domenica 4 dicembre 2011

È cambiato qualcosa dai tempi di Goethe?


Angelica Kauffmann, Ritratto di Goethe nel 1787-88.
Chi ha la sfortuna di conoscermi personalmente sa bene che avere a che fare con me da vicino, vuol dire confrontarsi con un carattere indolente e tutt'altro che avvezzo allo stacanovismo... tanto meno domenicale...
A meno che... a meno che non ci sia qualcosa in grado di scuotermi dal connaturato torpore letargico, donando vigore e reattività al mio indomito e mai sopito razzismo
Razzismo culturale, sia ben inteso, e non certo rivolto alla razza. Quello per intenderci che mi fa invocare una pulizia culturale, invece che etnica, ogni qual volta si citano opere immortali con nonchalance e arbitrio volti solo a dar corpo a esercizi di stile gratificanti per ottenere un facile consenso da lettori dalla mente acriticamente atrofizzata. Ora sfortuna vuole che il nostro tempo mi elargisca a piene mani massicci dosaggi di adrenalina in forma di citazioni becere, qualunquiste e, peggio che peggio italiote, se mi concedete l'aggettivo. 
Stanotte, ad esempio, i miei incubi notturni sono stati allietati da una visita illustre favorita, suppongo, da una lettura fatta prima di addormentarmi. In un'atmosfera minacciosamente tenebrosa ho sognato niente di meno che l'immortale Johann Wolfgang von Goethe, il quale mi chiedeva alquanto risentito, di vendicare l'onore dei suoi scritti citati forse solo per ostentarne la conoscenza e fare un massaggino all'improbabile ego italiota che avvelena gli animi di questa Nazione. 
Ecco perché, in questa quasi solare domenica mattina milanese, ho faticosamente sopraffatto l'atavica indolenza avventurandomi, appena sveglio, verso la libreria prossima a cedere sotto il peso della carta. Obiettivo era recuperare quella vecchia e discutibile traduzione di Italienische Reise (Viaggio in Italia) che tanto mi è cara. Certo sono cosciente che il mio delirio onirico sia più frutto dell'eccesso di cibo serale che non dell'esordio di insperate facoltà medianiche, ma... Voi che avreste fatto se Goethe in persona vi avesse chiesto di lavare l'onta perpetrata ai danni dei suoi scritti? Per farla breve avendo chiaro il compito salvifico nei confronti dell'onore goethiano e molto meno la sezione in cui avrei potuto ritrovare quanto la memoria mi indicava essere stato scritto, ho cominciato a rileggere l'opera quasi dall'inizio. 
Di fatto il mio animo si è presto placato, come sempre accade quando mi avvicino alla musica di Bach o al verbo di Goethe («Nôstrô mazzimo pôeta!» come ricordava sempre la mia insegnante di tedesco madrelingua sposata con un italiano, frau Paganini, anzi Pakanini come lo pronuciava lei). Tanto che ho finito per dimenticare il bellicoso quanto inutile intento di reperire sferzanti controcitazioni atte a lavare l'onta e mi sono perso come un bambino tra le pagine. Fin quando non ho incontrato un brano che avevo rimosso, ma che, riscoperto in una quasi solare domenica mattina milanese mi pare più che mai opportuno condividere, a riprova dell'attendibilità di quel detto che recita che non c'è mai niente di nuovo sotto il sole.
Johann Tischbein, Goethe nella campagna romana, c. 1786, Frankfurt, Städelshes Kunstinstitut.
«Verona, 14 settembre
Il vento contrario che ieri mi spinse nel porto di Malcesine mi preparava una noiosa spiacevole avventura, superata così lietamente che mi mette allegria il solo ricordarla. Come m'ero proposto la mattina di buon ora mi recai al vecchio castello che non avendo né porte né guardiani è aperto a tutti. Mi situai nel cortile di rincontro alla vecchia torre costruita in parte sulla roccia e in parte piantata in essa. Avevo trovato un posto molto comodo per disegnare: sedetti accanto a una porta chiusa rialzata di tre o quattro scalini su di un sedile ornato come se ne vedono ancora da noi nei vecchi edifizi. Mi ero appena seduto quando diverse persone entrarono nel cortile. Esse mi osservavano, andavano e venivano. La gente aumentò finché si fermarono per circondarmi. M'accorgevo che il mio lavoro aveva richiamato la loro attenzione, ma non mi turbai e continuai tranquillamente. Infine un uomo di un aspetto che non ispirava fiducia mi domandò che cosa facessi lì. Gli risposi che disegnavo la vecchia torre per serbare un ricordo di Malcesine. Egli mi disse che ciò non era permesso e che dovevo smettere. E siccome mi parlava nel dialetto veneto, che appena capisco, mostrai di non comprenderlo. Allora, con una leggerezza tutta italiana, egli prese il mio foglio di carta, lo stracciò e lo rimise lì sul cartone. Notai fra gli astanti un mormorio di scontento; una vecchia disse che ciò non era ben fatto, che si dovrebbe chiamare il podestà per giudicare e risolvere simili questioni. Io ero in piedi e dominavo la folla che sempre più aumentava. Quegli sguardi di curiosità che mi fissavano, una certa aria di bonomia che vedevo in quasi tutta quella gente, e altre caratteristiche dell'ambiente straniero, mi davano una gradita impressione. mi pareva di avere davanti a me il coro degli uccelli che spesso avevo beffato quando rappresentavo la parte di Treufreund sul teatro di Ettersburg. Tutto questo suscitò il mio buon umore, sicché quando giunse il podestà, col suo attuario, lo salutai cordialmente. Alla sua interrogazione perché disegnassi la loro fortezza, risposi in modo modesto, che mai avrei potuto prendere quelle muraglie per una fortezza. A lui, come al popolo, feci osservare la decadenza di quelle torri, di quelle mura, la mancanza di porte e di tutti i mezzi di difesa, e li assicurai che avevo creduto vedere e disegnare non altro che delle rovine. Allora mi fu risposto: "Ma che cosa può avere di importante se è solamente una rovina?". Volendo io guadagnare tempo e nello stesso tempo cattivarmi la loro simpatia, risposi dettagliatamente ricordando loro quanti viaggiatori si recavano in Italia, unicamente per vedere le rovine. Roma, la capitale del mondo devastata dai barbari, era cosparsa di ruderi antichi cento e cento volte disegnati. Dissi che non tutti i monumenti erano così ben conservati come l'anfiteatro di Verona che speravo visitare presto. Il podestà che si trovava dinnanzi a me, ma un po' più in basso, era un uomo di alta statura senza essere molto magro. Gli si potevano dare trent'anni. I tratti del suo volto, triviali e senza espressione, rispondevano assolutamente al suo modo di interrogarmi lento e confuso. L'attuario, un uomo meno alto e che pareva più abile, fu però da principio, anche lui imbarazzato davanti a un caso tanto nuovo e strano. Io continuavo a parlare sempre nello stesso senso. Pareva che mi ascoltassero volentieri e, nel rivolgermi a qualche benevolo viso di donna, credetti scorgervi consenso e approvazione. Ma allorché nominai l'anfiteatro di Verona, conosciuto in paese con il nome di Arena, l'attuario, che intanto aveva avuto il tempo di raccogliersi, acconsentì vivamente dicendo che l'anfiteatro era un edifizio romano celebre in tutto il mondo. In quanto però alla torre, egli sosteneva che non aveva nulla di notevole, tranne che indicava il confine tra il territorio veneto e l'impero d'Austria, e che perciò non doveva essere oggetto di osservazione e di spionaggio.»1
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È una mia impressione o, a parte il sostituire la matita con la fotocamera, non è poi cambiato gran che quel 14 settembre 1786?

1 - Johan Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Edipem, 1973; pag. 30-31.

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