domenica 18 marzo 2007

La lettura condizionata


Quanto tempo riusciamo a dedicare alla lettura dei giornali? Poco in genere in questo paese che non brilla certo per consumo di informazione. E nel poco tempo che ci concediamo, cosa assorbiamo dalle pagine sfogliate? Si tratta di una domanda che può diventare anche preoccupante se ci soffermiamo a guardare, ad esempio, come viene editata l'informazione. Prendiamo questo articolo di Mario Calabresi pubblicato su la Repubblica venerdì 16 marzo. Vorrei chiarire che non intendo entrare nel merito di quanto è stato scritto quanto piuttosto del modo in cui è stato pubblicato e non è mia intenzione in questa sede prendere una posizione giudicante rispetto a quanto emerge da una decodifica del modello di presentazione dell’impianto grafico e iconografico dell’articolo in questione. Voglio solo soffermarmi sulle modalità del processo utilizzato, modalità che sono parte di un processo di attacco costante e subdolo in quanto mediamente non decodificato dalla coscienza della maggioranza dei lettori, che al contrario sulla base di queste metodologie viene plasmata e assoggettata.
Vediamo dunque nel dettaglio come è stata presentata la notizia dell'udienza al numero tre di Al Qaeda, Khalid Sheikh Mohammed.

Una delle prime cose che si impara entrando in qualunque redazione del mondo è che è necessario prestare la massima attenzione a immagini, titoli e didascalie. Ovviamente vigendo nel giornalismo italiano il primato della parola sull'immagine l'ordine non è proprio quello esposto, ammesso che qualche volta ci si preoccupi davvero dell'immagine. Ma siccome qui ci occupiamo di immagini partiamo proprio da queste ultime che, supponendo un atteggiamento diffuso e consistente in uno sguardo veloce e distratto alle pagine del giornale, saranno le prime a lasciare una traccia più o meno cosciente nella mente del lettore.
La prima cosa che colpisce è il triangolo creato dalla grafica in alto a sinistra che precede il sommarietto, dalla fotografia delle conseguenze dell'attentato dell'11 settembre e dal ritratto del soggetto dell'articolo. La grafica che precede il sommarietto richiama direttamente l'attentato alle torri gemelle, quindi al concetto di terrorismo e al timore che questo induce in tutti noi potenziali vittime. Il concetto è rinforzato dalla fotografia a destra che mostra in essere quanto paventato dal simbolino azzurro dell'esplosione e dalla scritta allarme terrorismo.

Di fatto la ripetizione è al limite della ridondanza e gioca sull'equivoco sottile basato sulla differenza tra elemento grafico derivato dalla linea editoriale e immagine fotografica. Dal punto di vista del lettore distratto si crea immediatamente una tensione tra i due elementi che si confermano e rinforzano reciprocamente, incrementando velocemente la percezione di negatività, paura e necessità di difesa. Il triangolo si chiude poi con l'immagine di Khalid Sheikh Mohammed, richiamata alla struttura geometrica portante oltre che dalla posizione di chiusura (è infatti l’ultima immagine dell’articolo), dall'elemento grafico azzurro che si relaziona immediatamente con quello di identico colore che apre l’articolo. Riassumendo quindi il primo sguardo ci dice che qui si parla di terrorismo, quello che ha prodotto la strage di New York e che l'uomo raffigurato è direttamente implicato nella vicenda, in altre parole è un terrorista. Del resto l'aspetto bieco e assai malridotto che ricorda parecchio la poco epica rappresentazione di Saddam Hussein dopo la cattura, lo sguardo torvo e i capelli tutt'altro che curati non fanno che confermarci l'ipotesi di malvagità congenita dell'uomo rappresentato, garantendoci che sia in grado di essere responsabile di qualunque abominio. Ma c'è anche un particolare rassicurante nella curva delle spalle da vinto e sottomesso che contrasta fortemente con lo sguardo tutt'altro che rassegnato dell'uomo, che qui appare inequivocabilmente come un prigioniero sconfitto, quand'anche non pentito. Brutto, sporco e cattivo dunque, ma anche vinto e sconfitto. Con tutti i più sinceri complimenti allo staff che cura la distribuzione delle immagini per conto di chi si è fatto carico di controllare lo stato di prigionia di Khalid Sheikh Mohammed.

Secondo elemento di lettura che viene colto al volo: il titolo. "Io la mente dell'11 settembre" le confessioni di Mohammed". Ora abbiamo un altro elemento che conferma le supposizioni fatte facendo scorrere gli occhi sulle immagini. Siamo certi che si parli di terrorismo e in particolare delle attività legate alla strage delle due torri cui il losco figuro rappresentato più in basso è più che implicato. Da notare il gioco sul filo del rasoio da parte del titolista che, più o meno consapevolmente, sfrutta il cognome dell'imputato, Mohammed, per denotare ed evidenziare una sua generica appartenenza al mondo arabo, con sottintesi dalla prassi comune gli aggettivi estremista e islamico riferiti alla sua persona. Riassumiamo di nuovo aggiungendo i nuovi. L’articolo parla di un arabo, brutto, sporco e cattivo, terrorista (cioè un estremista islamico), talmente impudente da attribuirsi la paternità di un orrore di cui tutto il mondo si porta dentro le conseguenze a distanza di anni, ma nonostante tutto sconfitto dalla giustizia occidentale.

Ma ci sono ancora un paio di foto da cogliere al volo e una didascalia veloce da leggere, prima di girare pagina. Le due fotografie sono nella classica disposizione del confronto prima e dopo la cura, non differente dallo schema iconografico dell'intervista televisiva in parallelo. Nella prima immagine, a sinistra, appare il viso di un uomo dai tipici tratti medio orientali, espressione corrusca e non rassicurante, barba lunga e capo coperto in modo inconfondibilmente mediorientale. Intuiamo immediatamente che si tratta di una persona decisamente orientata verso un'ortodossia islamica che ci tiene a manifestare esteriormente, cosa che denota un profondo radicamento delle sue convinzioni politico religiose. Il volto è illuminato da uno sguardo deciso, duro, tendenzialmente gelido e sottolineato da grandi occhiali in stile anni settanta. Non è difficile credere che non esiterebbe a passarci sopra con la macchina senza alcuno scrupolo qualora dovessimo costituire per lui una qualunque forma di ostacolo.
A destra un volto che con un po' di fatica si può attribuire allo stesso uomo. Stavolta però la barba è più corta, tagliata in modo da lasciar spazio in modo simmetrico alla pelle tra il labbro inferiore e il mento. C'è un accenno di sorriso modello foto per la patente, lo sguardo è disteso, gli occhi appallati sembrano avallare l'abbozzo di sorriso delle labbra. Particolare fondamentale: dalla parte inferiore della fotografia si intuisce che il nostro uomo è vestito con giacca e cravatta all'occidentale. Dal contesto della messa in pagina è facile intuire che nonostante l'aspetto non lo suggerisca immediatamente, i tre volti che appaiono in pagina appartengono allo stesso uomo. Ma il trittico non ha certo una valenza neutra. Se il soggetto appare tre volte con aspetti così differenti, vuol dire che è un personaggio, appunto, in grado di travestirsi, quindi uno che sa e può ingannare. La terza foto è la più inquietante perché essendo l’ultima chiude il discorso e perciò viene caricata del ruolo di rivelatrice della vera natura del soggetto. Natura che, visto l'evidente richiamo alla figura di Saddam Hussein e considerata la sciatteria fastidiosa e lo sguardo torvo già sottolineati, non può che essere estremamente negativa. Di fatto il passaggio intermedio attraverso forme socialmente più rassicuranti per il lettore occidentale, non fa che sottolineare la pericolosa ambiguità del personaggio, peraltro già implicita nella durezza dello sguardo della prima immagine con quegli occhi incorniciati da un abbigliamento arabo che connota e inquieta.

Il tocco finale è poi la veloce didascalia in cui si sottolinea che Khalid Sheikh Mohammed quando compare in abiti occidentali ha barba e capelli curati. Senza contare che in tutta sincerità nella fotografia in abiti arabi i capelli non sono visibili e quindi il paragone implicito è già al cinquanta per cento velleitario e che la barba non appare affatto non curata, quanto semmai curata con un criterio e un gusto differenti.
Detto, o meglio, visto questo per la maggioranza dei lettori, cioè per tutti quelli che non nutrano uno specifico interesse per l'argomento, l'articolo è già stato letto: il colpevole è quel criminale di estremista islamico, brutto, sporco, cattivo, infido e trasformista, che anche da prigioniero sconfitto continua minacciare il mondo lanciando sguardi fiammeggianti di risentimento verso l’occidente. Un brutto personaggio da eliminare, perché talmente infido da trasformarsi in modo da apparire uno di noi, insinuandosi tra i buoni per distruggerli.
La lettura funziona e, a modo suo, pur generando preoccupazione appare anche tranquillizzante in quanto permette di focalizzare un nemico comune. E chi se ne frega della presunzione di innocenza o del contenuto dell’articolo di Mario Calabresi. Nel frattempo si forma una coscienza collettiva, che ci vede parte di una comunità in guerra contro un'altra e magari ci aiuta a prepararci a nuove crociate.
In questo specifico caso la lettura veloce sfogliando le pagine potrebbe anche corrispondere a verità... ma il problema reale è che lo stesso metodo di veicolazione dell’informazione ha un ampio spettro di applicazioni, non viene cioè utilizzato solo per raccontare la scelleratezza di qualche efferato terrorista, ma anche per creare il coinvolgimento al potere delle masse o per condizionare la propensione al consumo.
Non dico che ci si debba lanciare in improbabili e un po’ ridicole battaglie di eticizzazione della comunicazione. Per rendere tutto ciò accettabile, basterebbe che i destinatari della comunicazione fossero a conoscenza dei meccanismi che operano in loro ogni volta che sfogliano un giornale o accendono la televisione. Sarebbe sufficiente in altre parole da parte di tutti noi solo un po’ di consapevolezza e conseguente spirito critico circa la non innocenza dei modelli comunicativi.

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