martedì 6 gennaio 2009

Cose... strane dal mondo (della fotografia)


Uno slogan pubblicitario piuttosto famoso di qualche tempo fa recitava cose buone dal mondo… oggi forse sarebbe il caso di riciclarlo in cose strane dal mondo (della fotografia). O almeno questo è quello che mi viene da pensare rovistando nei meandri di internet quando vengo in contatto con quelle informazioni che testimoniano come la fotografia venga ogni giorno che passa sempre più contaminata da operazioni che con essa hanno oggettivamente poco a che vedere. Non voglio fare moralismo di basso livello, ma vedere come soprattutto certi settori stiano mostrando sempre più chiari i segni di quella che, più che una trasformazione, sembra essere una vera e propria corruzione, riesce sempre a mortificarmi in profondità. Soprattutto quando si è costretti a verificare come dietro a certe vicende ci siano sempre gli stessi denominatori comuni. Mi riferisco soprattutto alle operazioni che si svolgono intorno e dietro alle immagini fotogiornalistiche. Nel recente passato abbiamo già visto finire in gallerie d’arte immagini nate per documentare guerre e disastri in tutto il mondo. La questione etica sull’opportunità di fotografare la sofferenza, quando non direttamente la morte, è probabilmente vecchia quanto il fotogiornalismo e non credo valga la pena di versare altro inchiostro sull’argomento. Accettiamo che ognuno faccia i conti con la propria coscienza quando decide di far circolare determinate immagini. Limitiamoci però a smettere di credere che nel mondo odierno (e probabilmente anche il quello passato) il fotoreporter possa assolvere a una funzione salvifica nei confronti del mondo. Le fotografie non hanno quasi mai cambiato gli orientamenti di chi decideva della nostra sorte, figuriamoci se possono farlo oggi. Ma non accettiamo che immagini di sofferenza nate per documentare, informare di cosa stava accadendo in un determinato luogo chi in quel luogo non poteva recarsi, finiscano per diventare oggetto di mercimonio para artistico. Soprattutto se in esse è raffigurata la sofferenza di qualcuno. Mi chiedo sempre che effetto ci farebbe sapere che qualcuno si è appeso sopra al camino di casa la foto del cadavere di un nostro parente o di un amico… Che poi i ricavati siano devoluti o meno ad associazioni umanitarie cambia davvero di poco la sostanza dei fatti. Non sorprendiamoci se un domani qualche fotoreporter finirà nel mirino di sbandati che individueranno in loro i soggetti su cui rifarsi delle migliaia di dollari ricavati vendendo una singola foto di qualche loro compagno di lotta o di sventura. Non meravigliamoci perché pur essendo nel torto avranno una parte di ragione. Soprattutto se poi possiamo ritrovare immagini degli stessi autori come etichette su una bottiglia di nobile vino toscano. Certo ancora una volta si addolcisce (stavolta dichiarandolo chiaramente fin dall’inizio) il cambio di destinazione d’uso delle foto con una raccolta fondi a favore di una nota associazione di volontariato internazionale attraverso la vendita di un catalogo che accompagna la mostra allestita per sottolineare l’operazione. Ma rimane il fatto che qualcuno si porterà sul tavolo le immagini realizzate per documentare un’epidemia di colera, terremoto che ha causato decine di migliaia di morti e così via. Certo se da una parte è vero che si tratta delle bottiglie adatte per brindare al novello 2009 che si preannuncia ben carico di tempeste, dall’altra non posso che rimanere quantomeno perplesso nei confronti di chi certe idee se le fa venire e di chi le accetta o condivide. Ovviamente a fronte dell’imperativo consistente nel lanciare un grido d’allarme per quanto accade, c’è la precisa volontà di non concedere ulteriore spazio alla visibilità ricercata dai protagonisti della quantomeno discutibile operazione, ragion per cui ne ho deliberatamente omesso i riferimenti. Sappiate però che accade davvero. E che dovremmo vergognarcene tutti. Almeno un po’.

Sandro Iovine

n. 201 - gennaio 2009



Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di febbraio de IL FOTOGRAFO.



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