venerdì 31 agosto 2007

I giapponesi e le immagini


Tokyo, 23 agosto 2007 - Una delle cose che mi colpiscono sempre ogni volta che metto piede in Giappone è il contrasto tra la raffinatezza della tradizione iconografica locale è la violenza nell’utilizzo delle immagini nella quotidianità. Dalla strada ai giornali ai semplici fogli pubblicitari che pubblicizzano le offerte della grande distribuzione, l’utilizzo delle immagini è caratterizzato da toni in cui l’impatto visivo viene costantemente accentuato. Il bombardamento di immagini è ovunque pesante e si accompagna ad una ritualità al limite dell’ossessione nella produzione di nuove immagini per mezzo di fotocamere digitali compatte e telefonini. Solo ieri pomeriggio nell’arco di uno spazio non superiore a cinquecento metri lineari mi è capitato di imbattermi in qualche decina di persone delle età più svariate che si ritraevano in pose e sfondi improbabili. Nell’imperscrutabilità della mentalità giapponese le motivazioni che spingono alla produzione di queste immagini sembra siano differenti da quelle cui siamo abituati in Occidente, dove un atteggiamento analogo ancorché molto meno compulsivo sarebbe giustificato solo dalla volontà di cristallizzare il ricordo del proprio passaggio in un luogo che non appartiene alla nostra quotidianità. In pratica il turista che vuole lasciare traccia e/o testimonianza del fatto che è realmente stato in un determinato luogo. Le persone incontrate ieri invece non potevano essere collocate certamente nella categoria turisti, vuoi per il discorsi che facevano, vuoi per l’inflessione che non denunciava provenienze differenti dalla stessa Tokyo, vuoi per l’abbigliamento e gli atteggiamenti posturali che denunciavano un discreta familiarità con i luoghi.
Altro aspetto interessante la ritualità che porta a replicare atteggiamenti che sembrano svolgere più una sorta di ruolo di rassicurante cementificazione sociale che altro.
Mi riferisco al fotografarsi mentre si mostra la mano raccolta con indice e medio distesi e divaricati. In pratica il movimento con cui in occidente indichiamo la vittoria e che invece per i giapponesi dovrebbe avere un significato in qualche modo connesso con un augurio di pace se ricordo bene spiegazioni di qualche anno fa. Altro aspetto interessante è che questo tipo di immagini non si concretizza solo nel gesto già citato, ma anche nell’assunzione di una postura che prevede un’inclinazione particolare della colonna vertebrale che produce una convergenza delle teste verso un ipotetico punto, grosso modo centrale all’interno della composizione, come a formare una simbolica cupola protettiva all’interno. L’immagine che ne deriva presenta quindi un baricentro centrale, un po’ spostato in alto, da cui deriva un forte senso di stabilità e unione che esprime in qualche modo a livello iconografico un fortissimo bisogno di coesione sociale.
Mentre scrivo la televisione trasmette i programmi del primo mattino, non troppo differenti per concezione da quelli che si possono vedere in Italia, quello che cambia è la forma. A parte gli improbabili sfondi messi dietro ai presentatori con i pesci che nuotano sullo sfondo della città, quello che colpisce è la sovrapposizione di segni e linguaggi che sembra mirare prevalentemente a negare le possibilità di interpretazione alternativa da parte dello spettatore.




Dall'alto:
Tokyo, Shinjuku, le insegne di una sala di Pacinko, © Sandro Iovine, 2004.
Tokyo, Ebisu, ingresso di una sala di Pacinko, © Sandro Iovine, 2007.
Tokyo, Palazzo imperiale, © Sandro Iovine, 2004.
Tokyo, Palazzo imperiale, © Sandro Iovine, 2004.
Matsushima, foto ricordo di famiglia, © Sandro Iovine, 2007.
Tokyo, trasmissioni televisive del mattino, © Sandro Iovine, 2007.





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