domenica 18 aprile 2010

Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana


Ci siamo. Come preannunciato continuiamo a portare avanti la linea che vuole trascinare la Fotografia oltre le pagine del giornale. Dopo la partecipazione al Festival della Fotografia Etica di Lodi vi avevo anticipato la realizzazione di un convegno di studi dedicato alle problematiche del fotogiornalismo nel nostro paese.  Si terrà il 24 aprile presso l’ISA, Istituto Superiore Antincendi, in via del Commercio 13 a Roma dalle ore 10 alle 19, sotto il titolo condiviso da questo editoriale di Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana.
Ma di cosa si tratta? Si tratta di un’occasione per fermarsi a riflettere sulla situazione del fotogiornalismo nel nostro paese. Una situazione che ai non addetti ai lavori forse non è chiaro quanto sia sempre più a rischio ogni giorno che passa, vuoi per la contrazione mostruosa subita dal mercato, vuoi per il trattamento da sempre riservato dalla nostra stampa all’immagine fotografica e vuoi infine per la scomparsa progressiva di un senso etico della professione. Siamo costretti tutti i giorni a vedere la fotografia abusata (mi sia consentito l’uso di un termine che rimanda direttamente allo stupro) corrotta e ormai privata in gran parte dei casi della propria valenza documentativa. 
Il mercato è in mano agli inserzionisti pubblicitari che ricattano l’editoria: un’immagine sgradita a fianco alla propria pubblicità e viene annullata una pianificazione. A caduta photo editor, redattori, capo redattori e e direttori evitano accuratamente di arrecare un danno economico ai loro editori per evitare di perdere lo stipendio. E, per quanto possa sembrare assurdo, alla fine quello che accade è che non siamo più in grado di vedere i lavori ottimi realizzati da professionisti del giornalismo visivo. Solo perché c’è il rischio di perdere un cliente. Inutile dire che il concetto di informazione si può considerare morto e sepolto in una situazione del genere, soprattutto se poi, come dimostra la cronaca, si considera che l’immagine è solo una delle vittime delle pressioni economiche e politiche (ammesso che una reale differenza sussista tra le due categorie).
A questo si aggiungano le tendenze in apparente contraddizione segnate dal fotogiornalismo di approfondimento alimentato dai premi internazionali che sembrano avallare solo all’enfatizzazione della sofferenza. Purché sia quella altrui, lontana, distante, in grado di farci ricordare con gratitudine che viviamo in una società occidentale che avrà pure tanti difetti, ma perlomeno offre ancora un’accettabile garanzia di tornare a casa la sera più o meno nelle condizioni di integrità che avevamo la mattina quando siamo usciti per andare al lavoro. Buona parte del fotogiornalismo è ridotta a immagini che certificano da una parte le capacità artistiche del fotografo, gratificandone l’edonismo, dall’altra rassicurano chi le guarda rispetto alla qualità della sua vita. 
In questo marasma di contraddizioni che fine hanno fatto i fotogiornalisti? Che futuro possono avere se il referente principale, ovvero la carta stampata, vive una crisi in costante aggravamento? Cosa accadrà in un paese dove in valore relativo (e talvolta anche assoluto) le foto vengono pagate meno di dieci anni fa (magari a un anno dall’emissione fattura)? Cosa potranno fare i fotogiornalisti di fronte alle agenzie di microstock piuttosto che al cospetto di quel paese del bengodi che è Flickr dove editori privi di scrupoli attingono a mani bassi e soprattutto gratuitamente? Il reportage ha ancora spazio nell’editoria o deve ritagliarsi spazi altrove? Per vedere certe fotografie, conoscere certe storie dovremmo comprare libri, andare a mostre, scarnificare le pieghe di internet? Ma, soprattutto, quale è oggi l’approccio etico con cui ci si pone di fronte al fotogiornalismo tanto come fotografi quanto come utilizzatori attivi o passivi di immagini?
Soprattutto intorno a questioni etiche nascono queste domande, che da qualche anno mi sto ponendo con Maurizio De Bonis, direttore e fondatore di CultFrame e presidente di Punto di Svista. Domande che torniamo a porci tutte le volte che abbiamo occasione di confrontarci. Domande che vorremmo si ponessero anche altri. Domande che ci hanno spinto a dar vita insieme a questo evento. Domande che vorremmo diventassero di pubblico dominio e interesse. Domande che riguardano tutti noi in quanto cittadini.
Sia chiaro che non abbiamo la pretesa di arrivare a una soluzione univoca, tanto meno pensiamo di riuscire a cambiare le cose. Il nostro obiettivo è unicamente quello di fotografare la situazione, creare un punto di partenza che permetta di iniziare a riflettere pensando all’esistenza di un futuro. Rompendo un monopolio che dal mercato si sta estendendo pericolosamente alle idee. 

Che determinate aziende impegnate nel settore della vendita di immagini debbano reagire alle richieste del mercato è ovviamente più che legittimo e comprensibile. Che cerchino di alterare il senso delle cose imponendo teorizzazioni asservite al fatturato nell’annichilimento del fotogiornalismo, che si contrabbandino operazioni pubblicitarie per informazione, non è invece eticamente accettabile. E ancor meno lo è il fatto che non esista una riflessione che vi si opponga. Bene, questa riflessione è proprio ciò che vorremmo cercare di far nascere con il contributo di giovani professionisti.
In questo parto assistito sono molti quelli che devo ringraziare. Ma in primis Maurizio De Bonis co-ideatore e co-promotore di questa iniziativa senza la cui tenacia nulla sarebbe stato possibile. Importantissimo anche l’apporto di Emilio D’Itri di Officine Fotografiche che ha permesso la realizzazione logistica dell’evento. Ancora un caloroso ringraziamento lo devo ai relatori che hanno accettato questa sfida mettendo a disposizione le loro esperienze, il loro tempo, la loro credibilità: Giorgio Cosulich (fotogiornalista e docente), Leo Brogioni (fotogiornalista e docente di fotogiornalismo), Emanuele Cremaschi (fotogiornalista), Alessandro Grassani (fotogiornalista). E un ringraziamento ancora è riservato a tutti quelli che hanno reso possibile la realizzazione dell’evento e a quanti la concretizzeranno con la loro presenza il 24 aprile. Vi aspetto, vi aspettiamo per prendere coscienza insieme di ciò che accade nel nostro mondo.


Sandro Iovine
n. 216 - aprile 2010







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sabato 17 aprile 2010

Il fermento etico continua


Quando leggerete queste note il Primo Festival della Fotografia Etica sarà già storia. Nel momento in cui scrivo fervono ancora i preparativi e, come sempre in queste occasioni, non è dato sapere come andrà, anche se l’impegno di tutti è rivolto a far si che tutto segua il migliore degli svolgimenti possibili. Di sicuro a Lodi ce l’avremmo messa tutta per far sì che si sia trattato di un evento degno del nome che porta e delle idee che lo sostengono. Chi tra di voi sarà stato presente avrà avuto modo di giudicare in base alla propria esperienza.
Ma in ogni caso non finisce qui. Dopo anni passati a riflettere sull’opportunità e soprattutto sulla necessità di un differente modo di rapportarsi con la realtà che il mercato propone, è finalmente arrivato il momento di trasformare le riflessioni in atti più concreti. Quindi dopo il momento di incontro e confronto di Lodi, stiamo preparando una seconda occasione di analisi e riflessione che avrà luogo nel corso di un convegno che si terrà a Roma il 24 aprile prossimo e di cui vi forniremo maggiori dettagli a breve.

Per il momento quello che mi piacerebbe chiarire sono le motivazioni per cui abbiamo deciso di dar seguito a questo genere di operazioni in un arco di tempo piuttosto compresso. Innanzitutto mi fa personalmente piacere constatare come nell’aria si inizi ad avvertire la necessità di riprendere in mano la questione etica relativa in particolare alla fotografia collegata al mondo dell’informazione. Nonostante il mercato continui a richiedere costantemente immagini che si inseriscano all’interno di un profilo di neutralità che non infici le condizioni di funzionalità del messaggio pubblicitario condizionando in modo evidente anche la produzione di immagini, c’è per fortuna ancora qualcuno che si pone delle domande circa la correttezza e l’opportunità di tutto ciò. Anche perché se così non fosse non sarebbe stato possibile pensare di realizzare il momento di incontro di Lodi o di dar vita al prossimo appuntamento capitolino. 
Ma perché porsi in una posizione di riflessione a fronte di un mercato che sembra orientato in tutt’altra direzione? Di sicuro perché vogliamo che chi si interessa di questi argomenti possa confrontarsi con una versione differente dei fatti, una versione non omologata. Fino a qualche tempo fa il mercato professionale della fotografia legata all’informazione era gestito sostanzialmente all’interno di un duopolio che oggi si è trasformato, per l’uscita di scena di uno dei due competitor, in un monopolio di fatto gestito dall’unica grande agenzia che, giustamente, deve rispondere a logiche di produzione aziendale. Il che significa che tutto viene  parametrato in funzione di un fatturato difficilmente concialiabile con scelte etiche di informazione. Ora le scelte di tipo industriale, mi sia consentito di utilizzare questo termine sia pur forzandone in parte il senso, e le aggressive politiche di mercato sono perfettamente comprensibili e giustificabili a livello aziendale, ma lo sono molto meno quando ineriscono il diritto all’informazione. È indubbio che le responsabilità non siano imputabili esclusivamente ai fornitori, ma siano più primariamente appannaggio della committenza. 
Ciò non toglie che i fornitori in questione stiano compiendo delle operazioni di ibridazione della loro ragione sociale che finiscono per coinvolgere anche altri settori. Se da una parte l’informazione si confonde sempre di più con l’intrattenimento, dall’altra le incursioni nel campo della cultura sono sempre più consistenti nel tentativo di trasformare quest’ultima in possibile fonte di introito. Cosa nella quale, in termini assoluti, non ci sarebbe niente di male ovviamente. Anzi se si seguisse un adeguato programma di formazione progressiva del pubblico, probabilmente si compirebbe un’operazione lodevole sotto il profilo sociale. Di fatto però gli investimenti in questa direzione sono, per ben oltre il novanta per cento dei casi, frutto di operazioni commerciali pure e semplici che con la cultura e la sua diffusione, davvero poco hanno a che fare, come potrebbe facilmente testimoniare un’analisi oggettiva delle competenze dei personaggi preposti al loro controllo.
Non ci illudiamo quindi di poter porre un argine alla situazione, siamo perfettamente coscienti dello strapotere detenuto da pochi nel mondo della fotografia, come siamo altrettanto coscienti e financo orgogliosi di non essere allineati a questo stato di cose. Quello che vogliamo fare è semplicemente offrire, a chi abbia voglia di ascoltare un’altra campana, un piccolo polo aggregativo intorno al quale poter discutere avendo presente un’istanza etica che non preveda come unico punto di riferimento il raggiungimento di un fatturato.
E in questo oneroso tentativo siamo orgogliosi di poter dire di non essere soli grazie al supporto teorico e pratico di colleghi come Maurizio De Bonis, dal cui incontro è nata l’esigenza teorica e la realizzazione pratica di questa nuova iniziativa, e testate come CultFrame  e Punto di Svista insieme alle quali stiamo dando vita a questo convegno con il supporto organizzativo di Officine Fotografiche di Roma.

L’idea che ci muove è questa. Presto i dettagli operativi su queste stesse pagine.



n. 215 - marzo 2010






Dall'alto:
Lo stendardo del Primo Festival della Fotografia Etica in piazza del Duomo. Lodi, 12 marzo 2010.

Robert Knoth mentre illustra il suo lavoro ai pubblico presente all'inaugurazione della sua mostra ll costo umano di una catastrofe nucleare in esposizione presso ex chiesa di San Cristoforo. Lodi, 12 marzo 2010.


L'incontro dedicato al rapporto tra fotografia e ONG, presso il Teatro delle Vigne. Lodi, 13 marzo 2010.

I rappresentanti del collettivo fotografico Active Stills nel corso del dibattito durante la presentazione del loro lavoro al Teatro delle Vigne. Lodi, 13 marzo 2010.

L'Aula Magna del Liceo Verri durante l'incontro con il collettivo fotografico TerraProject. Lodi, 14 marzo 2010.

Il pubblico in sala durante dibattito che ha seguito la proiezione dei lavori del collettivo fotografico Active Stills al Teatro delle Vigne. Lodi, 13 marzo 2010.

Il dibattito Etica, comunicazione e fotografia nella Sala dei Comuni della Provincia di Lodi. Da sinistra Francesco Cito, Elena Parasiliti, Sandro Iovine, Leo Brogioni e Aldo Mendichi. Lodi, 14 marzo 2010.







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