venerdì 17 ottobre 2008

A frenzy of normality - Delirio di normalità


Drug addicts, alcoholics, debauchees and/or the worst you can possibly think of. It’s easy for you to see young people this way if you are conformists. But even if you do not think of yourselves as conformists, your eyes will probably be forced to see them this way, set in this type of iconographic cliché. On the television, in the newspapers, and above all in photographs. And even worse if the theme is youthful frenzy, the source and result at the same time, of excesses, disquiet, difficulties and parasitic, self-destructive inspiration. Nothing new, when you consider that accentuating dramatic pathos is the inescapable basis of the attractiveness of suffering that guarantees the public’s attention to such images. Passing from a level of producing to one of carrying and using images, it should not be forgotten that if on one hand, certain models generate the phenomena of identification and emulation within young people in small groups in terms of numbers and real social impact, on the other hand, they make it possible to structure and consolidate much larger groups with a determining effect at social and economic levels. Those I have called conformists, for the sake of simplicity, will feel removed from images of youthful frenzy and this will strengthen their individual sense of belonging to another tribe, founded and gathered around values that risk being put into a crisis by the negative or, if you prefer, non-existent values expressed by young people. Recognising an enemy against which to unite and defend themselves will therefore have a calming and consolidating effect, bringing stability. This is certainly neither a new nor an original mechanism, but it never ceases to work and it is widely exploited by communications systems, which are intertwined with the structures that hold power. There is no use in underlining that, as customers, those controlling communications are able to orientate and even determine the lines of prestigious models as well as of negative ones. In other words, they can succeed in manipulating the reception context.
At this point, it seems inevitable to ask oneself just how much is left of the independence and discretion of the photojournalist - a communicator working in a conditioning professional environment - when called upon to produce a piece about youthful frenzy. The simplest option would be to thrown him/herself into the mare magnum of different forms of misery, dipping into the unease that has perhaps always distinguished a certain stage in the development of human beings everywhere. The result would probably have some success, since not only would it fail to upset the status quo but, as we have seen, it would consolidate references, promoting by antithesis, the cohesion and consciousness of self-representation of socially determining groups for the purpose of maintaining economic and political power. However, in this way the piece would not be a story about youthful frenzy, as it might seem at first glance, but rather, for those who scratch below the surface, it would be a report on the conditioning experienced by the communicator. But can the communicator, the photojournalist break through the bars of this cage? If he or she aims to increase the profile of his/her work in the press, be it in hard copy or electronic form, I think it would be highly unlikely these days that he/she will be able to break free of the perverse chains controlling him or her. However, if he/she is brave enough, he/she could try to make the most of those precious and unfortunately, extremely rare examples of pieces destined to exhibitions, in the hope that he/she will be granted the freedom to express the thought, content and form contribution that makes him/her an author.
If this happens, he/she will be able to use another expedient to capture the attention of the public: surprising its expectations. Are we used to seeing young people adrift in a sea of alcohol, drugs and a lack of values? Well, if this is what is communicated to us as normal, then why not portray those who have chosen to dedicate themselves to traditional occupations, closely linked to the love of their area? Why not offer the surprising sight of a frenzy of conformist and hardworking youth, young people doing backbreaking jobs on the land of their birth, under a harsh sun, just as their conformist and hardworking ancestors, grandparents and parents before them? This today risks becoming a politically revolutionary gesture (in the etymological sense, of course).
That is why, faced with the exhibited theory of drug-addicted, alcoholic, debauchees, it is perhaps our duty to show a youthful frenzy as expressed by normal young people, doing normal things.
Sandro Iovine




MENOTRENUNO_IIEcstasy of youth

Tossici, alcolisti, debosciati e/o quant'altro di peggio vi possa venire in mente. I giovani è facile che li vediate così se siete benpensanti. Ma anche se non vi riconoscete in questa definizione, molto probabilmente i vostri occhi saranno costretti a vederli incastonati in cliché iconografici di questo tipo. In televisione, sulle pagine dei giornali, nelle fotografie soprattutto. Tanto peggio se il tema è il delirio giovanile, fonte e frutto al tempo stesso di eccessi, malesseri, disagi e ispirazioni parassitarie e autodistruttive. Niente di nuovo considerato che l'accentuazione del pathos drammatico è fondamento ineludibile di quell'estetica della sofferenza che assicura l'attenzione del pubblico nei confronti delle immagini.
Passando dal livello della produzione a quelli della veicolazione e della fruizione delle immagini non si deve dimenticare che se da una parte certi modelli generano fenomeni di identificazione ed emulazione in frange giovanili trascurabili per numeri e reale impatto sociale, dall'altra permettono di strutturare e consolidare gruppi ben più numerosi e determinanti a livello socio-economico. Quelli che per semplicità ho definito benpensanti trarranno dalle immagini del delirio giovanile una sensazione di alterità. Questa rafforzerà l'individuale senso di appartenenza a un'altra tribù, fondata e aggregata intorno a valori che rischiano di essere messi in crisi da quelli negativi o, se va bene inesistenti, espressi dai giovani. Riconoscere un nemico contro il quale coalizzarsi e difendersi avrà quindi un effetto tranquillizzante e consolidante, conferirà stabilità. Il meccanismo non è certo nuovo od originale, ma funziona sempre e viene abbondantemente sfruttato da sistemi di comunicazione legati a doppio filo con le strutture che detengono il potere. Inutile sottolineare che, in quanto committente, chi ha in mano il controllo della comunicazione è in grado di orientare, se non addirittura determinare, le linee dei modelli di prestigio e di quelli negativi. In altre parole può arrivare a manipolare il contesto di ricezione.
A questo punto della riflessione sembra inevitabile chiedersi quanto rimanga dell'indipendenza e della discrezionalità di un fotogiornalista, un comunicatore che opera in un ambito professionale condizionante, quando viene chiamato alla produzione di un lavoro sui deliri giovanili. La scelta più semplice per lui sarebbe quella di gettarsi nel mare magnum delle forme di disagio e attingere ai malesseri che contraddistinguono, forse da sempre e sotto ogni latitudine, una determinata fase evolutiva dell'essere umano. Il risultato probabilmente sarebbe destinato a un discreto successo in quanto, non solo non sconvolgerebbe lo status quo, ma come abbiamo visto ne consoliderebbe i riferimenti favorendo per antitesi la coesione e la coscienza di autorappresentazione dei gruppi socialmente determinanti ai fini del mantenimento del potere politico-economico. Ma in questo modo il lavoro non sarebbe, come potrebbe apparire a prima vista, una storia che racconta il delirio giovanile, bensì, per chi vada oltre la superficie, un reportage sui condizionamenti subiti del comunicatore.
Ma il comunicatore, il fotogiornalista, può rompere le sbarre di questa gabbia? Se prevede tra i suoi fini quello di ottenere una visibilità per il proprio lavoro attraverso la stampa, cartacea o elettronica che sia, al giorno d'oggi temo sia altamente improbabile che riesca a rompere le catene perverse che lo controllano. Se è coraggioso, invece potrebbe provare a sfruttare quei preziosi e purtroppo rarissimi esempi di produzioni destinate a una mostra, sperando che gli venga concessa quella libertà di esprimere quel contributo di pensiero, contenuti e forme che fa di lui un autore.
Se ciò avviene può utilizzare un altro espediente finalizzato alla cattura dell'attenzione del pubblico: disattenderne le aspettative. Siamo abituati a vedere giovani alla deriva di alcol, droghe e mancanza di valori? Allora se questa è la normalità assunta a livello comunicativo, perché non raccontare la scelta di dedicarsi a lavori tradizionali e fortemente legati al sentimento del territorio? Offrire la sorprendente visione del delirio di giovani benpensanti e lavoratori, ragazzi che si spaccano la schiena tra la terra che li ha generati e un sole accanito proprio come facevano i loro benpensanti e lavoratori avi, nonni e genitori, rischia quindi di essere oggi un gesto politicamente rivoluzionario (in senso etimologico ovviamente).
Per questo, a fronte dell'ostensione di una teoria di tossici-alcolisti-debosciati, oggi forse è un dovere raccontare un delirio giovanile espresso da ragazzi normali, che svolgono attività normali.


Delirio di normalità foto di Emanuele Cremaschi
18 ottobre_9 novembre 2008
Villasor CA - Castello Siviller
Orario: 16.30 - 20.30
Via Baronale
Tel. 070 9648584

In collaborazione con COMUNE di VILLASOR e FUEDDU e GESTU teatro

Menotrentuno_IIIl delirio giovanile



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