mercoledì 28 dicembre 2011

Quando una foto diventa icona

Sharbat Gula, ragazza afgana al campo profughi di Nasir Bagh
vicino a Peshawar,
 Pakistan, 1984. © Steve McCurry, d
alla mostra 
Siamo la civiltà delle immagini, si sa. Ce lo hanno ripetuto tante di quelle volte che abbiamo finito per crederci. Personalmente sono convinto che piuttosto siamo la civiltà della non-immagine. Lo dico con intento dichiaratamente provocatorio per sottolineare che se da una parte è più che vero che dalle immagini siamo sommersi, è altrettanto vero che il livello di coscienza medio nei confronti dell'onda che ci investe è a dir poco scarso (certo a ben guardare potremmo discutere anche sul senso profondo della parola civiltà, ma questo è un altro discorso). Siamo guidati e condotti per mano come bambini dalle non particolarmente vivaci doti intellettive a comprare, votare, comportarci come ci viene detto. La macchina che produce tutto questo è ormai rodata e perfetta. Ha alle spalle millenni di esercizio puntale e rigoroso, talvolta supportato da una sana dose di violenza che rimette sempre in chiaro i principi fondamentali del nostro agire, e ormai può godere di un bagaglio tecnologico di notevole rispetto. All'interno di quest'ultimo l'impiego delle immagini ha ormai raggiunto un livello di spietata raffinatezza incentivata a dismisura dalla mancanza di consapevolezza che mediamente si riscontra nel pubblico, come direbbe chi si occupa di semiotica, negli spettatori. Basta osservare come reagiscono le persone di fronte a un'immagine. Nella valutazione di questo fenomeno devo dire che sono in qualche modo molto agevolato dal lavoro che faccio sia come giornalista, sia come docente e/o persona che si presume abbia qualche competenza in ambito fotografico. Il mio vantaggio consiste nell'avere la possibilità di osservare più o meno quotidianamente un numero ragionevolmente ampio di persone che si rapportano all'immagine. L'aggravante è che per posizione in base alle teorie sul campionamento, le persone che posso osservare più facilmente costituiscono un campione abbastanza alterato, in quanto mediamente appartengono tutte a un gruppo che nutre un interesse specifico nei confronti della fotografia e che quindi, almeno in teoria, dovrebbero essere un po' più attrezzate per poter decodificare i contenuti comunicativi presenti nel testo-immagine. Di fatto l'assoluta maggioranza delle persone, non avendo ricevuto un'educazione specifica alla lettura delle immagini, intende quest'ultima come la descrizione di quanto nell'immagine stessa viene rappresentato. Ovviamente se poi si tratta di una fotografia il fenomeno viene fortemente acuito dalla presunzione che lo strumento fotografico riproduca in modo fedele la realtà. Di fatto questa nella migliore delle ipotesi è una lettura di primo livello, quello che avviene automaticamente in ogni soggetto normodotato in possesso del senso della vista. L'idea che l'immagine sia un vero e proprio testo, in genere non sfiora nemmeno le menti, figuriamoci quella che il testo possa essere latore di un messaggio e questo possa avere più di un livello di decodifica. Del resto sto qui a lamentarmi di quanto accade con le immagini, ma non è che poi con i testi fatti di parole siamo messi tanto meglio... ma almeno a scuola in genere si è incontrato qualcuno che ha ventilato la possibilità che esistano più livelli di lettura di un brano di letteratura. 
La conseguenza prima di una situazione del genere consiste nell'incapacità di filtrare le informazioni che attraverso le immagini ci vengono proposte. Fermarsi alla mera descrizione di quanto si vede impedisce bellamente di attivare quelle strutture critiche che ci permettono di adeguare la nostra azione al ruolo di ricevente del messaggio prodotto da qualcun altro. La conseguenza è che le porte sono aperte, o meglio spalancate, alle intenzioni occulte dell'emittente del messaggio. Così se ci troviamo di fronte a un cartellone pubblicitario sei metri per tre che vuole promuovere l'acquisto di un divano e ce lo presenta con una bella ragazza più o meno completamente spogliata, veniamo attratti (vi prego di apprezzare l'eufemismo) dalle grazie della suddetta fanciulla e se siamo molto sensibili a queste finiamo pure per acquistarlo. Ora diranno i più smaliziati, questo significa che il messaggio pubblicitario ha funzionato facendo associare, non senza una vena di onanismo consumistico, il possesso del divano a quello della ragazza. Standing ovation per il creativo che l'ha pensata e soddisfazione da parte del produttore di divani e, se davvero siamo ipercritici e pure un po' moralisti, scappellotto per l'incauto compratore, che magari il divano lo aveva già ed era pure nuovo. Ma è tutta qui la capacità di lettura? O c'è ancora qualcosa? Per esempio questo ragionamento non prevede la definizione dei ruoli sociali che vengono disegnati in modo sillogistico con una chiarezza impressionante. Un'immagine come quella tratteggiata poc'anzi non fa solo vendere il divano associando i piaceri dell'alcova (oggi gli eufemismi mi vengono così, senza controllo) a quelli del possesso del divano, ma produce una definizione precisa ed esplicita del ruolo sociale della donna e implicita di quello maschile. La donna è reificata ad oggetto di compravendita, posta più o meno sullo stesso del divano, sia pure con altra funzione d'uso, e il maschio è legittimato a esercitare il ruolo di compratore. La ridondanza di messaggi visivi come questo permette di forgiare l'immaginario collettivo senza che i soggetti del lavaggio del cervello siano minimamente coscienti di quanto sta accadendo. 
La copertina del National Geographic
del numero di giugno 1985.
Analogo discorso si può fare spostando il campo di osservazione dal sociale al politico. Ci sono immagini che assurgono al ruolo di icona, anch'essa collettiva attraverso meccanismi a volte estremamente complessi che richiedono analisi e destrutturazioni dell'immagine a volte piuttosto complesse. Il miliziano morente o lo foto dello sbarco in Normandia di Capa sono icone che spesso ci dimentichiamo di ricordare esistono perché una certa parte politica e militare ha vinto la Seconda Guerra Mondiale. Se avesse vinto il Terzo Reich, forse staremo qui a ricordare le foto della Riefensthal e dei suoi gagliardi atleti ariani. 
La stessa foto di Steve McCurry della ragazza afgana dagli occhi verdi è figlia di un processo di implicito coinvolgimento al potere delle masse che gioca sull'impiego dei gradienti cromatici che si rifanno ai colori tradizionali della bandiera afgana. 
Non dimentichiamoci infatti che proprio nel periodo in cui la foto viene diffusa attraverso la celeberrima copertina del National Geographic (giugno 1985), l'Afghanistan è sotto occupazione sovietica (24 dicembre 1979 - 2 febbraio 1989) e la sua bandiera è stata resa drammaticamente simile a quella con falce e martello giallo in campo rosso dell'Unione delle Repubbliche Sovietiche. Ovviamente questo non toglie nulla al fatto che si tratti di una gran fotografia. Ma forse val la pena di ricordare che il National Geographic è una rivista made in USA e che forse le immagini sono meno innocenti di quanto non siamo abituati a credere. E accostare un bellissimo volto, un po' spaurito, ma fiero e incorniciato in abiti tradizionali che richiamano i colori tradizionali di un paese, nel momento in cui questo è occupato dall'acerrimo nemico di sempre... beh, forse non è proprio del tutto casuale.
Da sinistra verso destra, bandiere Afgane del 1978, 1978 sotto occupazione sovietica, 1980 sotto occupazione sovietica, 1987 e 1992.
Sandro Iovine
n. 234




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19 commenti:

Alberto Ianiro ha detto...

Sandro per certi versi ne discuto proprio in queste ore sul blog Gruppo di lettura, visto il proliferarsi in questi giorni di foto dell'anno delle varie testate giornalistiche, che quelle statunitensi specialmente proliferano di "successi bellici", anzi che dare (come credo sarebbe un dovere culturale) dare qualche messaggio di incoraggiamento sulla crisi economica mondiale, iniziata (appunto) proprio dagli Stati Uniti. Che altro dire, le caste sono anche questo, a tutto svantaggio intellettuale di certi fotografi che vedono sviliti e manipolati i propri lavori.
Buon anno

Alberto

Michele ha detto...

Mi trovo molto d'accordo sulla pubblicità e sull'uso dell'immagine che ne viene fuori.
Per la foto della ragazza afgana mi ero fermato ad un livello prima. Collegare la cromia con la bandiera non lo avrei mai fatto, ovvio il momento storico, quello deve essere sempre tenuto a mente mentre si leggono le immagini, lezione imparata nella lettura di The Americans fatta a Lodi da te.
Sempre illuminante, come la vista di una fanciulla nuda sul divano!!!!

Sonja Franceschetti ha detto...

Egregio Direttpre,
ho letto con tanto entusiasmo, mi conceda il termine
il suo ultimo articolo sulla fotografia di Steeve McCurry.Avevo avuto modo di vedere la mostra a Perugia e seguire la ricostruzione storica presentata da National Geografic su come nacque quello scatto e la ricerca della donna nel seguito, ma da utente fotografica pure io non avevo associato la sapiente ricostruzione critica e politica che prende forma dai colori della bandiera afgana per finire in una pubblicazione coscientemente americana. Lasciando appositamente da parte ogni considerazione espressamente politica , concordo con Lei sul fatto che la nostra genereazione molto piu' di quella che mi ha preceduto (io ho 46 anni ora) non ha alcuna idea di cosa significhi coltivare un giusto e costruttivo senso critico .
Vale naturalmente per la fotografia , ma mi creda
mi scontro ogni giorno in ogni ambito , scolastico, informativo , linguistico , sociale ,lavorativo , nelle mie stesse amicizie .. dico solo che gli italiani si sono culturalmente assueffatti e non ricercano , o pochi lo fanno, e mi chiedo soventemente a cosa sia attribuibile questa diffusa carenza "sociale".E' come se si rifugga l'uso di un buon senso critico esattamente come un analfabeta rifugge dalla lettura . Crede Lei che si possa trattare di una mancanza di educazione culturale a sviluppare ed affinare l'analisi di cio' che ci circonda ? Credo personalmente che vedere e conforntarsi ogni giorno sui simboli che coscientemente ed incoscentemente passano davanti ai nostri occhi sia una grande fonte che la fotografia, come ogni altra forma artistica naturalmente ,puo' molto ben rappresentare. Tra l'altro , e concludo ,a mio avviso la fotografia esprime molto bene chi siamo , cosa pensiamo e chi vorremmo essere, in un percorso dinamico tra presente e sociale ed occorre grande attenzione nella diffusione delle immagini perche' esse stesse sono diffisione di pensiero e anche messaggi che influenzano la cultura o la non cultura di un popolo.La leggo sempre con enorme attenzione ,
con stima La saluto cordialmente ,
Sonja Franceschetti

Sandro Iovine ha detto...

«Crede Lei che si possa trattare di una mancanza di educazione culturale a sviluppare ed affinare l'analisi di cio' che ci circonda?»
Vorrei poter rispondere che non lo credo, ma proprio non ci riesco. L'azione condotta per minare le basi culturali minime di questo Paese è frutto a mio avviso (e temo non solo mio) di una precisa strategia volta a creare elettori e consumatori passivi e con scarsa o nulla capacità critica. Il... colore dell'operazione è un dato relativo, la sapienza cinica con cui sono state impiegate le armi di distrazione di massa tragicamente esemplare. Io sono convinto che ormai cronica assenza di basi culturali e del conseguente spirito critico sia alla base dei problemi che Sonja Franceschetti denuncia. Del resto temo che ognuno di noi possa apportare il suo contributo alla definizione di una ben più ampia e triste casistica.

Alberto Ianiro ha detto...

E' il marketing dei colossi costruttori di macchine che distrugge tutto come una schiacciasassi: dalla macchina che fa tatattatatata ad altri slogan "non pensare, scatta". Disse Berengo Gardin: "ma come noi diciamo tutto l'opposto ai nostri studenti!..."
Da appassionati di fotografia si diventa, o perlomeno, tentano di farci diventare appassionati di etnologia fotografica.

Dario Corso ha detto...

Caro Sandro, ho leto il tuo articolo (sulla rivista) tutto di un fiato. Capisco e condivido la tua posizione a proposito dell'uso della figura femminile per vendere divani, ma perdonami condivido poco il discorso sulla foto di McCurry. Se l'obiettivo della proposta di quella foto fosse stato effettivamente quello che tu hai descritto mi verebbe da dire che l'obiettivo non è stato raggiunto. Questo lo dico perchè tanti vedrebbero nella foto solamente una ragazza, molti che si occupano di fotografia sicuramente potrebbero riconoscere la foto e legarla all'autore, pochi riuscirebbero a mettere assieme i due aspetti di prima più il fatto che si tratta di una donna afghana e contestualizzarla durante il periodo dell'occupazione Russa.
Così come manca una cultura nella lettura della fotografia (e qui mi viene in mente una delle prime scene del film "L'attimo fuggente" deve in un libro di poesia si cerca di descrivere il valore della poesia usando un sistema di assi cartesiani e il professore eccentrico lo faceva strappare a tutti gli allievi) credo che manchi la consepevolezza che quel messaggio avesse un fine politico così "sommerso". Insomma mi sembra un messaggio troppo "alto" dal punto di vista del linguaggio fotografico che molti "analfabeti" come me non sono in grado di leggere.
In sostanza credo che sicuramente esistano degli oligopoli dell'immagine che veicolano, nascondono, propongono, escludono ma ancora la "nostra" ignoranza ci fa da filtro. Da questo punto di vista è più pericolosa la televisione ... ... ... ma questo forse è un altro ambito e un altro discorso.
Con stima un grosso saluto da Palermo (e credo ci vedremo presto ;-)) e un sincero augurio di buone immagine e buon anno.
Dario

Sandro Iovine ha detto...

Aspettavo una contestazione di questo genere. Non manca mai quando si affrontano tematiche di questo tipo. E ben vengano perché danno l’occasione di approfondire il tema che altrimenti per motivi imposti dallo spazio a disposizione, rischia di rimanere equivocabile o incompreso.
Allora il nocciolo della questione è racchiuso proprio nella tua analisi che condivido in pieno almeno fino al punto in cui trai le conclusioni da ci però mi dissocio. Certo, è sacrosanto che la maggior parete delle persone vedendo quell’immagine non abbiano razionalizzato come pure lo è il fatto che probabilmente gli stessi non lo faranno mai. Ma il gioco sta proprio in proprio questo. Se tutti fossero in grado di farlo, tutti potrebbero decidere in piena coscienza di attivare o non attivare dei filtri. Sarebbero cioè in grado di discriminare cosa far passare e cosa bloccare. Nel momento in cui invece questa coscienza è assente ecco che una coincidenza di gradienti cromatici è libera di passare e fare il suo lavoro nell’incoscio collettivo. Una cosa che tieni presente è che le categorie che citi come quelle dei fotografi ad esempio sono relativamente esigue nel panorama mondiale. Non è tanto alle nicchie di mercato che ci si rivolge, ma alla massa dei lettori delle riviste su cui un’immagine viene pubblicata. E in quei casi l’immagine è sempre accompagnata da una didascalia, da un titolo, da un testo insomma da un ancoraggio che la lega a una specifica realtà. Il fatto che nella foto si possa vedere una bella ragazza provoca coinvolgimento e intanto fa passare dei sottotesti. Sono gli stessi meccanismi della pubblicità. Un esempio per tutti l0utilizzo del colore negli spot di prodotto come un noto yogurt pubblicizzato in Italia da Alessia Marcuzzi fino a qualche tempo fa. Lei è sempre vestita di verde, le… amiche dalla pancia gonfia no, almeno finché non hanno provato provano lo yogurt miracoloso e allora ricompaiono vestite di verde. Ma di questo vorrei parlare in altra sede non appena sarò riuscito a reperire gli spot più vecchi cui sto facendo riferimento.
Per concludere poi non bisogna confondere l’utilizzo che viene fatto delle immagini con le intenzioni di chi le realizza. E nemmeno sottovalutare l’effetto caporale di decurtisiana memoria che si scatena all’interno di una catena produttiva dell’informazione in chi si trova ai gradi meno prestigiosi della scala gerarchica. Del resto si sa che spesso il più realista non è il re. Il fatto quindi che non tutti sappiano decodificare il messaggio contenuto nei sottotesti, è proprio la carta vincente per cui certi meccanismi vengono messi in atto.
Per quanto riguarda Palermo ci vediamo esattamente tra un mese al Mondadori Multicenter. A presto.

Dario Corso ha detto...

Grazie mille per la tua (solita) esaustiva risposta ed (insolita) lunghezza.
Ora mi è più chiaro il fine ultimo del tuo post e mi sento di condividerlo. Magari l'esempio di McCurry è molto alto (e quindi più difficile da comprendere), e quello della yougurt è più basso (e quindi facile) ma è l'ancoraggio che poi completa il discorso.
Ancora un augurio e arrivederci

Giancarlo Parisi ha detto...

Ciao Sandro e tanti Auguri di Buon Anno.
Ho letto il tuo editoriale direttamente sulla rivista e vecchi ricordi sono riaffiorati, assieme ad un certo nervosismo. Se ricordi la discussione che ho avuto qui e alla quale anche tu hai partecipato anticipando le conclusioni del tuo editoriale odierno, è inutile che io ti dica come la penso su tutto quello che hai detto.
La situazione di passività in cui versiamo è drammatica. Non solo accettiamo passivamente tutto, ma tendiamo a tacciare di esagerazione e dietrologia gratuita ogni tentativo di ragionare su una immagine!
Mi verrebbe da mandare tutti al diavolo a volte...

Giancarlo Parisi ha detto...

Ritengo di dover precisare che la chiusura del mio precedente intervento non era riferita a quanto detto da Dario Corso, che saluto estendendo a lui e agli altri lettori gli auguri di Buon Anno.

padesig ha detto...

Ho visto la mostra di McCurry questa settimana, 245 fotografie, ottimo allestimento (secondo me)... Ho letto ieri sera il tuo editoriale, come sempre con molta attenzione: certamente quella fotografia così nota non è stata messa nella "grande cupola" ma in una più piccola, una foto tra tante... Non so, una scelta consapevole dei curatori, forse per non enfatizzare ulteriormente proprio quello che tu evidenziavi... In ogni caso un McCurry non neutrale, molto "potente" come esito in ogni suo scatto (meno in quelli del 2011, che sono decisamente più "piatti" del passato), ma che porta l'occhio occidentale come principale corredo fotografico... La mostra in ogni caso rimane nella mente, ma non trova altrettanto spazio nel cuore...

Sonja Franceschetti ha detto...

E' inutile sottolineare che ogni rigo degli scritti di Iovine meritano attenzione. Piu' si legge l'articolo di fondo piu' si aprono scenari e spunti di discussione ad ampio spettro . Vorrei proseguire ora sul commento di Iovine relativo alla necessita' della conoscenza sui sistemi di comunicazione di massa permettere ad ognuno di noi di adoperare filtri di selezione per accettare e quindi condividere o rifiutare un messaggio ancorato ad una immagine e rilanciarlo ed amplificarlo o meno in ambito sociale. Il confronto con le scienze genetiche mi è apparso lampante , se si pensa al concetto di "meme" introdotto da Dawkins ne "il gene egoista", col quale l'autore intende "meme" quale unita' di informazione della cultura umana replicabile da una mente all'altra e quindi trasmissibile o meno dal punto di vista culturale. Recentemente Rai 5 con il programma Readership ha proposto un ottimo approfondimento del tema , per il quale consiglio la visione - è andato in onda intorno alla fine di novembre 2011 e ancora non è stato pubblicato su rai 5 on demand -.E' estremamente curioso come discipline apparentemente tra loro lontane affrontino tematiche che in ultima analisi riconfluiscano tra loro e che meritino alta considerazione per poter capire quali siano le chiavi di lettura dei meccanismi che possono operare da filtro selettivo per una coscienza "di massa".
Sono couriosa tra l'altro di leggere le considerazioni analitiche sullo Yogurt "verde" della Marcuzzi :))))))))
ringrazio per l'attenzione, con stima, sonja

Michele Smargiassi ha detto...

Accidenti Sandro non ci sarei mai arrivato ai colori della bandiera afghana... Ma hai raggione, nulla al mondo avviene epr caso, meno che mai in fotografia. Bella lettura.
Michele

paola ha detto...

Caro Sandro,

ci vuole cultura per associare la bandiera ai colori dell'immagine. Ricordo che Lilly Gruber nei giorni del voto a Milano per eleggere il sindaco sfoggiasse orecchini arancioni durante le sue trasmissioni televisive ;-) e non è stata la sola!
Il gioco è noto. Per difendersi, capire e leggere profondamente un'immagine non basta saper essere fotografi e ottimi osservatori ci vuole cultura.
Il rosso è donna, il blu è maschio, osservate i cartelloni pubblicitari speculari nella metropolitana milanese con relativi riferimenti ;-).
Difficile essere liberi di scegliere anche in Italia.

Paola

Alberto Ianiro ha detto...

Paola, è proprio questo l'esercizio che bisogna fare in Italia (e altrove, ma in Italia di più), ovvero facilitare l'accrescimento culturale in fotografia. Non si è fotografi senza studiare gli autori, visitare le mostre, leggere i saggi di fotografia e partecipare attivamente agli eventi e festival che si fanno in giro per l'Italia ed oltralpe. L'ho già detto che questo è il frutto del messaggio consumistico che ci inculcano tutti i giorni con campagne pubblicitarie faraoniche i costruttori di apparecchiature. Ok, loro devono vendere ma noi, ovvero associazioni ed altro, dobbiamo tenere alto il valore della fotografia, il proprio ruolo e la propria identità. Sebbene spesso anch'io, confesso, sia spesso trascinato nel burrone tecnologico da certi (efficaci) messaggi bisogna darsi da fare per promuovere la cultura fotografica e far capire che è importante. La visione fotografica non si insegna, e questo è l'unica maniera che si conosca per ampliarla. Nei corsi ed i workshop che facciamo tartassiamo con questo messaggio: studiate, studiate e studiate.

Buon inizio
Alberto

Mauro ha detto...

Ciao Sando, intanto buona anno, quello da calendario stavolta.
Molto interessante come sempre il tuo articolo e mi ricorda una lezione al corso dopo aver visto il vincitore del WPP 2011, anche in quel caso il messaggio era, come ci hai fatto notare di carattere politico/sociale e se non ricordo male avevamo notato l'importanza di un messaggio "propagandistico" come la cura da parte degli USA di una ragazza sfigurata da un marito talebano.
Concordo sul fatto che le immagini lavorano chirugicamente sull'inconscio, ed anche per questo sono un sostenitore delle teorie manipolanti-lobbistiche che come dici tu sono atte a creare consumatori e burattini grazie anche alle "armi di distrazione di massa".
La fotografia è sempre stata un bel mezzo di propaganda e perchè fermarsi ora? Ora che siamo subissati di immagini? Quale aternativa ci si prospetta? Il problema, secondo me oltre al fotografo che deve valutare la sua responsabilità durante lo scatto sono i media e cioè coloro che diffondono ed usano l'immagine. Il frammentamento di questi ultimi potrebbe portare secondo voi ad una modifica della funzione immagine? L'artenativa potrebbe essere che decidiamo di farci manipolare da quello che ci più ci aggrada, il problema è che prima di scegliere occorre esserne coscienti. Come già dissi, secondo me per contrastare i media occorre diventare media, diventando media, per quanto cosciente ed attento che sia si sarà comunque strumento manipolante e sarà il solito cane che si morde la coda, esiste quindi un oggettività reale? la possibilità di non essere manipolati? Forse no a meno di escludere qualsiasi contatto comunicativo con il mondo che ci circonda e di non essere soggetti ad un determinato karma o coscienza collettiva.
Il metodo che adotto di fronte ad un'analisi della "notizia" (se di rilevanza) è a chi giova? Chi ne guadagna? Perchè dovrebbero comunicarmelo? Insomma, una vita per niente rilassata fatta un pò di malizia e sfiducia verso i grandi media.
Potrei andare avanti ore,ma non vorrei tediarvi ulteriormente e per certi discorsi il carburante migliore è tanta e buona birra :D.
A presto
Mauro

Sonja Franceschetti ha detto...

Credo che a Iovine ,come a molti degli utenti ,non sia sfuggita anche una ulteriore analisi della fotografia di Steve McCurry. Se vogliamo riagganciare l'immagine ad un elemento politico dell'epoca nella quale la fotografia è stata scattata e poi diffusa, diventando appunto un icona, viene naturale domandarsi come mai abbia superato le barriere del vertice della diffusione dal punto di vista mass mediatico quella di una fanciulla. Perche' non un bambino , o un vecchio , o una anziana che comunque nell'immaginario collettivo scatenano emozioni e pieta' umana e quindi maggiore facilita' di pervadenza nell'immaginario collettivo? Proprio l'abbinamento della situazione politica ai colori della fotografia e al "potenziale sessuale" del soggetto ripreso ne sono a mio giudizio la ragione. Un vecchio o una vecchia rappresentano da una parte saggezza e dall'altra debolezza che mal si coniuga all'idea di un paese che , in una ottica americana , deve avere la forza di liberarsi da un oppressore.Non sono soggetti attraenti dal punto di vista del richiamo sessuale e della loro possibilita' riproduttiva e per estensione all'idea della ripresa di un popolo.
. Anche un bambino/a non è attraente dal punto di vista evolutivo e riproduttivo, scatena pietas umana in uno scenario di guerra , ma non forza. Ecco allora che se si vuole attribuire il legame politico alla fotografia icona , al colore della bandiera di un popolo trattato come oppresso non poteva che essere una fanciulla a entrare nell'immaginario collettivo . In quanto donna è sinonimo di debolezza sociale ; in quanto fanciulla è ancora inerme ma ha in grembo la matrice per generare nuova vita (capacita' riproduttiva )ovvero energia per una nazione che si vuole fuori da un dominio non occidentale.
Grazie ancora dell'attenzione , Sonja

Sandro Iovine ha detto...

A quanto detto da Sonja aggiungerei anche la considerazione che dal punto di vista maschile una ragazza giovane e avvenente, scatena un atavico senso di protezione che ben si allinea con il sottotesto contenuto nell'immagine di McCurry. E questo ci porta direttamente alla lezione citata da Mauro in cui mettemmo a raffronto questa immagine con quella della diciottenne Bibi Aisha fotografata da Jodi Bieber, cui è stato attribuito il World Press Photo 2011. Ancora una volta superata la lettura di primo livello, che ci dice cosa sia accaduto a questa povera ragazza, anch'essa avvenente nonostante la terribile mutilazione subita,siamo rimandati alla bestiale inaccettabilità della cultura che ha originato il terribile evento. Scatta così l'identificazione e il senso riconosimento all'interno del gruppo di quelli che non possono accettare una cosa simile.
Considerazione che fa apparire meno casuale la citazione affatto nascosta alla fotografia di McCurry.

Anonimo ha detto...

Bè, visto che ci siamo, che ne pensate della foto di Aranda che ha vinto quest'anno il World Press Photo?
Io la giudico, come la foto di McCurry, anch'essa molto concettuale, demagogica, pretestuosa, lontana da ogni contesto reale .... anche lì, per inviare il messaggio che molti, specie addetti ai lavori, ci leggono, non era necessario andare così lontano, si poteva tranquillamente fotografare una modella abbronzata con gli occhi verdi e la sciarpa rossa.
http://www.artonweb.it/fotografia/articolo35.html

saluti
Vilma