venerdì 30 ottobre 2009

Esiste una fotografia che non mente?

In termini assoluti probabilmente no, ma non me lo stavo chiedendo in relazione al valore probatorio o anche semplicemente documentale dell’immagine prodotta meccanicamente. Mi ponevo la domanda in relazione agli incontri avuti negli ultimi tre fine settimana con persone che si dicono appassionate di fotografia. Il caso o un’urgenza più diffusa nel mondo della fotografia di quanto non fossi disposto ad immaginare, ha voluto che in tutte le occasioni si finisse per discutere sui parametri di valutazione che vengono applicati in occasioni di letture portfolio ed eventi assimilabili. Di lì a chiedersi perché alcuni, tra cui il sottoscritto, attribuiscano tanto valore alle immagini in serie il passo è stato breve. Il concetto che sembra aver maggiormente stupito miei interlocutori in queste occasioni è la necessità di disporre di più immagini per azzardare un’ipotesi di valutazione dell’autore in esame. «Ma come non basta una foto?» è l’obiezione più frequente a volte seguita dalla variante più evoluta «Ma perché devo raccontare per forza una storia?». 
Per forza non bisogna fare proprio niente. Premesso che per motivi di spazio non si può qui affrontare l’argomento in modo esaustivo, ma lo si può al massimo sfiorare in modo parziale,  personalmente ritengo addirittura scorretto valutare un autore per mezzo di una sola foto o di immagini singole. Al verificarsi di una condizione di questo tipo è quantomeno complesso indagare sul processo di pensiero creativo dell’autore, a meno di non accettare a priori un risultato che ha ottime possibilità di rivelarsi arbitrario. Molto facile infatti di fronte a scatti singoli cedere alla tentazione di considerarli, tanto in senso positivo quanto negativo, frutto di una casualità o al contrario di un preciso calcolo sfociato in espressione. 
Ma in realtà alla base del ragionamento che sto facendo non c’è nemmeno una questione etica che impone una doverosa correttezza nei confronti dell’autore in esame, quanto piuttosto la constatazione di un’intrinseca fragilità comunicativa dello strumento fotografico in quanto tale. Siamo troppo abituati a pensare la fotografia come una forma che trascende la conoscenza e comunica universalmente passando codici e convenzioni. Siamo troppo occupati a ripetere frasi rassicuranti del tipo un’immagine vale più di mille parole che alla fine ci siamo convinti della veridicità dimenticando che i possibili livelli di lettura son molteplici. Una serie non chiarisce a priori ma di sicuro circoscrive drasticamente le ipotesi interpretative che debbono poi essere in ogni caso supportate da altre considerazioni.
Siamo talmente abituati a considerare la fotografia come uno strumento esatto e altamente comunicativo da perdere di vista le problematiche che essa al contrario nasconde. Senza entrare in diatribe semio-filosofiche l’attribuzione di senso relativamente a un’immagine fotografica è sempre un‘operazione delicata e sottoposta a meccanismi interpretativi che rischiano di essere parziali e soggettivi se non filtrati da un metodo. L’influenza esercitata dal vissuto personale di ognuno di noi è sempre presente e promette importanti fraintendimenti dl senso se non si applicano i filtri di un’analisi sincronica e diacronica. Ovvero si rischia di prendere fischi per fiaschi se, valutando il senso di una fotografia, non si tengono contemporaneamente presenti tanto gli aspetti culturali quanto quelli storici che hanno portato alla sua realizzazione.  
Ne possiamo sperare di far riferimento a un concetto astratto di talento dell’autore. In questo caso infatti ci si riferisce a un parametro che per sua stessa natura è assai complesso ingabbiare in una definizione. Il che vuol dire che risulta troppo influenzabile da presupposti legati a una transitorietà afferente a modelli di prestigio espressi in un dato momento dal contesto socio-culturale in cui insiste l’analisi. Che detta in altre parole significa che il concetto stesso di talento è troppo influenzabile dalle mode del momento.
Fatta salva quindi la necessità di operare su più fronti nella valutazione di un lavoro fotografico rimane indubbio che trovarsi di fronte a una serie permette di disporre di una serie di strumenti interpretativi che guidano la lettura e l’attribuzione di senso del valutatore di turno. Questi ha così la possibilità di farsi destinatario del testo che riceve penetrando, grazie alla serie, nel circuito mentale dell’autore per decodificarlo. Si completa così con la ricezione del messaggio e al tempo stesso si pone in essere il processo comunicativo. Concetto quest’ultimo che personalmente pongo alla base della continua richiesta di una serie o quantomeno di un lavoro che sia articolato intorno a un tema. 




n. 211 - novembre 2009





Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di novembre 2009 de IL FOTOGRAFO.


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