giovedì 31 maggio 2007

Come nasce una cover story


All’epoca del liceo uno dei miei migliori amici disegnava fumetti e io passavo a volte delle ore a guardare, con stupore e invidia, la sua mano che partendo da punti apparentemente casuali sviluppava attraverso una serie di tratti il progetto che si era formato nella sua mente. Se pensavo alla velocità con cui avevo sempre sfogliato un qualsiasi fumetto, il mio sgomento cresceva rispetto al lavoro che c’era dietro quello che consumavo in pochi istanti. Questo preambolo solo per introdurre il motivo di questa breve chiacchierata intorno ai ragionamenti fatti per presentare il lavoro di Hiroshi Sugimoto nella cover story pubblicata su IL FOTOGRAFO di giugno.
Spesso infatti credo che i non addetti ai lavori non si pongano troppi problemi di fronte agli impaginati, valutando solo, forse, se il tutto risulta o meno di gradimento personale. Non voglio generalizzare o attribuire a un prossimo generico una superficialità di cui in realtà spero non sia in possesso, ma credo possa essere naturale non farsi certe domande se qualcosa o qualcuno non ti ha dato occasione di rifletterci un pochino sopra. Io stesso prima di fare il lavoro che faccio non mi sarei davvero posto troppe domande su un argomento del genere, come (ahimé) temo di continuare a non pormene abbastanza relativamente a cose che non conosco o conosco poco.
Proprio partendo da questa constatazione e dal fatto che, quando ho l'occasione di sottoporre a interrogatorio di terzo grado chi ne sa più di me, finisco sempre per apprezzare molto meglio quanto ho di fronte, ho pensato di rendere pubblica una parte delle... elucubrazioni che sottendono la forma grafica dell'articolo su Sugimoto, autore di per se stesso non tra i più facilmente approcciabili.
Vorrei iniziare chiarendo per prima cosa un semplice concetto a vantaggio di chi non dovesse conoscere questo autore. Hiroshi Sugimoto è un artista contemporaneo. Attenzione vorrei sottolineare l'importanza delle parole per non cadere nel classico fraintendimento che aleggia perennemente intorno al mondo della fotografia e alle frustrazioni di chi lo vive. Chi mi segue da un po' sa bene che personalmente non amo l'utilizzo della parola Arte riferita alla fotografia, non perché non ritenga che questa forma di espressione non possa assurgere ad elevatissimi livelli, ma perché troppo spesso si finisce per abusare della parola Arte e non riesco a non nutrire il sospetto che alla base di quell'utilizzo ci sia un aristotelico sillogismo del tipo: la fotografia è Arte, io faccio Fotografia, quindi io sono un Artista. Sillogismo che quasi sempre quando è alimentato in modo autoreferenziale finisce per non essere altro se non un succedaneo di probabilmente più gratificanti pratiche onanistiche. La maggior parte dei fotografi sono artigiani, professionisti, semplici appassionati, cosa che non toglie nulla al fatto che possano essere anche bravi, ma raramente hanno qualcosa a che vedere con l'arte.
Ho detto artista e non fotografo perché per Sugimoto la fotografia è solo uno dei possibili mezzi con cui esprimersi, tanto è vero che nella suggestiva mostra di Villa Manin, in provincia di Pordenone, ci sono anche due sculture che accompagnano le fotografie interfacciandosi a livello estetico e contenutistico con queste ultime. Quello che Sugimoto rappresenta non è tanto il soggetto materiale che ha di fronte (basti pensare alla serie sulle formule matematiche espresse attraverso oggetti), ma solo uno spunto per renderlo percepibile.


Nell’ampia retrospettiva di Villa Manin si può vedere come Sugimoto abbia affrontato e sviscerato molte delle problematiche teoriche che ruotano intorno all'immagine fotografica e alla sua presunzione di rappresentazione del reale. Prendiamo ad esempio le immagini realizzate lasciando aperto l'otturatore per tutta la durata di un film che così finisce per apparire concentrato in un unico candido fotogramma.




Oppure pensiamo ai ritratti delle statue di cera dei musei Madame Tussaud's, che suggeriscono una complessa interpretazione del ritratto che di per sé è già una copia, ma in questo caso diventa copia copia, lasciando l'osservatore spiazzato in prima battuta.



Ma sono assolutamente da ricordare anche le riflessioni sulle origini della ricerca fotografica che arrivano a ripercorrere con acume le tappe compiute dai pionieri della fotografia come Talbot,



fino a registrare in modo non controllabile la luce emessa da una scarica elettrica, cosa che stavolta neppure troppo simbolicamente richiama e rimanda alla natura ultima, più vera e misteriosa della fotografia: la stessa energia che rende possibile tutto il processo.



Un percorso quello di Sugimoto che pone una riflessione profonda, con origini molto remote, che finisce per approdare sulla sue stesse radici, sondando la natura più profonda, l'essenza della stessa immagine fotografica che finisce per avere come soggetto prima se stessa e poi il fenomeno ultimo che la rende possibile. Ecco perché nel titolo, che altro non è se non il cognome e nome dell'artista secondo l'usanza giapponese di far precedere il cognome al nome, il secondo Kanji (ideogramma), che vuol dire radice, nonché (... guarda caso) libro, è stato messo in evidenza cromatica. A sottolineare fin dalla prima visione un elemento fondante attorno al quale ruota la ricerca di Sugimoto: la ricerca delle radici.



La tradizione giapponese tende a privilegiare i numeri dispari, scartando accuratamente il quattro la cui pronuncia cino-giapponese, ha lo stesso suono (Shi) della parola morte. Purtroppo le esigenze di foliazione hanno impedito di far rispettare questo concetto nel numero complessivo delle foto, ma non di riprenderlo nell’ultima pagina dove intorno alla foto ruotano infatti cinque blocchetti di testo, di cui uno di cinque e l’altro di tre righe, che a loro volta ruotano, sempre simbolicamente, intorno alla quarta foto che rappresenta una veduta marina in cui l'apparente immobilità del mare nel corso dei milleni, contrasta con il moto continuo che invece ne anima l'essenza.



Infine, a riprendere quella circolarità di pensiero che ritorna dall'indagine sullo strumento fino alla sua meno evidente natura, l’ultima pagina intesa nel suo insieme grafico, si proponeva di richiamare graficamente la struttura della prima immagine dell’articolo. In questo caso lo schermo bianco nell'area centrale dell'immagine, è stato sostituito da una fotografia intorno alla quale si struttura radialmente il layout.




Per concludere vorrei approfittare del maggiore spazio a disposizione in questo luogo virtuale rispetto alle pagine della rivista, per mostrare alcune immagini dell'allestimento molto suggetivo realizzato sotto la diretta supervisione di Sugimoto a Villa Manin a Passariano. L'autore ha voluto che nella maggior parte delle sale si creasse un'alchimia assai particolare tra gli ambienti, le immagini e la luce naturale che è quasi sempre dominante sull'illuminazione artificiale, con l'eccezione delle sale dedicate alle immagini della serie Theaters, dove la luce artificale piuttosto bassa e le finestre rigorosamente chiuse creano una suggestione che riporta con ancor maggior forza all'interno delle immagini stesse.




n.182 - giugno 2007







Riferimenti audio
1 - Hiroshi Sugimoto e la mostra all'Hirshhorn Museum
(16 febbraio - 14 maggio 2006)
(25:35)

2 - Incontro con Hiroshi Sugimoto
(52:35)

3 - Hiroshi Sugimoto e David Elliott, co-curatore della mostra all'Hirshhorn Museum
(16 febbraio - 14 maggio 2006)
(6:28)


Dall'alto:
Il layout dell'articolo su Hiroshi Sugimoto.
Hiroshi Sugimoto, Autoritratto.
Mechanical Forms 0026, © Hiroshi Sugimoto, Gelatin-silver print, 2004.
Al.Ringling (Baraboo, © Hiroshi Sugimoto, Gelatin-silver print, 1995.
Winnetika Drive-In (Paramount), © Hiroshi Sugimoto, Gelatin-silver print, 1993.
Henry VIII, © Hiroshi Sugimoto, Gelatin-silver print, 1999.
Richard I, © Hiroshi Sugimoto, Gelatin-silver print, 2004.
Talbot 3, © Hiroshi Sugimoto, Gelatin-silver print, 2006.
Lightning Field 3032, © Hiroshi Sugimoto, Gelatin-silver print, 2006.
La prima doppia pagina dell'articolo su Hiroshi Sugimoto.
L'ultima doppia pagina dell'articolo su Hiroshi Sugimoto.
Villa Manin, la sala dedicata dedicata ai Portraits vista dall'alto.
Villa Manin, la sala in cui è esposta l'opera Mathematical Model 005: Venice 2006.
Villa Manin, la sala dedicata ai Theaters.
Villa Manin, la sala dedicata ai ritratti di Napoleone e Wellington, nella stanza dove la tradizione vuole abbia dormito lo stesso Bonaparte.






LA MOSTRA
Hiroshi Sugimoto a cura di Francesco Bonami, fino al 30 settembre, Villa Manin, piazza Manin 10, Passariano, Codroipo UD; tel. 0432-906509; internet: www.villamanincontemporanea.it.





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