domenica 12 dicembre 2010

One Hundredth of a Second

La premessa è che questo cortometraggio non mi piace, ma penso possa far riflettere sia pure in modo un po' scontato e facendo leva sui buoni sentimenti comunemente condivisi e su un pietismo d'accatto a sfondo poveri bambini vittime della guerra. Ciò non di meno credo valga la pena di investire quei 5,20 minuti di durata della storia scritta e realizzata nel 2006 da Susan Jacobson su un'idea di Alex Boden e della stessa Jacobson. I riferimenti a noti concorsi internazionali di fotogiornalismo sono più che evidenti e dotati di un certo realismo che sarà apprezzato da chi ha avuto la... fortuna di partecipare a eventi del genere. Assai probabile nella realtà (ahimé) è il finale. In ogni caso un'occasione per provare a riflettere e mantenere vigile il nostro senso critico nei confronti di quanto vediamo, questo cortometraggio compreso.
Per un veloce approfondimento sul cortometraggio vi rimando a questo link.

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22 commenti:

Isabella Colucci ha detto...

sono al di fuori di tutti i contesti che citi... l'ho trovato terribile, evidentemente ho sentimenti scontati e sono suggestionabile, non so com'è davvero e mi auguro che non sia così

Sandro Iovine ha detto...

Vedi il problema non è, a mio avviso, l'avere sentimenti scontati quanto che si faccia leva su territori tanto facilmente raggiungibili per comunicare qualcosa che invece ha senso comunicare, come il messaggio desumibile dal cortometraggio. È vero che evidentemente questo consente di raggiungere un maggior numero di spettatori, ma è altrettanto vero che in realtà quando si utilizzano linguaggi di questo tipo si finisce per alimentare niente di più e niente di meno che ciò che si dichiara di combattere. Il contenuto espresso è sostanzialmente vero, ma non lo si combatte con dei facili moralismi, quanto piuttosto con un'educazione diffusa che fornisca al pubblico gli strumenti necessari per valutare autonomamente quanto gli viene mostrato. Un cortometraggio costruito in questo modo commuove (forse), sconvolge (forse), fa vomitare (forse). Ma una volta terminato lascia poche tracce nella coscienza. In compenso sedimenta la convinzione che guardandolo o realizzandolo si sia contribuito in qualche modo a migliorare il mondo. E invece tutto continua a girare esattamente come prima. In compenso molti di quelli che si sono commossi, si sono sconvolti o hanno vomitato, porranno ancor meno attenzione di prima a quanto gli accade intorno, convinti che ormai la loro parte l'hanno fatta.

Giulia ha detto...

Accidneti Sandro, credo di essere tra quelli che hanno quasi vomitato....come si può solo pensare di approfittare d questo???Per slaire su di un palso??
Tu mi stai dicendo che succede davvero??
Non so cosa dire.
Comunque non mi piace e sono d'accordo con te, non resta nulla per pensare di poter migliorare il mondo, non così.
Buna domenica!

Isabella Colucci ha detto...

Un piccolo segno però deve avermelo lasciato se ho continuato a pensarci su, prima ancora di venire a vedere se c'era qualche altro commento.
Mi rendo conto di non avere questi "strumenti necessari per valutare autonomamente".
Io colgo questo messaggio e lo riassumo brevemente e seccamente: i fotoreporter di guerra spesso sono cinici e per una foto da concorso non si pongono il problema se possono o no salvare una vita (magari vengono sfiorati dall'idea ma meglio lo scatto). Lo stesso problema non se lo pongono le giurie dei concorsi visto che con un sorriso smagliante (questo sì da vomito)propongono la fotografia di una bambina con un buco in testa.
La morale (o nonmorale) che prevale è quindi quella del mercato che fa "girare" meglio queste immagini perché capaci di sconvolgere prima ancora di documentare?
Mi rendo conto di parlare di qualcosa che non conosco assolutamente (la mia fotografia è altro, per ora) e quindi chiedo scusa per l'ignoranza, ma penso di imparare così qualcosa.

Sandro Iovine ha detto...

Purtroppo storie analoghe sono accadute e accadranno ancora.
Di mezzo non c'è solo il salire su un palco. Ci sono anche i vantaggi di notorietà acquisita a livello internazionale vincendo determinati premi con le non tracurabili ricadute economiche che da ciò derivano nella vita professionale.
Questo non significa che il fenomeno riguardi tutti i fotogiornalisti (per fortuna). Ma di sicuro qualcuno, se fosse onesto con se stesso, potrebbe riconoscersi nella protagonista del cortometraggio (esclusa la fuga finale con mancato ritiro del premio).
Per chi vuol farsi un'idea un po' meno vaga della portata delle problematiche in campo, consiglio di farsi un giro tra i post elencati sotto le voci Fotogiornalismo ed Etica presenti nella colonna Argomenti in alto a sinistra in questa stessa pagina.

Nicola Petrara ha detto...

Grazie, per la segnalazione e per tenere, almeno in me, sempre vigile l'essere persona prima che fotografo.

Isabella Colucci ha detto...

Grazie Sandro, ho potuto vedere già cose interessanti da approfondire. Contenta di averne parlato.

huncke ha detto...

bhe quanti piani di analisi, per questo cortometraggio.
1) lo stile del cortometraggio.
Il piano sulla protagonista allo specchio, il tempo é dilatato, occupa in proporzione uno spazio temporale maggiore rispetto alla durata del cortometraggio. E' spiazzante, perchè lo spettatore, si chiede 'embé? la reclame di un eylainer?'. Invece, con lo sviluppo si capisce, che sta pensando e ricorda. Sarebbe potuto essere breve, in questo modo il il pensiero chiude sulla memoria. I flash back proseguono, sono il vero cortometraggio: il ricordo straziante é la realtà. La finzione é il red carpet della premiazione. I due piani narrativi, finalmente s'incontrano al termine quando le lacrime rendono cosciente il dolore della memoria.
2) il contenuto.
La guerra é terribile. Comunicarlo facendo vedere una bambina con un proiettile in fronte: è facile.
E allora? La comunicazione deve essere 'pop', deve raggiungere più persone possibile. E poi come in questo caso non é mai abbastanza, perché di guerre ce ne sono sempre.
Ma forse la critica é se la Guerra é la Guerra, e contro un concetto astratto si possono muovere solo le parole, di quale guerra stiamo parlando ? Allora dimmi in quale città, di quale paese ? Qual'é il nome di quella bambina ? Chi ha fornito le armi con la quale é stata uccisa ? Per cosa stanno uccidendo ora, adesso ?
Voglio dati concreti, non una fiction, e se una fiction, voglio una fiction di denuncia con informazioni reali e precise, da usare come strumenti, se il video mi ha realmente colpito, per poter agire. Sandro é questo il punto ?
3) Riconoscendo e ammirando il lavoro dei foto-reporter che si gettano nelle situazioni pìù rischiose per testimoniare quello che accadde.
Due riflessioni:
- ma a volte il mercato, e loro stessi, diventano avvoltoi, assettati di sangue, alla ricerca di quella immagine che più facilmente potrebbe far aumentare la tiratura di quella rivista.
Qual'é il confine tra la notizia e il silenzio della morte ?
- nel cortometraggio, quano lei inquadra con l'obbiettivo la bambina, con la canna del fucile in fronte, una voce dentro di me ha pensato rumorosamente: 'bhe adesso farà qualcosa, dai urla cazzo, fatti vedere, getta la camera, e entra nell'azione..'
Ma...
ciao
Huncke

huncke ha detto...

chiedo scusa, per problemi tecnici ho inviato più volte lo stesso commento.

stefano ha detto...

La visione di questo cortometraggio mi ha riportato alla memoria la famosa foto di Kevin Carter quella della bambina con l'avvoltoio. La foto gli valse nel 1994 il premio Pullizer, dopo qualche mese Carter si tolse la vita.
Credo che questo tipo di immagini non aggiungano nulla alla drammaticità di una situazione o alla miseria dell'esistenza umana, in Africa si continua a morire ancora e nello stesso modo. Vi è una soglia etica che secondo me non può e non deve essere oltrepassata, per testimoniare una tragedia non si puo' a mio avviso diventarne complici.

Anonimo ha detto...

1/2
Non piace neanche a me: è scontato, banale, "americano" nel senso cinematografico (e spregiativo) del termine. A mio avviso, viscidamente e subdolamente, alimenta la morbosità invece che il rifiuto. Nella suspence di quei pochi minuti, con una costruzione per flashback e una fotografia per occhioni sgranati, tutto quello che si è portati a chiedersi non è, alla fine, quale sia il confine etico nello scatto, quanto... il soldato ammazzerà la bambina? Lei scatterà la foto o l'aiuterà? Il riconoscimento pubblico sanerà il senso di colpa? Mi vengono in mente certi filmati di cronaca che ogni tanto vengono pubblicati sui siti delle varie testate giornalistiche. Prendiamo ad esempio il pestaggio della donna all'Anagnina di qualche tempo fa. Al di là delle scontate questioni "omissione di soccorso" e "follia generalizzata", credi che l'aver mostrato al grande pubblico un video di quanto accaduto - che, avendo una valenza di cronaca vera, svolge la stessa funzione documentale di una foto di guerra o di qualsiasi altra denuncia per immagini - abbia cambiato le cose? Io non credo che molte più persone ora metteranno se stesse tra aggressore ed aggredito. Credo invece che moltissimi abbiano cliccato su "guarda video" per curiosità morbosa, perchè ormai in un certo senso sono abituati a guardare la violenza in un certo modo, secondo certi schemi. Riconosci anche qua la famosa questione del "pugno nello stomaco"? Pensa anche a molti altri casi giornalistici - che io per scelta non seguo - primo fra tutti Avetrana: ormai è diventato uno spettacolo, un horror reale, quasi un giallo a cui la gente viene portata ad appassionarsi. Io queste cose non le sopporto. Ho difficoltà a prendere una posizione a riguardo, perchè è vero che se non si denuncia ciò che succede le cose non potranno mai cambiare, ma questo è un altro discorso ancora.

Anonimo ha detto...

2/2
Non ho le chiavi per dire in che modo sia giusto diffondere ciò che accade (la mia indole e cultura fotografica si rifanno ad altri generi). Il fatto è che è storia anche quella e se non ce la mostrassero, essendo lontana dai nostri comodi salotti, potremmo solo immaginarla; ma c'è modo e modo di mostrarla. Quello che a me ha sempre dato molto fastidio - e che mi ha sempre allontanato da un certa fetta del mondo del reportage - è la spettacolarizzazione. Caro fotografo di guerra, vuoi fare la foto di una bambina con un buco in testa o di un uomo senza braccia? Falla, se la tua coscienza ha tali, lontani e per me impensabili, confini. Del resto -ed è questo il problema - sai che il sensazionalismo è una freccia al tuo arco. Io non la scatterei, quindi men che meno la stamperei per tenerla anche solo in un cassetto. Figuriamoci poi mandarla a un concorso. Cosa si premia, il pelo sullo stomaco? Caro fotografo, cosa pensi che proverebbero le persone che quella persona l'hanno amata, sentita e vissuta e che tu tratti come il disegno che prelude a un trofeo? Se quella persona con un buco in testa fossi tu, o se fossi senza braccia e ti trovassi davanti uno che ti fotografa, che cosa penseresti? Non ti sentiresti leso nella tua dignità di persona, privato di quella piccola e preziosa parte che ti ricorda quello che sei stato e che continui a lottare per essere? Io questo lo provo ogni volta che vedo le gallery del WPP e spesso fatico ad arrivare in fondo per questo senso di fastidio che provo. E' un conflitto irrisolto quello che mi provocano certe pagine, non solo per il contenuto, su cui si possono aprire mille differenti dibattiti, ma anche per le modalità. Cito (e sottoscrivo) Scianna: "Ho visto tante cose terribili, facendo questo libro su Lourdes, che ho cercato di non mettere nel mio libro perchè è difficile, sapete... Non tutto si può fotografare. Così io la penso. Non tutto si deve fotografare. Così io la penso. E non tutto quello che si è fotografato si deve mostrare. Così io la penso. Dipende dal contesto, dipende dal perchè. Ci sono delle situazioni drammatiche, molto più drammatiche di questa, che io non me la sono sentita di schiaffare su una pagina. Nessun eroismo, un po' di decenza, solamente".

Francesca S.

Rita ha detto...

Un saluto cordiale a voi.
Guardando il cortometraggio non ho resistito, ho provato un irrefrenabile impulso che mi ha spinto a scrivere questa mia modesta considerazione.

L'inizio del corto faceva presagire comunque un travagliato viaggio nel proprio animo, alla fine del quale sono apparse le immagini terribili di ciò che tutti aborriamo. E questo può anche essere scontato per un certo verso.

Ciò che non è scontato è il ritorno a quel forte senso di umanità e di valori che oggi pare quasi svanito in nome di una carriera a tutti i costi, dei riflettori accesi su di sè, dell'ostentare una genialità che vacilla se all'uomo stesso ha fatto perdere il valore e l'essenza della propria vita.

Quel cortometraggio lo trasmetterei di continuo, come il finale del film l’Arancia Meccanica.
Il problema non è solo del fotogiornalismo, ma ben più vasto, è entrato ormai nel tessuto sociale di oggi il cinismo efferato e la mancanza di scrupoli, figuriamoci cosa possa accadere in una situazione di guerra!
Francamente poi trovo improbabile quel sangue freddo in una donna che continua a scattare foto sotto lo sguardo implorante di una bambina !
Ma va bene anche questo per far capire a che punto di aberrazione sia giunto l’uomo oggi!!!
La fotoreporter il premio lo ha conquistato alla fine, un premio non simboleggiato da quella fredda ed inquietante materialità racchiusa in un inanimato oggetto scintillante.
Il premio è la sua ritrovata umanità.
Perdonate questo mio fervore, mi piace scattare foto, ma più che altro mi piace scrivere commenti o recensioni su eventi culturali.
Sono solo una pubblicista che nella vita per vivere si occupa di altro.
Non amo scrivere su eventi politici o di attualità per evitare di trovarmi in un vortice di polemiche….
E poi….io continuerei a ripetere all'infinito anche le cose che sembrano scontate, alla fine qualcuno le udirà !

Rita

Gabriele Caproni ha detto...

Ciao, mi chiamo Gabriele ed è la prima volta che posto.
Siamo talmente sommersi da immagini urlate che ormai rimangono tali: immagini. E’ difficile pensare “il fotografo c’era, il morto è morto davvero”. E’ tutto un film. Citando Anonimo, Avetrana è diventato un film. Si guarda il telegiornale aspettando il colpo di scena.
Quello che mi preme rilevare è che purtroppo, anche noi, nel nostro piccolo ci mettiamo del nostro: a quanti concorsi fotografici si partecipa (e magari vinciamo) presentando la foto del “povero” di turno fotografato in India, del bimbo che ti quarda dal vetro della macchina fotografato in Africa? (non abbiamo nemmeno il problema della liberatoria!).
Chi lo fa per lavoro lo fa in grande...
Chi lo fa per amore e per passione della fotografia dovrebbe (dovremmo) pensarci un attimo di più, avere più rispetto per i nostri soggetti, fare qualcosa per loro, visto che ci donano una loro immagine.
Partendo da noi, dal piccolo, dovremmo costruire una cultura alla buona immagine, all’immagine utile, tornare ad una fotografia impegnata non a vincere i concorsi, ma aiutare a “mandare avanti” il mondo in cui viviamo.

Angelo Nesci ha detto...

Buonasera a tutti.
Se devo essere sincero a me il video è piaciuto.
Racconta in circa 4 minuti e mezzo almeno 5 storie tutte drammatiche.
1) La bambina: la vittima innocente, uccisa perchè si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato, uccisa (forse) perchè non ha voluto lasciare la sua sacca (ma cosa c'era nella sacca ... un pezzo di pane o un pezzo di esplosivo?) al miliziano.
2) Il carnefice, ha ucciso per fame? Per paura? ... Per piacere di uccidere? (Ma sarà stato proprio lui ad uccidere?). Riuscirà a dormire sereno nel suo futuro?
3) La fotoreporter: vittima anche lei del suo mestiere. Ha rischiato di morire, voleva documentare le vittime e la violenza della guerra.
Ed è rimasta impigliata nello spietato tritacarne.
Avrebbe dovuto affrontare con la macchina fotografica un mitra?
Se così fosse stato è probabile che nella foto finale ci sarebbero stati due corpi.
Se non avesse scattato quella foto (una brutta foto secondo me) la bambina si sarebbe salvata?
Sarebbe stato meglio se fosse salita sul fuoristrada con il suo collega?
Ha scelto di scattare e pubblicare la foto: anche lei non dormirà serena per quello che ha visto.
4) Gli organizzatori del premio, vittime o carnefici?
5) Il pubblico: quello che a me piace meno, applaude ... non vedo cosa ci sia da applaudire, quell'immagine
dovrebbe provocare silenzio, almeno per rispetto per la giovane vittima, invece applaudono.
Forse non l'hanno neanche guardata la foto ... foto che non riesce a parlare all'anima del pubblico.
Pubblico/società/persone che lentamente perdono la loro umanità, impigliati nello spietato tritacarne della
videocomunicazione.
Angelo Nesci

Mauro ha detto...

Ciao a tutti, secondo me il cortometraggio può essere bello o brutto con tutte le varianti interpretative del caso. Appoggio le visioni di tutti fino ad ora poichè anche se in parte contrastanti, tornano sempre su un unico punto. E' giusto o è sbagliato sia il cortometraggio fine a se stesso che gli avvenimenti che racconta?
Sicuramente il cortometraggio è stato (probabilmente) un tentativo di comunicare le sensazioni, con un insieme di luoghi comuni, ma se siamo qui a parlarne è perchè ha comunicato, quindi ha raggiunto il suo scopo.
Il problema che mi pongo è COME FUNZIONA LA COMUNICAZIONE E COSA SI PUò FARE ALL'INTERNO DI ESSA?
Io (anche se ancora in erba), noi, e tutte le persone che intendono comunicare con le immagini o che intendono comunicare e basta abbiamo a disposizione un piccolo mondo dove riusciamo a pestarci i piedi l'uno con l'altro tra fazioni e PERSONALI E RELATIVE verità. A volte sembra una piccola arena dove a suon di immagini strazianti e scoop ci si sfida come gladiatori, gli spettatori stanno a guardare e qualcuno dall'alto detiene il potere di decidere della vita e della morte dei gladiatori con pubblicità e moralismi che tutti abbiamo presente. Il pubblico comunque applaudirà ed ubbidirà.

Come uscire da quest'arena? Come cercare una reazione nelle perone?E' davvero possibile cambiare il mondo attraverso le immagini?

- Se si comunica con immagini forti, il destinatario dopo un pò si abitua e purtroppo c'è da dire che il messaggio non funziona più. Quanti cadaveri in prima pagina o ai telegiornali all'ora dei pasti serviti su vassoi di manipolanti parole troviamo? E chi si indegna cosa fa? Come reagisce la coscienza di chi si indegna? Ormai abbiamo gli occhi saturi di immagini (foto-video) strazianti che se all'inizio ci possono far male alla lunga diventano la normalità.

Mauro ha detto...

--- 2a parte ---

-Se si comunica con un positivismo dicendo che tutto va bene che anche se c'è una guerra con annessi e connessi, "la produzione di cioccolato è aumentata del 5%"(vedi 1984 - Orwell)e che quindi bisogna essere felici, anche della felicità ne facciamo abitudine.

Quindi sembra che di fondo, il marciume sta proprio nell'educazione e nella programmazione dell'uomo. La comunicazione rivolta all'essere umano deve essere di stupore. Solo davanti alla comunicazione improvvisa, forte ed inaspettata forse si ottiene una reazione. Perchè credo che prima di preoccuparci del tipo di razione, occorre preoccuparci di far avere una reazione. E da questa reazione costruire la comunicazione per eventualmente cambiare le cose in base alla visione relativa che ognuno di noi ha.
Quindi credo che anche le immagini più emozionanti hanno un potere comunicativo anche in relazione alla maniera in cui vengono presentate.
Ad esempio cosa succederebbe se nel bancone frigo di un supermercato, reparto carne, si trovassero attaccate sulle confezioni delle foto di Iracheni? (sandro perdona il cinismo).
Ecco forse occorre andare oltre l'immagine e cercare nuovi media, o farsi se stessi media di comunicazione. Giocare con le regole del regime comunicativo inserendo momenti di "terrore"(passatemi il termine). Agire con l'immagine che non è più il media di comunicazione, ma è il messaggio matrioska che contiene il vero messaggio che è quello della fotografia.
Poi si potrebbe parlare di diritto di parola e di ascolto e fino a che punto determinate posizioni sono eroiche o soggette a relative libertà che ci sono concesse per rientrare nel ruolo già scelto dal GrandeFratello e quindi oggetti di mercato...

Scusate se vi ho tediato con banali ragionamenti, ma questo cortometraggio come ogni cosa che ci circonda mi porta a questa conclusione (sempre di tipo personale in base alla mia relativa visione del mondo) .

Mauro Prandelli

Angelo Nesci ha detto...

Mi permetto di aggiungere un'ultima cosa, una domanda: "E allora come se ne esce da tutto questo? Qual'è la strada per risvegliare la coscienza dell'opinione pubblica".
Praticamente tutti siete concordi con l'affermare che immagini troppo crude non provocano altro se non un ulteriore stato di immunizzazione verso le drammaticità del mondo reale, e probabilmente è vero.
Cito il Direttore che dice "E invece tutto continua a girare esattamente come prima ... "
Con questa logica allora ci aspetteremmo che ai giorni nostri la denuncia
di Eugene Smith sulla strage di Minamata non servirebbe a nulla, come a nulla servirebbero i lavori di Salgado ...
Il problema non potrebbe essere invece che quando la fotografia cerca di confrontarsi, di fare concorrenza, alle immagini televisive (quelle che vengono servite all'ora di cena nei TG nazionali, magari provenienti dalla CNN o da WikiLeaks), perde la sfida a priori?. Il compito del fotogiornalismo non dovrebbe essere quello di analizzare, dettagliare, denunciare ed approfondire una certa situazione? Con servizi che durino più di 1 minuto e mezzo. Certo ci vuole tempo da parte del fruitore, Trabajadores è un libro di 400 pagine, per visitare l'unica mostra che ho visto del WPP ho impiegato più di un'ora saltando molte didascalie, non dico che dopo ho cambiato il mondo, solo Madre Teresa o Gandhi e pochi altri hanno cambiato il mondo, però sicuramente la mia visione del mondo è cambiata.
Scusate la lungaggine
Saluti a tutti
Angelo Nesci

Giorgio Cecca ha detto...

Credo che se "L'immagine vincitrice" non fosse stata mostrata, lasciandoci nel dubbio sul finale dell'episodio ripreso, allora qualcosa sarebbe cambiato.
Perchè il Problema comincia prima del fatidico sparo.
Non hanno avuto questo gusto/raffinatezza ottenendo lo stesso effetto di certi filmoni americani che durano sempre 5 minuti di troppo.

Anonimo ha detto...

eugeniosinatrapalermo :
il cortometraggio mi piace moltissimo. Ringrazio il Direttore di avermelo fatto conoscere. Invece mi da' fastidio il fatto che lui, il Direttore, dica subito, nel proporcelo, che non gli piace : mi sembra un condizionamento, un tentativo di plagio, come se mettesse in guardia, vedi che se ti piace sei cretino, perche' a me non piace. Soprassediamo.
Cito parole del Direttore :
" ...E invece tutto continua a girare esattamente come prima. In compenso molti di quelli che si sono commossi, si sono sconvolti o hanno vomitato, porranno ancor meno attenzione di prima a quanto gli accade intorno, convinti che ormai la loro parte l'hanno fatta. "
Ma chi lo ha detto. Certo chi si interessa di fotografia sa che le cose nel mondo professionale della comunicazione vanno cosi', pero' chi e' vittima passiva delle immagini mediaticamente propinate e non conosce il mondo dei fotoreporter e dei premidigiornalismo non e' detto che non rimanga colpito dalle verita' esemplificate dal cortometraggio, come testimonia un piccolo sondaggio da me periodicamente effettuato sulla cerchia di conoscenti che non masticano di fotografia e comunicazione svolgendo altre attivita'. E' proprio a questi individui, bersaglio indifeso dei mezzi di comunicazione, che bisogna spiegare come vanno le cose, anche con sistemi scontati come il pentimento accorato della protagonista di questo corto. Se poi uno e' insensibile per i fatti suoi, certo se ne freghera' dei discorsi etici ecc.
Ecco questo e' il punto, l'etica andrebbe insegnata in famiglia, a scuola, in politica ( !!! ), sul luogo di lavoro, non solo in fotografia, e se il sistema della comunicazione stravolge l'etica, cio' succede perche' la societa' non e' capace di accorgersene.
( continua...)
eiugeniosinatrapalermo

Anonimo ha detto...

eugeniosinatrapalrmo
continua...
per proseguire, sono d'accordo che il sistema reportagistico sia deludente e diseducativo, quindi ben venga uno sprone all'etica nel fotogiornalismo; tuttavia non ci si puo' limitare a dire, come notizia giornalistica : ehi signori, badate che in giro o in quel dato posto c'e' una guerra, ma brutta brutta brutta, perche' la guerra e' sempre bruttabrutta brutta, e ci sono vittime innocenti, i cui corpi vengono straziati in maniera indecente e dolorosissima, cosi' punto e basta, senza mostrare quello che e' il risultato di eccidi e violenze. le immagini servono, per tenere costante il dibattito, per sapere la verita', ovviamente servono e non andrebbero premiate nelle maniere che alcuni di noi sanno. Forse non dovrebbero neanche essere retribuiti i fotoreporter che vanno al fronte ?dovrebbero farlo come missione ? e per campare ci potremmo tassare noi etici e passargli uno stipendio a patto che rimangano anonimi e non partecipino a wwp vari.
Come per i film in tv, bollini verdi gialli e rossi, o meglio come nei cineforum di una volta, l'etica dovrebbe risultare dal dibattito, dall'apporofondimento serio intorno ai fatti concretizzati in immagini dai fotogiornalisti, in una parola con l'educazione all'immagine. Non e' certo scegliendo di non fare certe foto o di non pubblicarle che si ha un comportamento etico.
eugeniosinatrapalermo

Alberto ha detto...

Sandro,
il corto è brutto, molto finto e fa anche pubblicità occulta. Offende profondamente i reporter, mi indigna.