sabato 24 marzo 2007

Il World Press Photo come San Remo?


Lo so il paragone è blasfemo, delirante e provocatorio, ma a volte ho la sensazione che certe grandi manifestazioni territorio di comune conoscenza da parte di un pubblico esteso, finiscano più o meno tutte per essere soggette a quella che definirei la sindrome di San Remo. Quella per cui una canzone vince, ma è regolarmente un'altra a scalare le classifiche di vendita. Quest’anno mi pare sia toccata al World Press Photo, almeno a quanto è dato di giudicare facendo un giro nella vox populi espressa dalla rete. Chi si occupa delle immagini di Pellegrin, chi si lamenta che il fotogiornalismo si interessa solo alle tragedie dell'umanità perché morti e disgrazie fanno share come direbbero in televisione, chi ancora si fa ammaliare dall'estetica delle immagini sportive del nostro Max Rossi ai Mondiali di ginnastica in Danimarca. Ma pochi si chiedono, o perlomeno non lo manifestano, se abbia ancora senso parlare di fotogiornalismo, quando un riferimento internazionale come il World Press Photo, propone dei modelli che, volenti o nolenti, finiranno per diventare una sotterranea linea guida del lavoro fotogiornalistico internazionale. La fotografia premiata come fotografia dell'anno poi sembra abbastanza trascurata da tutti. Perché? Forse perché non ci sono morti squartati per utilizzare l'espressione usata come chiave di ricerca da qualcuno per raggiungere questo blog? Non ho risposte ovviamente, mi limito a fare solo alcune considerazioni partendo da alcune affermazioni riportate da Elvira Serra in un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 10 febbraio 2007. Nell'articolo l'attenzione per l'immagine di Spencer Platt viene liquidata da Oliviero Toscani con la seguente considerazione «La foto che ha vinto è riuscita bene, in un secondo aggancia la coscienza di chi la guarda. Però sarebbe stata premiata se su quella vettura non ci fossero state quattro belle ragazze, se quell'auto non fosse stata di un rosso così intenso, se l'insieme non avesse avuto un particolare senso estetico?». A parte che sarebbe facile ironizzare sulla tautologia iniziale: possiamo dir tutto del World Press Photo e della sua giuria, ma spero che almeno siano in grado di riconoscere un’immagine riuscita bene. Interessante poi che poco prima nell'articolo venisse riportata l'opinione del presidente della giuria del World Press Photo Michel McNally «Non ci si stanca mai di guardarla, contiene le complessità e le contraddizioni della vita vera in mezzo al caos». Un'affermazione sicuramente Cicero pro domo sua che difende le scelte fatte, ma almeno introduce ad una chiave di lettura meno qualunquista, forzata e dalla rilevanza discutibile.
La forza di questa immagine sta a mio avviso proprio nella capacità di mettere in immediata relazione l'aspetto surreale dell'atteggiamento dei giovani il cui aspetto suggerisce uno status decisamente agiato, in cui la cura del vestire che si risolve poi nell'elegante se pur sobria bellezza delle fanciulle e la fantomatica auto di un rosso così intenso costituiscono l'indispensabile elemento di contrasto per dare un senso all'intera immagine. Il senso di normalità dei gesti e degli atteggiamenti che ci rimandano a un clima da gita spensierata e l'inquadratura sobria e priva di accenti e forzature, inducono a una tranquillità che vacilla non appena l'occhio si sposta sullo sfondo di macerie. Colpisce nel complesso il senso di naturale indifferenza verso tanta devastazione da parte dei personaggi che passano in secondo piano. Mentre per le giovani in macchina il tutto si riduce a un'attrazione turistica da riprendere con il telefonino.
Condivido quanto dice McNally quando afferma che non ci si stanca di guardare un'immagine come questa che presenta senza urlare, quasi in punta di piedi la molteplicità di approccio dell'essere umano ai fatti della vita. Credo però che un'immagine del genere abbia bisogno di un po' di tempo per essere metabolizzata, in quanto non è costruita solo per stupire e sconvolgere al primo sguardo, ma anche per far pensare, per quanto sia facile intuire il non poco mestiere messo in gioco dal fotografo.

Interessante entrare poi nell'immagine e scoprire nel riflesso sugli occhiali della ragazza seduta a fianco del guidatore, una specularità imbarazzante con quanto mostrato sullo sfondo: macerie dietro e macerie davanti agli occhi degli osservatori. Ma macerie anche davanti e dietro agli occhi delle giovani di quella che possiamo presumere essere la Beirut bene. E questo naturalmente sottolinea la sensazione di indifferenza dei giovani che si ha quasi la sensazione si aggirino tra i set di un reality show.

Soprattutto la ragazza intenta a riprendere la scena davanti ai suoi occhi con il cellulare, colpisce per la tensione espressa dal volto che non pare tanto provocata dal contenuto della scena, quanto piuttosto dalla difficoltà della ripresa da mostrare in un secondo momento agli amici. Imbarazza comunque la si voglia leggere questa visione. Se da una parte infatti possiamo intuire all'interno di questa scena l'indifferenza e la scarsa capacità di distinguere il reale dalla finzione, dall'altra possiamo anche vedere a quale incredibile livello di assuefazione possa essere indotto l'essere umano dalle difficoltà dell'ambiente in cui vive. Considerazione davvero non meno drammatica, anzi...

Sinceramente però la mia tendenza è quella di aderire alla prima delle due letture citate in quanto mi sembra sottolineata dall'ostentazione di benessere implicita sia nel mezzo di trasporto sia nell'estrema cura dell'abbigliamento dei singoli personaggi raffigurati. Una cura e una precisione/perfezione che mal si accompagna con lo scenario di devastazione presente sullo sfondo e nel riflesso. E come se ancora una volta si volesse sottolineare che quei giovani non sono toccati dalla tragedia in corso. Qualcuno ha voluto poi leggere nel particolare della ragazza con il volto coperto da un fazzoletto la volontà di proteggersi dal cattivo odore. Impossibile dire qualcosa di definitivo nonessendo stati presenti sul luogo dello scatto al momento dello stesso, ma osservando il gesto mi sembra più probabile che la ragazza si stia semplicemente soffianco il naso. Un gesto di quotidianità che ancora una volta evidenzia la surrealtà della situazione.

Senza nulla togliere al buon lavoro di Spencer Platt, non riesco però a non farmi tornare in mente una fotografia di qualche anno fa scattata da Lauren Greenfield nell'ambito di un lavoro sulle influenze dei modelli holywoodiani sulla gioventù di Los Angeles. La struttura iconografica è soprendentemente simile: primo piano con bella gioventù agiata in macchina ripresa leggermente dall'alto. Sullo sfondo un'altra auto non proprio con l'aspetto dell'utilitaria, rosso fiammante, con buona pace di Oliviero Toscani, sostituisce le macerie, ma sottolinea una comunicazione fatiscente tra i due gruppi di giovani edonisti.

Ma andiamo ancora un pochino indietro. Siamo negli anni sessanta, nel 1964 per la precisione, René Burri racconta la Germania. In primo piano ancora giovani di buona famiglia, l'inquadratura è scesa, pur restando ad un'altezza superiore a quella dei soggetti, e non è più forzata dall'alto come nel caso della Greenfield, sullo sfondo Berlino Est e i suoi palazzi in costruzione. Volendo ben vedere simbolo di una devastazione moralmente non inferiore a quella fisica e reale di Beirut. L'ingresso da destra dell'auto rende il tutto inquietante.

Di fatto per una catena di associazioni mentali sulla forma dell'immagine, dalla fotografia della Greenfield, sono passato a quella di Burri e ora non riesco a non citare un'immagine di Robert Frank scattata tra il 1955 e il 1956 nei pressi di Detroit nell'ambito del celeberrimo The Americans. Ancora una volta un'auto cabriolet con giovani (e non solo) a bordo. Il senso dell'immagine inserita in tutt'altro contesto di ricerca è differente, ma è difficile pensare che la catena di suggestioni visive che ha coinvolto sia la Greenfield sia Platt non veda tra i suoi anelli anche questa storica immagine.

Se poi vogliamo divertirci ad andare ancora più indietro cambiando totalmente genere fotografico e procedendo per pure associazioni di forma possiamo ritrovare embrioni degli scatti precedenti in un'immagine realizzata tra il 1934 e il 1935 da Robert Doisneau allora fotografo della Renault, un impiego di durata relativamente breve grazie alle intemperanze caratteriali e l'insofferenza al rispetto di certi dettami disciplinari di quel grande e ironico narratore dell'anima di Parigi. Siamo in un altro contesto e in un'altra epoca. L'immagine ha destinazione commerciale e non si propone di raccontare nulla che non sia la creazione di un'immagine positiva e piacevole di un'autovettura. Per questo vengono impiegati degli stilemi che rimarranno: la ripresa dall'alto, il senso di marcia rassicurante da sinistra verso destra, la sensazione di libertà da vento nei capelli.

Un ultimo volo pindarico per arrivare ad André Kertész, ancora una rappresentazione tra l'illustrativo e il pubblicitario per una copertina di Vu del 1928. Qualcosa in embrione rispetto all'immagine rielaborata qualche anno dopo da Doisneau in altro ambito, c'è già.
In conclusione tutto questo discorso se rifatto al contrario segna una serie di passaggi, sicuramente arbitrari, incompleti e senza pretesa alcuna di scientificità, che ci permettono di farci un'idea di come alcuni schemi si siano sviluppati seguendo differenti esigenze interpretative e narrative per arrivare fino alla fotografia di Spencer Platt, che è sicuramente di grande interesse fotogiornalistico, ma altrettanto certamente deve molto ad illustri precedenti più o meno consapevolmente.
Ringrazio per la collaborazione Porzia Ballotta, Stefania Biamonti e Laura Marcolini.


Dall'alto verso il basso:
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August foto di Spencer Platt, USA, Getty Images, 2006, World Press Photo of the Year 2006.
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August (particolare) foto di Spencer Platt, USA, Getty Images, 2006, World Press Photo of the Year 2006.
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August (particolare) foto di Spencer Platt, USA, Getty Images, 2006, World Press Photo of the Year 2006.
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August (particolare) foto di Spencer Platt, USA, Getty Images, 2006, World Press Photo of the Year 2006.
Mijanou and friends from Beverly Hills High School spending their Senior Beach Day at Will Rogers State Beach in Los Angeles. Mijanou won the title of 'best physique' at Beverly Hills High foto di Laurev Greenfiled, USA, Seven.
Westdeutsche Besucher in der Stalinallee, Berlin/Ost, foto di René Burri/Magnum, 1964.
Belle Isle, Detroit foto di Robert Frank, 1955-56.
23-PS Sechszylinder Cabriolet Vivasport foto di Robert Doisneau, 1934 (1935).
Vu copertina del numero speciale per il Salone dell'Automobile, 3 ottobre 1928, foto di André Kertész.




Fast Forward: Growing Up in the Shadow of Hollywood
di Lauren Greenfield
Bargain - Paperback

Die Deutschen Photographien
di René Burri
Schirmer/Mosel


The Americans

di Robert Frank
Scalo



Renault, Die Dreißiger Jahre
di Robert Doisneau
Nishen

Un autoritratto: André Kertész
con un saggio di Carlo Bertelli
Art&
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