sabato 25 ottobre 2008

Being able to observe - Saper osservare

A while ago I shared on these pages my doubts about the reasons that motivate us to work with photography. The question rose some discussion, and it took some time to end, amidst countless diversions with little or no pertinence. At the time I was surprised that such a trivial question (I call it trivial in its essence and not in its infinite possible answers) could cause so much interest. Thinking about the answers I received at the time, I am under the impression that at the core of the discussion lies the usual misunderstanding that leads us to get confused even in the simplest reasoning. Probably, before dealing with the problem of why we work with something, we should try and understand what that something really is. So maybe we should first ask ourselves: what do we mean when we speak about photography? Probably, to many of us photography is a corpus of technical knowledge that, in the best case scenario, allows us to express ourselves creatively. For most it is just a bunch of small prints left in a drawer (or files to archive in a DVD or a hard disk just to be forgotten) for family and friends. For others it is Art… and on this I prefer to gloss over, because the term art is misused and wrongly referred to photography, and often those who call photography art do so just to feel “artistic” themselves, in order to shine of its reflected light. Personally I believe (well aware that I am not being original) that photography is something profoundly connected to what the human being really is and his way of relating to the world outside himself. Photography cannot exist without the ability to observe the world around us. And to do so it is not enough to see and to watch: you need to think, to study and to learn to bear the weight of facing what is outside the protection of our skin. To photograph we need to expose ourselves and to learn and appreciate when others do the same. The act of shooting a photograph is linked to our everyday ethical stance. But maybe this is just the problem, in an age in which ethical differences are far less important than ethnical ones.

Un po’ di tempo fa condivisi da queste pagine alcune perplessità sulle motivazioni che ci spingono ad occuparci di fotografia. La questione suscitò una serie di discussioni che impiegarono un po’ di tempo a esaurirsi tra quasi infinite derive più o meno per nulla attinenti. A suo tempo mi stupì parecchio come una questione (nella sua essenza non nelle infinite possibili risposte) così banale potesse suscitare tanto interesse. Ripensando alle repliche ricevute a suo tempo ho come l’impressione che alla base della discussione ci sia il solito equivoco che ci porta spesso a confondere i termini di un ragionamento anche semplice. Probabilmente prima di porsi il problema delle ragioni per le quali ci occupiamo di qualcosa avremmo dovuto chiederci cosa fosse realmente la cosa di cui abbiamo deciso di occuparci. Quindi forse è il caso di domandarci innanzitutto cosa intendiamo quando parliamo di fotografia? Probabilmente per molti di noi è un insieme di cognizioni tecniche che, nei casi più illuminati, portano ad esprimersi in modo creativo. Per la maggioranza sarà solo una serie di stampine che si tengono in un cassetto (o file da archiviare e dimenticare in un DVD o in hard disc) per ricordarsi di parenti e amici. Per altri ancora sarà Arte... e su questo preferisco sorvolare a causa dell’abuso che si fa di questo termine riferito in modo improprio alla fotografia, spesso per godere di quel riflesso di artisticità che da esso scaturisce illuminando chi se ne fa sostenitore. A livello del tutto personale sono convinto, cosciente di essere tutt’altro che originale, che la fotografia non sia altro che qualcosa che inerisce profondamente le caratteristiche dell’essere umano e la sua volontà di rapportarsi con il mondo a lui esterno. La fotografia non può esistere senza la capacità di osservare il mondo che ci circonda. E per farlo non basta solamente vedere o guardare, occorre riflettere, studiare, imparare sostenere il peso dell’incontro con ciò che si trova al di fuori dello strato protettivo costituito dalla nostra epidermide. Per fotografare dobbiamo metterci in gioco, imparare a conoscere e apprezzare il mettersi in gioco altrui. Fotografare non è un gesto svincolato dalla nostra dimensione etica quotidiana. Ma forse è proprio questo il problema in un’epoca poco incline alla pulizia etica, ma facile al ricorso di quella etnica.

Sandro Iovine

n.199 - novembre 2008




Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di dicembre de IL FOTOGRAFO.



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