mercoledì 28 febbraio 2007

Aiutami a trovare qualcosa di buono

«Ciao Sandro, volevo fare una riflessione insieme a te. Ho visto su internet le foto vincitrici del WWP... ma è mai possibile che ci debbano essere per forza morti squartati, sventrati, mutilati, pazzi scatenati, sguardi orribili etc. etc. che attirano l'attenzione della giuria? O semplicemente sono (quelli della giuria) persone per strada che reagiscono sull'onda emozionale con le lacrime a questa o quella immagine ed assegnano i premi solo in virtù di chi li fa emozionare di più? Io non lo capisco proprio come funziona. E poi, mi domando a questo punto le foto come le mie hanno un futuro assicurato nel mio cassetto e quelle che ho in mente non verranno mai partorite se questi sono gli insegnamenti... ti prego aiutami a trovare qualcosa di buono in tutto ciò». Spero che l’amico Mario e i lettori mi perdoneranno se prendo spunto da una lettera ricevuta privatamente nei giorni scorsi, per rispondere pubblicamente sfiorando il problema dell’estetica della sofferenza. Non posso fare a meno di notare che il nove febbraio perfino il TG2 ha dato la notizia del conferimento del premio fotogiornalistico World Press Photo inserendola addirittura fra i testi informativi che scorrono sotto al mezzo busto del giornalista durante il telegiornale che accompagna le nostre cene. Probabile sia una mia carenza, ma è la prima volta che mi capita di veder assurgere una notizia del genere agli onori della cronaca. Beh, si può pensare in prima battuta, è una cosa positiva che un’informazione riguardante la fotografia assurga agli onori delle cronache. Infatti lo è, ma in assoluto qual è il prezzo per questa cassa di risonanza. Non voglio ipotizzare dietrologiche macchinazioni di non si sa bene quale potere, ma per entrare nelle logiche di produzione dell’industria televisiva in senso lato, si deve sempre più rispondere a certi criteri. In altre parole se la televisione accetta di parlare di fotogiornalismo, non sarà che quest’ultimo si sta conformando a criteri commerciali allontanandosi sempre più da quelli informativi? Se così fosse, credo che dovremmo fermarci a riflettere sul fatto che in questi casi quella che vediamo è vera sofferenza, i morti sono veri morti e non attori più o meno credibili che recitano il copione di un soporifero reality show più o meno indecente. Spero di sbagliarmi Mario, ma forse quel qualcosa di buono, che cerchi disperatamente, non c’è già più.

Sandro Iovine

n.179 - marzo 2007


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