domenica 28 ottobre 2007

Perché fotografiamo?


Uno dei vantaggi derivanti da determinate posizioni frutto di un impegno lavorativo, e di osservazione privilegiati su determinati parti di mondo. Nel mio caso specifico questo si concretizza nel poter osservare il pianeta della fotografia. Un territorio potenzialmente immenso, anche a volersi semplicemente limitare alla realtà italiana, ma che alla fin fine si esaurisce in un numero abbastanza limitato di protagonisti realmente attivi. Si tratta del risultato, ce lo siamo raccontato già troppe volte per insistere sull’argomento, di una diffusa non conoscenza della fotografia autoriale e della passiva reiterazione di modelli culturali statici e privi di capacità di rinnovamento. Se si guarda all’utenza definita amatoriale permane una confusione fondamentale tra fine e mezzo che finiscono per divenire un elemento unico che si dibatte all’interno di ripetizioni che si autoalimentano. Lo strumento che per definizione dovrebbe essere solamente un mezzo attraverso il quale si manifesta una volontà di espressione, finisce nei più accalorati per essere l’unico obiettivo da raggiungere. Di fronte a queste considerazioni più volte ripetute il sommesso invito che vorrei fare a chi avesse la bontà di leggere queste righe è quello di fermarsi per un attimo a riflettere su quali siano le motivazioni che lo inducono a compiere un gesto fotografico. Perché fotografiamo? Cosa ci spinge a definire porzioni di mondo all’interno di un’inquadratura? Si tratta di una domanda elementare, ma forse come tutte le cose apparentemente semplici permette di scoprire verità interessanti, e forse perfino di dare un senso alle azioni che compiamo. Vogliamo rappresentare il mondo come lo vediamo? Oppure cercare di bloccare il trascorrere del tempo lenendo l’ansia che deriva dalla coscienza di una dimensione terrena transitoria? Spesso non ce ne rendiamo conto, ma proprio quest’ultima è una delle motivazioni più diffuse per premere il pulsante di scatto da parte di chi non nutra particolari velleità e/o profondi interessi nei confronti dell’immagine fotografica. Scattiamo per fermare un momento, bloccare il tempo, ancorare il nostro ricordo ad un’immagine, per fermare il volto di qualcuno nel tempo arrestandone l’invecchiamento su un rettangolo di carta. E quale trasformazione ha portato l’impiego di una fotografia immediata, impalpabile, che compare su uno schermo a cristalli liquidi e sempre meno spesso viene stampata? Come vivono i nostri figli l’immagine fotografica di cui sono accaniti consumatori, ma apparentemente solo per una condivisione di pochi istanti, prima che l’immagine scompaia nel buio delle memorie di cellulari o nei miasmi di qualche raccoglitore di immagini in rete? Quante domande si possono fare sulla fotografia che consumiamo tutti i giorni... eppure nonostante le trasformazioni tecnologiche le domande che continuo a sentire più spesso suonano sempre allo stesso modo. Se prima si chiedeva che pellicola era stata usata ora si chiede quanti megapixel offre il sensore della macchina. Insomma la tecnologia sarà anche cambiata, ma in pratica tutto il resto è rimasto uguale: lo strumento continua a essere un fine per la maggioranza e quasi nessuno si chiede perché sta facendo qualcosa.
n.187 - novembre 2007





Posta un commento