martedì 22 aprile 2008

Importanza da bruciare

«Una fotografia non è solo il frutto di un incontro tra un evento e un fotografo; è un evento in sé, e con diritti sempre più perentori - di interferire, di invadere, o di ignorare quello che succede. Anche il nostro di senso di situazione è oggi articolato dagli interventi della macchina fotografica. La loro onnipresenza suggerisce persuasivamente che il tempo è fatto di eventi interessanti, di eventi che val la pena di fotografare. Ciò a sua volta autorizza a pensare che qualsiasi evento, una volta avviato, qualunque siano le sue coordinate morali, ha bisogno di un completamento, perché possa venire al mondo qualcos’altro, e cioè la fotografia. Una volta concluso l’evento, continuerà a esistere la sua immagine, conferendo all’evento stesso una sorta di immortalità (e di importanza) che altrimenti non avrebbe avuto. Mentre nel mondo persone reali uccidono se stesse o altre persone persone reali. Il fotografo dietro il suo apparecchio, crea un nuovo minuscolo elemento di un altro mondo: il mondo delle immagini, che promette di sopravvivere a tutti noi». Le parole di Susan Sontag non hanno perso il loro valore intrinseco nonostante siano state scritte una trentina di anni fa (Sulla fotografia è del 1977). Certo oggi più che alla fotografia il ruolo di conferire importanza a un evento è forse attribuito ad altro tipo di immagini, prime tra tutte quelle televisive. Ma è difficile credere che a queste ultime, visto l’uso e il consumo che se ne fa, riesca anche il compito di trasmettere una sorta di immortalità. In questa fase storica sembra che l’unica importanza attribuibile sia quella estemporanea e transitoria, immediatamente sostituita da altre importanze preconfezionate e pronte ad essere bruciate all’interno di periodi sempre più brevi. L’evento e l’immagine che lo definisce sembrano strutturati per essere effimeri come non mai nella storia conosciuta dell’uomo. Certo sicuramente il tempo distillerà, come ha sempre fatto, le immagini che devono rimanere e, come sempre, saranno pochissime. Ma una società che tende a bruciare così rapidamente le immagini che, raccontandone la storia, in qualche modo la definiscono, a che tipo di iconografica perdita di memoria può andare andare incontro? E siamo sicuri poi che si possano circoscrivere le perdite alla sola iconografia?

Sandro Iovine

n.193 - maggio 2008




Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di giugno de IL FOTOGRAFO.



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