dell'autore.

Prima di concludere queste poche osservazioni sparse, che temo rivelino tutto il fastidio ingenerato in me a vari livelli dalla vicenda, vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa e invitarvi a dare un'occhiata al modo in cui è stata ridotta tutta la questione al solito semplicistisco sondaggino sul sito Daily Wired, cui si riferisce l'immagine in apertura di questo post. A me questo tipo di cose fa quasi più paura dell'episodio da cui scaturisce tutto il ragionamento. È una formula che riduce un problema reale a un giochino per passare qualche minuto davanti al monitor con l'illusione di aver espresso un'opinione di cui nessuno terrà conto. L'ennesimo modo per ridurre, nel più breve tempo possibile, la percezione di un problema a un livello di accettabilità piatta e stereotipata.

Nel suo blog Michele Smargiassi, nella parte finale del suo primo intervento, descrivendo la situazione attuale e la sua posizione ci dice che la mera ripresa di un evento «non è più fare foto-giornalismo». Personalmente trovo incontestabile questo concetto e inappuntabile la chiarezza con la quale viene esposto. Smargiassi prosegue poi che forse questo è stato un modo per adempiere alla pratica dell'informazione per mezzo delle immagini. Su questo punto invece mi sento di essere d'accordo solo se si attribuisce a questa frase il valore di una constatazione da storiografo. Verissimo affermare che al giorno d'oggi i reporter non sono più gli unici testimoni e che in molti casi la foto del passante dotato di cellulare può raggiungere molto tempestivamente il tavolo di una redazione. Ma, afferma Smargiassi «Da un professionista io, testata giornalistica, voglio di più, e forse sono ancora disposto a pagare per averlo.»...

Inutile commentare la prima parte della frase... al massimo si potrebbe dire «E credo bene che tu, testata giornalistica, voglia di più». Quanto alla seconda invece invito tutti i giovani che, per qualche strana devianza a sfondo psicotico compulsivo, ancora ambiscano a svolgere la professione di fotogiornalisti a imprimersela bene in mente.
Vi consiglio, giovani aspiranti fotogiornalisti, di rendervi conto che è sacrosanto obbligo per un professionista offrire  più di quanto non possa offrire un passante con il cellulare.
Vi chiedo, giovani aspiranti fotogiornalisti, di capire che il minimo del proprio dovere è svolgere un accurato lavoro di indagine giornalistica.
Vi dico, giovani aspiranti fotogiornalisti, che dovete fare vostro quel senso del dovere che conduce alla verifica delle fonti, sempre.
Vi esorto, giovani aspiranti fotogiornalisti, a essere disposti anche a rischiare la vostra incolumità personale.
Perché questo è il lavoro.
Perché questo richiede l'etica professionale.
Perché questo è ciò che, forse  produrrà in una testata la magnanima predisposizione a prendere in considerazione l'ipotesi che il vostro lavoro possa anche essere pagato...
Buon Natale a tutti... soprattutto ai fotogiornalisti.

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14 commenti:

Mimmo Torrese ha detto...

Concordo con quanto scritto. Se uno delle più grandi realtà editoriali si comporta in questo modo, stiamo messi molto male. Purtroppo quello dell'utilizzo illecito del materiale pubblicato su internet è una pratica diffusissima. Ma anche nei casi di materiale in visione, soprattutto dati ad agenzie di stampa. A me è successo che una mia foto è finita a fare da copertina a una cosa pubblicata su you tube. Ma quante nostre immagini vengono pubblicate senza che ce ne accorgiamo? Ma tanto, anche nel caso che questo avvenga, non è conveniente intentare una causa per tutelare i propri diritti. A parte la lentezza e il costo, bisogna anche mettere in conto un esito imprevedibile. Senza pensare che oggi molti giornalisti sono obbligati dall'editore a fornire anche le foto. Basta una compattina, un cellulare e il gioco è fatto. Naturalmente, senza nessun compenso aggiuntivo...

.Mario Macaluso ha detto...

Non capisco solo una cosa: un conto e' il ragazzo (o l'anziano, perche' no) che invia al giornale l'immagine ripresa con il telefono, manifestando quindi la volonta' di acconsentire allo sfruttamento gratuito della stessa, un altra cosa e' il prelievo fraudolento, senza alcuna richiesta preventiva, da un sito o da una community dove l'immagine e' pubblicata con tanto di copyright. Nel secondo caso e' piu' o meno un furto ed e' comunque da codice penale, perche' non viene detto da nessuno?
Al sottoscritto venne letteralmente risposto, da Repubblica (ed. di Palermo), che poiche' avevano citato l'autore ero da ritenermi soddisfatto, visto anche che era un onore aver le foto pubblicate su un autorevole testata come Repubblica, e che comunque, visto che minacciavo la denunzia,
la somma dovutami era a mia disposizione da subito presso la segreteria di redazione.
Risposi che non capivo perche' l'editore si ostinasse a pagar uno stipendio al caporedattore, mio interlocutore e reo confesso del reato, quando sarebbe bastato l'onore della firma sotto il pezzo.
Una cosa che poi mi stupisce ancor di piu' quasi nessuno tra le vittime faccia seguire il ricorso all'avvocato, che abbia ragione il caporedattore di Repubblica (Palermo) e cioe' che sia comunque un onore e una gratificazione?
Buon Natale a tutti
Mario Macaluso

Sandro Iovine ha detto...

Un altro aspetto del problema è proprio quello che emerge dai primi due commenti. Una casa editrice che assuma questa linea, ovvero prendere le immagini da Internet senza comunicare la cosa all'autore, ha statisticamente un numero di probabilità di essere costretta a pagare il dovuto, che rende comunque il tentativo di non pagare proficuo, con un consuntivo di fine anno decisamente in attivo. Infatti non tutti si accorgono della cosa e altri sono soddisfatti dell'onore ricevuto. In ogni caso se protestano basta pagarli e il problema si esaurisce. Del resto mi è capitato anche di conoscere professionisti che accettavano la pubblicazione gratuita su gallerie che speravano potessero restituire loro adeguata visibilità. Ma almeno in quel caso il discorso era consensuale.

Anonimo ha detto...

Anni fa un sito web tedesco simile a google maps aveva visto delle mie immagini ed era interessato a pubblicare una di queste. Mi hanno contattato e hanno chiesto se potevano utilizzarla, mostrandomi come sarebbe venuta la pagina con la mia foto, e aggiungendo che non avrebbero potuto pagare dei soldi, ma che mi avrebbero dato tutti i crediti. Io ero consenziente a farla pubblicare e ho dato il mio consenso.
Questo è un "comportamento onorevole". Repubblica, invece, ci ha provato.. Ma si sa, in Italia si cerca sempre la scorciatoia per non pagare mai il dovuto, e quando si viene "beccati con le mani nella marmellata" le scuse più o meno campate in aria arrivano costantemente. Quelle di Smargiassi sono niente meno che scivolate su terreno ghiacciato, e alle volte toccano il ridicolo.
Vorrei vedere se avessero fatto la stessa azione di appropriazione indebita con le foto di riconosciuti professionisti! Ma evidentemente sanno già quanto costerebbe loro questa furbata.
Quindi molto meglio rubare ai deboli, piuttosto che ai forti... non si rischia nulla, tranne qualche scusa e banali ravvedimenti.
Complimenti a Repubblica.


Massimo.


PS: Sig. Iovine, la potrei pregare di rendere più scuro il carattere del testo? sarebbe ancor meglio rendere nero il testo e grigi i links.. faccio una gran fatica a leggere, ogni volta devo ingrandire il carattere per poter leggere senza difficoltà. Grazie mille e buon Natale!

Sandro Iovine ha detto...

@Massimo
Colore del font scurito...
Buon Natale!

marco ambrosi ha detto...

Le opinioni di Michele Smargiassi sono discutibili ma anche intelligenti e calzanti: in effetti internet ha modificato sostanzialmente se non la sostanza, la percezione del diritto d'autore.

Smargiassi dimentica però un dettaglio fondamentale: lui riceve uno stipendio per scrivere su Repubblica e per tenere il suo blog, che se correttamente citato e linkato aumenta di valore in conseguenza dell'aumento di visibilità (va da sè che il furto è furto e basta), mentre i fotografi free-lance no. L'eventuale guadagno si ottiene in seguito all'eventuale pubblicazione da parte di un editore: per arrivare a questo - proprio ai tempi di internet e della sua ''istantaneità'' - occorre che qualcuno veda il ''prodotto'' e decida di acquistarlo. Subito, se si tratta di fatti di cronaca.

Proprio a questo scopo i professionisti usano Flickr: per ottenere in un contesto (teoricamente) ''protetto'' la visibilità che, unica, aumenta le probabilità di incappare di un acquirente.

Solo a titolo di esempio, voglio citare me stesso: pubblico (alcune) mie immagini su Flickr ma su Facebook, che non offre le stesse garanzie, pubblico qualche ''assaggio'' ma soprattutto links a Flickr. Lo so, il livello di protezione reale non aumenta di molto, ma quello legale sì.

Ed è proprio questo il problema: la strutturale debolezza della tutela legale. A causa del cronico livello di inefficienza in cui si trova il sistema giudiziario italiano è praticamente impossibile per i soggetti '''deboli'' vedere tutelati i propri diritti. Se una causa civile dura dai quattro agli otto anni, e costa solo di avvocati dai duemila euro in sù, come si fa a difendersi?

Perché fra i problemi dei fotografi (ma più in generale di chiunque fornisca soggetti più ''forti'') non consiste solo nel furto: vogliamo parlare dei tempi di pagamento? ormai è diventata pratica abituale pretendere di pagare a 90, 120 giorni dalla data della fattura. Ma a me è capitato di essere pagato anche dopo un anno!

Buona parte dei fallimenti di grandi e piccole realtà sostanzialmente sane ha come principale causa proprio la mancanza di liquidità conseguente a questi ritardi.

Come mai nessun parlamentare propone una riforma della giustizia che metta rimedio a questo scandalo? Per la semplice ragione che lo Stato (e i Comuni, le Provincie, le Regioni) sono in assoluto i peggiori pagatori. Chi lavora per loro deve mettere in conto di essere pagato anche uno, due, tre anni dopo la fornitura.

Un rimedio forse ci sarebbe: la costituzione dei professionisti in associazioni e ordini. Ma guarda caso si va verso la loro eliminazione, in nome della libera concorrenza che produrrebbe in sè le condizioni per il miglior equilibrio del mercato.
Peccato che pochi fotografi lavorino per privati a pari livello contrattuale: la stragrande maggioranza lavora per aziende o testate che hanno di fatto un potere contrattuale incommensurabilmente più alto,
e che non hanno veramente alcun bisogno di tutele.

Marco Ambrosi

Sandro Iovine ha detto...

Che l'analisi di Michele Smargiassi sia intelligente e attenta non l'ho mai messo in dubbio, anzi.

Sui suoi rapporti contrattuali con La Repubblica non voglio e non poso esprimermi per l'elementare motivo che non ho dati sufficienti per esprimere un giudizio. Per quanto ne so io può essere assunto, come collaboratore esterno o free-lance e il blog per quel che mi riguarda può redigerlo gratuitamente come a pagamento.

Ma, non è di Michele Smargiassi che stiamo parlando. Lui stesso del resto dichiara: «Non sono né il sindacalista dei fotografi, né l’avvocato d’ufficio dei giornalisti, e neppure l’ufficio reclami di Repubblica» e in un altro post «Ringrazio tutti, anche i più malevoli, anche chi pensa che sia stato solo l’avvocato d’ufficio del mio giornale, perché so di essere solo l’avvocato, a volte maldestro, delle mie convinzioni».

Questo è quanto, voglio credere onestamente, Smargiassi scrive, dopo di che ognuno può valutarlo in coscienza, ma, ripeto, non siamo qui per rendere conto ne dei meriti ne dei demeriti di Michele Smargiassi.

La costituzione di Ordini e associazioni professionali non so se potrebbe costituire una soluzione, ma francamente in memoria dei guelfi e dei ghibelllini non riesco a non nutrire seri dubbi.
Ma può essere comunque giusto affrontare il tema.

Quanto ai pagamenti differiti sono ormai prassi consolidata nell'editoria. E il pagamento a dodici mesi non è più l'eccezione che capito a me per degli articoli forniti a una nota casa editrice ormai una dozzina di anni fa.

Giancarlo Parisi ha detto...

Incollo di seguito un mio intervento in altro 3d sullo stesso tema:

"La paternità delle immagini è sacrosanta, oltre che tutelata dalla legge, e se io metto le mie immagini su internet, su qualunque portale, con la dicitura "ALL RIGHTS RESERVED" vuol dire che tu quella foto non la puoi neanche scaricare (almeno in teoria).

Nella pratica sappiamo tutti che una foto su internet è alla mercè di tutti, perchè basta visualizzarla perchè chiunque possa scaricarsela. Ora, finchè lo fa un privato per mettersela nel suo blog o per usarla come supporto di un post su facebook o simili (e già qui dovremmo andare più cauti), mi può anche star bene, anche se andrebbe comunque chiesto il permesso prima. Ma quando è un sito come repubblica che "PRELEVA" deliberatamente e senza preavviso le mie foto per farsi l'articolo sul portale, cominciano a girarmi seriamente.

E non ci si può affatto giustificare con argomenti del tipo che "con internet il modo di circolazione delle immagini e dei contenuti è completamente cambiato e bisogna accettarlo", oppure che "l'importante è che venga comunque citato l'autore". Non va bene, non se l'autore non è stato contattato prima!
Il fatto che io pubblichi su internet non vuol dire affatto, e ripeto, AFFATTO, che io autorizzi il copia e incolla delle mie fotografie. Che poi io accetti questo rischio è un altro paio di maniche.

La paternità dell'immagine è STRETTAMENTE legata all'uso che se ne fa, soprattutto se questo uso genera lucro. E l'uso che ne ha fatto repubblica lo genera eccome, anche se indirettamente: il portale infatti, grazie alle "mie" foto, non solo crea un contenuto visitabile dall'utenza (e sappiamo che le visite sono la moneta di internet) ma soprattutto evita di PAGARE un fotoreporter, un freelance, per avere quelle stesse immagini.

In terzo luogo, ed è la cosa forse peggiore, questa prassi del copia e incolla rischia di far decadere la qualità del fotogiornalismo. Magari in questo caso non è successo, ma la comodità del reperimento delle immagini aliunde rispetto al posto del fatto (leggi su internet) sta cominciando a prevalere a scapito della "corrispondenza" dell'immagine stessa rispetto al fatto, come appunto è successo per i tram di Milano. Ci si accontenta di immagini vagamente pertinenti al fatto narrato piuttosto che delle specifiche immagini di quel fatto."

Alessandro Zanini ha detto...

Sintetizzo le mie argomentazioni già esposte nel blog di Smargassi.

Premesso che:
1) il fatto che il web sia il far-west non significa che la legge sul diritto d'autore non esista più. O che possa essere "sospesa" se fa comodo;
2) l'analisi di Smargiassi ci può non piacere in quanto fotografi, ma non è affatto campata in aria. Anzi è un crudo ritratto della realtà.

Per superare il solito livello di polemiche, credo che i due aspetti interessanti della sua analisi siano:
1) a causa dell'enorme volume di immagini disponibili facilmente su un evento, sembra che il giornalista possa considerare una fotografia non come una notizia (come quella che scrive lui), ma come una fonte, cioè al pari di un'intervista tra tante raccolta per strada. E come fonte la può trattare, senza nulla dovere a chi l'ha prodotta.
2) la sua tesi sostenuta nel penultimo capoverso (dove dice "Catturare immagini di un evento non è più fare foto-giornalismo...") dovrebbe far riflettere chi si vuole dedicare (o già si dedica) al fotogiornalismo per professione. Dal mio punto di vista è un'opinione che va presa come stimolo positivo.
In sostanza, Iovine, sono d'accordo con le sue conclusioni.

Tutto questo è interessante da discutere, perché ha delle conseguenze non piccole. Che si possono accettare o a cui ci si può opporre.

Giancarlo Parisi ha detto...

Ho letto con attenzione la lettera di Smargiassi, ma la mia posizione non cambia, o cambia molto poco.
Tutto quello che lui dice sulla realtà di internet, del mercato, della circolazione delle immagini è vero, e tutti coloro che pubblicano (nel nostro caso fotografie) dovrebbero averne coscienza e accettare il rischio che il pubblicato venga acquisito e più o meno manipolato da altri.

Ma il punto è un'altro, ovvero che tutto questo è illecito!
Ed a liceizzarlo non basta affatto una dottrinale tesi, per quanto ragionevole essa possa essere.

Il grosso volume di fotografie in internet non può legittimare il considerare la fotografia come una mera fonte, che come tale sarebbe trattabile liberamente; non se l'autore si riserva tutti i diritti (ALL RIGHTS RESERVED)! Quella, pur nel mare delle immagini on line, è e rimane un'opera dell'ingegno, coperta dal diritto d'autore.
C'è poco da fare ed è giusto che sia così.

Riguardo il secondo punto sottolineato da A. Zanini se ne può ragionare nella misura in cui si chiede al professionista fotogiornalista (o all'aspirante tale) di essere "originale" e di produrre contenuti di livello più alto e "concerned" rispetto al "citizen journalism". Ma questo maggiore impegno è finalizzato solo ad accrescere le possibilità di lavoro da parte del nostro fotoreporter, se e nella misura in cui egli produca effettivamente qualcosa di buono.
Ma questo stesso qualcosa sarà soggetto, nè più nè meno di tutti i contenuti web, ai rischi di copiatura virtuale nel caso in cui venga pubblicato.

In definitiva la questione è una: come faccio io, fotoreporter, a tutelare il mio lavoro dalla copia su internet? Non credo che il mero fatto di produrre lavori impegnativi e preclusi al "citizen journalism" possa essere di qualche garanzia, perchè la pubblicazione on line "è na livella".

Per questo difendo ad oltranza la tesi secondo la quale non si dovrebbe ASSOLUTAMENTE costruire contenuti sulla base di altri protetti da copyright.

Aggiungo un'ultima considerazione. Portali e social network come facebook e twitter non sono portali di fotografia! Che significa? Che accettano contenuti di qualunque tipo, comprese le fotografie, infischiandosene di tutelare il diritto d'autore. In soldoni: tu pubblichi fotografie che, sì, appartengono a te in quanto caricate in un album sul tuo profilo, ma sono immediatamente inserite in una rete di TAG, condivisioni plurime, passaparola ecc. che sono la spirale del pericolo. In tali condizioni è molto difficile chiedere o pretendere tutela (l'unica sarebbe inserire una firma all'immagine, per quel che vale).

Un portale come Flickr invece, ti dà la possibilità di scegliere e di comunicare al pubblico visitante come tu gestisci il copyright e cosa consenti, a chi e a quali condizioni!

Si potrebbe pensare che non c'è nessuna differenza e che è solo una presa in giro. Beh, forse lo è dal punto di vista della tutela sostanziale, dal momento che su flickr è comunque possibile copiare anche quando i diritti sono ALL RESERVED, ma dal punto di vista formale è assai diverso e ciò legittima l'azione giudiziaria!

Giancarlo Parisi ha detto...

Intendiamoci, non è che il pubblicare su Facebook e simili legittimi la copia. ASSOLUTAMENTE NO!
Giusto per fare chiarezza. Solo che lì è molto più difficile difendersi.

Sono daccordo che le Creative Commonse e le possibili varianti e innovazioni siano, probabilmente, l'unica strada da percorrere.

Sandro Iovine ha detto...

La questione del trattamento dell’immagine alla stregua di fonte e non di notizia può essere interessante e sicuramente può essere in parte legittima e legittimata. Ma se un giornalista serio controlla rigorosamente le sue fonti e le cita, a meno che questo non diventi pregiudizievole per l’incolumità delle stessi fonti, parimenti forse dovrebbe citare come minimo la fonte (nel nostro caso l’immagine). Per altro quel po’ di diritto studiato tanti fa mi dice, come ricorda anche Giancarlo, che tutti i diritti su un’opera di ingegno sono acquisibili da parte di un soggetto esterno all’autore dell’opera di ingegno, ad eccezione del diritto di paternità dell’opera.

A mio avviso esulando dagli accadimenti da cui ha avuto origine la lettera dei fotografi che hanno pubblicato le loro immagini su Flickr per vedersele poi su repubblica.it, la tesi dell’impiego delle immagini fotografiche in funzione di fonti è logica e accettabile, ma anche prescindendo la questione economica, non esime l’utilizzatore dalla citazione di paternità. Si potrebbe anche pensare alla ripubblicazione dell’immagine, ma forse dovrebbe essere specificato quantomeno l’autore e la provenienza, e probabilmente più che la ripubblicazione sarebbe corretto inserire un link dove poter visionare la fonte.

Rimestando nel torbido della memoria poi provo a sollevare un ulteriore problema assurto a grande rilevanza nel momento in cui si sono diffuse le tecnologie digitali. Se prendiamo una fotografia ad esempio da internet e la modifichiamo, ad esempio cambiamo il taglio o la passiamo da colore a bianconero, legalmente chi è l’autore di questa immagine? Ancora il fotografo che l’ha scattata o chi l’ha per così dire... rivisitata? O si configura l’ipotesi che entrambi siano coautori?

Quest’ultima ipotesi che, per quanto aberrante, potrebbe avere un profilo giuridico attendibile, almeno in quei casi in cui l’intervento sia abbastanza consistente, appare particolarmente inquietante per i fotografi. Se la si dovesse accettare infatti le possibilità di difesa del diritto d’autore per il fotografo che ha scattato l’immagine di prima generazione, sarebbero davvero ridotte. Attenzione non stiamo discutendo di normali procedure di postproduzione, ma di eventi rilevanti, come ad esempio un taglio differente.

Infine una considerazione generale. Il fatto che un meccanismo venga ben spiegato da una teoria, non vuol dire che questo ne legittimi la passiva accettazione.

Ovvero: OK, le cose stanno così sicuramente, ma non è detto che questo significhi che le cose vanno bene così o che ci si debba sforzare di ingoiare tutto supinamente. Se così non fosse a scuola non avremmo dovuto studiare amenità come la rivoluzione francese et similia.

Giancarlo Parisi ha detto...

L'argomento della manipolazione dell'immagine, al fine di crearne una di "seconda generazione" è giuridicamente interessante, ma delicata. Dico delicata perchè la modifica di una immagine rappresenta una distorsione del lavoro dell'autore originario. Ora, la ratio stessa della paternità dell'opera impedisce qualunque modifica della stessa ma qui si innesta anche un discorso relativo alla identità dell'opera (oltre che dell'autore).
L'espressione artistica è assolutamente libera e l'artista ha a sua disposizione il mondo intero, quindi anche altre opere.
Il punto di fondo è, a mio avviso, determinare come e quanto l'intervento del secondo artista abbia influito sulla prima opera, e soprattutto di che opera si tratta. Un intervento pesante come il taglio (e limitiamo il campo di indagine alle fotografie) lascia in genere comunque riconoscere la foto originaria. Se si tratta di una foto già nota, famosa diciamo, la stessa riconoscibilità della foto anche dopo il taglio ne garantisce comuque l'ascrizione all'autore originario.
Ma se prendessero una foto sconosciuta (mettiamo una delle mie), la tagliassero e la immettessero in un circuito che le desse notorietà, a quel punto le cose cambiano. Personalmente credo che in un caso del genere non si possa operare senza il consenso dell'autore, e SE questo viene prestato la paternità della nuova opera dovrebbe essere ripartita.

Giancarlo Parisi ha detto...

Mi ricollego al mio post precedente, pubblicato per errore troppo presto, aggiungendo che le mie sono solo considerazioni di prima mano; come dicevo è un argomento complesso dai molteplici risvolti e al quale dare risposte univoche è tutt'altro che semplice.