mercoledì 23 novembre 2011

Photoquai 2011: inizia l'era Huguier?

Parigi, Quai Branly, l'esposizione principale del Photoquai 2011.
Parigi, Quai Branly, Photoquai 2011.
«Photoquai 2011 è un viaggio all'ascolto del rumore del mondo, nutrito dallo sguardo dei fotografi sullo stato della loro società e sullo stato di culture altre rispetto alla loro. Sono per noi sentinelle, guardiani  che ci impediscono di dormire. Poiché il fotografo è distaccato rispetto al soggetto che riprende, il suo sguardo manca raramente di ironia o di scherno. A vederla in un altro modo, si vedono altre cose spiegava Heinrich Wölfflin. È proprio quest'altra cosa che ho cercato per Photoquai, e che ho tentato di inseguire in tutta la mia vita.»
Con queste parole Françoise Huguier esordisce nella presentazione dell'edizione 2011 del Photoquai, la biennale des images du monde che ha raggiunto quest'anno la sua terza edizione. Si tratta di un evento dedicato alla fotografia che ha il grande pregio di offrire un panorama che, pur essendo inevitabilmente parziale, spazia su quel mondo della fotografia sistematicamente o quasi ignorato dal sistema culturale occidentale cui apparteniamo. Se si fa eccezione per la Cina, che i fatti economico-politici hanno portato necessariamente alla ribalta negli ultimi anni, di fatto sappiamo pochissimo, o niente, di ciò che accade nel mondo della fotografia asiatica, africana, latino americana, australiana... Per questo iniziative come quella del Photoquai sono fondamentali, anche se per poterne fruire è necessario prendere un aereo e andarsene a Parigi.
Parigi, Quai Branly, Photoquai 2011.
Ovviamente non tutto quel che brilla sotto il sole è oro e scommetto che molti in questo periodo sorriderebbero all'idea di far le pulci ai cugini d'oltralpe per vendicare l'orgoglio patrio affondato dalle risatine di Sarko in antitalica combutta con i crucchi guidati dalla terribile Angelona di Germania. E, a volercisi mettere, basterebbe iniziare dall'illuminazione notturna saltata su parte della mostra allestita su Quai Branly... Ma prima di lasciarsi andare a riflessioni ottuse di questo genere, forse varrebbe la pena di farsi le solite domande, quelle che è inevitabile porsi ogni volta che si fa un salto all'estero e in Francia in particolare (ok, ok lo riconosco: ho un certo debole per i Galli quando si occupano di fotografia). Per esempio vale la pena di chiedersi se da noi, a Roma, allestendo una mostra analoga sul Lungotevere si otterrebbe la stessa affluenza di pubblico. Le immagini che vedete sono state scattate sabato 4 e domenica 5 novembre... particolare non indifferente: la mostra era aperta dal 13 settembre e avrebbe chiuso i battenti l'11 novembre... Quindi, se la molla che scatena la visita fosse stata quella della curiosità del pubblico per l'esotica esposizione, probabilmente il grosso si sarebbe potuto già considerare esaurito da tempo. Del resto il privilegio di aver assistito al Photoquai fin dalla prima edizione mi permette, sulla scorta delle esperienze pregresse, di confermare un afflusso continuo e indipendente dal giorno della settimana o dalla vicinanza all'inizio o alla fine della manifestazione.
Parigi, Quai Branly, Photoquai 2011, la macchina
per fototessere senza volto all'interno della mostra
Faceless dell'indiano Mohan Verma, che analizza
il rapportotra immagine reale degli individui
e immagine imposta dalla società dei consumi.
In realtà qualche pulce l'ho trovata, non tanto sulle deficienze del sistema di illluminazione, quanto piuttosto relativamente alla direzione di Françoise Huguier. La mano della curatrice è evidente e sinceramente a volte un po' fastidiosa. È ovvio che la titanicità dell'impresa permette di scusare chiunque abbia l'ardire di affrontarla, ma ci sono sfumature che mi hanno lasciato perplesso. Al di là del relativo appagamento del mio gusto personale nella scelta degli autori (appagamento che non rientrava certo nelle finalità della manifestazione), ho trovato spesso, troppo spesso ridondanti i testi di accompagnamento alle immagini. Con la sola eccezione per quelli in cui, al di là delle indispensabili note biografiche, era il fotografo stesso a prendere la parola per  spiegare il suo lavoro. Negli altri casi mi è parso che più che la volontà di esporre gli autori ci fosse quella di esporre il curatore. Al di là della ridondanza spesso verbosa dei testi il fastidio iniziava a essere consistente dopo il terzo o quarto pannello in cui nella presentazione dell'autore si faceva sfoggio di conoscenza di altri autori da parte del curatore. Autori per lo più appartenenti alla relativamente ristretta cerchia di conclamati maestri della fotografia occidentale o dei singoli protetti dell'estensore.
Parigi, QuaiBranly, Photoquai 2011.
Un'operazione del genere non mi pare rendere grande giustizia all'autore che la subisce, perché da una parte ne nega in modo nemmeno troppo implicito l'originalità, dall'altra riafferma di fatto la supremazia della fotografia occidentale, ribadendo in pratica una sorta di neocolonialismo culturale. Ora direi che è evidente come, qualora la mia lettura potesse essere tacciata di un minimo di attendibilità, tutto questo non risulterebbe minimamente in linea con l'evento. 
Inoltre passeggiando tra le immagini in mostra ho avuto la sensazione che ci fosse una sorta di tematica sotterranea a sottendere il Photoquai 2011. La presenza di così tanti lavori riguardanti le identità di genere e la loro incidenza sociale, mi è sembrata eccessiva in relazione alla dichiarata neutralità tematica della manifestazione (vedi ad esempio Repent or die, 2010, del malese Khee Teik Pang,  Conducta impropria, 2008, del cubano Alejandro Gonzáles o Isarn Boy Sol 4, 2008, del tailandese Maitree Siribon). Senza contare che peraltro le problematiche in questione risultavano interpretate a mio avviso spesso in maniera abbastanza edulcorata. Voglio dire che, ovviamente, non ci troverei assolutamente nulla di male se i curatori decidessero di affrontare apertamente il tema. Anzi troverei che sarebbe di estremo interesse confrontarsi con il differente approccio di culture che sono molto più lontane da noi di quanto il mito della globalizzazione non abbia voluto farci intendere. Forse sarebbe doveroso, oltre che interessante, occuparsene. Ma mi chiedo: perché non farlo apertamente? Perché nascondersi dietro un generico bruit du monde? Perché non tematizzare dichiaratamente almeno una sezione? 
Parigi, giardini del Musée du Quai Branly, Photoquai 2011,  Boujmal, 2005-2011 di Nicène Kossentini.
Parigi, giardini del Musée du Quai Branly,
Photoquai 2011, la mostra della malese Minstrel Kuik.
Detto questo ho apprezzato molto la fruibilità dello straordinario giardino del Musée du Quai Branly come sede espositiva (lo so, lo... se prima mi sono attirato l'ira di chi ce l'ha a morte con i cugini galliformi, adesso mi sto tirando dietro quella dei non certo pochi detrattori di Jean Nouvel). Ma in anche in questo caso mi incorre l'obbligo di sottolineare sbavature che non si confanno al valore dell'iniziativa. Una per tutte la superficialità con cui sono state introdotte le immagini della tunisina Nicéne Kossentini. Di questa giovane autrice si spiega che «la serie porta il nome di uno stagno salato situato a qualche chilometro dalla sua città natale, Sfax, in Tunisia. Ogni immagine viene sovrapposta a quella di un ritratto di donna, preso dall'album di famiglia, che rappresenta la madre, la nonna e la bisnonna. L'autrice evoca qui quei luoghi abitati, quei giardini segreti che ognuno di noi porta dentro di se. Questa concezione metaforica dello spazio -di uno spazio mentale inventato o vissuto- invita a tuffarsi in un mondo fluttuante, tra presenza e assenza, tra oblio e rinascita. [...] Quindi questo flusso si prolunga virtualmente in una frase senza inizio né fine, senza riferimenti o senso, che corre lungo le immagini.» Ora va tutto molto bene, ma essendo improbabile che si possa verificare il senso della frase scritta in caratteri arabi lungo la linea dell'orizzonte, forse sarebbe stato opportuno fornirne una traduzione. Uno spettatore attento e ignaro della lingua araba può al massimo verificare che le parti iniziali della citata frase non sono visibilmente uguali. Che poi questo derivi dall'impiego di parole o frasi differenti o semplicemente da un diverso punto di inizio nella scrittura della stessa frase è tutto da verificare. Di fatto ci troviamo comunque di fronte a un testo sincretico in cui oltre ai codici iconografici della sovrapposizione di immagini, si applicano anche quelli linguistici della lingua araba, che forse richiederebbero una traduzione perché si possa fruire dell'opera. Questo anche nel caso le parole non offrissero nessun appiglio a un'attribuzione di senso, che in realtà potrebbe risultare dalle proposizioni associative o fonetiche.
Parigi, giardini del Musée du Quai Branly, Photoquai 2011Fake animals, 2009-2011 di Andrei Liankevich.


Bizarro, sempre a mio avviso, anche il testo introduttivo della mostra Fake Animal del bielorusso Andrei Liankevich, che presentava una serie di immagini quadrate abbastanza suggestive di animali impagliati. Sorvolo sull'imbarazzante aneddoto della mamma parigina che indica le foto al suo bambino con fervore paideutico al grido di «Guarda che belli gli animaletti!» e alla quale il piccolo risponde con un lucido e sconcertato «Ma sono morti...», in quanto il vero imbarazzo è subentrato leggendo l'apologia tassodermista nel testo di presentazione che arriva a scomodare addirittura non meglio precisati riti pagani slavi. Sinceramente ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un curatore che deve sostenere a tutti i costi un lavoro in cui quantomeno non crede fino in fondo. Ma ovviamente è probabile che sia solo un'errata impressione personale fondata sulla mia profonda ignoranza della materia. Ignoranza che, in tutta sincerità, non prevedo di colmare a breve...

Parigi, Quai Branly, Photoquai 2011.
Fin qui ho sottolineato le cose che mi hanno lasciato perplesso, ma è ovvio non ho trovato solo del negativo o presunto tale. Molto interessanti ad esempio le riflessioni sulla condizione femminile in Africa ed Asia che, pur emergendo a macchia di leopardo, presentavano letture della quotidianità a volte lontane dal nostro immaginario e conseguenzialmente preziose (vedi ad esempio il lavoro Alter Gogo, 2010, del nigeriano Andrew Esiebo, Spring-Summer Collection 2008, Sport Collection, Kesh Angels, 2007-2010 del marocchino Hassan Hajjaj e per altri versi Autoportraits, 2007-2010 della togolese Héléne Amouzou). Interessanti anche le frequenti aperture alla dimensione della fotografia impiegata come finzione, sia intesa rispetto alle caratteristiche intrinseche del medium di ingannare (ad esempio il lavoro To Be or to Pretend, 2008-2011, del cubano Adrián Fernández Milanés), sia come deliberata messa in scena, ad esempio nella forma di fotoromanzo (vedi Photo Fictions, 2010 dell'indiano Shailabh Rawat). A proposito dell'agitarsi intellettuale nei confronti di quest'ultimo nel mondo della fotografia, se posso esprimere un parere, credo che non si tratterà di una riscoperta dalla vita lunga. Se è vero come è vero che ormai una, se non due generazioni, sono nate nella inconsapevolezza di questo impiego della fotografia, non credo che, passata l'agitazione del momento, questa forma possa offrire spunti di evoluzione. Soprattutto considerato che in realtà la tecnologia di veicolazione e produzione delle immagini fotografiche sta andando in tutt'altra direzione. Interessanti infine le indagini sull'identità di Mohan Verma con il suo Faceless o dell'indonesiano Jim Allen Abel con Indonesia uniform.
Premesso che in futuro cercherò di ritornare sui singoli autori per una disanima un po' meno superficiale, per concludere voglio citare il lavoro che, forse per le contingenze socio-politiche che stiamo vivendo, mi ha suscitato il maggior interesse. Alludo a Saddam is Here del curdo-iracheno Jamal Penjweny proposto da Françoise Huguier. Il suo lavoro propone una serie di immagini di cittadini iracheni che sovrappongono il ritratto del dittatore Saddam Houssein al loro volto. Un modo molto chiaro per ammettere e denunciare al tempo stesso la responsabilità di un intero popolo nella storia recente del proprio paese. Argomento forse meno lontano dalla nostra quotidianità di quanto non possa far credere il riferimento diretto alle vicende del recento tragico passato dell'Iraq.
Parigi, Quai Branly, Photoquai 2011, una delle immagini dl Saddam is Here di Jamal Penjweny.

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