sabato 20 novembre 2010

Non mi sarei mai aspettato proprio quelle*

Andrea Salvotti, operatore subacqueo, diga Gigi Rizzo, Trieste. © Giancarlo Rado.
Giancarlo Rado «Io sono rimasto un po’ sorpreso da quelle che hai scelto tu. E non mi sarei mai aspettato che avresti scelto proprio quelle. Ma sono anche contento perché è un occhiale diverso con cui sono state lette. Io avrei scelto quelle più appariscenti, più spettacolari magari. Queste invece sono discrete. Le foto che hai scelto sono una grande ricapitolazione. Si ricapitola tutto in generale, l’infanzia con il reverendo, il senso del mare con il sub, il lavoro, il gioco etc.»
Sandro Iovine «Ma... sai , secondo me questo non è un lavoro appariscente. È un lavoro di discrezione, di silenzio, di recupero...»
GR «Eh sì, questo sì e... sono stato piacevolmente sorpreso dalle due donne che hai scelto. Perché quella mattina lì me la ricordo ancora, era il 25 aprile. In questa zona hanno celebrato l’ultimo eccidio che hanno fatto le SS prima di ritirarsi. Qui in mezzo ai campi hanno preso, fatto una retata e ucciso sette od otto civili. Lo hanno ricordato proprio qui, in questa zona dove ci sono i fossi, dove c’è una campagna veneta poverissima. Eravamo in otto. Le due vigilesse, un assessore, io, l’unico presente e un vecchio che era sopravvissuto. E questa foto, che possiamo dire umilissima, è una di quelle cui sono più affezionato anche se è didascalica proprio al massimo.»

Chiara Davanzo e Cristina Griguolo, Polizia locale del Comune di Treviso,
Festa del 25 aprile, loc. Maleviste, Treviso. © Giancarlo Rado
SI «Ma sai, didascalica... secondo me se guardiamo alla struttura può anche darsi che lo sia. Se andiamo un pochino oltre, a me non sembra affatto che lo sia.»

GR «Ma, è un po’, come posso dire... a me piace molto anche perché è legata al momento in cui è scattata la mattina alle sette e mezza.»
SI «Ti dico, a me la cosa che colpisce delle tue immagini è il fatto che mediamente non urlino, come tu non urli quando parli.»
GR «Beh insomma questo sì, ti ringrazio di questa cosa che hai detto. A parte che, se urli vuol dire che non sei convinto del tutto di quello che dici, no?.»
SI «Sono assolutamente d’accordo con te. Però alla gente a quanto pare piace sentir urlare. Mi uccide come idea, però...»
GR «Ah, certo... È più bello. No, no io metto tutto nel dolby, ecco.»
SI «La cosa che mi interessa può essere semplice, però dietro l’apparente semplicità c’è il racconto di un sacco di cose. Al di là del tuo personale che mi stavi raccontando, in quell’immagine c’è comunque una serie di strutture sociali, di vissuto, di luoghi. E comunque dietro c’è questo respiro di spazio che ti fa capire dove sei al di là del luogo specifico, di cui tutto sommato e in ultima analisi, chi se ne frega.»
GR «Ascolta, ma questa è la lezione della grande fotografia da Walker Evans a seguire. Non è che si inventi nulla eh. Sai cosa? Io pensavo questo: è stato fotografato tutto, però le persone restano uniche. Cioè puoi continuare a fotografarle, ma queste hanno sempre un
motivo di interesse, un motivo di racconto e di emozione e di vissuto. È una cosa che dà grande soddisfazione questa.»
SI «Sì, infatti sono d’accordo con te. La cosa che cerco di far passare con i ragazzi durante i corsi è che certamente è stato fotografato tutto. Ma rimane da vedere come lo fotograferanno loro.»
GR «Eh questo sì. Sai cosa forse? Io è un po’ ci penso. Sono un po’... pose... come si dice? Diciamo in posa. Che rimandano a quando le pellicole erano di sensibilità bassissima e gli obiettivi erano di luminosità al massimo f/5,6 e allora era necessario star fermi anche tre secondi. E allora un po’ questo... ma è una scelta fatta. Ho visto che c’è tanta altra gente che fa cose di questo tipo.»
Moreno Taufer, Cuoco, Albergo Al Pin, Caoria, Trentino. © Giancarlo Rado.
SI «Questo sicuramente, ma secondo me ha molto senso il recupero del tempo, il tempo proprio della posa se vuoi, metter giù un treppiedi o non metterlo giù eccetera, eccetera...»
GR «Perfetto! Questo è un rito. Questo è il rito. Cioè tu metti il treppiedi, poi monti la macchina, poi c’è il rito di misurare con l’esposimetro. Allora la gente ti chiede Ma cos’è questo? Ma sai... eccetera. E la semplicità della cosa. Tiri via il volet, abbassi lo specchio. Guarda in macchina! Guarda facciamone un’altra. Mettiti così. Poi alle volte gli faccio vedere io. Guarda mettiti in questo modo. Allora vado lì. Mettiti di tre quarti. Guarda in macchina. Però, non sorridere gli faccio io. Oppure gli dico Guardami un po’ schifato. E allora vengono... Cose del genere insomma. Ecco queste qua funzionano. Poi si sdrammatizza e ci si saluta. È anche bello perché poi ad alcuni mando l’e-mail con la foto e ad altri faccio delle piccole stampe e passo a trovarli.»
SI «A me la cosa che piace è che comunque stai ripercorrendo quel qualcosa di cui tutti sembrano fregarsene ora come ora.»
GR «Eh... sì... detto tra di noi ad ogni età si fotografa in maniera diversa. Perché i giovani non fotografano queste cose.»
SI «Beh, sì... raramente o comunque con un altro livello di spessore. Molto più velocemente e non necessariamente nel senso del tempo
GR «Il giovane fotografa il suo mondo. Come vede le cose. Guarda ci sono su Flickr dei fotografi straordinari che hanno 22, 23 anni e loro fotografano la loro vita, i loro amori, le persone care, anche momenti intimi. Questo io non lo faccio. Ma poter vedere queste cose per me è straordinario. Questo modo di fotografare per me presuppone anche una visione un po’ smaliziata delle cose. Cioè come sono in realtà, prive di fronzoli. Semplicemente così, forse.»
SI «Ma quello deriva da un parte dalla maturità. Dall’altra secondo me, insiste su ciò che tu fai nella vita. Probabilmente quando avevi venti anni ti infilavi dentro a situazioni di virtuosismo che erano assolutamente superflue. Solo che avevi bisogno di dimostrare di saperlo fare. Probabilmente ora hai meno bisogno di dimostrarlo.»
GR «No certo, adesso si va tranquilli perché hai raggiunto una certa stabilità. Poi un’altra cosa che dimostra la potenza del mezzo fotografico. Le persone apparentemente sono diffidenti. Poi però non lo sono più appena gli chiedi di fare una foto. A me non ha mai detto di no nessuno.»
Iuri De Biasi, pubblico Ministero, Tribunale di Treviso. © Giancarlo Rado.
SI «Questo dipende molto dal modo in cui glielo chiedi...»
GR «Quando tu gli dici Sto facendo un servizio sul lavoro degli italiani, mi piacerebbe fotografarli nel loro ambiente di lavoro. Vengo a trovarti. Dove sei? Nessuno ti dice di no. Nemmeno il Pubblico Ministero, mentre io pensavo che fosse impossibile entrare in Tribunale. Invece glielo chiedo e mi fa Venga, venga. Sono andato al sabato mattina e ci siamo girati il Tribunale... Ho fatto un rullo intero.»
SI «Ti devo confessare che il Pubblico Ministero mi fa pensare a Spoon River...»
GR «Sì, questo sì. Spoon River è narrato in prima persona. Ognuno parla in prima persona. E qui, queste foto sono tutte in prima persona. Uno un po’ alla volta tira giù la maschera e tira via i suoi segreti... Sì, sì in questo hai ragione.»

 

n. 222






* Questa è la trascrizione fedele (con tutte le imprecisioni di un dialogo privato) delle riflessioni tra il sottoscritto e Giancarlo Rado, durante le fasi di preparazione dell’articolo Italians (pubblicato da pagina 6 a 14 nel numero 222 de IL FOTOGRAFO). Ho voluto mantenere intatta la freschezza e franchezza della conversazione conservando imprecisioni sicuramente inadatte al testo scritto, perché per me è stata foriera di riflessioni sulla fotografia e non
solo, che mi sembra importante condividere con quanti non hanno potuto partecipare a questo dialogo affinché possa essere più chiaro l’approccio dell’autore al suo lavoro e alla fotografia in generale.



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