domenica 28 gennaio 2007

Ma bravo Pellegrin!

Mercoledì 31 ottobre 2006, La Repubblica, pagine 54 e 55, quelle della cultura. Mario Calabresi in un articolo dal titolo Paolo Pellegrin, un passo indietro di fronte al dolore ci riempie di orgoglio annunciando la vittoria da parte di Paolo Pellegrin del premio Eugene Smith, giustamente definito il premio più prestigioso per i fotoreporter. Indubbiamente Pellegrin ha dimostrato fin dagli esordi capacità decisamente al di fuori del comune, confermate da numerosi riconoscimenti internazionali e dall’ingresso in Magnum. In poche parole forse il talento più cristallino del fotogiornalismo italiano. Per questo fa piacere riprendere alcuni brani del coerente articolo di Calabrese. Presentando Pellegrin, l’attento collega afferma «Ad emergere in questa ricerca è un fotografo romano di 42 anni, Paolo Pellegrin, che esprime nei suoi reportage il senso di un rispetto forte per il soggetto, di un pudore che lo spinge, soprattutto di fronte al dolore, a fare un passo indietro, privilegiare il senso del dettaglio». Proseguendo, qualche paragrafo più in là, come segue: «In quell’indefinitezza, in quel approccio “sfocato” c’è anche un rispetto per le vittime: “Il pudore di fronte al dolore l’ho sempre avuto, sto un passo indietro, ma con gli anni e l’esposizione continua alla sofferenza questo processo si è accentuato: oggi sto due passi indietro e lo sguardo si fa più discreto”…». E ancora, dando di nuovo la parola a Pellegrin: «… “Con Scott Anderson del New York Times eravamo corsi sul luogo di un’esplosione: c’era un uomo in terra, si trascinava, era l’obiettivo del primo missile. Appena sono sceso dalla macchina ne è arrivato un secondo. L’esplosione mi ha fatto volare per alcuni metri. Mi sanguinava la testa. Siamo scappati in una stradina laterale. Poi, di colpo, mi sono messo a correre. Sono tornato indietro, ho fotografato quell'uomo. La seconda esplosione gli aveva staccato un braccio, ma respirava ancora. La strada era deserta, siamo rimasti noi due soli per una manciata di secondi. Poi sono corso via di nuovo. Mi sono chiesto spesso perché sono tornato lì. Probabilmente perché ero scappato e non lo accettavo e poi volevo capire, vedere, dare un senso a tutto quel rischio”…». Complimenti Paolo, davvero, da tutti noi!

n.176 - dicembre 2006

Posta un commento