domenica 30 maggio 2010

La necessità della Cultura*




Mi viene in mente un concetto espresso da Gianni Berengo Gardin, che una volta disse di non capire per quale motivo se abbiamo di fronte un medico ci aspettiamo che abbia fatto cinque anni di università, più una specializzazione, magari due. In totale troviamo normale trovarci di fronte a una persona che abbia studiato per otto o dieci anni consecutivi per esercitare la propria professione. Allo stesso modo al cospetto di un ingegnere o di un architetto ci aspettiamo che abbia alle spalle come minimo i suoi cinque anni di università. Ma di fronte a un fotografo chi se lo chiede quanto abbia studiato per poter fare quello che fa? La percezione del mestiere di fotografo nel nostro Paese è legata all’artigianalità fai da te. Ciò è drammatico perché è concausa nella creazione di buona parte delle situazioni di cui si discute nell’ambiente del fotogiornalismo. 

Anni fa, facendo il militare conobbi un ragazzo, di cui non ricordo più il nome, che aveva il padre che faceva il fotografo nella cronaca a Roma. Qualche anno dopo la fine del servizio militare mi capitò di incontrarlo nuovamente per puro caso, e questo ragazzo mi invitò ad andarlo a trovare nell’agenzia del padre, avendo saputo che nel frattempo avevo iniziato a lavorare nel mondo della fotografia. Il padre era un personaggio che, a dire il vero articolava dei suoni a malapena intellegibili come una lingua prossima al romanesco. Bene quest’uomo quando lo incontrai si vantò come prima cosa del fatto che «Aho, 'ecche, 'e foto mica 'e firmavo, io! 'Ecche so scemo?! Si nne 'e firmavo e potevo venne sia ar Tempo che ar Messaggero!» che per i non romani significa: «Io non firmavo le foto, non sarebbe stato conveniente per me, dal momento che in questo modo mi era possibile venderle contemporaneamente sia a Il Tempo sia a Il Messaggero (testate notoriamente in concorrenza sulla piazza romana)». Ora, quando la profondità culturale del fotografo è stata di questo tipo (oggi mi auguro che nessuno si sogni di fare una cosa del genere) è inevitabile che si sia prodotta una percezione del professionista fotografo tutt’altro che lusinghiera. Del resto sfido chiunque di fronte a una speculazione tanto profonda a stimare professionalmente chi la esprime. Come si può rispettare chi per primo non mostra rispetto per il proprio lavoro? Ovvio che chi ha intrapreso il lavoro dopo certi personaggi, mi riferisco ai fotografi della mia generazione più o meno, ha dovuto affrontare come un problema ciò che in realtà sarebbe un diritto, ovvero la firma del proprio lavoro con tutto quello che ciò significa. È facile capire come, in un mondo abituatosi a rapportarsi ai fotografi quasi come a una razza inferiore, sia difficile riscontrare una disponibilità accettarne il ruolo professionale in base a schemi paritetici. 

Nella mia esperienza di insegnamento nelle scuole di fotografia, strutture che raramente si preffigono altro reale obiettivo se non quello del guadagno nella più pura delle prospettive aziendali, mi sono confrontato per molti anni con persone che si rivolgono a istituzioni private a pagamento pensando di ottenere soluzioni taumaturgiche per accedere alla professione, aspettandosi di ricevere per osmosi o semplice frequentazione le conoscenze necessarie. La cosa più difficile da far capire a questo tipo di persone è che per acquisire una professionalità è necessario mettersi in gioco personalmente. In modo profondo per imparare attraverso lo studio teorico e pratico le conoscenze necessarie ad affrontare la professione. Nell’ultimo corso iniziato poche settimane fa, ad esempio, mi è stato fatto notare dagli studenti che non è necessario conoscere gli autori e la storia della fotografia… 

Purtroppo non si può pensare di affrontare una professione se non si ha come minimo quella curiosità che ci spinge a indagare alla ricerca di quelle conoscenze che una volta metabolizzate ci permettono di passare da una condizione di potenza a una di atto. La soluzione per fortuna non è uguale per tutti, ognuno ha una sua sua soluzione, un suo modo di risolvere le cose, una  personalità che lo porta a elaborare uno stile. Ma lo stile non è un qualcosa che si compra al mercato. Lo stile è qualcosa che si costruisce passando per una fortissima fase mimetica e attraverso il superamento e la metabolizzazione della stessa. Bisogna avere quel minimo di umiltà che permette di guardare cosa fanno gli altri per prenderne le parti che riteniamo positive e farle diventare nostre. Certo se passiamo tutta la vita solo a copiare gli altri allora c’è davvero qualcosa che non va, ma stiamo parlando di problemi che non si risolvono durante un convegno professionale, quanto piuttosto dallo psichiatra o dal neurologo. 

Dobbiamo metterci in testa che la creazione di uno stile è il frutto dello studio di anni fatto guardando i lavori degli altri, leggendo libri, guadando film, ascoltando musica, leggendo letteratura,  guardandoci intorno. Non è qualcosa che riguarda solo la fotografia. Spesso sento parlare della necessità di una Cultura della fotografia… ma cosa è la cultura della fotografia? Già se parlassimo di cultura dell’immagine il discorso sarebbe un po’ più accettabile. Se ci limitassimo a parlare di Cultura? La Cultura non è un sistema a scatole chiuse. Fare una fotografia, arrivare a raccontare una storia che sia fotogiornalistica o uno still-life del prosciutto di Parma implica una serie di consoscenze che vanno ben oltre il discorso fotografico. E sono queste a fare la differenza.
* trascrizione parziale di un intervento effettuato nel corso del convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana, tenutosi a Roma il 24 aprile 2010.



AddThis Social Bookmark Button
Posta un commento