lunedì 25 febbraio 2008

Dalla memoria all’oblio


La fotografia è davvero memoria? Sarebbe forse più giusto chiedersi se si tratta di una memoria collettiva o personale. Nella fruizione più comune si tratta di qualcosa che attinge profondamente alla storia dei singoli individui e assolve alla funzione di regalare loro la possibilità illudersi di bloccare il tempo. È il tipico caso delle foto ricordo che consentono di vincere la corsa contro il tempo, arrestandolo e riportandolo indietro ogni volta che che lo si desideri semplicemente con uno sguardo su una fotografia. Si tratta di una condizione individuale, condivisa da un numero limitato di persone che siano in possesso della stessa esperienza relativamente all’oggetto-soggetto dell’immagine fotografica. Il discorso però si allarga quando dalla fruizione personale si passa a una di massa, dove l’immagine fotografica può in effetti riuscire a trasmettere dei valori che esulano dal personale. In questi casi però l’immagine fotografica o meno che sia deve riuscire a comprendere in sé una serie di valenze che ne permettano una condivisione che vada al di là dell’appartenenza ad un gruppo ristretto. È il caso di alcune immagini che si sono trasformate in icone in quanto riuscivano a raccogliere al loro interno una serie di valori che potevano essere considerati comuni da una platea vasta. Di fatto nella pratica quotidiana dell’utilizzo della fotografia, i valori universali, quelli che ogni essere umano si porta dentro indipendentemente dalla propria formazione culturale, sono quelli dei sentimenti profondi, primo fra tutti la sofferenza spesso connessa all’angoscia per la morte. Non a caso le immagini fotografiche che più spesso vediamo nella vita di tutti i giorni, quelle connesse alla documentazione fotogiornalistica, sono fin troppo spesso legate proprio a questo tipo di tematiche. L’abuso di queste ha poi prodotto una, spesso politicamente strumentale, anestetizzazione della sensibilità individuale e collettiva nei confronti proprio di immagini che rappresentano i momenti più vivi e intensi dell’esistere umano. Si assiste così sempre più spesso al paradosso di fotografie che, nate per affondare nell’essenza stessa dell’uomo finiscono per produrre il distacco dell’individuo da quanto più profondamente lo esprime e descrive. E da un gesto di memoria finisce per generarsi oblio. Ma non è una responsabilità delle immagini, è una responsabilità di chi ne fa uso condizionandone sia la fruizione sia la produzione.
n.191 - marzo 2008




Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di aprile de IL FOTOGRAFO.



AddThis Social Bookmark Button



Puoi contribuire alla diffusione di questo post votandolo su FAI.INFORMAZIONE. Il reale numero di voti ricevuti è visibile solo nella pagina del post (clicca sul titolo o vai sui commenti).

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.


Posta un commento