venerdì 19 novembre 2010

Saper osservare prima di tutto

«Dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno; scoppiò da Scilla al Tanai, dall'uno all'altro mar.» No, no non son rigurgiti di incubi liceali è solo un’auto-ironica associazione di idee che mi ha assalito nottetempo ripensando ai giri fatti in ambiente fotografico nell’ultimo mese. Al di là delle consuete e dopo un po’ di anni abbastanza ripetitive attività redazionali, tra i compiti di chi dirige una rivista c’è anche quello di mantenere i contatti con i propri lettori. O almeno io ritengo che esistendo questa opportunità vada sfruttata al meglio per poter comprendere maggiormente il proprio pubblico e le sue esigenze. Si tratta di occasioni di confronto preziose per verificare quanto di ciò che cerchi di trasmettere arrivi realmente a chi ti legge. Così, senza alcuna pretesa di mettermi a paragone con l’imperatore di Francia cantato da Manzoni, se non per dar sfogo a un po’ di sana ironia, nell’ultimo mese mi sono trovato a passare dall’estremo nord est all’estremo sud ovest della penisola. Ho trascorso in fatti tre fine settimana su quattro a contatto con appassionati e studenti universitari che utilizzano la fotografia, passando da Lucinico, in provincia di Gorizia, a Venafro, in provincia di Isernia per chiudere a Palermo. Nel primo caso ho incontrato il locale fotoclub che aveva esteso l’invito ad altre realtà locali. A Venafro ho partecipato per la seconda volta al raduno annuale degli appassionati che si riconoscono intorno al marchio Nikon e infine a Palermo ho preso parte al laboratorio dell’Università. Come è facile immaginare le esigenze, le aspettative  e il rapporto con la fotografia dei tre gruppi erano fortemente differenziate. Ma credo di poter affermare che in ogni caso ci fosse un minimo comune denominatore nella ricezione a legare le tre esperienze. A prescindere da una tutto sommata ovvia passione di fondo che unifica quanti hanno partecipato a queste tre esperienze, la cosa che mi pare di poter riconoscere in tutte e tre le realtà è un senso di sorpresa per quella che può essere la percezione della fotografia. Abituati come siamo a considerarla una pura esternazione di capacità tecniche o peggio tecnologiche, la proposizione di una fotografia intesa come duttile strumento di espressione di un pensiero pare essere una piacevole scoperta che accomuna i componenti dei tre gruppi cui sto facendo riferimento. Pur partendo da situazioni socio culturali assolutamente variegate, tutti manifestano i sintomi di un’educazione all’immagine carente e di una sottovalutazione della fotografia e del suo potere espressivo. Certo tutti ci riempiamo la bocca con frase del tipo un’immagine vale più di mille parole, ma se dobbiamo fare un utilizzo consapevole delle immagini iniziano i problemi. E spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Fin troppo scontato ripetere che si tratta del frutto di un’educazione carente se non proprio inesistente sull’argomento. Inutile e forse addirittura fuorviante in quanto rischia di confinare il problema a un livello in cui a essere danneggiata appare solo la fotografia o l’immagine più in generale. Il vero problema invece inizio a pensare che sia a monte dell’immagine, nella vera e propria capacità di osservare quanto ci circonda. Mi ha particolarmente colpito uno dei feedback ricevuti più di frequente durante il laboratorio con l’Università di Palermo. Premetto che si trattava di un’attività didattica promossa all’interno delle facoltà di ingegneria e architettura, e che quindi i ragazzi sono più che abituati a confrontarsi intellettualmente sulle problematiche della città e dei suoi spazi. Bene una delle frasi che ho sentito ripetere più spesso è stata che l’aspetto interessante del lavoro svolto insieme era stato lo scoprire parti di città che non conoscevano o quantomeno non avevano mai visto in quella prospettiva. Al di là di quella che può essere la soddisfazione personale come docente nell’accogliere affermazioni di questo tipo, non posso fare a meno di chiedermi quanto sia preoccupante lo stato di un sistema scolastico (non mi riferisco ora all’Università, ma principalmente alle scuole dell’obbligo) che non riesce a risvegliare nei proprio studenti un minimo di attitudine all’analisi dell’ambiente (in qualsivoglia accezione) circostante. Temo che il problema non sia solo che poi gli orizzonti fotografici saranno limitati. Se non sappiamo osservare con attenzione quanto accade intorno a noi saranno ben altri i limiti che daremo ai nostri orizzonti. Ma al di là delle solite lamentazioni a riguardo cosa si può fare? È velleitario ipotizzare rivoluzioni culturali di qualsivoglia natura. Credo che semplicemente ognuno di noi debba prendere in mano la propria situazione personale e impegnarsi a sfruttare le occasioni che gli si offrono per trasformare lo stato delle cose. Rispetto a una decina di anni fa, quando ho preso in mano la direzione de IL FOTOGRAFO, credo di poter dire che si inizi, finalmente, ad avvertire un po’ di più l’esigenza di affrontare la fotografia in altro modo. Forse ora ho maggiori occasioni di confronto con i lettori un po’ in tutta Italia, ma devo dire che mi pare ragionevole affermare che rispetto a prima, ora ci siano maggiori richieste da parte delle aggregazioni di appassionati di approfondire aspetti che non siano meramente di funzionalità tecnica. Sempre più spesso ricevo richieste di approfondimenti relativi agli strumenti necessari per… squarciare il velo che permette di fruire del senso delle immagini. Prima invece sentivo chiedere solo aggiornamenti tecnologici, vissuti come unica prospettiva di fruizione della fotografia. Credo sia arrivato il momento di premere il pedale dell’acceleratore  e vedere di provare a recuperare il gap terrificante che ci separa da buona parte del resto d’Europa (e non solo) circa la fotografia intesa come fruizione di qualità e di massa. Tocca a noi, non ad altri. Confrontiamoci e diffondiamo i frutti delle riflessioni che nascono in comune. Magari così riusciremo a lasciare ai nostri figli una situazione migliore, e non necessariamente solo dal punto di vista fotografico.
 

n. 221







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