venerdì 29 giugno 2007

E li chiamano motion

Da un po’ di tempo sulla rete è possibile assistere all’utilizzo della fotografia in piccoli e più o meno sofisticati montaggi video. In pratica una sequenza di immagini viene mostrata con un sottofondo musicale, rumoristico o parlato o tutte e tre le cose insieme. Niente di nuovo si può dire. Le multivisioni con una schiera di diaproiettori comandati da un computer permettevano di ottenere anche effetti molto più sofisticati di quanto non sia dato vedere oggi.
In parte la cosa è senz’altro vera, ma se spostiamo la nostra attenzione su un problema di linguaggio possiamo notare differenze interessanti rispetto al passato. Se il linguaggio della multivisione era profondamente differente e distinguibile da quello della fotografia in senso stretto, cosa che gli permetteva di avere una propria originalità anche nei confronti del cinema, diventa più difficile sostenere la stessa cosa se ci riferiamo ai cosiddetti motion.
Magnum In Motion
Uno sguardo al contenitore più noto (Magnum in motion) permette di vedere come spesso questi prodotti occhieggino al linguaggio cinematografico, arrivando in alcuni casi a emulare sequenze di movimento. Il discorso si fa poi ancora più interessante se prendiamo in considerazione la provenienza degli artefatti in questione: la mitica agenzia Magnum, il caposaldo del giornalismo fotografico d’approfondimento. Beh, se vi andate a vedere un po’ di motion made in Magnum, vi accorgerete che di giornalistico c’è rimasto, troppo spesso, ben poco.
All’informazione spesso cede il passo la citazione autoreferenziale dell’autore,


le divagazioni più o meno discutibili su ottime fotografie che meriterebbero maggiore rispetto e maggiore responsabilità nei confronti degli argomenti trattati,


una, più o meno riuscita, ricerca di stile che a volte copre con grande abilità possibili carenze a livello giornalistico con immagini fortemente emozionali e soluzioni di montaggio intriganti,


una specie di biglietto da visita dell’agenzia e dei suoi potenziali fotografici (con all’interno sequenze portatrici di contenuti sui quali varrebbe la pena di discutere),


sequenze, anch'esse in forma di biglietto da visita in cui alla forza dell'archivio Magnum, cui cede il passo una serie di discutibili scelte di carattere nazional popolare come si sarebbe detto qualche tempo fa di un programma televisivo, che non rendono certo giustizia alla grandezza di certi autori (uno per tutti Koudelka).


Ma di fotogiornalismo sempre meno. Fatta salva, ovviamente qualche lodevole eccezione.


Ora, che in un linguaggio in via di formazione ci siano delle indecisioni ci sta pure, anzi è decisamente inevitabile. Ma che questo significhi rinnegare le finalità prime di chi lo produce, mi sembra decisamente più grave. Soprattutto se questo significa ridurre il meglio del fotogiornalismo mondiale a una spettacolarizzazione spesso di basso profilo, quando non si arriva addirittura a confutare le ragioni per cui determinate immagini sono state realizzate e raccolte in opere editoriali monumentali per concezione. Mi chiedo ad esempio quanto possa essere corretto inserire una foto come questa di Joseph Koudelka

Francia, 1979, © Joseph Koudelka/magnum Photos
in un motion intitolato Joy, tenendo presente che Koudelka l'ha inclusa nel volume Exils, che personalmente non mi sentirei di annoverare fra i più allegri e gioiosi della storia della fotografia. Del resto anche l'inserimento in sequenza di questa immagine all'interno del volume non contribuisce a ispirare nell'osservatore il senso di gioia che i... profeti del montaggio video-fotografico di Magnum sembrano auspicare.
Sia chiaro per concludere che tutto questo non vuole essere un retrivo tentativo di bocciare aprioristicamente i cosidetti motion, che riservano potenzialità di assoluto interesse comunicativo. L'intento di queste righe era solo quello di invitare ad una riflessione sui contenuti e prima ancora sulle attribuzioni di categoria. Lo strumento motion offre infatti una serie di caratteristiche che una volta affinate e stabilizzate potranno rendere grandi servizi a chi ha qualcosa da dire. Il problema è riuscire a mantenere distinte le finalità, in altre parole non completare quel processo di spettacolarizzazione del fotogiornalismo e del giornalismo in linea generale. Non mi riferisco tanto alla enfatizzazione che purtroppo caratterizza parte del giornalismo contemporaneo, quanto piuttosto alla trasformazione di quella che dovrebbe essere informazione in puro e semplice intrattenimento, nemmeno sempre di alto livello.



n.183 - luglio 2007




Dall'alto:
La pagina di ingresso di Magnum In motion.
American Colors di Costantine Manos.
Requiem in samba di Alex Majoli.
Guantanamo di Paolo Pellegrin.
Joy di Magnum Group.
Point and Shoot di Philip Jones Griffiths.
Francia, 1979 di Joseph Koudelka, frame da Joy.






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