mercoledì 19 gennaio 2011

Possiamo capire la natura digitale dell'immagine?

Esercizio 21/29 - Cartello di divieto Villasimius (CA). © Silvio Lucchini. (clicca per ingrandire)
«La rivoluzione digitale è davvero epocale in termini di cultura umana. Le sue conseguenze sulla fotografia sono enormi, ma non sono nulla se paragonate alle conseguenze sulla nostra cultura in generale. Ciò di cui sono certo è che chi dice di essere sicuro di sapere dove la rivoluzione digitale ci sta portando, può solo essere sicuro di sbagliarsi. È un fenomeno molto grande, si sta sviluppando molto velocemente, e non possiamo sapere dove ci porterà.»* Così scriveva nel 1998, Peter Galassi, conservatore al Dipartimento di fotografia del Museum of Modern Art di New York. Ma tredici anni sono tanti considerata la velocità dell'evoluzione delle tecnologie nella nostra epoca. Possiamo dire che ora sappiamo dove ci porterà la fantomatica rivoluzione digitale? Di sicuro forse non ancora, ma qualche certezza in più rispetto alla fine del secolo scorso decisamnte l'abbiamo, non foss'altro perché suffragata da dati di fatto. In fotografia ad esempio è realtà consolidata l'adozione dei processi digitali per la produzione di immagini. Difficile infatti prevedere per i procedimenti di acquisizione analogici, nell'arco di un decennio o due, un seguito troppo diverso da quello che attualmente riscuote il dagherrotipo. 
Ugo Mulas, Verifica n. 5. L'ingrandimento. Il cielo per Nini. © Ugo Mulas,1972. (clicca per ingrandire)
Andreas Müller-Pohle, Digital Score III (after Nicéphore Nièpce). © Andreas Müller-Pohle, 2011. (clicca per ingrandire)
Senza andare a ricercare lontano da casa nostra, la pratica analitica della fotografia messa in atto ne Le verifiche, realizzate tra il 1969 e il 1972 da Ugo Mulas, altro non è se non una ricerca sui dati costitutivi fondamentali del messaggio trasmesso attraverso il medium fotografico. In tempi più recenti autori come Andreas Müller-Pohle o Gianni Comunale (il sito linkato è attualmente inattivo) hanno ripreso a interrogarsi con i loro lavori sulla natura dell'immagine digitale.
 
Gianni Comunale, 7 miliardi di bit (omaggio a Luigi Ghirri)© Gianni Comunale, 2002. (clicca per ingrandire)
Gianni Comunale,
7 miliardi di bit (omaggio a Luigi Ghirri),
dettaglio. © Gianni Comunale, 2002.
(clicca per ingrandire)
Certo si tratta di concettualizzazioni che molto si allontanano dalla pratica fotografica di quel pubblico di appassionati acritici tanto ben descritto da Flusser, ma si tratta di una pratica in realtà accessibile a tutti, a patto di essere disposti ad accettare di mettere in second'ordine la soddisfazione estetica fine a se stessa, mettendosi in gioco per comprendere attraverso l'indagine sulla natura dell'immagine fotografica e delle sue trasformazioni, cosa sta accadendo nella nostra società. Per fortuna non tutti gli appassionati sono acritici, con buona pace di Flusser. Uno potete incontrarlo qui**.






* Peter Galassi, Concerving photography and Presering the Vitality of Culture, citato da Roberta Valtorta in Alterazioni, le materie della fotografia tra analogico e digitale, Museo della Fotografia Contemporanea, Lupetti Editori di Comunicazione, 2006, pag. 13.


** Nel testo pubblicato su IL FOTOGRAFO numero 224 il riferimento è al numero di pagina in cui è pubblicata la cover story intitolata  EXIF TIme -  Dello stato della fotografia amatoriale in Italia, dedicata al lavoro di Silvio Lucchini. Nella pubblicazione sul blog ho preferito indicare il link al sito dell'autore.
EXIF TIme -  Dello stato della fotografia amatoriale in Italia, da IL FOTOGRAFO 224,
cover story dedicata alla ricerca di Silvio Lucchini. (clicca per ingrandire)

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15 commenti:

damiano ha detto...

Forse non afferro bene; vi è differenza fra "la natura digitale dell'immagine" e "la natura dell'immagine digitale"? Se si, qual'è il senso? Mi chiedo:" vi è differenza tra la natura dell'imagine digitale e analogica (differenza che non sia memamente imputabile alla diversa fonte di energia utilizzata?)" O tagliando la testa al toro basta (ancora) interrogarsi semplicemente sulla natura dell'immagine? In fondo, Sandro, sei certo che dal dagherrotipo in qua sia cambiato qualcosa?

Sandro Iovine ha detto...

Che siano cambiate delle cose dal dagherrotipo a oggi è indubitabile. Che poi io reputi personalmente queste trasformazioni fondamentali per quanto riguarda la valutazione delle singole immagini (al di là ovviamente dell'impatto pratico della tecnologia) è tutto un altro discorso sul quale mi sono espresso più di una volta e vorrei evitare, se possibile, di tornare per l'ennesima volta.

Dal punto di vista dell'immagine in quanto tale, la dualità che oppone analogico a digitale altro non indica, per dirla con Claudio Marra, «se non la biforcazione tra due sistemi di rappresentazione fondati l'uno sull'utilizzo di tratti continui e l'altro invece su su quello di tratti discontinui o discreti che dir si voglia»*.

Altro però è il riflesso che si può avere, come già detto, sulla fruizione e la percezione della fotografia, che poi sarebbe qualcosa di più prossimo all'argomento del post.

Un esempio viene ad esempio dalla diffusione di una percezione generalizzata sempre più distante dal noema barthesiano che vuole che qualcosa per essere rappresentato fotograficamente sia stato in un determinato momento davanti alla fotocamera e al suo obiettivo.
Oggi anche un bambino sa che la matrice numerica di un'immagine permette la sua alterazione-costruzione anche in assenza di un referente materiale. Il che dovrebbe tendere alla definitiva messa al bando del valore probatorio dell'immagine fotografica.

Ovviamente tutto questo non tiene conto del fatto che da sempre è possibile procedere ad alterazioni che permettono che il risultato di un'immagine fotografica non abbia necessariamente aderenza con il cosiddetto reale. Quantomeno perché la raffigurazione pur essendo stata nei frammenti di tempo che riguardano i singoli prelievi rispondente al dogma di Barthes, non soddisfa la contemporaneità.

Il problema quindi non è tanto se l'immagine in quanto tale cambia in virtù della sostituzione della pellicola con il sensore. Bensì cosa accade all'immagine indipendentemente dalla natura della sua generazione nella fruizione? Il che ad esempio riguarda anche le immagini nate come analogiche e veicolate in forma digitale previo scansione.

Chiarisco per concludere che il post nasce come editoriale del numero 224 de IL FOTOGRAFO (come spiegato in nota) e va a corredo dell'articolo pubblicato da pagina 6 a pagina 14. Quest'ultimo a sua volta nasce dalla replica di Silvio Lucchini a una lettera di un lettore, Antonio Caggese, che a sua volta lamentava, oltre alla mia maleducazione alla mia arroganza non tollerabile (per chi fosse interessato ad approfondire la trattazione delle mie doti peggiori: Imago veritatis) l'assenza dei dati EXIF nella linea editoriale del giornale che dirigo.
Prendendo spunto quindi dalle motivazioni di Silvio Lucchini (cito testualmente dalla sua lettera di presentazione: «Generalizzando, al fotoamatore medio interessano di più gli aspetti tecnici della fotografia che l'interpretazione dell'immagine stessa e quindi IDEA: realizzo un progetto dove i dati EXIF dello scatto sono sia genesi che parte integrante dell'immagine, li metto in piazza, li inserisco nell'immagine, anzi sono l'immagine stessa, i protagonisti sono i dati dello scatto che mortificando la fotografia forse la rivelano») ho ritenuto opportuno aggiungere delle notazioni su quel lavoro che potessero anche avere vita autonoma.

- - -
* L'immagine infedele, la falsa rivoluzione dell'immagine digitale di Claudio Marra, Bruno Mondadori, 2006; pagina 67.

francesco peluso ha detto...

copio;
"Il problema quindi non è tanto se l'immagine in quanto tale cambia in virtù della sostituzione della pellicola con il sensore. Bensì cosa accade all'immagine indipendentemente dalla natura della sua generazione nella fruizione? Il che ad esempio riguarda anche le immagini nate come analogiche e veicolate in forma digitale previo scansione"

Io penso che la grande differenza sia l'enorme maggiore fruibilità, la trasformazione di un oggetto per pochi (e fatto da pochi) ad un oggetto per molti (e fatto da molti).
E forse con il digitale (e la sua democratica, comunista, volgare popolarità) si è completato (finalmente) il compito della fotografia moderna.

Liberare il pensiero dalla conoscenze e capacità manuali ( sviluppo e stampa) della fotografia analogica e dai virtuosismi tecnici (straight photography portata all'eccesso da Weston & co del gruppo F64 nel passato e oggi dalla corsa tecnologica-consumistica delle super attrezzature) contribuendo dunque ad eliminare ogni ostacolo tra la mente (del fotografo) ed il soggetto (fotografato).

Forse la fotografia moderna come oggetto ha perso quell'aurea di prova suprema di verità e di abilità tecnica per acquistarme un'altra più "filosofica" .

La rappresentazione grafica non più di oggetto ma di un pensiero. Un pensiero qualunque.

Sarà un progresso o un regresso ?

Silvio Lucchini ha detto...

Mi inserisco...
una delle tante riflessioni/dubbi, conseguenza di questo lavoro, che in un certo senso si lega al noema indicato da Barthes del "è stato", è la seguente (a prescindere dal supporto): il risulato del processo (l'immagine) direi che "è stato" ma non è sempre rappresentato(convenzionalmente/adeguatamente).
La natura dell'immagine fotografica come simulacro è fortemente legata alle scelte tecniche dell'operatore(volontarie o imposte), parametri tecnici che riteniamo adeguati quando più generano un risultato vicino a quello che noi pensiamo di avere visto. Quelli che vengono detti clichè fotografici, sono clichè non dogmi.
Detto questo, per evitare che tutto quello che rimane su un supporto in modo più o meno casuale, venga sbandierato come arte, bisogna procedere in modo quasi scientifico, stabilendo un metodo, un pensiero prima dello scatto; in questo caso imponendomi una sorta di disciplina anche stressante a volte, ho dato libero sfogo alla parte creativa rimanente, la scelta dei soggetti, sono riuscito anche a fotografare un fiore superando un mio preconcetto, cresciuto negli anni, che i fiori sono un soggetto per principianti (...o per Haraki).

Giancarlo Parisi ha detto...

Salve a tutti. Nel rispondere a questo post e a questo editoriale mi sono ritrovato a scrivere molto più di quello che pensavo e tutto è diventato oggetto di un nuovo post su Imago Veritatis, che vi linko di seguito e che è quasi totalmente intendibile come intervento/risposta a questa interessante discussione.

Scompare il prodotto in fotografia

Anonimo ha detto...

eugeniosinatrapalermo
Dopo la lettura del post, finalmente ho trovato la rivista in edicola, nel frattempo avevo visitato il sito di Lucchini.
L'articolo su Lucchini e' la risposta alla richiesta di dati exif a corredo delle foto. Perche' il Direttore si incaponisce a fare lo sporco lavoro di tentare di far andare la mente di chi lo segue sul blog e sulla rivista un po' oltre la stratificazione di segni e di forme, bianconero o a colori, costitutivi di un'immagine fotografica : oltre, sia in avanti ( leggasi fruizione) sia indietro ( leggasi progettazione). Superando ( letteralmente andando proprio oltre, non annullando per partito preso ) il dato estetico, le mode, la tecnologia. Sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo, e sono in pochi, davvero pochi.
Il lavoro di rompiballe e' altrettanto sporco, si deve pur fare ( par condicio ) , e siamo sempre in tanti a farlo, in questa sede e sulla rivista. Stavolta l'argomento e' ostico forse, e la solita logorrea appare assopita, spero nella metabolizzazione del discorso.
Quindi contribuisco io a far lo sporco lavoro di rompiballe. Mi sovviene l'episodio di un maestro in una scuola con i suoi allievi; pioveva, e dal tetto malridotto della scuola cadeva acqua. Il maestro chiese agli alunni di andar a prendere recipienti per raccogliere l'acqua piovana, e due si avviarono per provvedere. Uno torno' con un bel secchio capiente, l'altro con un cesto di vimini a larghe maglie. Il maestro guardo' torvamente quello del bel secchio, e lodo' l'altro col cestino traforato. Il Direttore somiglia a quel maestro.....
continua....
eugeniosinatrapalermo

Anonimo ha detto...

eugeniosinatrapalermo
...continua...
I dati exif possono considerarsi gli omologhi degli appunti sui dati e sulle condizioni di scatto dei vecchi fotografi che operavano negli ateliers. A quel tempo l'unica fonte di luce era quella naturale proveniente dall'esterno fino alla loggia dell'atelier, in seguito supportata dalle prime luci elettriche. Le varianti rappresentate dalle stagioni e dalla tinta degli abiti indossati dai ritrattati imponevano un adattamento continuo degli standard di esposizione. Gli appunti erano utili al fotografo perche' era sempre lui che operava nel suo studio, e poteva ricalcare un buon risultato "ricopiando" i dati di scatto, pur tuttavia gli era necessario nonostante gli appunti intervenire sulle lastre negative per ovviare per es. alla bruciatura della alte luci ecc ecc.
Oggi, quando vediamo una immagine fotografica eseguita da chiunque altro, secondo me ci serve poco conoscere i dati di scatto, perche' non siamo stati noi sulla scena, a "leggere" la luce con i nostri occhi, a vivere l'atmosfera del luogo o della scena fotografata, ma sopratutto non siamo noi ad "interpretare" quella atmosfera e quella scena, servendoci per es. della coppia tempo/diaframma o altro. Vogliamo copiare un risultato servendoci dei dati exif? ci manca una cosa importante, la contemporaneita' : una foto scattata a Milano alle ore 9,45 di un giorno di Gennaio non posso riprodurla a Palermo, alle ore 9,45 del mese di Marzo, perche' a Milano a gennaio c'e' il cielo grigio, a Palermo sia a gennaio che a Marzo vedo il cielo quasi sempre luminoso se non proprio azzurro ( se abbasso gli occhi a Palermo sono circondato da immondizia e a Milano e' pulito ma cio' non influisce sulla foto ) .
Pertanto la provocazione di Lucchini ci apre la mente sull'aspetto di "prodotto" fotografico, che deve contare sulla creativita' e sulla comunicazione piu' che sul "processo" ( leggi Giancarlo Parisi ), affinche' tutti noi con Antonio Caggese non restiamo per sempre nelle paludi impalpabili della virtualita' e possiamo sganciarci dalla dipendenza tecnologica.
eugeniosinatrapalermo

Anonimo ha detto...

eugeniosinatrapalermo
....continua...
continuo in ritardo perche' prima non vedevo apparire le mie precedenti elucubrazioni subito dopo averle scritte, poi ho capito il discorso dello spam.
Riprendo la prima domanda : natura digitale dell'immagine o natura dell'immagine digitale, e cosa e' cambiato dal dag ad oggi. Il dagherrotipo rispondeva all'esigenza dei tempi di verismo, di imitazione pedissequa della natura ( the pencil....), cio' sin dai tempi in cui quel pittore famoso disegno' una mosca che pareva vera. L'Arte intesa come maestria manuale esigeva la perfezione imitativa. Il dag sembro' riuscirci, ma gia' era una mistificazione, l'immagine era rovesciata perche' negativa, se uno portava l'anello alla narice sinistra nel dag l'anello veniva a dx. Quindi i fotografi di una volta erano schiavi, alla Flusser ora si', della tecnologia allora disponibile, ci giravano attorno, abbellendo e colorando l'immagine ecc. Ora, oggi, da portatori di secchi capienti e stagni vorremmo riprodurre alla perfezione un tramonto , i girasoli gialli, le gondoledivenezia, i campi di papaveri, ricorrendo ai dati exif. E qua appunto giunge la tratta Milano-Palermo cui alludevo prima. Se diventiamo portatori di cesti di vimini a larghe maglie i dati exif scivoleranno via impalpabili, o perlomeno ci saranno utili cum grano salis, e , svincolandocene,dovrebbe essere la nostra testa a guidarci, insieme col suo corredo di emozioni e sensazioni.
Valore probatorio in tempi di riproduzione digitale delle immagini? riconosco in questo senso, parlando per me, validita' solo alla fotografia scientifica, dove non esiste interpretazione secondo i gusti estetici. E anche in questo campo, non c'e' perfetta aderenza al vero, perche' al microscopio, se non coloro le cellule con le sostanze adatte, non capisco piu' un tubo; ma questo e' altro discorso.
Signor Caggese, la ricerca del bello nei termini che lei ha esposto indica la sua sensibilita' meritoria, ma dobbiamo renderci conto che l'arte, la fotografia e la nostra societa' vanno avanti, si evolvono, nel bene come nel male,e l'estetica di crociana memoria, con rispetto parlando, non soddisfa ormai le esigenze di espressione e comunicazione.
Sensei, perdoni la lungaggine, ho rotto abbastanza; e' uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo
eugeniosinatrapalermo

Giancarlo Parisi ha detto...

Eugenio ha detto cose molto interessanti e lo ringrazio anche per aver dedicato tempo alle mie digressioni mentali.
Tutta questa discussione può essere riassunta nella parola "provocazione".

L'ho già detto e lo ripeto, il lavoro di Lucchini ha senso SOLO con foto come quelle, che gridano in maniera (che dovrebbe essere a tutti) lampante che i dati di scatto servono tanto e non quanto.

Insomma, se si fa dei dati di scatto una filosofia di vita, se li si chiede sempre, allora bisogna riuscire a trovar loro una ragion d'essere anche con foto "non belle", nel significato comune del termine.

Non si possono pretendere gli exif solo per ciò che conviene a noi. L'alternativa è ammettere che essi sono solo una parte del tutto, e cominciare a guardare e interessarsi al resto.

Silvio Lucchini ha detto...

Processo/prodotto... prodotto/processo... finalmente ho trovato il tempo di leggere con attenzione gli interventi su questo blog e il complesso intervento di Giancarlo Parisi sul suo blog (Imago Veritatis), solo dopo avere stampato il tutto perchè, se ammetto di stampare poche foto, ancora sono legato al prodotto carta per quanto riguarda la lettura.
Ragionando sulla riflessione sul prodotto e la sua sparizione, mi verrebbe da dire che prima del digitale la fotografia veniva servita già cucinata, dove il menu poteva prevedere una scelta limitata tra stampata o proiettata, anche se rimaneva l'opzione su quale carta stampare (opaca/lucida).
Con il digitale la fotografia può essere paragonata al bene grezzo venduto all'ipermercato, come del salmone che può essere cucinato in molti modi (su monitor differenti, su internet, slideshow, sfondi desktop, social network, visualizzatori e ancora stampa) con conseguenze di vario genere (distorsioni, alterazioni cromatico-luminose, contrasto, nitidezza ecc.) sta al fruitore avere (o non avere) la consepevolezza di quale sia il modo migliore per fruire dell'immagine.
Questa dilatazione dell'immagine nell'etere comporta una limitazione del controllo sul prodotto finale da parte del creatore, in particolare dal punto di vista tecnico; per questo, mi viene da ribadire che, l'autore e il fruitore debbano concentrarsi maggiormente, sul messaggio comunicativo e meno sul processo tecnico e prodotto estetico, che troppe volte risulta banalmente autoreferenziale.
Se il prodotto, a volte, è fuori controllo, più complesso risulta lavorare sul processo comunicativo, che fuori controllo lo è sempre, perchè prevede una collaborazione attiva tra emittente e ricevente, dove però un bravo emittente ha più possibilità (rispetto ad uno mediocre) di raggiungere un ricevente almeno disposto ad ascoltare.
Tornando ad Exif Time (Dello stato della fotografia amatoriale in Italia) ho lavorato su due piani: il primo di critica verso un atteggiamento diffuso (l'ansia da dati exif), il secondo, più profondo, direi metaiconico, cioè l'immagine che indaga se stessa, o metafotografico, la fotografia che parla di sè e del mezzo con il quale è stata creata, come ben descritto dal Direttore Iovine nel suo editoriale e post, con un azzeccatissimo riferimento a Le Verifiche di Ugo Mulas, lavoro visionato ad una mostra che mi ha profondamente colpito.
Aggiungo un'ultima cosa, che non vuole essere una nota tecnica (lungi da me...), ma qualcosa di più, che forse non è ancora stata sviscerata e che si lega all'argomento processo/prodotto: ho scelto volontariamente di fare il lavoro con il formato jpg, rinunciando alla qualità del raw, per dare una garanzia di correttezza rispetto all'idea del progetto, arrivando ad un prodotto finito (il file in jpg) che contenesse già in modo definitivo, al momento dello scatto, le impostazioni che avevo predeterminato (bilanciamento del bianco, colore o b/n).
La qualità del prodotto sottomessa alla correttezza morale del processo come criterio progettuale.
Ringrazio in particolare chi ha voluto andare oltre Exif Time (elogiandolo o criticandolo) ed ha avuto la pazienza e l'interesse di visionare i miei precedenti lavori sul mio sito.
A presto!

Giancarlo Parisi ha detto...

Cito una frase di Silvio

"Questa dilatazione dell'immagine nell'etere comporta una limitazione del controllo sul prodotto finale da parte del creatore"

perchè è proprio questo il nocciolo della questione, sulla quale ultimamente stiamo discutendo parecchio.

Se ieri la fotografia non poteva prescindere dal prodotto, perché solo attraverso esso era possibile la sua fruizione, oggi non è più così, e prendere atto di questo significa fare il primo passo verso l'acquisizione di un'altro tipo di controllo sull'immagine, in cui l'aspetto tecnico è estremamente marginale.

Parlare di tecnica di fronte ad una stampa di elevato pregio materiale ed artistico, benchè non sia l'unico argomento possibile da affrontare, ha molto più senso che non il parlarne a proposito di una massa di bit.

Ed è proprio la metafora culinaria che spiega perfettamente il concetto: oggi l'immagine è più "ingrediente" che "pietanza", e non solo perchè chiunque può scaricarla e fruirne personalmente nel modo che ritiene più opportuno, ma piuttosto perchè l'immenso etere mediatico è una fonte infinita di diversissimi contesti in cui quell'immagine può essere inserita (anche a prescindere dalla volontà dell'autore).

E se non si dimentica l'importanza del "contesto" in cui una immagine viene vista, quindi fruita, (si veda Pieroni), comprendiamo bene il cambiamento che sta avvenendo.

Anonimo ha detto...

eugeniosinatrapalermo
La precisazione di Lucchini sulla scelta del jpg e' un'ulteriore prova della serieta' progettuale del suo lavoro : ha ragione, il raw puo' essere "manipolato" , e cio' da due punti di vista :
1) ottimizzazione soggettiva rispetto i canoni estetici individuali, propri del creatore dell'immagine 2) ottimizzazione mirata a veicolare l'immagine stessa secondo criteri che nulla hanno a che vedere con l'aderenza al referente reale.
Per quanto mi riguarda , una immagine fotografica e' solo il punto di partenza per esprimere un'idea; che ci sia rispondenza con la realta' non mi interessa per nulla ( diversissimo il discorso nel caso di fotografia segnaletica o scientifica lato sensu ), adopero l'immagine come materiale grezzo, come i colori su una tavolozza, uno strumento per creare o ricreare a mio piacimento Cio' avveniva gia'con il materiale analogico, adesso ci sono piu' opzioni. In ambito estremamente amatoriale cio' si traduce, o si riduce, nella ricerca di un risultato esteticamente accettato dalla massa; ad un livello piu' consapevole dello "strumento fotografia", nella ricerca di una nuova estetica, non necessariamente in termini di avanguardie artistiche altisonanti, di un risultato provocatorio perche' sconvolgente i luoghi comuni, ma insomma sempre nell'intento di comunicare, siamo sempre li', un'idea, un pensiero, una maniera di esprimersi.
E a questo punto, sempre per quanto mi riguarda, la fruizione di una immagine non puo' prescindere dal veicolo del messaggio, la sola visualizzazione a monitor e' per me riduttiva, anche se globale perche' raggiunge tutti all'istante : ritengo che una immagine esita solo se supportata da un veicolo idoneo, in altre parole e' la fase della stampa che "fa" la fotografia, il contatto diretto con lo sguardo del fruitore. Cosi' come, a rapporti invertiti, non e' la stessa cosa guardare un dipinto celebre dal vivo, al museo, e vederlo invece riprodotto su un libro.
La fotografia , sempre secondo il mio modo di vedere, e' un oggetto, da considerare nelle sue dimensioni spaziali, che sono le coordinate per entrare in sintonia con l'autore, e poi approvarne l'"idea" o classificarla come ciofeca. ( si provi a portare, nell'ambito di una lettura portfolio, una stampina slavata da quattro soldi ).
Se un libro fotografico e' stampato male, chesso' con tutte le foto a dominante verdecacchettadineonato, nessun lettore capira' mai il senso del colore espresso dall'autore. Cosi' come una stampa su carta politenata di basso pregio a fondo grigiastro non puo' rendere come una stampa su baritata ecc.
Quindi anch'io fotoamatore della domenica posso controllare il processo finale delle mie immagini, offrendole in veste grafica scelta da me; l'unica cosa che non posso controllare e', quando regalo una stampa, se il fruitore se la guardi a lume di candela, sotto il neon, o in pieno sole; ma se faccio una mostra devo tenere in considerazione il tipo di luci presenti altrimenti il lavoro di stampa puo' essere vanificato.
Lo so che questi sembrano discorsi da esponente di generazione analogica alle prese col "nuovo" del digitale, lo so che in futuro non ci saranno libri stampati ma solo e-books, ma l'idea di godermi le fotografie sul display di un cellulare mi fa senso.
eugeniosinatrapalermo

Giancarlo Parisi ha detto...

Comprendo bene la posizione di Eugenio, dal momento che anche io sono un convinto estimatore della stampa di qualità.
C'è però un aspetto estremamente importante da prendere in considerazione e per il quale il "prodotto" è sconfitto in partenza.

L'esempio più lampante di ciò cui mi riferisco è dato dai risultati di Hal9000 S.r.l. La visione de "La nascita di Venere" di Sandro Botticelli, fruita dal vivo alla galleria degli Uffizi, non è minimamente paragonabile a quella che è possibile fruire qui.
Le luci pessime degli Uffizi, ma anche solo il fatto di non poter visionare l'opera da così vicino, rendono la fruizione dal vivo un'esperienza senz'altro importante e non sostituibile, ma inidonea ad apprezzare l'opera appieno. E vi invito a vedere gli ulteriori lavori di Haltadefinizione, in particolare la Cappella degli Scrovegni, previa registrazione al sito onde fruire del pieno zoom (fin dentro le crepe della vernice).

Anche il mio intervento può apparire in controtendenza con il passato e ripudiatore della carta stampata, ma non è così. Le tecnologie che ho linkato, sono applicabili ben al di là di un misero monitor di un pc, potendo essere implementate in proiezioni murali, con icredibili applicazioni future.

Quel che voglio dire è che bisogna prendere atto del fatto che, oggi, la fotografia ha incredibilmente ampliato i suoi poteri soprattutto grazie al "processo", mentre il "prodotto", pur con il suo fascino, la sua importanza, la sua assolutezza, deve lasciare posto ad altro, pur non lasciando (ancora?) il palco.

Anonimo ha detto...

eugeniosinatrapalermo
ok Parisi, me la sono cercata con quel paragone con la pittura, il tuo link e' fantastico, evidenzia in pieno le potenzialita' che l'immagine puo' sfruttare. Posso aggiungere al riguardo solo il fatto che una cosa e' entrare nelle crepe della pittura, e nelle pennellate distribuite dall'Artista, altra carezzare' l'aura del prodotto : il luogo, gli odori , le luci anche se insufficienti, l'idea di trovarsi proprio li' dove opero' l'Artista, contano ancora?
ma sopratutto mi preme sottolineare un aspetto della reboante tevnologia gia' disponibile, in piu' suscettibile di velocissimi passi avanti : il "processo" finira' per catalizzare l'attenzione globale, distraendo dai contenuti cui si applica? Il singolo individuo orientera' il suo gusto, le sue scelte, la propria educazione estetico-morale-sociale-artistica in base alle peculiarita' del processo? al suo essere il piu' aggiornato, il piu' ricco di effetti speciali, indipendentemente da cio' cui si applica? me lo chiedo, puo' darsi, si vedra' se con beneficio oppure no.
In atto mi sembrano tornati i tempi delle antiche campgne fotografiche, ai gran tours, alla ripresa del mondo per portarlo in tutte le case, stando fuori dal mondo, chiusi appunto dentro le case; tutto spiattellato all'istante sul monitor, nessuno stimolo a cercare, a muoversi, a trovare, a vedere di presenza con gli occhi propri.
eugeniosinatrapalermo

Giancarlo Parisi ha detto...

Eugenio i tuoi interrogativi sono leciti e stimolanti, e il mio precedente intervento non voleva essere un botta e risposta a te.
Il mio link ha senso se serve a far comprendere l'importanza del processo oggi; non ha alcun senso, invece, se inteso solo come becero tentativo di screditare il prodotto.

Questo perchè il luogo, gli odori , le luci anche se insufficienti, l'idea di trovarsi proprio li' dove opero' l'Artista contano, per me almeno. E contano proprio per il fatto che (per fortuna?) la grande digitalizzazione non ha ancora toccato sensi diversi dall'udito e dalla vista, come ho spiegato in apertura al mio post sulla "scomparsa" del prodotto fotografico.

Per questo dico che il prodotto è ancora molto, molto importante; solo oggi non è più l'unico protagonista, dovendo lasciare molto più spazio ad un processo dalle enormi potenzialità rispetto al passato. Se è vero infatti che la più alta espressione del Pittorialismo fotografico di inizio novecento, era estremamente concentrata sul processo (acquaforte, gommabicromata, stampe al carbone, fotoincisione ecc.), se è vero, dunque, che nella storia della fotografia c'è già stato un periodo in cui il processo era più in auge del prodotto (nel senso che i pittorialisti avevano ormai perso di vista il contenuto dell'immagine, preoccupati com'erano di perfezionare la tecnica pittorica), è parimenti vero che quel vetusto "processo" è nulla in confronto a quello attuale, dalle potenzialità infinite.

Di fronte a queste potenzialità possiamo, e dobbiamo aggiungo, chiederci dove ci porteranno, perchè l'idea di fruire il mondo solo attraverso una riproduzione digitale (di qualunque entità essa sia) piuttosto che "dentro" il mondo, mi terrorizza.