mercoledì 2 settembre 2009

È giusto che tutto sia facile?

Sandro Iovine: scrive l’editoriale del numero di settembre..

2 minuti fa...

Massimo Tamiazzo: Di cosa parlerai questa volta?»

circa un minuto fa...

Sandro Iovine: della nostra conversazione di qualche giorno fa in chat...

2 secondi fa...


Quello riportato qui sopra è un esempio... in diretta di come i social network possano aver trasformato il rapporto tra chi lavora in una redazione e i suoi lettori. Prima di cominciare a scrivere questo editoriale avevo inserito come messaggio di stato sulla mia pagina personale, e su quella de IL FOTOGRAFO, la non certo esaltante notizia relativa al lavoro che mi apprestavo a svolgere in questa calda domenica di dopo ferragosto. L’idea originaria sulla quale si sarebbe dovuto sviluppare il pezzo, era proprio quella di raccontare una conversazione avuta in chat su Facebook con un lettore e, caso ha voluto, che proprio il mio interlocutore virtuale manifestasse il suo interesse per l’argomento. Avevo pensato a un attacco classico e un po’ scontato su come la tecnologia avesse trasformato il nostro lavoro per arrivare, poi, al nuovo rapporto con il lettore. Vista la coincidenza... in corso d’opera, ho però cancellato tutto e sono ripartito dallo scambio di messaggi avvenuto durante la stesura delle prime righe. Ma, appagata, con il preambolo che avete appena finito di leggere, l’incredulità del sottoscritto per la coincidenza, veniamo al dunque. Qualche giorno prima di ferragosto, mentre cercavo di eludere la scarsa voglia di lavorare, favorita subdolamente da quel bel caldo soffocante e umido che Milano riesce a elargire in estate, sono stato raggiunto in chat da un lettore con il quale si è avviata una conversazione abbastanza generica, dalla quale però a un certo punto è nato un interessante spunto di riflessione. Il buon Massimo, citato in apertura, infatti mi ha con molto garbo manifestato una sua critica nei confronti del giornale e in particolare dei recenti editoriali da me firmati. La loro lettura infatti a suo giudizio negli ultimi tempi sarebbe diventata più ostica rispetto al passato. Alla mia richiesta di spiegazioni su cosa esattamente intendesse, Massimo mi ha risposto che negli ultimi mesi si era trovato a dover rileggere più di una volta quello che avevo scritto per poterlo comprendere dopo una giornata di lavoro. In modo più o meno scherzoso ho replicato che lo consideravo una specie di complimento. Ovviamente non intendevo né sottovalutare né invertire i valori critici del suo giudizio e del suo pensiero,

cosa che spero di essere riuscito a chiarire nel corso della conversazione, ma non nascondo che ci siano davvero degli aspetti che mi gratificano in questa affermazione di Massimo. Proverò a spiegarmi prima di creare malintesi. Allora, so bene che il primo dovere di chi si prenda la briga di comunicare qualcosa pubblicamente, e non a consessi ristretti e/o dagli interessi specializzati, è quello di risultare comprensibile a tutti. Sono il primo a detestare chi si fa scudo dello strumento linguistico per affermare il proprio potere su chi lo ascolta e per questo cerco in genere di mantenere un registro comprensibile al maggior numero possibile di persone. Nello stesso tempo però ritengo che rendere comprensibile un discorso non implichi necessariamente privarlo di contenuti: di forme di annullamento intellettuale ne subiamo quotidianamente quantità letali e se ogni tanto facessimo fare anche un po’ di ginnastica ai nostri neuroni credo non ci

farebbe male. Se qualche volta le cose che scrivo, dovessero assolvere a questo compito, beh non mi dispiacerebbe davvero. Anche se fosse costretto a rileggere la pagina più di una volta o a rimandarne la lettura a momenti di maggior freschezza. Detto questo se fossero in molti a manifestare le stesse perplessità di Massimo, vorrà dire che andrò a risciacquare la lingua non nelle manzoniane acque dell’Arno, ma in quelle più vicine e corrosivamente inquinate del Lambro. Di fatto la conversazione con Massimo mi ha in ogni caso risvegliato riflessioni che si sono incrociate con altre già suggerite dai commenti in rete agli editoriali. Una è quella di constatare come la lettura per molti non sia fatta sulla base del testo, ma su quello che aprioristicamente si presuppone che l’estensore volesse dire, cosa spesso coincidente con il pensiero del lettore. A volte mi è capitato di vedere trasformare il senso di ciò che avevo scritto fino ad abbattere a livello zero quel minimo di speculazione che avevo tentato di trasmettere. Credo che questo sia il frutto da una parte della distrazione con cui affrontiamo la lettura, dall’altra dell’abitudine a non approfondire minimamente le nostre capacità di riflessione. Attitudine che si trasforma certamente in una lode a chi da oltre vent’anni lavora in modo indefesso per creare consumatori ed elettori inconsapevoli e arrendevoli, sfruttando soprattutto lo strumento televisivo. Al tempo stesso questa constatazione mi conferma della necessità che ognuno di noi faccia quanto in suo potere per ribilanciare la situazione. Ognuno di noi vuol dire tutti, compreso chi, come me, scrive per una rivista dedicata agli appassionati di fotografia e chi, come voi, la legge. Non credo, come non lo credevo da adolescente, di poter salvare il mondo, ma sono convinto che anche scattare una fotografi a per divertirsi possa diventare un esercizio di consapevolezza. Non credo che divertimento equivalga a girare l’interruttore del cervello su Off, come a molti fa comodo che accada. Dare sfogo alla propria passione può significare esercitare il proprio diritto di scelta, scoprire la consapevolezza di sé attraverso ciò che ci piace fare, imparare a manifestare la propria opinione su qualcosa e, prima ancora, imparare a farsi un’opinione e non a farsela fare.

Tutte cose che dovrebbero costituire il bagaglio esperienziale minimo di ognuno di noi, ma che invece non sempre mi capita di vedere esercitare, relegando (tanto per rimanere al nostro specifico) la fotografi a a una mera esibizione destinata a raccogliere il plauso di qualche amico reale o virtuale, perdendo di vista priorità ben più importanti. Per capire il senso di queste parole provate a guardare in modo critico gli interventi dei lettori sulla pagina di Facebook de IL FOTOGRAFO che per oltre il 98% non sono altro che la ricerca di una sterile esibizione del proprio lavoro in una pagina che in quanto molto frequentata, garantisce un po’ di visibilità in più. E a questo proposito consentitemi, prima di chiudere, di togliermi un sassolino dalla scarpa. Ad agosto abbiamo dichiarato il sostegno della rivista alla campagna di sensibilizzazione lanciata dal British Journal of Photography. Successivamente abbiamo chiesto, tramite la pagina Facebook e l’invio di oltre quattromila e-mail agli iscritti, di raccontare le esperienze in cui si sia subita una limitazione al proprio diritto di fotografare. Bene ci hanno risposto cinque persone a oggi. E di queste due o tre hanno espresso perplessità circa il fatto di occuparsi di avvenimenti accaduti in Gran Bretagna o sull’opportunità di preoccuparsi di certe sciocchezze. Pochi, davvero pochi sembrano aver compreso che in gioco non ci sono sciocchezze e tanto meno sciocchezze inglesi, mentre gli impliciti di certe azioni vanno ben oltre il diritto a fotografare ciò che si desidera... Anche per questo, Massimo, credo che fare un po’ di fatica per leggere l’editoriale de IL FOTOGRAFO e concedersi con meno fretta e maggiore consapevolezza, possa essere un primo, piccolo passo per iniziare la ricerca di una consapevolezza ogni giorno più necessaria e ogni giorno più lontana. Buona rilettura a tutti!

n. 209 - settembre 2009



Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di ottobre 2009 de IL FOTOGRAFO.



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