venerdì 24 dicembre 2010

Se mi dai di più, forse posso anche pagarti

Il sondaggio apparso sul sito Daily Wired. (clicca per ingrandire)
Da: alessandro ciccarelli 
Data: 18 dicembre 2010 19.16.48 GMT+01.00
Oggetto: appropriazione indebita di foto

Gentile Sandro Iovine,
siamo dei fotografi ai quali Repubblica.it ha sottratto le foto, prelevandole a nostra insaputa dalle proprie pagine Flickr. Ognuno di noi era in piazza durante i cortei del 14 dicembre per documentare un momento importante della vita pubblica di questo paese.
Le fotografie sono state caricate sui nostri siti personali e anche su Flickr, forse la più importante vetrina di fotografia online a livello mondiale. Il giorno seguente non le dico lo stupore di trovarle nelle gallerie di Repubblica.it!
Ci piacerebbe poter discutere con lei e conoscere la sua opinione su alcuni temi legati a questa vicenda, quali l'informazione, l'eticità professionale e lo stato di salute del mestiere di fotografo oggi.

Qualche nostra considerazione.
Sotto ognuna delle nostre foto era riportata la dicitura © Tutti i diritti riservati.  A quanto pare questo non è bastato a impedire che le foto venissero prelevate senza il nostro consenso e ripubblicate sul primo sito di informazione italiana, seppur riportando nome e cognome sotto ogni foto.

Molte delle foto ripubblicate sono state modificate. Alcune convertite in bianco e nero, forse per aumentarne la drammaticità, scardinando totalmente la semiologia dell'immagine e quindi la significazione attribuita dal fotografo.
A chi aveva apposto nella parte bassa della fotografia un watermark © nome cognome, per rimarcare ulteriolmente il tipo di licenza comunque già presente sotto l'immagine, le foto sono state tagliate per escludere quel tipo di informazione.

Le risposte alle nostre richieste di chiarimento pervenuteci dal desk di Repubblica evidenziano un modus operandi abitudinario e consolidato, un atteggiamento culturale per il quale le fotografie presenti su internet sono gratis. Se pensiamo a Flickr o a un sito fotografico come una vetrina, dove puoi mostrare quello che vendi tutelato dalle norme vigenti sul diritto d'autore e chi è interessato può contattare l'autore e comprare, c'è chi si sente legittimato a rompere questa vetrina e trafugare il contenuto per farne un uso pubblico e commerciale.

Un'importante testata giornalistica legittima questo atteggiamento con un ritorno in termini di immagine per il fotografo: si prelevano delle foto, se gli autori se ne accorgono nella maggior parte dei casi si accontenteranno della gloria di essere finiti su un'importante testata, se sorgono problemi con qualcuno è questione di pochi attimi sostituire gli scatti con quelli di qualcun'altro che probabilmente si accontenterà della gloria, il tutto con un meccanismo conseguente di qualità a ribasso. Ci chiediamo dov'è finita a questo punto l'etica professionale?

Oltre a una mancanza di rispetto verso la persona e il non vedere riconosciuta una nostra professionalità, la nostra preoccupazione riguarda tutta la categoria, già sofferente in un periodo di crisi editoriale, tra stock images e archivi royality free.
Se la più importante testata online di informazione si sente autorizzata a un tale procedimento, la cosa non potrà non influenzare le altre testate, anche più piccole? C'è bisogno di un albo professionale che tuteli il fotografo?

Forse a distanza di due anni dal convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana c'è bisogno di rivedersi, riprendere il discorso lì interrotto e capire quali sono le nuove strade da poter percorrere insieme.

distinti saluti

i fotografi
Adriano Caldiero
Remo Cassella
Alessandro Ciccarelli
Luca Farinelli
Marco Gioia

Questa lettera la conosciamo tutti, magari con qualche piccola variazione relativamente all'intestazione o forse al finale (ah, non che sia una cosa importante, ma per inciso il convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana è... passato alla storia con la data 24 aprile 2010, difficile quindi che al 18 dicembre 2010 siano già trascorsi due anni). Commenti ne ha suscitati in quantità industriali, con varianti e variazioni che rendono di fatto inutile ogni altro intervento.

L'unico motivo per darle ancora spazio è un minimo di coerenza nell'affrontare determinate tematiche e un certo fastidio viscerale di fronte all'assenza di una presa di posizione su argomenti così importanti. Nel massimo rispetto delle opinioni altrui non posso che esprimere il massimo sdegno rispetto a quanto esposto nella lettera che avete appena letto. 

Non credo che nessun adulto normodotato sia così ingenuo da credere alle fate dei boschi, anzi no, facciamo a Babbo Natale visto che tra poche ore è il 25 dicembre. Fuori di metafora, che queste cose accadano in modo sistematico lo sappiamo tutti, soprattutto chi lavora nel campo dell'editoria. Non intendo certo manifestare lo sconcerto incredulo di chi cade dal proverbiale pero, ma non per questo rinuncio a sostenere la mia totale disapprovazione per l'accaduto.

Tra i fiumi di inchiostro virtuale versati di recente sull'argomento, devo dire che mi sono trovato a disagio. Tra accuse e difese, molte incomprensibili, altre condivisibili, altre ancora decisamente improbabili, sono poche le cose che mi sono rimaste oltre alla nauseante sensazione che molte delle parole spese da Chomsky sulle dieci strategie di manipolazione attraverso i mass media, potrebbero trovare convincente rispondenza anche in molti altri campi. 
Non molto di ciò che ho letto mi ha colpito, come dicevo. Ma, ad esempio, mi viene difficile a livello puramente logico liquidare la questione con argomentazioni in cui si fanno paragoni con un ipotetico pasticcere che invia torte a casa di sconosciuti e poi si lamenta perché non gli vengono pagate. A mio avviso in un paragone del genere la falla logica è costituita dal fatto che mettere una fotografia su Flickr significa esporre pubblicamente un'immagine, non inviarla in formato adatto all'impiego nella casella di posta elettronica di un potenziale utilizzatore. Il tutto senza nulla togliere agli intenti di marketing che possono aver mosso chi quella immagine ha pubblicato su Flickr.

Sul fatto che poi oggi i tempi siano cambiati e il mercato si sia trasformato non ho il minimo dubbio e condivido anche parte delle letture fatte in primis da Michele Smargiassi. Ma se convengo che possano offrire una lettura della situazione, non credo siano sufficienti a giustificarla, a meno di non pensare a noi stessi unicamente come soggetti passivi. Rimane il fatto che l'utilizzo per un fine di lucro di quelle che, se ricordo qualcosa dell'odiato esame di Istituzioni di Diritto Privato, dovrebbero chiamarsi opere di ingegno non è un fatto giustificabile. Soprattutto a fronte della mancata corresponsione di un adeguato compenso agli autori. Senza contare l'assenza di una loro autorizzazione alla pubblicazione e l'alterazione dei contenuti.

Daltronde non si dica che l'accesso alle gallerie è gratuito, perché anche se il meccanismo di accesso non prevede un esborso diretto da parte del pubblico, genera comunque, come minimo, traffico sul sito, che a sua volta viene monetizzato attraverso l'innalzamento proporzionale delle quotazioni degli spazi pubblicitari. Il che comunque rientra in un meccanismo di produzione di reddito, ovvero di lucro che che sfrutta anche un lavoro altrui non retribuito.

Gli autori della missiva poi sottolineano la trasformazione delle immagini, con l'eliminazione dei water mark o il passaggio da colore a bianconero. Ora se è vero che l'intenzionalità del dolo all'interno di una aula di tribunale dovrebbe essere dimostrata è anche vero che fuori dalla suddetta aula viene davvero difficile credere alla difendibilità di chi quel taglio lo ha messo in atto. Ovviamente analogo è il discorso per la trasformazine da colore a bianconero che può anche essere animata dalle migliori intenzioni, ma pur non avendo dirette implicazioni economiche, non è comunque ammissibile senza il consenso dell'autore.

Prima di concludere queste poche osservazioni sparse, che temo rivelino tutto il fastidio ingenerato in me a vari livelli dalla vicenda, vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa e invitarvi a dare un'occhiata al modo in cui è stata ridotta tutta la questione al solito semplicistisco sondaggino sul sito Daily Wired, cui si riferisce l'immagine in apertura di questo post. A me questo tipo di cose fa quasi più paura dell'episodio da cui scaturisce tutto il ragionamento. È una formula che riduce un problema reale a un giochino per passare qualche minuto davanti al monitor con l'illusione di aver espresso un'opinione di cui nessuno terrà conto. L'ennesimo modo per ridurre, nel più breve tempo possibile, la percezione di un problema a un livello di accettabilità piatta e stereotipata.

Nel suo blog Michele Smargiassi, nella parte finale del suo primo intervento, descrivendo la situazione attuale e la sua posizione ci dice che la mera ripresa di un evento «non è più fare foto-giornalismo». Personalmente trovo incontestabile questo concetto e inappuntabile la chiarezza con la quale viene esposto. Smargiassi prosegue poi che forse questo è stato un modo per adempiere alla pratica dell'informazione per mezzo delle immagini. Su questo punto invece mi sento di essere d'accordo solo se si attribuisce a questa frase il valore di una constatazione da storiografo. Verissimo affermare che al giorno d'oggi i reporter non sono più gli unici testimoni e che in molti casi la foto del passante dotato di cellulare può raggiungere molto tempestivamente il tavolo di una redazione. Ma, afferma Smargiassi «Da un professionista io, testata giornalistica, voglio di più, e forse sono ancora disposto a pagare per averlo.»...

Inutile commentare la prima parte della frase... al massimo si potrebbe dire «E credo bene che tu, testata giornalistica, voglia di più». Quanto alla seconda invece invito tutti i giovani che, per qualche strana devianza a sfondo psicotico compulsivo, ancora ambiscano a svolgere la professione di fotogiornalisti a imprimersela bene in mente.
Vi consiglio, giovani aspiranti fotogiornalisti, di rendervi conto che è sacrosanto obbligo per un professionista offrire  più di quanto non possa offrire un passante con il cellulare.
Vi chiedo, giovani aspiranti fotogiornalisti, di capire che il minimo del proprio dovere è svolgere un accurato lavoro di indagine giornalistica.
Vi dico, giovani aspiranti fotogiornalisti, che dovete fare vostro quel senso del dovere che conduce alla verifica delle fonti, sempre.
Vi esorto, giovani aspiranti fotogiornalisti, a essere disposti anche a rischiare la vostra incolumità personale.
Perché questo è il lavoro.
Perché questo richiede l'etica professionale.
Perché questo è ciò che, forse  produrrà in una testata la magnanima predisposizione a prendere in considerazione l'ipotesi che il vostro lavoro possa anche essere pagato...
Buon Natale a tutti... soprattutto ai fotogiornalisti.

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