venerdì 16 novembre 2007

Quanto vale un cadavere in galleria?

Se dovessimo assumere come parametro le quotazioni che si possono leggere sul sito della CVZ Contemporary,

una galleria d’arte con sede a New York, l’incremento di quotazione offerto da un bel cadavere all’interno di un’inquadratura si potrebbe quantificare grosso modo in cinquemilacinquecento dollari circa. Questo sembra potersi dedurre andando a verificare le quotazioni pubbliche delle opere dell’artista (come recita il sito di CVZ Contemporary) Paolo Pellegrin.

Permettetemi a questo punto di aprire una piccola parentesi per esprimere l’immensa soddisfazione che mi fornisce constatare come un grandissimo fotografo sia riuscito con grandi grandi sforzi e sacrifici (ricordate Off Braodway per esempio?) ad affrancarsi dalla economicamente infamante etichetta di fotogiornalista, guadagnandosi sul campo quella di artista.
Chiusa la notazione encomiastica, torno ai criteri di quotazione della suddetta galleria CVZ Contemporary. Osservando le quotazioni di Pellegrin si può constatare come oscillino da un minimo di 1.800 dollari per un’immagine in tiratura non dichiarata (!!!) in formato 30,5x40,6cm Gelatin Silver & pigment ink print fino a un massimo di 12.500 dollari per una fotografia Gelatin Silver & pigment ink print sempre in tiratura non dichiarata (!!!) in formato 121,9x177,8cm.

E qui permettetemi una seconda parentesi. Quotazioni come queste sono interessanti sì, ma solo le paragoniamo con le cifre offerte dall’editoria per l’utilizzo delle stesse immagini. Altrimenti mi verrebbe spontaneo dire che un artista dall’indiscusso valore come Paolo Pellegrin, dovrebbe ambire decisamente a qualcosa in più e sarebbe interessante conoscere i criteri di attribuzione delle quotazioni utilizzati dai curatori di CVZ Contemporary che forse non rendono pieno merito al valore dei loro rappresentati. Ma il problema non è certo questo. Paolo Pellegrin è certamente uomo intelligente e maturo e conosce il mercato sicuramente meglio del sottoscritto, per cui se ha accettato la cosa avrà ben fatto i suoi conti.
L’aspetto interessante della questione è che le quotazioni più elevate sono attribuite sistematicamente alle stampe di dimensioni maggiori. Ma fin qui è ancora tutto regolare visto che tutto ciò nella valutazione a peso dell’arte rientra nella norma.

Un po’ più singolare invece mi pare che sia il fatto che al crescere di dimensioni e prezzo corrisponda quasi sempre la comparsa di un bel cadavere fresco fresco di combattimenti, bombardamenti o comunque di morte che è facile dedurre essere stata violenta. Tragicamente comico il constatare che se invece appaiono solo pezzi di membra umane buttati in terra in sacchetti di plastica trasparente, allora il prezzo torna ad essere relativamente contenuto.

Non sarà che anche il contenuto viene valutato a peso, ma stavolta in senso letterale? In fondo anche quando andiamo da un macellaio se compriamo l’animale intero lo paghiamo di più che una sola zampa, no? Di sicuro si tratta di una coincidenza e le valutazioni dei curatori di CVZ Contemporary sono solamente di tipo artistico e non relative al contenuto dell’opera, ma certo che qualche dubbio viene a guardare il sito.
Chiudo rivolgendo un sincero augurio affinché Paolo Pellegrin riesca a raccogliere un successo artistico universale e conclamato con le proprie opere, tanto da rendere legittimo il fatto che si smetta finalmente di chiamarlo fotogiornalista. Sono certo che in molti, e forse lui per primo, ne sarebbero lieti.




Dall'alto:

La home page del sito della galleria newyorkese CVZ Contemporary.

La pagina del sito di CVZ Contemporary dedicata alla'artista Paolo Pellegrin.


Una fotografia di Paolo Pellegrin in vendita presso la CVZ Contemporary: formato piccolo e nessuno cadavere: 1.800 dollari.

Cliccando le miniature nella pagina dedicata al lavoro di Paolo Pellegrin è possibile accedere alle quotazioni di mercato e alle caratteristiche dell'immagine. Cadavere e grande formato: 12.500 dollari.

Un ultimo esempio tratto dalla sezione dedicata dal sito di CVZ Contemporary a Paolo Pellegrin, il formato è intermedio e di cadavere solo pezzi in confezione cellophanata tipo supermercato: 3.000 dollari.







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24 commenti:

oratore ha detto...

e poi sarei io cavallo pazzo? ma sei incredibilmente pieno di livore contro i tuoi simili, ma che esempio dai ai giovinetti che pendono dalle tue labbra per apprendere gli "arcana" della fotografia. E' istigazione questa, a dubitare dell'artisticita' di un artista, della correttezza di una galleria, ecc. Dai un cattivo esempio, rischi di plagiare i giovani che leggono questo blog. se la sono presa tutti con me quando ho criticato le foto blu di donne nude apparse sul fotografo, inutili come quelle del caro Vidor.
E ora tu infierisci contro l'operato del nostro, anzi Nostro famoso fotg... no Artista Pellegrin.
Gia' una volta sollevammo noi quest'argomento, che ora si ripropone : in mezzo ad altre cose noi infilammo pure questa domanda : e' ragionevole strapagare una stampa fotografica che puo' avere migliaia di sorelle tutte uguali? nell'era della riproducibilita'? non riswpose nessuno, forse e' un problema che mi pongo solo io.
ora voglio vdere almeno 35 commenti tutti uguali, tutti pieni di piagnistei inviperiti contro le fotografie ( pardon operedartedipellegrin) che mostrano membra strapazzate di cadaveri.
salutamu

:: haku :: ha detto...

bentrovato oratore... spiacente ma non riuscirei nemmeno sforzandomi ad associare, anche per reconditi motivi, questa pagina alle questioni sulla copertina e sulle insignificanti foto di Warkentin. per inciso già allora il tema copertina aveva distolto dal tema originario, che era la ben più interessante cover story su Hiroshi Sugimoto, per il quale peraltro lo stesso Iovine utilizzò ben consapevolmente e argomentandolo il termine artista, anzi «artista contemporaneo», non superflua precisazione.
per il resto, nonostante sia in buona parte d'accordo con oratore, nonostante creda di comprendere il suo tono, che può persino divertirmi, non riesco nemmeno a sorridere avendo prima letto Iovine. mi pare che la questione qui posta sia ben più grave. e non ho bisogno di spiegare il perché ripetendo quello che sta scritto nella sollecitazione di Sandro. basta leggerla. e guardare le foto.
tornando all'innominabile PP ancora una volta ho l'impressione che il «talento [...] cristallino» di Pellegrin sia al servizio di una composizione sapiente e crudele, di un bianconero accattivante e bruciante, che permettono il passaggio sulla sponda dell'"estetizzato". questo traghettamento rende "lecito" (in senso mercantile) tutto a partire dalle stampe sovradimensionate a finire alle quotazioni in proporzione ai cadaveri presenti nel fotogramma. e qui a me vengono i brividi: perché forse non ci si rende più conto che quei cadaveri (o pezzi...) erano nel fotogramma e cioè nella realtà prima di essere ripresi e stampati. erano persone morte. non la creazione della fantasia di un uomo, ma il frutto della presenza di un uomo sul posto, un uomo che ha scelto di scattare.
per denuncia? per informazione?
le gallerie d'arte non sono il medium per veicolare questo genere di informazione presa sul campo, le gallerie possono veicolare forse un'elaborazione complessa di questa informazione ma non la sua (per quanto magistrale) "mera" ripresa (non mi si fraintenda). se devo essere sincera penso che in tutto questo certa arte contemporanea abbia una responsabilità, avendo contribuito a far perdere il senso del simbolico e con esso della sua distinzione dal reale, a favore della carne sbattuta in faccia allo "spettatore"... spesso con la pretesa di fare della denuncia. intendo dire che se un cosiddetto artista durante una cosiddetta performance si esibisce rischiando ad esempio di ustionarsi, o infliggendosi incisioni che sanguinino et similia... porta lo spettatore a credere (essendo esso spettatore) che quel gesto sia una rappresentazione ma quel gesto invece è vero e non è nemmeno protetto dalla sfera del sacro che distingueva questi gesti nelle Tradizioni permettendo di accedere ad un senso preciso e pregnante. quello del performer è un gesto senza retaggio, senza passato, senza codici di lettura se non quelli personali del performer stesso. per un esterno è un gesto rappresentato ed essendo percepito come tale è come fosse dietro uno schermo o su un palco. dietro uno schermo e su un palco nella nostra esperienza il 90% è finzione.
una fotografia ormai nella nostra percezione pare equivalere ad uno schermo che ci racconta una fiction se noi non rammentiamo che la fotografia è stata scattata dove qualcosa è accaduto veramente e senza finzione. a mio parere la coscienza di questa distinzione è sempre più esile e su questa esile e scivolosa soglia ci stiamo perdendo pericolosamente.
non distinguere più l'origine di un'immagine, la sua "matrice" nel reale, a me pare gravissimo. siamo così abituati a vedere attraverso schermi, a produrre e fruire simulazioni che forse non riconosceremmo un'atrocità reale nemmeno avendola davanti, poiché potremmo crederla distinta da noi come una rappresentazione e sentircene protetti finché non ci colpisse personalmente.
spacciare queste fotografie come arte (finzione, imitazione) temo possa portarci a velocizzare questo raccapricciante processo di distacco dalla realtà e soprattutto dalla coscienza, oltre ad insultare i morti rendendoli elemento compositivo... è difficile credere che queste fotografie così presentate susciteranno reazioni etiche...
e forse è difficile anche pensare a questo punto che l'obiettivo di PP siano reazioni etiche dal momento che sembra volersi suicidare come reporter e voler confondere le proprie foto nel velo di finzione dell'arte...
ma Pellegrin ora deve decidere: se vuol fare l'artista oggi potrebbe ad esempio mutilarsi lui durante una performance, ma non può spacciare per esiti di performance le sue foto di guerra. e se vuol fare il fotogiornalista altrettanto non può spacciare per arte le sue foto di guerra e deve raccontarci qualcosa di più di una perfetta composizione di cadaveri in estetizzante bianconero.

come provocazione forse si potrebbe dire che una maschera mortuaria non è un ritratto e viceversa, infatti le Arti erano dette "mimetiche".

Claude Andreini ha detto...

Mi sembra ovvio che il "cadavere" da un valore aggiunto ad una opera. Questo non significa di certo che Pellegrini calcola questo incremento di valore quando scatta. Infatti quel che conta, per me è quanto dice la foto ossia se la presenza del "cadavere" è gratuita o no, se risponde all'appagamento di un voyeurismo malsano o se aiuto a trasmettere un messaggio che il fotografo vuole trasmettere. Il riultato solo conta. Witkin ci propone la quintescenza del cadavere. Di certo con nobiltà.
Invece un esempio malsano di cadavere gratuito corre i sui blog e, personnalmente , faccio di tutto per sabotare chi lo ha "prodotto," ossai un certo costaricano di nome Gugliermo Vargas. Questo tipo ha fatto crepare di fame e sete un cane, accanto a cibo ed acqua, in una galleria d'Arte. Purtroppo alcuni addetti ai lavori come il direttore di FLASH ART, Politi, hanno preso drasticamente la difesa di questi tipo, nel nome della libertà creativa e punta estrema dell'Arte. Chi vuole leggre la diatriba può andare su questo link:
http://borisbrollo.splinder.com/post/14671703

Claude Andreini

:: haku :: ha detto...

Claude... se non sbaglio infatti Witkin non fa per professione il fotogiornalista né fa foto appartenenti al linguaggio del fotogiornalismo... fino a prova contraria invece Pellegrin è un fotografo di Magnum...

Sandro Iovine ha detto...

A me invece non sembra per niente ovvio che un cadavere conferisca un valore aggiunto, anche se comprendo il tono ironico-sarcastico di Claude Andreini. E aggiungo che spero di continuare a non abituarmi a un’idea del genere. Il problema su cui volevo puntare l’attenzione non è tanto se Pellegrin calcoli o meno la presenza del cadavere, ognuno può trarre le sue conclusioni anche in base alle dichiarazioni riportate in questo stesso blog sia in interviste video sia in pezzi di intervista citati in altri post e linkati in quest’ultimo. Il problema è lo scarto di significato che assume un’immagine di fotogiornalismo quando viene decontestualizzata e portata in una galleria d’arte, dove appunto se ne perdono i connotati originari per una mercificazione che sembrerebbe proprio mirata a stimolare il peggiore dei voyerismi. Di questo non reputo responsabile certo l’autore, quanto il gallerista-curatore. All'autore semmai si può imputare la responsabilità etica di aver accettato la trasformazione d’uso, per così dire, delle proprie immagini rispetto alle motivazioni per cui erano state concepite. Motivazini all’interno delle quali la presenza di determinati soggetti assume una collocazione etica decisamente più accettabile. Quanto alla citazione di Witkin, non mi pare di grande pertinenza proprio perché questo autore non ha mai dichiarato di voler essere un fotogiornalista, constatazione che peraltro non manca mai di rincuorarmi.

rijeka ha detto...

Il problema è proprio questo: l'ambito di riferimento. Infatti ciò che è più agghiacciante non è tanto il mostrare dei cadaveri o parti di membra umane (cosa a cui la televisione e la stampa ci ha ormai largamente abituati...) né tantomeno il prezzo di vendita, ma piuttosto l'operazione commerciale che Mister PP sta autorizzando sulle proprie immagini. Inserirle nel circuito dell'Arte infatti, a mio parere, le priva di ogni contenuto informativo...e allora che senso hanno quelle foto? Se non servono a raccontarmi una situazione, se non vengono giustificate da un serio impianto narrativo, ma vendute singolarmente "e tanto al kilo", allora che differenza fa per chi compra che quel cadavere sia iracheno, boliviano o africano? Nessuna, poiché viene annullata ogni connotazione informativa. Ma allo stesso tempo allora, se il contenuto si esaurisce unicamente con l'estetica, beh, allora siamo lontani anni luce anche dall'Arte (molto lontani soprattutto dalle sperimentazioni di Vargas). Inserite in quel contesto, dunque, quelle immagini si trasformano in una sorta di "ibrido fotografico", sicuramente di dubbia eticità, ma di sicuro successo in una società che fa della "contaminazione di generi" la sua principale strategia comunicativa. Ma ai miei occhi perdono ogni valore: troppo poco "narrative" per essere informazione, troppo poco "sperimentali" per essere arte.

Bahialinda ha detto...

Da parte mia non vedo come negativo che un fotgrafo riesca ad imporsi anche nel mondo dell'arte vedo invece MOLTO negativo che per vendere si debba usare l'immagine di una Persona morta.
Questo credo sia davvero macabro e sinceramente personalmente non potrei mai appendere una foto del genere nel mio salotto, anche se si tratta di una foto di Pellegrin per il quale, non vogliatemene, ho un debole !!!
Ma il mio debole non mi trattiene dal criticarlo.
Forse una foto con cadavere ha senso in un reportage da un paese in guerra, ma non ne sono nemmeno tanto convinta.
Nel senso che la guerra è documentabile anche senza il cadavere, vedi ad esempio Francesco Zizola (penso ad esempio alla foto del ragazzino che scappa davanti ad un muro tutto crivellato di colpi ... il muro), anche questo è raccontare la guerra ma con un occhio molto più umano e più rispettoso verso le Persone che in quella guerra purtroppo ci vivono.
Ho visto Broken Landscape di Pellegrin, sinceramente le sue foto mi sono piaciute molto, credo che sia un grande fotografo, ancora non ho capito però quanto queste foto siano costruite prima e dopo e quanto siano davvero prese sul campo.
Ecco, in un contesto come una mostra ci sta anche che le foto ritraggano dei morti (mammamia che macabro però) perchè in questo modo ha sicuramente descritto alcuni scenari di un "paesaggio rotto" ed ha (forse) attirato l'attenzione sul conflitto fotografato (o su sè stesso ? Ora mi sorge il dubbio !).
Ma che nell'arte si debba metterci il morto no, non lo considero necessario e nemmeno utile.
Siamo così assuefatti all'immagine del morto che non facciamo più caso a quante Persone davvero muoiono in un giorno nel mondo a causa della guerra (se posso permettermi sul sito http://www.peacereporter.net/default.php c'è un aggiornamento settimanale dei morti per guerre ... ed è pazzesco !) e forse la colpa di questo è anche un pò di Pellegrin e di chi, come lui, ci mette il morto in ogni sua foto.
Credo che siano persone che hanno capito alla perfezione il linguaggio fotografico ma che lo sfruttino nel peggiore dei modi ... e in questo li trovo (e trovo Pellegrin) molto subdoli perchè, scusate la frase fatta, ma vivere sul dolore altrui è davvero da persone piccole.
Resto dell'idea che Pellegrin sia un bravo fotografo ... ma ogni giorno metto in discussione questa mia convinzione, se poi leggo discussioni come queste ancora di più viene da riflettere ...
Saluti Bahialinda - Paola

andy ha detto...

Per capire qualcosa sposterei il punto di vista, dalla foto appesa in galleria alla fotografia comprata da qualcuno per 1.800 dollari o più. Questa persona entra in galleria, chiede gentilmente il prezzo, conferma che se lo può permettere e si porta a casa il pacchettino con l'immagine di un uomo, solitamente un poveraccio, che dall'altra parte del mondo ha vissuto probabilmente male tutta la vita ed è morto peggio. Dopodichè il compratore organizza un party con gli amici e mostra orgoglioso l'ultimo acquisto, non importa se ne capisce il supposto valore artistico, e tutti, immagino, guardano l'uomo morto dall'altra parte del mondo e si complimentano con il compratore tanto coraggioso e di tendenza, che tiene nel salotto di casa la faccia di un uomo morto dal'altra parte del mondo, magari morto proprio a causa del fatto che il compratore ha eletto un Presidente che ha dichiarato una guerra alla nazione dove viveva l'uomo morto dall'altra parte del mondo. Poi i presenti finiscono di bersi il loro drink, discutono magari della borsa che va giù e se ne vanno a casa e nel salotto del compratore si spengono le luci e lui va a dormire mentre l'uomo morto dall'altra parte del mondo resta lì come un fantasma e aspetta; sì aspetta che magari Paolo Pellegrin che è diventato più ricco perchè ha avuto il coraggio di fare il fotogiornalista dall'altra parte del mondo e che ha incontrato un gallerista che lo ha reso artista, dichiari che lui ha fatto quella foto per far sapere al mondo cosa succede dall'altra parte del moondo, oppure aspetta che al compratore durante la notte venga un incubo nel quale viene torturato o ucciso da un'autobomba o altre simili disgrazie. In conclusione per 1.800 dollari ti porti a casa un pezzo di mondo che non c'è più, che è defunto senza sapere perchè e te lo tieni lì per far sapere agli amici cosa succederebbe a noi se fossimo nati nella parte di mondo sbagliata. Se la fotografia serve a questo e se il prezzo sale per quanti più cadaveri ci sono nel manifestino significante, preferirei essere nato nella parte del mondo sbagliata, dove un morto non vale niente.
Andrea

Cush ha detto...

Agghiacciante. L'unico aggettivo che mi viene in mente è questo. E non tanto per la presenza di morti commercializzati nelle immagini di Pellegrin, il quale, essendo semplicemente più furbo e più bravo di altri, ha capito qual'è la tendenza generale e la cavalca splendidamente. No: quello che mi fa senso del pricing del cadavere è il retaggio culturale a cui si aggancia. Qualcuno qui ha tirato in ballo la storia dell'artista che espone un cane morto. Bella analogia: l'esposizione dei morti in galleria, e non più la pubblicazione su giornale, dà ai morti un nome, smuove le coscienze, fa parlare. Ogni giorno guardiamo immagini provenire dai mille conflitti del mondo, dalle tragedie, e scrolliamo le spalle, siamo spinti all'inazione. Ci indignamo solo se queste immagini vengono ritagliate dal flusso mediale e, in qualche modo, sacralizzate, decontestualizzate, ri-mediate. Sto pensando a pellegrin, ma anche all'anoressica di Toscani (che, in cuor mio, penso sia un idiota).
Insomma, questo è il sintomo definitivo 1) della crisi incredibile del fotogiornalismo, ormai perso anch'esso nel flusso informativo, quando invece per sua natura dovrebbe essere il mezzo di approfondimento per eccellenza; 2) della degenerazione da irrealtà che coglie la società delle informazioni. La trasformazione di tutto in infotainment funziona anche al contrario: l'intrattenimento vuole mettersi a fare informazione, e decide di volta in volta chi sarà toccato dalla grazia di avere qualcuno che parla di lui. Fine dei giochi. L'informazione non esiste più.

Cush

Ezio Turus ha detto...

Una cosa mi viene da chiedere, sperando che qualcuno qui sappia dare una risposta: Come viene valutata una fotografia? da un punto di vista commerciale intendo. Chi decide che un 30x40 di Pellegrin vale 1800$ e perchè, soprattutto?
Forse nella nostra ingenuità filosofica, siamo rimasti a preoccuparci del messaggio veicolato dalla Fotografia (perchè è per questo che è stata inventata, più o meno), ma se andiamo in galleria a comperarne una, non comperiamo il messaggio, ma comperiamo l'oggetto. Ecco, la mia curiosità è questa. Come faccio a trasformare un messaggio in un oggetto commerciale?
Grazie e saluti a tutti.
Ezio

Umberto Verdoliva ha detto...

Secondo me, il cadavere nella fotografia non conferisce un valore aggiunto...l’aumento di quotazione penso sia da imputare alla qualità e alla difficoltà realizzativa dell’immagine stessa....dove è stata scattata, quando è stata scattata...
Portare una immagine di fotogiornalismo in galleria non è possibile per tutti, ma per PP è possibile.
Il suo modo di fotografare, la sua tecnica, il modo di comporre, di vedere sono secondo me la “radice” per cui oggi si trova in una galleria d’arte. Ha qualcosa in più nel rappresentare quelle drammatiche esperienze e lo fa sicuramente con una vena artistica fuori dal comune.

A dire il vero, da quello che ho visto, le opere presenti, non costituiscono il suo meglio e quindi è facile cadere in questo dubbio.

Inoltre, non giudico il suo lavoro, nè l’agenzia per cui lavora, perchè non conosco “il come” lavora e i retroscena esistenti.

Voglio solo ricordare che nelle sue tante espressioni, l’arte, ha sempre raffigurato scene di morte, di disperazione... in merito anche la 52° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è stata caratterizzata da un forte impegno degli artisti contro la pazzia della guerra e da una profonda e variegata riflessione sulla morte e sulle modalità di percezione visiva nella nostra società.
La morte è stato il tema dominante...che diventa prevaricazione, idea fissa, ossessione e denuncia.
Quest’ultimo è stato l’aspetto messo in rilievo da tutti gli artisti che hanno esposto, chi più e chi meno.
Ricordo un video di Paolo Canevari in cui un bambino gioca a pallone con un teschio tra le macerie di una città. Oppure le foto di Basilico su Beirut senza presenza umana.
O ancora, le tele di scheletro di Angelo Filomeno, i ritagli di giornale dei «muertos», «desaparecidos» e «cadáveres» di Ignasi Aballí e tanti altri ancora...arte allo stato puro...forse già quantificata economicamente da altre gallerie...

Sicuramente quella di PP è documentazione ma fatta in quella maniera e vista dallo stesso punto di vista degli artisti su menzionati può essere considerata anch’essa arte.

Per le quotazioni, poi, non entro nel merito non ho proprio idea del mercato e e delle sue regole per questo genere...
Un saluto

oratore ha detto...

per me la mostra e' lontana, e quindi ogni commento e' sempre campato in aria ed espresso molto superficialmente. Anche perche' bisognerebbe stare a vedere quale tipo di collezionisti sono interessati a spendere per questi cadaveri e con quali finalita.Certo ormai sappiamo qualcosa della maniera di scattare di Pellegrin, della sua poetica, cioe' ddel suo modo di sottrarre dal referente reale in nome di quella che per lui e' un' estetica dell'immagine e del pensiero. Un'estetica che non vuole certo intenzionalmente produrre assuefazione al macabro ma che comunque partecipa alla produzione di questo effetto anestetizzante.
Pellegrin segue consapevolmente una linea jungeriana, oppure specula sul suo occhio spontaneamente fecondo per far soldi?
Bisognerebbe chiederlo direttamente a lui, tutti noi insieme, mettendolo alle strette per sapere che ne pensa di questo mercimonio di fotocadaveri. Io non sono riuscito a trovare un suo sito, o dove potergli scrivere.

manuela ha detto...

la cosa che trovo più triste dell'intera operazione non è il mostrare la morte, ma il modo in cui questa venga sfruttata per fini commerciali.
basta guardare il lavoro di lichtenstein...il tema attorno a cui ruotano le immagini è anche qui la morte in guerra, ma sono lo spirito e l'etica a dare un significato e uno spessore diverso alle sue fotografie rispetto a quelle di pellegrin...

rawnef ha detto...

Quando si fotografa un evento, a meno di non essere ricco di famiglia, lo si fa per fini commerciali. Il fotografo vende il prodotto del proprio lavoro sperando che dall'altra parte ci sia qualcuno (giornale o privato) disposto a dare una remunerazione. Personalmente non penso che Pellegrin abbia prediletto immagini forti, ma è stato probabilmente il mercato a richiederle. Sono contento che sia entrato nei circuiti delle gallerie d'arte, sarà nuova linfa. Per il discorso sulla quotazione e riproducibilità (storia vecchia)rimando a concetti espressi da Andy Warhol. In sostanza se qualcuno è disposto a pagare per avere una foto nel salotto di casa non vedo il problema. Io sarei onorato di avere una foto di Pellegrin, anche se rappresenta cadaveri. Richard Avedon ha venduto le foto del corpo devastato dalle cicatrici di Andy Warhol all'indomani dell'attentato di Valerie Solanas, Robert Capa ha immortalato la morte "falsa" di un miliziano, Helmut Newton ha "prediletto" per un certo periodo foto di splendide donne infortunate, Quanti cadaveri (sisma friuli, sisma irpinia e altre sciagure )sono stati venduti. Si sono vendute le immagini dell'agonia di un papa, quelle degli ultimi minuti di vita di Diana. Che la foto sia venduta dai circuiti dell'arte o dal mondo dell'informazione non cambia nulla, se non nella cifra sborsata. Ho avuto la fortuna di lavorare come aiuto allestitore in una importante studio d'arte contemporanea italiana e oltre ad artisti come Warhol, Beckley, Haring,Paladino, Beyus, Kunellis trattavamo anche fotografi come Newton, Mulas, Ghirri, Basilico, Fontana, Iodice e altri. L'interesse per questi ultimi era molto alto, nonostante la riproducibilità. Ben venga un Paolo Pellegrin con i suoi cadaveri che sono sicuramente meglio di tanta digitalfintafotografia in circolazione.

Claudia M. ha detto...

Rawnef non posso credere a quanto hai scritto, l’ho letto due volte e mi domando se davvero ci credi, davvero credi che tutti quelli che fotografano lo fanno per fini commerciali? E che la vista di un guadagno giustifichi la mercificazione della vita e della morte e ancora che per quanto belle e forti siano le foto di Pellegrin o di chiunque altro abbiano il diritto di disprezzare, anzi di “prezzare” il valore di una esistenza. Che nessuno provi a dire che il mio è un pensiero “romantico”, io non sono una fanciulla sognatrice che vive in un mondo ideale, ma trovo inaccettabile che il corpo e l’anima di un uomo che non può scegliere più e che forse non hai potuto scegliere diventi uno strumento, un mezzo per la ricchezza, la fama e la notorietà dell’altrui gloria.

Un uomo è un uomo e la vita di Pellegrin, quella di Capa, quella di Warhol non hanno più valore di quella delle “loro” vittime, io non vorrei essere usata, io non vorrei vedere il mio dolore sul caminetto di un collezionista che mi attribuisce lo stesso valore di un vaso antico. L’essere umano è più grande di ogni sua opera, il suo mistero è più importante dell’arte stessa, soprattutto quando, come in questo caso, in nome dell’arte si mercifica sulla vita umana.

Potrei tollerare, forse, quelle immagini nel loro contesto, nel loro essere comprese in un racconto di guerra, in una denuncia, magari anche solo all’interno di un reportage fotografico concentrato solo sull’obiettivo di informare lontano da un giudizio morale, ma così esposte, in una galleria d’arte, io vedo uomini spogliati di storia, dignità, personalità, privati della loro anima, poiché ciò che importa è solo il corpo martoriato e quanto possiamo ricavare dalla loro carcassa, dai loro resti inermi, informi. E proprio non capisco come Pellegrin che quel dolore l’ha visto vicino e ha sentito l’urgenza di raccontarlo possa consentire un’operazione così vile e meschina, chissà se prima che morissero ha chiesto a quei corpi impacchettati di firmagli una liberatoria, se ha fatto un passo indietro.

No, non lo accetto rawnef, nessun cadavere usato come merce di scambio con il denaro e con la fama, sarà mai meglio di “tanta digitalfotografia” qualsiasi cosa tu intenda con questo termine.

oratore ha detto...

infatti, la penso anch'io cosi', il fatto e' che quando si intavola un discorso sulla fotografia , esso andrebbe interrotto al cospetto di certe considerazioni che mettono in primo piano il successo e il guadagno ( ma poi il successo presso chi, presso dei cretini ovviamente che spendono quelle cifre per un pezzo di carta di cui esistono altri esemplari per altrettanti altri cretini ecc).
Ma allora perche' non si invita Pellegrin, se abbiamo il coraggio di portare avanti queste nostre convinzioni, non lo si invita a leggerci, perche' in fin dei conti siamo anche noi "pubblico" interessato alle sue foto, e vediamo come ci risponde?
giro a Iovine. prometto che se risponde sul blog e dice cretinate non gli rispondo male, tuttalpiu' parto e in silenzio lo raggiungo a casa e gli rompo il naso, e in silenzio me ne torno.
Dai Sandro, se sai come raggiungere il fulgido artista invitalo e leggere i nostri commenti, chissa' che non si lanci in un bello sconto per rawnef e gli appioppi un bel cadaverino 24x30.

:: haku :: ha detto...

invito a leggere questa recensione:
cultframe: Il pittore di battaglie

hippolyte ha detto...

articolo molto interessante,tema centrale per capire in fotografia cosa guardiamo quando guardiamo...
l'abbiamo linkato e aggiunto due pensieri sul nostro blog di segnalazioni sulla fotografia contemporanea: hippolytebayard.blogspot.com

:: haku :: ha detto...

... scusate aggiorno il link visto che la pagina è stata spostata: cultframe: Arturo Pérez-Reverte, Il pittore di battaglie.

mac_pico ha detto...

Da qualche giorno nella libreria-supermercato Feltrinelli vicina a casa ho notato nel reparto di fotografia, in genere non particolarmente fornito, il libro As I Was Dying [ora anche sul sito di Magnum | Book] stampato per l'Italia da Peliti e Associati. Libro che consacra, con un nuovo premio, il lavoro di Paolo Pellegrin nelle «aree di crisi». Si tratta del Leica Publishers Award che premia il «migliore progetto di libro fotografico» dichiarando: «è richiesta la presentazione di un completo e inedito progetto di libro fotografico. Il progetto vincitore viene pubblicato in un libro edito simultaneamente dalle case editrici partecipanti nei propri paesi e nella propria lingua, in 5.000 copie.» «Premio: 10.000 euro, realizzazione del libro, una Leica incisa». 
Il premio 2007 è stato aggiudicato a Paolo Pellegrin [un fastidioso errore di battitura sul sito ripete più volte Pelligrin, ma dalle foto non si possono avere dubbi circa l'autore]. I libri dei vincitori delle precedenti edizioni del premio si intitolano Paradiso [di Lorenzo Castore] e Pechino [di Ambroise Tézenas], sono lavori di reportage. Racconti, Storie. Il libro di quest'anno si intitola As I Was Dying, non è un reportage, come il soggetto del titolo lascia capire. 
Molte delle foto sono abbaglianti, al punto che non viene nemmeno da chiedersi "di cosa stiamo parlando? dove siamo?". Visioni di morte e pre-morte «scattate in Kosovo, in Serbia, in Palestina, in Afghanistan, nella prigione di Guantanamo a Cuba, ad Haiti, in Indonesia o in Albania». Sull'onda forse di Broken Landscape [cultframe 1cultframe 2], ma limitandosi alle sole foto più recenti. 
Il libro è quantomai essenziale ed elegante, tutta l'attenzione e lo spazio vanno alle foto, nemmeno una didascalia a distrarre, non un testo a corredo. Nelle pagine finali del volume l'elenco dei riferimenti alle fotografie, luogo, data, situazione. Chiusa la copertina, rigida, bianca, sul retro si possono leggere queste parole autografe del fotografo:
«Quando svolgo il mio lavoro e sono esposto alle sofferenze degli altri -le loro perdite, e a volte la loro morte- sento di servire da testimone, percepisco che il mio ruolo è quello di creare dei documenti per la nostra memoria collettiva. Parte di questo, credo, ha a che fare con l'idea di responsabilità. Forse è soltanto nel momento della loro sofferenza che queste persone verranno notate, e notarle elimina ogni possibilità di dire un giorno che non sapevamo. Ma sento che in questo delicato e fragile spazio che circonda la morte -lo spazio in cui a volte ho il privilegio, e l'onere, di entrare- esiste la possibilità di un incontro con l'altro che va aldilà delle parole, delle culture, delle differenze. Si tratta di esporsi per un momento l'uno di fronte all'altro, e di fronte all'atto e al mistero di morire. In quell'istante sento che sto guardando qualche cosa che non posso vedere completamente, ma che sta guardando me. In questo scambio è possibile trovare qualcosa che è al tempo stesso universale e profondamente intimo. La morte dell'altro è una perdita che appartiene a tutti.» Paolo Pellegrin
Di un’intervista apparsa su Repubblica poco prima del Premio Eugene Smith 2006 assegnato a Pellegrin, rimangono difficili da dimenticare le parole con cui egli ricordava una situazione particolarmente rischiosa in cui aveva scelto di tornare a fotografare dove aveva visto un uomo che «si trascinava» in terra colpito da una prima esplosione: «Siamo scappati in una stradina laterale. Poi, di colpo, mi sono messo a correre. Sono tornato indietro, ho fotografato quell'uomo. La seconda esplosione gli aveva staccato un braccio,
ma respirava ancora.
La strada era deserta, siamo rimasti noi due soli per una manciata di secondi. Poi sono corso via di nuovo.». 
Questa descrizione mi ricorda molto la foto che gli ha fatto vincere il premio General News foto singole al World Press Photo 2007: Libano, Tiro, 6 agosto 2006. Ma anche un'altra foto presente in Double Blindlibro | galleria...
e il loro essere tanto simili mi inquieta.

Anonimo ha detto...

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- Joe

Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

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