venerdì 25 febbraio 2011

Ma tu quante mostre hai fatto?


La frase che ho scelto come titolo mi tormenta da non meno di due decenni... in realtà quasi tre, ahimè. Ero al primo o secondo anno di università e la maggior libertà acquisita nella gestione del tempo da dedicare allo studio mi aveva indotto a frequentare con maggiore e immatura assiduità il mondo della fotografia cui potevo avere accesso all’epoca. Il che significa che ero abbastanza impegnato nella pratica dell’agonismo fotografico e partecipavo a un numero relativamente alto di concorsi. In quell’occasione risultai essere, per ragioni che mi sfuggivano allora come oggi, essere il miglior autore in assoluto... in una competizione astigiana.
Ora sorvolando sulla roboante definizione, ne fui come è facile intuire particolarmente orgoglioso all’epoca, tanto da indurmi ad affrontare un viaggio in treno di una decina di ore nel corso del quale ho maturato con chiara determinazione quell’avversione verso treni e ferrovie che tutt’ora alimento anche in questo momento scrivendo queste righe dal posto 16 della carrozza 9 del Frecciarossa diretto a Bologna. Stremato, ancorché poco più che ventenne, dal viaggio andai all’inaugurazione della mostra delle opere partecipanti al concorso e mi ritrovai attorniato da strani personaggi più simili a espositori ambulanti di macchine fotografiche che a esseri umani. Nonostante all’epoca fossi assai meno incline alla socializzazione di quanto non avvenga al giorno d’oggi, a un certo punto venni assalito da uno dei tanti appassionati sciamanti all’interno dei locali espositivi che brandeggiava un costoso quanto voluminoso obiettivo tele zoom incredibilmente inappropriato in quel contesto. Mentre cercavo di schivare i fendenti che il brandeggiante assestava a destra e a manca, venni definitivamente abbattuto dalla domanda da cui ha preso gli esordi questa riflessione. La mia prima reazione fu di sgomento di fronte a una domande che prevedeva come unica risposta un’interrogativa di ritorno del tipo «E perché mai avrei dovuto fare una mostra?». Peraltro allo sgomento segui una specie di senso di colpa indotto dall’espressione piuttosto critica che esplicitava la valutazione piuttosto scarsa della mia persona per via di quello spazio vuoto alla voce mostre fatte.
Perché ho ritirato fuori questa vecchia e non particolarmente interessante storia? Forse in memoria del luogo in cui siedo e del viaggio che all’epoca ritenni epico, ma più probabilmente perché il tema continua a riproporsi nella mia vita professionale. Tanto nel corso dell’insegnamento quanto in quello inerente il ruolo di direttore di una testata che tenta di occuparsi di fotografia. In entrambi i casi mi trovo a confrontarmi in una misura o nell’altra con la sindrome da ansia espositiva che sembra affliggere il mondo della fotografia italiana. Intendiamoci non penso che in assoluto ci sia qualcosa di male nel sottoporsi al confronto implicito nella realizzazione di una mostra. Anzi trovo che sotto questo profilo si tratti proprio di un passaggio fondamentale nella crescita personale. Ma mi chiedo è mai possibile che tutti abbiano realmente qualcosa da dire con le proprie fotografie? Siamo sicuri che il profluvio di mostre inaugurate ogni giorno nel nostro paese sia davvero motivato e non sia invece piuttosto frutto del teorema warholiano del quarto d’ora di celebrità declinato in chiave fotografica? Quando lo strano guerriero con il mega telezoom mi investì con il suo interrogativo, non potei fare a meno di chiedermi perché a me non fosse mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello di fare una mostra. Quello che mi risposi è che oltre a  non considerarmi all’altezza (e oggi posso tranquillamente dichiarare con oggettività che non lo ero affatto), non mi sembrava di avere nulla da dire al mondo con le mie immagini. Se dovessi giudicare dal numero di mostre che pubblichiamo ogni mese su questo giornale (provate a contarle...) dovrei concludere che evidentemente altrettanto non possono dire i tanti che espongono un po’ ovunque. Credo che alla base ci sia una concezione molto superficiale di cosa sia una mostra, intesa spesso come il mero appendere al muro una selezione del presunto best of della propria produzione.
Ma fare una mostra o, peggio ancora, un libro non significa questo. Vuol dire avere un progetto e svilupparlo in forma coerente, nel tempo, per poter raccontare qualcosa davvero e non solo appagare in qualche modo più o meno posticcio il proprio desiderio di fama a basso prezzo. A proposito di tempo ricordo l’ironia con la quale venne accolta parecchio tempo fa il progetto di un professionista, peraltro noto e molto bravo, il quale aveva deciso di celebrare suoi primi dieci anni di attività con un libro. Il volume che ne venne fuori ovviamente si teneva in piedi con lo sputo perché molto banalmente non c’era dietro alcuna idea, se non quella dell’autocompiacimento. Dopo appena dieci anni di professione si vedeva come al termine della carriera e cercava la consacrazione invita, mentre invece avrebbe dovuto ancora affrontare il meglio della sua produzione. 
È proprio questo lo stimolo che tutti noi dovremmo cercare di combattere a favore della qualità progettuale, in generale foriera di approfondimento e miglioramento. Smettere di farsi prendere dall’ansia di fare qualcosa per cui non necessariamente siamo pronti. Mettersi in discussione. Chiedersi continuamente se abbiamo davvero qualcosa da dire agli altri per cui valga la pena di mettere su una maledetta mostra. Credo che se ci ponessimo più spesso domande di questo tipo avremmo molte meno esposizioni in giro, ma molta più qualità.
Sento già agitarsi nella mente di chi mi legge la certezza di quello che nelle prime righe era solo un sospetto di volontà censoria. No, no, tranquilli di censure per l’aria ne abbiamo già abbastanza, tanto più pericolose quanto meno sembrano essere percepite dai più. Non è questo che mi interessa. Non dico che debbano esporre solo quelli bravi. Dico che prima di porci il problema di offrire al pubblico il nostro lavoro dovremmo provare a chiederci se davvero ha senso quello che abbiamo intenzione di fare. Confrontarci con chi ha qualche strumento in più per valutare ed essere disposti ad accettare le eventuali critiche ricevute. Compresa quella sulla totale inopportunità di realizzare l’agognata mostra.



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