mercoledì 21 luglio 2010

Sono tempi maturi?

Una cosa che credo non venga molto considerata dalla maggioranza delle persone che acquistano un giornale è il lavoro invisibile che in ogni numero si nasconde nelle pagine che si tengono in mano mentre ci si allontana dall’edicola. Non mi riferisco, è ovvio, al lavoro che necessariamente viene svolto per scrivere i testi, illustrarli, impaginarli, correggerli e mandarli in stampa. Quello, grande o piccolo che sia, suppongo sia dato per scontato anche se non ci si occupa specificamente di editoria. Penso invece a tutti i tentativi che vengono fatti per arrivare al prodotto finale, per farlo per così dire maturare. Nel computer su cui sto scrivendo ad esempio ci sono qualcosa come cinque differenti versioni dell’impaginato della cover story e se ricordo bene il mese precedente ce n’erano otto. 
Un discorso analogo, ma questo lo avrete già intuito, si potrebbe fare per la copertina. Al consueto posto dell’editoriale avete infatti trovato una seconda versione della copertina che avete visto arrivando in edicola. Perché? Non sapevo cosa scegliere e nel dubbio ho fatto realizzare una sorta di doppia copertina? No non è per questo. Ho scelto di fare qualcosa di strano tanto per movimentare un po’ la situazione e creare attenzione? No, non è nemmeno per questo.
Faccio un passo indietro. La copertina nella linea editoriale assunta da qualche anno per IL FOTOGRAFO è tratta ogni qualvolta sia possibile dalla cover story (visto che si chiama appunto storia di copertina, non è molto originale vero?!). Logico quindi che la ricerca sia stata fatta all’interno del lavoro fortemente autobiografico di Debora Barnaba che pubblichiamo in questo numero 219. L’immagine più forte e concettualmente più aderente al lavoro è a mio avviso quella che abbiamo utilizzato nella copertina di pagina 3. Quella che trovate nella vera e propria copertina è decisamente interessante, anche forte, perché no? Ma nonostante la strana smorfia delle labbra e il dissacrante segno del rossetto sui denti, è una fotografia molto più neutra. Non a caso chiude la cover story contribuendo in questo modo a produrre l’attribuzione di senso all’intero lavoro presentato.
Ma allora perché ho scelto di far vedere in edicola la meno rappresentativa delle due immagini? Semplicemente perché sottoponendo la prima bozza della copertina al consueto giro di opinioni interno ed esterno della casa editrice, ho potuto constatare come la chiara allusione al ciclo mestruale provocasse reazioni classificabili quantomeno come consistente disagio, soprattutto da parte del pubblico femminile. L’allusivo rossetto utilizzato sul corpo ha scatenato immediatamente le peggiori associazioni che un certo tipo di retaggi ancestrali può produrre. Di fatto l’immagine appartiene a una serie intitolata Kissing me, il cui senso è proprio nel recupero, nell’accettazione di sé in toto, corporeità compresa. Il suo significato quindi va proprio in direzione contraria al disagio riscontrato nel test effettuato con la copertina che vedete a pagina 3. Alla prova dei fatti per molti sembra risultare inaccettabile l’ostensione pubblica di simbolico sangue mestruale. Ovvero il principio di accettazione da cui è scaturita l’immagine, finirebbe per trasformarsi. Tornerebbe a essere rifiuto. Verrebbe negata la stessa ragion d’essere della fotografia, il principio da cui ha preso le mosse il percorso che ha condotto alla sua realizzazione.
Si sarebbe quindi creato un effetto paradossale che ho preferito evitare, optando per il più tranquillo ritratto. 
Al tempo stesso però ho ritenuto importante provare a sottoporre quella che era stata la prima intenzione-intuizione. Rispettare opinioni differenti dalle proprie è doveroso, ma credo che rispetto meriti anche chi decide di superare i propri tabù aprendosi a nuove prospettive, in cui le cose non abbiano una lettura necessariamente univoca. È nata così la seconda copertina, quella di pagina 3, destinata a offrire una lettura più aderente al lavoro di Debora Barnaba. Lo scopo quindi è quello di offrire una possibilità in più a ciascuno di noi per indagare all’interno di se stesso. Magari provare a muovere i primi passi per trovare-ritrovare un’armonia con quanto ci circonda, arrivando a baciare simbolicamente il nostro essere anche nelle manifestazioni che riteniamo meno appropriate o desiderabili.
Tutto questo per associazione di idee mi fa venire in mente un brano di Il maestro e le streghe*. Spinto dal suo maestro di meditazione Jodorowsky deve incontrare Leonora Carrington, scrittrice e pittrice surrealista inglese mitizzata negli ambienti pittorici messicani. Prima di descrivere l’incontro racconta ciò di cui era a conoscenza relativamente a questa donna incarnazione del surrealismo più violento. Nel corso di una festa il regista Luis Buñuel affascinato dalla bellezza della donna e convinto avesse superato ogni moralismo borghese, le propone di diventare la sua amante. Senza nemmeno attendere una risposta le mette in mano le chiavi del suo pied-à-terre segreto e la convoca per il pomeriggio successivo. La Carrington non attende tanto e si reca di mattina presto nel luogo indicato. Entrata rimane stordita dallo squallore asettico delle pareti bianche e dall’unico funzionale arredamento costituito dal letto. Con un gesto decisamente surrealista decide di rendere meno impersonale il luogo e approfittando del sangue mestruale decora le pareti candide con le impronte della propria mano. Un atto impensabile per una coscienza benpensante che porta alla rottura traumatica e immediata di una relazione che non avrebbe mai potuto sussistere.
Ma cosa c’entra il racconto di Jodorowsky vi chiederete... Bene, credo che un atto creativo così intimo di riappropriazione dello spazio, non sia poi tanto diverso da quello di appropriazione-riappropriazione del proprio corpo attraverso le impronte di rossetto a forma di labbra che si trasformano scendendo verso il pube fino a diluirsi in sangue. Così come non mi appare troppo dissimile il processo che porta all’accettare che questo poi finisca su una copertina.
Sono convinto che i disagi di molti andassero rispettati, che non fosse giusto imporre a tutti in edicola in modo indiscriminato la visione di quella foto per quanto rappresentativa del senso del lavoro dell’autrice presentata. Ma sono altresì convinto che non fosse giusto nemmeno privare della possibilità di mettersi in discussione in modo profondo chiunque avesse avuto voglia di farlo. Non so dire se la scelta sia stata giusta o sbagliata, né se i tempi fossero già maturi per fare altrimenti o se al contrario sia ancora troppo presto per universalizzare proposte di questo tipo. Sono interrogativi cui al momento non so dare risposta, ma confido che la condivisione implicita nel porli a tutti voi renda possibile il raggiungimento di una maggiore comprensione a questo proposito. Sta quindi a voi ora rispondere. Ognuno risponda prima di tutto a se stesso. Poi facendomi-facendoci sapere cosa pensa.

n. 219



*Il maestro e le maghe di Alejandro Jodorowsky, Feltrinelli 2010, pagina 55.



Dall'alto:
La copertina de IL FOTOGRAFO numero 219.

La seconda copertina de IL FOTOGRAFO numero 219.



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