martedì 21 dicembre 2010

Ma perché deve essere tutto facile?


Il problema è sempre lo stesso. Il luogo comune ha vinto la sua battaglia. L’ennesima sarebbe da aggiungere. Ma visto che qui ci occupiamo di immagine fotografica, chiarisco subito che a quella mi riferisco. Avete presente quando, non avendo niente di meglio da dire si finisce per ripetere pappagallescamente frasi del tipo Un’immagine vale più di mille parole? Chi di noi non lo ha mai fatto scagli la prima pietra. 

Bene forse sarebbe arrivato il momento di prendere coscienza che ogni volta che avalliamo concetti del genere stiamo contribuendo a creare un muro di ignoranza sempre più profonda intorno alle parole. E non tanto è ovvio perché il concetto utilizzato a mo’ di esempio non possa essere vero, ma perché stiamo liquidando con un rassicurante mantra la possibilità di riflettere sulla vera natura dell’immagine fotografica e sul senso di quello che in quel momento è davanti ai nostri occhi. Ma, che ancora peggio, ci stiamo assicurando che la stessa operazione di chiusura avvenga anche in futuro. Tutti oggi siamo consapevoli che una fotografia può manipolare fortemente la realtà fino a reinterpretarla completamente. E ovviamente non mi sto riferendo agli interventi di postproduzione da sempre possibili e oggi solo agevolati dalla tecnologia digitale. 

Mi riferisco proprio all’intervento interpretativo del fotografo che avviene in primis al momento della ripresa e successivamente in fase di selezione e processo (che non sottintende la sola postproduzione) ed edizione. Per non parlare dell’intervento di chi l’immagine fotografica poi la utilizza. Eppure anche se tutti lo sappiamo che una fotografia può mentire e in misura clamorosa, praticamente ovunque l’immagine fotografica viene ancora proposta come surrogato testimoniale di realtà. Del resto questo è possibile nella misura in cui c’è la diffusa credenza che tutti siano in grado di leggere una immagine fotografica. Certo se ci mettono davanti una fotografia tutti siamo in grado di riconoscere cosa vi viene raffigurato, a meno che questo non appartenga a sfere di sapere che ignoriamo. 

Al contrario se ci mettono davanti a un libro scritto in una lingua che non conosciamo o a uno spartito musicale senza che abbiamo imparato a leggere il pentagramma, ci troviamo bloccati e nell’impossibilità di accedere alle informazioni contenute in quel testoE basta questo a farci ritenere di essere in grado di leggere una fotografia. Ma in realtà a livello pratico riconoscendo cosa è raffigurato in una fotografia non stiamo facendo altro che agire allo stesso livello in cui ci muoviamo di fronte allo spartito che riconosciamo in quanto tale, ma che non sappiamo trasformare in musica, che in realtà è l’oggetto comunicativo di quel testoPer poter leggere quello spartito correttamente occorrono anni di studio e applicazione, proprio come per leggere una fotografia. Ma i conservatori esistono e fanno parte della nostra tradizione culturale, le scuole dove si insegna a leggere l’immagine, in particolare quella fotografica con tutto il suo portato specifico, invece no. Almeno nel nostro paese. 

La conseguenza più immediata di questo fenomeno è una completa esposizione a qualunque assalto proveniente dalle immagini fotografiche, ma non solo. L’assenza di consapevolezza previene la creazione di filtri che ci portino a discriminare sul messaggio contenuto nei testi che ci vengono sottoposti quotidianamente. E le possibilità di veicolare in modo efficace e apparentemente indiretto qualunque tipo di messaggio si amplificano a dismisura. E tutto questo vive per lo più sulla presunzione che tutti possano avere gli strumenti per decodificare i messaggi contenuti all’interno delle immagini fotografiche. Pur lavorando ormai da oltre venti anni nel settore dell’immagine fotografica, continuo ad avere sempre gli stessi riscontri anche all’interno di un ambiente che in teoria dovrebbe essere di addetti ai lavori o quantomeno di appassionati. 

Un esempio per tutti viene dalla stragrande maggioranza di quanti si presentano a una lettura portfolio a sottoporre le proprie immagini. Alla domanda Cosa volevi raccontare con queste immagini? L’assoluta maggioranza spalanca gli occhi facendogli assumere la forma dell’interrogativo cosmico per eccellenza. I più sinceri dopo averti guardato sbigottiti ti chiedono Perché che avrei dovuto raccontare? Cosa che secondo me fa onore ai soggetti in questione, perché per lo meno non si mascherano dietro facciate di circostanza, ma denota una situazione drammatica in cui non si è nemmeno compreso, magari dopo venti anni di frequentazione fotografica, che si sta utilizzando uno strumento che permette di raccontare qualcosa. Ed esprime anche il non troppo velato concetto che gli si sta chiedendo qualcosa che oscilla concettualmente tra l’osceno e il blasfemo. Ma tutto questo non è casuale perché se fossimo tutti in grado di avere una minima coscienza del funzionamento della comunicazione per mezzo delle immagini, almeno il novanta per cento della comunicazione pubblicitaria fallirebbe il suo intento primario. Per non parlare della creazione di altre forme di consenso.

Su questo discorso generale riferito all’immagine fotografica (ma anche alle immagini in movimento è abbastanza ovvio) si innesta un ulteriore elemento di distruttività costituito dalla deliberata volontà di semplificazione e alleggerimento. Il sacrosanto concetto che tutto dovrebbe essere comprensibile a tutti, finisce per essere declinato in semplificazione progressiva che invece di rendere accessibili i testi, finisce per occultarne il senso profondo mostrando solo ed esclusivamente la superficie originando una spirale di non comprensione dei fatti sempre più pericolosa. Le conseguenze le possiamo vedere in ogni angolo della nostra vita. Ciò che esula dalla comprensione immediata viene bollato, perché non aderisce alle logiche di comprensione immediata. Il bello è che in questo modo il concetto da cui origina il problema (ovvero rendiamo tutto accessibile a tutti) viene completamente capovolto, relegando in una profonda inconsapevolezza una percentuale enorme di popolazione. Ridurre progressivamente l’estensione del vocabolario utilizzato quotidianamente (sia esso visivo o testuale) comporta inevitabilmente una riduzione della capacità critica e nei casi peggiori la supponenza di essere in grado di giudicare ciò che non si è in grado di comprendere solo per carenza di strumenti. Invece di alzare il livello medio, stimolando a crescere con gli inevitabili sforzi e sacrifici connessi, stiamo solo portando il livello generale sempre più in basso rivendendoci tutto come una semplificazione. Ma non c’è proprio niente di positivo in questo. 

Forse è il momento di fermarsi a riflettere sul significato delle cose. Senza bollarle aprioristicamente solo perché il loro aspetto formale non ci appaga secondo canoni preconfezionati. Se qualcosa non ci piace o non la capiamo, impariamo a chiedere, facciamoci pervadere dal dubbio, chiediamoci perché qualcosa non ci convince. Proviamo insomma a farci più domande sul perché qualcosa non ci convince. Potremmo scoprire che qualche volta semplicemente non siamo in grado di comprenderla. E questo sarebbe un ottimo inizio per iniziare ad acquisire nuovi strumenti, quelli cui tutti abbiamo la possibilità di accedere con lo studio e un po’ di impegno. Quelli cui tutti abbiamo diritto.


n. 223






AddThis Social Bookmark Button

Posta un commento