martedì 26 agosto 2008

Male necessario

Quando ho deciso di dedicare uno spazio alle scuole di fotografia, da ingenuo quale sono, mi ero illuso che si trattasse di un’operazione non troppo complessa e di possibile utilità tanto per il lettore quanto per le scuole stesse. Di fatto per il momento non posso certo sbilanciarmi per quanto riguarda i lettori che avranno modo di farci sapere la loro opinione sul lavoro svolto, ma un paio di osservazioni mi piacerebbe farle sulla reazione dell’interlocutore scuola. Premetto che lavorando nel settore da oltre venti anni, di articoli, inchieste e speciali dedicati all’argomento ne ho visti realizzare un discreto numero. Mai però mi era capitato di incorrere in una sorta di indolente diffidenza da parte di quelle, che non dimentichiamolo, nell’assoluta maggioranza dei casi non sono altro che imprese di reddito che quindi tenderebbero a giovarsi di una visibilità gratuita su una rivista di settore. La lista dei desiderata fuori da ogni logica e/o forma di rispetto per il lavoro altrui (visione per approvazione delle bozze, spazio maggiore rispetto alle altre scuole, omissione di voci presenti nelle nostre schede, non utilizzo di immagini) è stata francamente al limite del ridicolo. Altrettanto potrei dire dei tempi con cui sono state accolte le nostre richieste di informazioni, che in un paio di casi si sono tradotti in mancata risposta. Quando abbiamo inviato le schede per la raccolta dei dati abbiamo dato due settimane di tempo per restituirla corredata di fotografie. Bene, c’è chi è stato capace di impiegare cinque settimane per effettuare la compilazione (consegnando quindi il materiale tre settimane dopo la chiusura dei termini prestabiliti, a fronte di chi è riuscito a farlo in meno di mezza giornata), chi ha dovuto fare apposta le fotografie, chi si è rifiutato di fornire fotografie di interni e chi non è stato in grado di fornire il numero richiesto di immagini. E in molti casi sorvolerei sulla qualità delle immagini ricevute, che hanno costretto letteralmente a ore di fotoritocco per essere rese pubblicabili. Tutto questo formidabile impegno profuso dagli incaricati ha fatto sì che lo speciale in questione slittasse dal numero di agosto a quello di settembre (abbiamo iniziato a lavorarci ai primi di giugno). E tra parentesi nel momento in cui scrivo siamo ancora in attesa delle risposte da parte della maggioranza delle istituzioni pubbliche. L’unica cosa che posso augurarmi è che in una nazione dove l’istruzione statale intorno alla fotografia è praticamente lettera morta, almeno nella fase formativa si sia un po’ più solerti ed efficienti di quanto non si sia dimostrato di essere in quella del marketing. Anche perché ci siamo rivolti alle istituzioni più importanti in Italia e quindi chi volesse far qualcosa nella fotografia dovrebbe per forza passare attraverso questo male necessario.

Sandro Iovine

n.197 - settembre 2008




Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di ottobre de IL FOTOGRAFO.





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8 commenti:

Cattola ha detto...

Che tristezza...almeno voi avete fatto un ottimo lavoro :)

rawnef ha detto...

E' vero, inchieste come questa presentata sull'ultimo numero de "Il Fotografo" non sono certamente una novità. L'estensore dell'articolo, a cui vanno i miei complimenti, ha però introdotto una serie di informazioni che possono risultare utili ai lettori. Offerta formativa, attrezzatura, docenti e soprattutto costo totale.
Leggendo le schede e l'editoriale di apertura del numero,mi sono venute alcune considerazioni. Quella riguardante la ritrosia a fornire informazioni che in alcuni casi è sfociata in una sorta di omertà, è la prima che mi è venuta in mente. In Italia bastano due persone per aprire una scuola di fotografia ed è possibile usare le dizioni "Accademia, Istituto Superiore" senza troppi problemi. E' chiaro, caro direttore, che in molti casi ci troviamo di fronte a situazioni improvvisate e dai contorni fiscali non proprio limpidi.La qualità delle immagini fornite che hanno necessitato di ore di fotoritocco la dice lunga sul grado di preparazione. Un'altro dato che mi è saltato subito agli occhi è la quantità numerica di "professori" presenti in alcune scuole che in qualche caso sono quasi superiori agli alunni. Inutile dire che sono presenti i "soliti noti" professionisti del workshopmostralibro che magari hanno smesso di fotografare da almeno vent'anni. L'ultima considerazione riguarda i costi che sono veramente rilevanti, a livelli di master della Bocconi. Solo che quelli della prestigiosa università sono riconosciuti a livello europeo, mentre alcuni non rilasciano nemmeno un attestato che comunque non sarebbe riconosciuto da nessuno. Con la metà di alcuni si potrebbe pagare un fotografo "operante" per fargli da assistente. Tutti si sono prodigati a magnificare le loro attrezzature, qualcuno ha ritenuto di evidenziare delle postazioni Mac (?), altri hanno magnificato il loro parco luci o i loro banchi ottici. A proposito di quest'ultimo molte scuole centrano la loro offerta proprio sul suo utilizzo, ancora con chassis, pellicole piane e provinatura Polaroid. Nonostante il suo reale utilizzo nella realtà di mercato, sia negli anni divenuto ancora minore del già piccolo segmento che occupava negli anni Novanta. La quantità e il prezzo di questi aggeggi sul mercato dell'usato, la dice lunga sulle prospettive lavorative. Il rischio è quello di spendere soldi e di ritrovarsi senza lavoro. Un poco come nel caso del mondo del giornalismo, dove con l'avallo dell'Ordine tante scuole a pagamentio sfornano "professionisti" che il mercato non può assorbire.

Matteo Biatta ha detto...

NIENTE DI NUOVO, insomma...
E' più che positivo che si facciano inchieste come questa, è giusto rendersi conto di qual'è l'atteggiamento del nostro paese nei confronti della fotografia. Non voglio fare il catastrofista, ma il risultato delle tua ricerca, spiega molte cose. Se non abbiamo una "cultura fotografica", è anche perché manca, alla base, l'impegno di chi dovrebbe diffonderla, sia a livello pubblico che privato. Di conseguenza, il livello delle scuole in questo settore è molto basso, fatta eccezione per alcune accademie dove il livello è, credo, più che buono. Sicuramente non possiamo quindi reggere il confronto con paesi come la Francia, dove la comunicazione visiva ha certamente un altro spessore e la considerazione nei confronti di quelle che da noi vengono considerate "stravaganze da artisti" è decisamente diversa.
Sono curioso di vedere quale sarà il risultato, voglio proprio scoprire quant'è basso il nostro livello in questo senso... Grazie comunque per il continuo impegno nel diffondere la cultura fotografica.

oneshotaday ha detto...

sì l'inchiesta è decisamente utile e interessante, un'idea ce la si fa. un buon servizio ai lettori. ma per dirla tutta credo che chiunque di noi sia davvero interessato a scegliere una scuola, desidererebbe -e non poco- sentire anche le voci di chi ci è passato dalle scuole. immagino sia quasi impossibile per un giornale pubblicare interviste senza peli sulla lingua, fatte a persone che abbiano seguito corsi (stage o master che siano o che si vogliano chiamare...) e possano raccontare l'esperienza diretta.
mi chiedo se anche un'inchiesta sugli workshop disponibili, magari scelti tra proposte che si spacciano di equivalente livello, potrebbe essere interessante? saper come funzionano davvero, se funziona la strutturazione che hanno, se si rivelano utili dopo averli fatti.
insomma a qualcuno potrebbe interessare sapere dove andare a "giocare" e dove andare a "lavorare per imparare", credo.

Sandro Iovine ha detto...

Il problema non è tanto pubblicare interviste senza peli sulla lingua. Semmai trovare i soggetti da intervistare al termine del percorso scolastico. Certo si potrebbe chiedere alle scuole dei nominativi, ma questo deporrebbe ben poco a favore della obiettività dell'indagine. In ogni caso non escludo che in un prossimo futuro non ci si possa organizzare per tentare di avere un riferimento da parte di le scuole e i workshop li ha vissuti in prima persona. Grazie per il suggerimento.

Ovviamente se fra i lettori di questo blog c'è qualcuno che ha frequentato una scuola di fotografia lo prego di intervenire portando la sua esperienza e il suo giudizio.

Anonimo ha detto...

è un tipo di indagine sicuramente difficile. io sono reduce dello ied fotografia e ho scelto quella scuola in base alle documentazioni ottenute in rete e facendo un giro per la scuola chiaccherando anche con qualche studente. sono rimasto molto soddisfatto dal tour, le attrezzature sono in effetti molto buone ma sono riusciti a mascherare molto bene il forte sovraffollamento della sala di posa. il fatto è che, scusatemi l'antipatia del commento, molti studenti li sono dei figli di papà parcheggiati che non si rendono ben conto di ciò che accade, e ciò che accade è che molti insegnanti purtroppo, non essendo richiesti particolari titoli per insegnare, sono degli ignoranti totali, quindi bisogna capire bene come dirigere la propria attenzione e finire col diventare per metà autodidatti.
tirando le somme direi che è davvero un male necessario, è stato uno strazio me è servito. il titolo che danno non vale una mazza, non vale il titolo di quasi nessuna scuola di fotografia, ma fortunatamente ciò non importa realmente. quindi suppongo che si possa realmente trovare di meglio ma anche di peggio in base a quanto ho sentito.

Claudia M. ha detto...

La prima osservazione che emerge dalla lettura di questo post è la superficilità con cui alcune scuole hanno affrontato l'opportunità di raccontarsi ad un pubblico vicino alla fotografia, che facilmente potrebbe rientrare nel loro "target".
E questo mi stupisce, come mi lascia interdetta il fatto che tanto spazio queste scuole diano al sottolineare attrezzature e nomi importanti, ma questo atteggiamento, giustificato dal desiderio di evidenziare l'investimento economico che si mette a disposizione dei propri allievi, non viene equilibrato dal medesimo impegno educativo. Questa alemno è la mia impressione, stiamo pu sempre parlando di scuole e chi le gestisce, chi raccoglie le adesioni non dovrebbe lasciare all'arbitrio del singolo insegnante, come temo avvenga, l'onere di accompagnare alle lezioni meramente tecniche o storiche anche quelle, mi si passi il termine, "etiche".
Queste strutture si propongono di sviluppare una professionalità, richiedendo un investimento economico spesso importante e certamente(?) giustificato, ma poichè di scuole di tratta nel momento in cui si insegna come realizzare un'idea sarebbe opportuno dare anche un supporto diciamo così "culturale". Non dimentichiamo infatti che gli strumenti, no, non quelli tecnici, che vengono messi a disposizione e le conoscenze che si condividono aprono la via ad un "potere misterico, lo so esagero, ma questa capacità di creare suggestioni disunita alla coscienza e alla consapevolezza di un codice all'interno del quale muoversi, rappresenta un rischio.
Quando queste strutture divengono solo un'impresa, un investimento, tradiscono il loro progetto primo, l'essere luogo di formazione, rinunciando alla propria anima, e da qui all'arroganza e al pressapochismo con cui si è risposto a questa indagine da parte di molti, il passo è davvero troppo breve.

Barbara ha detto...

Da quando ho letto questo post, qualche settimana fa, ho riflettuto molto circa tanta indolenza. Le cose che mi spaventano di più sono state, innanzitutto la completa mancanza di rispetto e di educazione di chi non si premunito di rispondere per tempo o peggio non ha risposto affatto: una scarsità di considerazione di fronte al lavoro altrui tipico di chi si vuol prendere tempo, che non lo considera importante e che sembra derivare da una sorta di snobismo molto elitario: sono le persone che mi fanno più paura, perché nella loro “superiorità” – o demenza – non considerano l’importanza dell’informazione e quel che è peggio dimostrano di mostrare poco interesse persino verso il loro stesso lavoro o i futuri studenti. Questa rilevante ma palese mancanza di rispetto – indice tuttavia di un’epoca – rappresenta ancora la scarsa considerazione nei confronti della fotografia, che in questo caso sembra essere perpetrata anche in chi questo mestiere lo insegna: se nelle scuole riconosciute, lo spazio riservato alla fotografia e all’educazione all’immagine è spesso marginale e, a parte pochi esempi validi che ho visto, la fotografia risulta essere materiale da appoggio a qualche materia – ma senza indagarne a fondo – oppure, e questo è peggio, è tappabuchi nel caso in cui non ci sia niente di meglio da fare, si sperava che nelle scuole di fotografia le cose fossero diverse… e invece evidentemente no! se c’è stato chi non ha accolto l’opportunità di informare del proprio lavoro un giornale del settore, con la possibilità di attirare nuovi futuri clienti; nelle scuole di fotografia non solo il titolo non è riconosciuto a livello statale, e questo sembra volerci dire che quello che abbiamo fatto non è un lavoro bensì un hobby, ma quello che è meno bene è il fatto che persino gli insegnanti sembrano allontanare talvolta gli studenti dall’idea di professionalità, ad esempio proponendo strumenti e tecnologie che sono più da collezionismo che da mercato commerciale d’immagine attuale, come se il fotografo dovesse essere quell’artistoide pazzo che si va a inventare di sperimentare tra banco ottico, acidi e pellicole, o dovesse essere quel perdigiorno dilettante, maniaco del suo hobby, che magari fa anche fortuna e si inventa un lavoro.
La fotografia può essere arte, può essere hobby, può essere professione, ognuno pensi quel che vuole, ma almeno che le scuole “professionali” prendano un po’ meglio in considerazione sé stesse e quello che fanno, perché da come ho letto che si sono mal comportate alcune, sembrerebbe proprio il contrario.