domenica 22 febbraio 2009

Immagine e rispetto dell’Uomo

I giorni che hanno preceduto la chiusura redazionale del numero di marzo sono stati caratterizzati dalla conclusione di una delle vicende umane più tristi e disperate tra quelle assurte agli onori della cronaca. Anche se forse sarebbe più corretto declinare questa frase fatta parlando di disonori della cronaca, in considerazione di quanto accaduto. Mi riferisco alla terribile vicenda umana e clinica di Eluana Englaro. Chiarisco immediatamente che non è affatto mia intenzione aggiungermi al coro di personaggi di varia natura e reputazione che si sono accalcati in cerca di un briciolo di notorietà vuoi per esplicita richiesta di presunti colleghi giornalisti vuoi per spontanea necessità di espressione di un’opinione di contenuto etico sulla vicenda. Da quest’ultimo aspetto mi vorrei astenere, non foss’altro perché un giudizio, di fronte a una tragedia di queste proporzioni, non riesco proprio a esprimerlo e tanto meno riesco a schierarmi con facilità da una parte o nell’altra. L’aspetto sul quale invece vorrei soffermarmi a riflettere per qualche istante è quello relativo al ruolo che ha avuto, nella pessima strumentalizzazione politica condotta indistintamente dalle parti in causa, l’immagine sia in senso generale sia in senso prettamente fotografico. Lo sforzo maggiore nell’affrontare questo argomento è francamente quello di vincere il disgusto per l’atteggiamento tenuto dalle varie e opposte parti politiche. Nessuno, tranne forse qualche rappresentante di cariche istituzionali, ha dimostrato la benché minima capacità di rispetto per un essere umano che si trova nell’impossibilità di proteggersi autonomamente. Tutti hanno speculato sull’emotività popolare in modo inammissibile attraverso affermazioni e atti il cui fine era unicamente quello di trarre vantaggio di parte, ovvero conquistare consenso politico e sociale per affermare le proprie posizioni e presumibilmente adire a preoccupanti azioni politico istituzionali. Ma prescindendo da questo tipo di valutazioni, un aspetto che ha caratterizzato questi momenti di buio profondo, un grande ruolo hanno avuto le immagini in questa vicenda. Per mesi siamo stati schiaffeggiati quotidianamente dalle fotografie di una ragazza piena di vita, giovane, bella. Sempre le stesse immagini ripetute con un ritmo sempre più incalzante fino alla morte. Necessariamente le fotografie erano relative a periodi precedenti l’incidente da cui è originata l’intera vicenda pubblica. Ovvero si trattava di immagini riprese come minimo diciassette anni fa. Mi pare inutile sottolineare l’oggettiva assenza di un vero contenuto informativo relativo alla vicenda, ovvero l’inutilità giornalistica del mostrare queste fotografie. Forse sarebbero apparse adeguate solo all’interno di un format televisivo del tipo Chi l’ha visto?, ma non dimentichiamo che stiamo parlando della protagonista di una vicenda dolorosissima di cui tutti conoscevamo le sorti. L’uso, mi si passi il termine, indiscriminato di quella manciata di fotografie protratto tanto a lungo ha inevitabilmente creato, in unione alla certo non discreta sollecitazione dei media dell’informazione, un’attitudine di familiarità diffusa con quella povera ragazza. Familiarità del tutto infondata in senso logico, ma non per questo meno fondante ai fini di una presunzione di diritto all’espressione di una valutazione sull’opportunità del da farsi. Mi chiedo molto banalmente quanto le immagini fresche e solari di una bella ragazza possano raccontarci qualcosa di reale su come sia a distanza di quasi venti anni, anche prescindendo dalla tragica peculiarità del modo in cui questo periodo è trascorso. Peculiarità che è impossibile credere che non abbiano lasciato un segno tangibile sul corpo e quindi sull’aspetto esteriore. Ovvero, quanto di fronte a tematiche inerenti il diritto di autodeterminazione del singolo individuo, può essere condizionante la proposizione continua e indiscriminata di immagini che ragionevolmente assai poco hanno a che vedere la condizione reale del soggetto cui si riferiscono? Non c’è forse il rischio che la condizione del soggetto venga idealizzata e allontanata dal reale proprio a causa dell’indissolubile associazione con l’immagine proposta dalle fotografie?Ancora più chiaramente: associare l’immagine di una ragazza viva e nel rigoglio della sua gioventù a una sentenza di sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione non induce a una considerazioni e valutazioni condizionate della situazione? In proposito forse val la pena di riflettere sulle dichiarazioni rilasciate dal medico che ha accompagnato Eluana durante il trasferimento in ambulanza verso Udine. Mi chiedo quindi fino a che punto sia stato corretto continuare a far circolare quelle fotografie potenzialmente in grado di creare un’immagine illusoria di Eluana Englaro e quindi far propendere una larga parte di opinione pubblica non in possesso di strumenti di giudizio sofisticati verso l’appoggio a determinate posizioni politiche espresse in merito alla vicenda. Personalmente credo si potesse e dovesse evitare. Come credo sarebbe stato meglio se si fossero evitate esternazioni di opposta tendenza e finalità a favore dell’idea di rendere pubblica l’immagine attuale di Eluana al fine di convincere gli oppositori all’esecuzione della sentenza. Un livello di analisi un po’ più alto ha infatti consentito a qualcuno di intuire il valore fuorviante non solo a livello potenziale delle immagini in circolazione. In pieno delirio comunicativo però è stato possibile leggere in vari luoghi dell’opportunità di controbattere le tendenze a favore del mantenimento dell’alimentazione e dell’idratazione attraverso la diffusione di immagini che mostrassero quanto Eluana fosse lontana dall’essere la ragazza viva proposta quotidianamente da schermi televisivi e giornali. Ovvero si intendeva proporre ì’ostensione di un corpo morente alla visione pubblica per porre fine alle polemiche. Come se quel povero corpo di offese non ne avesse subite abbastanza. E ringraziamo il padre per aver risparmiato almeno questo alla figlia indifesa. Se non avessi già un’idea della risposta, mi verrebbe da chiedermi come al giorno d’oggi sia ancora possibile che si verifichino situazioni del genere. Il guaio è che a cercare una risposta, stavolta non ce la caviamo con il solito j’accuse che chiama sul banco degli imputati la generalizzata incapacità di decodificare il senso delle immagini. Stavolta dovremmo chiederci qualcosa in più relativamente al rispetto della dignità umana.

Sandro Iovine

n. 203 - marzo 2009



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martedì 3 febbraio 2009

Quanto ci ha cambiato la fotografia


È l’8 luglio del 1839 e la camera dei Deputati francese è riunita a Parigi per ascoltare la Relazione sulla dagherrotipia richiesta dal ministro degli Interni Duchatel al fine di esaminare il progetto di legge che avrebbe attribuito a Louis Jacques Mandé Daguerre e Isidore Niépce, erede di Nicéphore Niépce, un reddito annuale come contropartita economica per aver acconsentito a rendere pubblico il procedimento della dagherrotipia. A parlare a nome della commissione costituita da altri otto parlamentari è François Arago. La commissione aveva come compito quello di rispondere fondamentalmente a quattro punti: se la dagherrotipia fosse incontestabilmente un’invenzione, se avrebbe potuto arrecare servizi di qualche valore all’archeologia e alle belle arti, se avrebbe potuto diventare un bene comune e infine se le scienze ne avrebbero potuto trarre vantaggio. Come si vede fin dall’inizio tutte le questioni, anche in prospettiva delle motivazioni iniziali dell’analisi svolta dalla commissione, si rivolgono in direzione di un utilizzo strumentale dell’immagine fotografica. Gli accenti posti sulle qualità della fotografia sono quelli che segneranno la percezione della stessa nei decenni successivi fino ai nostri giorni. La dagherrotipia assicurerà, ad esempio alla Commissione per i Monumenti Storici, documentazioni non solo più precise, ma anche più economiche. Ma una funzione, sempre strumentale la dagherrotipia, l’avrà anche nei confronti dell’arte. A conferma Arago cita una nota di Paul Delaroche esplicitamente interrogato dalla commissione sull’argomento.
«In tale procedimento il pittore troverà un mezzo rapido di fare un insieme di studi che, per quanto abbia talento, non potrebbe mai ottenere se non con molto tempo, molta fatica e in modo molto meno perfetto». La dagherrotipia per Delaroche e Arago non penalizzerà né artisti né incisori perché «riassumendo la stupenda scoperta del signor Daguerre, è un enorme servizio alle arti». È l’inizio di una storia che arriva ai nostri giorni. Una storia nel corso della quale molti si interrogheranno sul valore strumentale o artistico della fotografia. I primi avventandosi da una parte contro la produzione meccanica e dall’altra contro la riproducibilità virtualmente illimitata dell’immagine subentrata con l’introduzione del processo negativo-positivo negheranno, in funzione dell’assenza dell’intervento diretto della mano dell’uomo, ogni possibilità di contenuto artistico da parte della fotografia. I secondi invece punteranno la loro attenzione sulle condizioni mediatrici della visione per ricondurre la fotografia ad un contesto di pensiero umanistico all’interno del quale generare un ruolo fondamentale degli aspetti decisionali del processo creativo. Non è certo questo il contesto adatto per affrontare la questione. Vale solo la pena a mio avviso di rilevare come per molti alla fotografia debba essere attribuito un ruolo di affrancamento dell’arte nei confronti della rappresentazione del mondo che le ha permesso di sviluppare direzioni di ricerca svincolate dal realismo iconografico. A fronte delle tesi afferenti a questo nucleo di pensiero ve ne sono altre che teorizzano al contrario che la fotografia non sia che una conseguenza inevitabile del processo evolutivo dell’arte che comunque si era già rivolta in quella direzione. Tesi quest’ultima abbastanza interessante se si confronta con quelle che intravedono in Platone il generatore occulto di quegli spermatozoi che avrebbero fecondato nei secoli a venire l’utero del nichilismo occidentale da cui la fotografia stessa avrebbe preso vita. Si tratta di argomentazioni che richiederebbero molta attenzione per azzardarne una valutazione di qualunque tipo, ma come già detto non è questa la sede.
Mi preme però sottolineare che al di là dell’individuazione concreta delle ragioni a favore o contro una o l’altra delle posizioni citate e di quelle omesse, quella che rimane è comunque un’eredità pesante, testimoniata anche dall’ampiezza e complessità del dibattito che va ben oltre quanto appena tratteggiato in modo deliberatamente parziale. La fotografia ha pervaso strutturalmente la nostra percezione del reale, anche se non ce ne rendiamo conto. Un esempio per tutti è offerto l’appiattimento dell’attenzione di tutti noi che, come notava Franco Vaccari alla fine degli anni Settanta, è stato portato a un livello medio in cui l’estremamente grande e l’estremamente piccolo hanno perso i loro connotati relazionali con la scala umana per fondersi in una familiarizzazione dello spazio all’interno della quale finiamo per subire la fascinazione dell’indifferenza.

Sandro Iovine

n. 202 - febbraio 2009



Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di marzo de IL FOTOGRAFO.



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